ORNITHOLOGY

Alfred Hitchcock, 1963

– Che cosa l’ha segnata personalmente in questi ultimi vent’anni?
– La scomparsa degli uccelli, la rarefazione del silenzio, l’inquinamento dell’aria

Blandine Rinkel, Tutto trema, 2021

Una volta, anni fa, organizzai uno Zombi Day.
Sono una donna metodica e tutte le volte che da ragazza ho lavorato come segretaria, quando ho lasciato per occuparmi dei fatti miei, sono stata rimpianta.
E vorrei vedere, siamo in Italia, dove uno dei nodi è l’organizzazione, che a me, invece, riesce benissimo.
Dunque, mi organizzai pure con i morti viventi: un film al cinema e due dvd del noleggio, prenotati il giorno prima.
(C’era ancora il noleggio all’angolo dove adesso c’è un negozio di mozzarelle).
Per inciso, il film che riportò la palma fu quello più vecchio, i più recenti, carichi di effetti speciali, erano solo disgustosi.
Quello, faceva paura.
Ma la faccio breve: andai a dormire deprecando la cattiva abitudine che c’è a casa mia di avere, sì, scorte di fazzoletti di tutti i generi (sono una piagnona e mi piace piangere comodamente), ma non una scorta equivalente di assi per inchiodare dall’interno le finestre.
Scorta che invece ha il protagonista di The Birds, di Alfred Hithcock, un avvocato penalista che si chiama Mitch Brenner, che non guarderei nemmeno se fosse l’unico uomo presente su un’isola deserta, un po’ quadrato e con gli occhi azzurri.
Ma forse il fisico tarchiato gli è venuto dalla mia televisione nuova, sulla quale non è che tutti i miei film si vedano benissimo.
Insomma, anch’io provo un sentimento di rimpianto, per quanto mi riguarda a causa della nuova tecnologia e nei confronti dell’altro televisore, sentimento tale e quale a quello che hanno provato quando me ne sono andata coloro ai quali ho fatto da segretaria.

(Adesso, la segretaria la faccio solo per me stessa).
(E comunque non posso ricomprarmi tutti i dvd che ho già, ma questo è un altro discorso).

Dunque, l’avvocato penalista si barrica in casa in compagnia di tre donne perché fuori ci sono gli uccelli.

Mitch

E non si sa se il pericolo stia più fuori o più dentro, visto che le tre donne sono: 1. La madre mezza matta; 2. La sorellina piccola, insistente e petulante; 3. La protagonista del film, bella, ricca, elegante e intraprendente, che, però, pure lei, non è che sia del tutto sana di mente.
Altrimenti che Hitchcock sarebbe.
Lui è un regista magnifico, lo dico da sempre e lo confermo dopo che per una settimana, essendo en jachère, mi sono dedicata a un’ulteriore visione dei suoi film.
Che sono un valore sicuro, tutti, ovviamente con delle vette di eccellenza, che sono le carte che mi sono giocata per prime.
Alfred Hitchcock, londinese, è un artista plurale, piace a tutti perché tutti è capace di coinvolgere, non occorre essere esperti di cinema o appassionati di un genere di film, leggero o pesante, lui ci arriva lo stesso.
Miracolo che io non sono in grado di riconoscere in nessun altro e al quale tutti dovremmo pensare quando facciamo qualcosa, diciamo così, di pubblico.
Inoltre, è uno che scava dentro, che rigira il coltello nella piaga, che torna di continuo su temi giganteschi, che sono quelli che venano di accadimenti, e che certe volte avvelenano, i rapporti umani.

Dunque, rivedo Gli Uccelli e comincio a guardare in tralice tutti i pennuti che incontro, piccioni, gabbiani e pappagallini che stanno sempre intorno a casa mia, ma anche i polli nelle vaschette di polistirolo del supermercato, del resto, tutta la vicenda si annuncia con quelli di Lydia, che si rifiutano di mangiare.

Lydia

Lydia è la madre dell’avvocato, quella mezza matta.
Lei è la responsabile degli occhi azzurri di tutta la famiglia, dettaglio al quale il regista è stato attentissimo, senza considerare che questo colore di occhi è un carattere recessivo e che quindi è altamente improbabile che due figli su due lo abbiano ereditato.
Ma questo ora non ci interessa.
Ci interessa, invece, il rapporto madre/figlio, che viene indagato dal regista in tutta la sua filmografia, con punte di parossismo da reparto psichiatrico (Psyco; ma pure Notorius non scherza), però sempre sotteso a ogni discorso: le madri sono gelose dei figli maschi  e odiano qualunque donna si avvicini loro.
Esperienza facilissima da fare, basta stare al mondo, con gli occhi e le orecchie aperti.
Al cinema, tutto è mostrato per immagini.
Nella vita, pure.
Per esempio, la signora Anna della lavanderia dove porto a stirare le lenzuola novanta volte su cento chiama il figlio maschio più grande, ne ha due, «mio marito», piccolo lapsus inquietante, considerando che il marito, quello autentico, è deceduto una decina di anni fa.
(E non mi sembra che lei ne senta la mancanza).
Ma, stavamo dicendo, la madre dell’avvocato.
Che ha già allontanato la maestrina Annie, che, venuta a Bodega Bay, un piccolo borgo di mare non lontano da San Francisco, per un fine settimana, ha evidentemente avuto una liaison con lui, che però non ha portato a niente, visto che lei se ne sta sola sola a fare giardinaggio, in attesa di essere avvicinata dalla nuova fiamma, Melanie, e di finire ammazzata dagli uccelli.
E nell’incontro fra le due donne c’è un altro dei colpi di genio del regista.

Annie e Melanie

Tanto Melanie è bionda e gelida, quindi il tipo di donna da lui prediletto, quanto Annie è brunette e dolente.
La manipolazione dei sentimenti arriva a farle incontrare e a pensare per loro un fine serata in cui c’è uno scambio di esperienze, il tutto all’ombra di una telefonata dell’avvocato, raccolta da Annie ma destinata a Melanie.
Ed ora, la protagonista.
Comincerei dalle conseguenze, visto che è noto che l’attrice, Tippi Hedren, lanciata proprio da questo film, si attaccò talmente al suo personaggio da chiamare la figlia con il suo nome.

Melanie

E Melanie fu, anche simpaticamente, almeno fino a quando lei non fece scempio di se stessa.
(Come è difficile stare al mondo, soprattutto a Hollywood. Ma non solo).

La Melanie del film è una socialite, dunque, una che fa vita mondana e che guida una bellissima macchina, per la precisione un’Aston Martin DB2/4 del 1954, un coupé magnifico, che le calza come un guanto.
E che lei con i guanti guida, senza sfilarli nemmeno per un attimo.

Il guardaroba della protagonista è come sempre affidato alla leggendaria Edith Head, costumista che ha vinto una quantità di Oscar che incanta e, soprattutto, artefice dello stile delle eroine di Hitchcock, tessera importantissima in un mosaico di elementi che potete divertirvi a indagare per provare ad avvicinarvi un po’ di più al cuore del talento di questo cineasta immenso.
Melanie nel film si cambia praticamente solo tre volte.
Facciamo conoscenza con lei nel pet shop di San Francisco dove avverrà il primo incontro con l’avvocato. Lei indossa un tailleur in lana charcoal grey, quindi grigio scuro, con collo alla coreana, maniche tre-quarti, tasche a filetto e guanti neri lunghi.

Melanie nel pet shop

Blusa bianca senza collo.
Scarpe a punta con i tacchi a spillo.
E con scarpe analoghe e tacchi come quelli lei starà per tutto il film, camminando, correndo, sedendosi sul divano, guidando la macchina e portando la barca a motore, con un’eleganza che stupisce, trattandosi di scarpe scomodissime, come sono quasi sempre quelle delle donne.
Onore al merito dell’attrice.
E del regista, che certamente sa come inventare un personaggio e perpetuarne lo stile.
Ed ecco che arriva l’abito che Melanie indosserà per tutto il resto del film.
Di esso furono confezionati cinque esemplari, visto il livello di stazzonamento imposto dalla trama, con gli uccelli che attaccano gli esseri umani e gli esseri umani che cercano di difendersi.
Hitchcock voleva nel film molto verde. Per lui «il verde evocava una qualità casta e cool, che distingueva Melanie dai residenti di Bodega Bay».
Un abito di lana aderente e senza maniche, con pince laterali, cintura della medesima stoffa (questa è un’altra che ha un giro vita che è tre volte più stretto del mio, e vi assicuro che io ho un giro vita che non eccede da nessuna parte); giacca della medesima stoffa con maniche tre-quarti a raglan, polsi con risvolto e tasche applicate.
Pelliccia di visone che viene e va.
Borsa marrone, che lei non abbandona mai e che potrebbe essere da sola il fil rouge del film. Non c’è un solo momento il cui il regista non si ricorda dell’attaccamento che hanno le donne per la loro borsa, solo dal mio parrucchiere le clienti lasciano la propria qui e là quando si spostano da una poltrona all’altra, dal lavaggio al taglio, questa cosa mi lascia sempre perplessa, fossero cambiati i tempi e divenuti così distratti.
Scarpe color talpa, guanti scamosciati e una sciarpa ton sur ton, di quelle che le donne si mettevano in testa all’inizio degli anni ’60 per non farsi spettinare dal vento andando in macchina.
Lei, oltre a fare tutto quello che fa, suona anche il piano e fuma, insomma, è un personaggio femminile molto emancipato, a me non vengono in mente nel cinema italiano modelli di questo genere, lei colpisce per la sua disinvoltura oggi, figuriamoci quando il film uscì (1963).
La terza mise di Melanie è una camicia da notte che lei compra nell’emporio locale, visto che i fatti la porteranno a fermarsi.
Di essa preferirei non parlare, credo che sia la camicia da notte più goffa di tutta la goffa storia delle camicie da notte.
Come accennato, Melanie, che sembra una donna libera e disinvolta, racchiude in sé un trauma: la madre ha abbandonato la famiglia quando lei aveva undici anni.
(Mai che ci fosse qualcuno contento di essere libero precocemente. Con certe madri, e con certe famiglie, bisognerebbe rivedere il sentire comune a proposito degli orfani).

Ed ora i veri protagonisti del film: gli uccelli.
Onnipresenti, aggressivi, anzi, assassini, si organizzano per attaccare il genere umano.
I motivi rimangono oscuri, però ecco che noi apriamo gli occhi su questi animali che a volte ci sono sembrati così belli, fosse solo per la capacità di volare che hanno quasi tutti.
E capiamo come siano, in realtà, dei mostri.
Una volta io sono stata attaccata da un gabbiano, tale e quale a Melanie.
Stavo sulla battigia di una spiaggia svedese, ho pensato di essermi avvicinata senza volerlo a un nido, però l’episodio fu spiacevole.
Un’altra volta mi beccò una gamba un cigno gigante, che voleva il resto del mio panino, che io, sbagliando, gli avevo fatto assaggiare.
Uscì dall’acqua, era alto quanto me, gli chiesi se stava scherzando, non scherzava affatto, lui mi aggredì, io mollai la colazione e la cosa finì.
Però pure quella volta pensai che in quelle bestie c’era qualcosa di poco convincente.
Del resto, guardate voi che cosa era il Kelenken guillermoi.

Kelenken guillermoi

E, soprattutto, guardate le sue dimensioni a confronto con quelle di un uomo.
Mi viene sempre in mente una striscia dei peanuts di Schulz, in cui i ragazzini sono in visita al Museo di Storia Naturale.
Una guida descrive le caratteristiche degli animali preistorici, tutti orrendi.
Alla dichiarazione «e si sono estinti quindici milioni di anni fa», Linus risponde «e non ne sentiamo la mancanza».
Tale a quale al Kelenken, il cui nome, per inciso, significa «demonio».

Ma, dicevamo, i nostri uccelli.

Love Birds

La vicenda prende l’abbrivio con due Love Birds, che in italiano diventano due Inseparabili, che Melanie decide di regalare per il suo compleanno a Cathy la petulante.
In me si è annidato il dubbio, che non riesco a cacciare, che siano loro i responsabili di tutto, degli uccelli medium, che attraggono il male e che, nella fine del film, aperta, sono anche messi in macchina, portati in salvo insieme agli umani, visto che loro «non hanno fatto niente».
Se lo dice Cathy.

Carlos Saura, 1976

Un film di Carlos Saura del 1976 si intitola Cria cuervos e riprende un proverbio spagnolo che dice «alleva i corvi e ti mangeranno gli occhi».
Mi ricordo il film come molto bello, ma non l’ho più rivisto.
E non ho alcuna intenzione di rivederlo.

Ho una cugina, che non incontro da anni, che ha paura degli uccelli.
Da bambina, nella cascina della nonna, non entrava mai nel pollaio, luogo per me di tutte le scoperte, trovare un uovo caldo, appena deposto, era una delle gioie più grandi delle mie vacanze in Piemonte.

Uno degli artisti più interessanti e fascinosi della storia dell’arte americana è John James Audebon, il più grande ornitologo che mai si sia visto al mondo.

John James Audebon, 1826

Uno vissuto fra ‘700 e ‘800, ossessivo, che dipinge solo uccelli.
Che prima ammazza, visto che era un cacciatore, e nei quali coglie la vita che se ne va mentre subentra la morte.
Fa l’inventario di quattrocentotrentacinque specie, basato sui suoi acquerelli e inciso su fogli di carta giganteschi  (cm 101,60 x 76,200).
Ha cinquantacinque assistenti che colorano per lui.
La sua pubblicazione ha ottantasette uscite, lui riesce a vivere solo un po’ confortevolmente, fino a che non mostra i sintomi di quello che noi oggi conosciamo come Alzheimer.

John James Audubon, Golden Eagle, 1833

Muore relativamente giovane, lasciando una produzione immensa, che secondo me Hitchcock conosceva, non fosse che perché gli uccelli dell’uno e dell’altro sono così bellicosi.

Ma questa breve ricognizione non può non concludersi con l’uccello più inquietante di tutti, quel corvo che, sotto forma di poesia, The Raven, cominciò a perseguitare i romantici e i decadenti a partire dall’anno della sua pubblicazione: 1845.
E che ancora oggi non ha smesso di fare il suo effetto.
Domandatelo ai cultori di Edgar Allan Poe, l’autore, sul cenotafio del quale, nel cimitero di Baltimora, compare la sagoma dell’uccello.

Cenotafio di Edgar Allan Poe, Baltimora

Una presenza notturna, che visita l’amante disperato che ha perduto l’amata e che a tutte le richieste di lui, che sono racchiuse nel nome di lei, Lenore, risponde gracchiando «Nevermore».

Mai più.

Cosa che ho pensato anch’io dopo The End, togliendo il disco dal lettore, facendo un giro in cucina dove, sul tavolo di marmo vecchio di quasi cento anni, c’è la vasca dei pesci rossi.
Che mai mi sono sembrati così innocui e affabili.

Altro che uccelli.

Insomma, almeno fino a quando un mago del brivido non si prenderà la responsabilità di mostrarmi quanto anche la materia ittica sia ambigua e insidiosa.

Ma questi sono altri animali.
E questo è un altro discorso.

* Grazie a Ada Pirku, blogger con un magnifico sito, esperta di moda nel cinema, senza la quale il mio sguardo su tanti film sarebbe ben più misero

** Di seguito, l’Ornithology di Charlie Parker, un concentrato di quello che il musicista, detto Bird, sapeva fare

2 Comments

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  1. È sempre un grande piacere leggere questo blog . Davvero interessante ed affascinante! Grazie di cuore .

    • Grazie a te, Silvano carissimo, grande è il piacere di avere uno scambio con te, completo dell’onore della dedica del tuo tempo, così importante

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