A PERDITA D’OCCHIO: 13 DICEMBRE SANTA LUCIA

Francesco Del Cossa, Santa Lucia, 1472-73

Basta avere un seppur lieve difetto di vista (io, per esempio, sono miope), o aver sofferto, o visto qualcuno soffrire, di una patologia oculistica, ed ecco che si diventa devoti a Santa Lucia.
Pure se non si è credenti, pure se  si crede in altro, eppure il fascino dei santi, e di lei in particolare, è irresistibile.
Cominciamo con il dire che Lucia è una figura storica, vissuta e morta a Siracusa sotto Diocleziano.
Quello che sappiamo di lei è che, riconoscente per la guarigione della madre, miracolosamente avvenuta al santuario di Sant’Agata, decise di donare tutti i suoi beni ai poveri, attirandosi così l’ira del suo promesso sposo, che, evidentemente, era dotato di un forte senso, chiamiamolo, pratico.
Lui, allora, andò dal giudice Pascasio e la denunciò come cristiana. I tempi erano quelli che erano, e lei fu trascinata davanti a lui. Si rifiutò, però, di abiurare.
Fu dunque condannata a essere trascinata in un bordello.
(Le donne, si sa come punirle).
Qui comincio a mostrarvi la bellissima versione del fatto di Lorenzo Lotto, artista grande, laterale, che molto ha sofferto di aver operato in un momento storico in cui c’erano in giro colleghi che si chiamavano Michelangelo e Raffaello.
Questa è la scena principale: il giudice Pascasio ha ancora il suo aplomb, ma lei è irremovibile, provano a tirarla ma la giovane e delicata donna non ci pensa per niente a spostarsi.

Lorenzo Lotto, Pala di S. Lucia, 1532

La narrazione prosegue allora nella predella e veniamo a sapere che lei viene legata a un tiro di buoi, il tutto mentre tutti si agitano e il giudice più di ogni altro.

Se guardate la predella, vedrete la successione delle scene e anche come Lotto imprime vigore e movimento alla narrazione, nella quale siamo sempre più coinvolti.

Lorenzo Lotto, Pala di S. Lucia, 1532

I robusti animali non riusciranno a spostarla e ora che lo avete saputo potete usare una locuzione che a me sta molto simpatica e di cui mi servo solo in casi estremi: come la Santa Lucia di Lotto, non mi muovo manco se mi tirano i buoi.
(Anche a questo serve l’arte).
Seguono momenti terribili, per cui lei viene seviziata e sottoposta a ogni tipo di tortura, bruciata, piombo fuso nelle orecchie, estrazione dei denti, immersione in olio e pece eccetera, vi risparmio altri dettagli, il martire cristiano, si sa, deve sempre dare il buon esempio.
Lei comunque resta bellissima, pure quando la uccidono tagliandole la gola e lei sta lì, con in mano la palma del martirio.
Ma tutti sappiamo che la leggenda di Lucia, il cui nome è legato alla luce, è anche un’altra: quella che la vede alle prese con un uomo che la loda incessantemente per la bellezza dei suoi occhi, con lei che si esaspera, se li cava e glieli fa recapitare.
(Come comunicazione, esplicita e funzionale).

Gli occhi a Lucia ricrescono, se è vero che la vediamo raffigurata nel suo splendore, una figura davvero regale, con gli occhi cavati su un piattino o, come nella scelta di Francesco Del Cossa, uno dell’Officina Ferrarese, ossia del Rinascimento così come è accaduto da quelle parti, sistemati su uno stelo e trasformati in fiore.
Un’immagine insieme inquietante e bella, che ci riporta alle origini della storia della santa e alla ricompensa che avrebbe ricevuto per la sua modestia.

Dunque, gli occhi.
Se voi pensate alla frequenza con cui li citiamo, vi rendete conto di quanto siano importanti. Lo sappiamo, ma è bene rifletterci.
In un volto gli occhi, non a caso specchio dell’anima, sono quanto di più caratterizzante ci sia. Infatti vengono nascosti con un rettangolino nero quando si vuole mantenere l’anonimato di una persona.

Alain Delon in Zorro, 1975

Amélie

Cosa che sa molto bene Zorro, spadaccino e giustiziere, che sceglie per sé il nome che significa volpe e che  è il primo della lunga serie di eroi mascherati che combattono contro l’ingiustizia e in favore degli oppressi. La sua identità rimane segreta anche se, diciamocelo, in questa versione solo un cieco non riconoscerebbe, seppur parzialmente occultata, la bella faccia di Alain Delon, all’epoca quarantenne. Già che ci sono, vi ricordo che pure Amélie si traveste da Zorro durante l’avvicinamento a Nino.

Odilon Redon, Il Ciclope, 1914

Pantheon, Cupola

I Ciclopi hanno un solo occhio e l’astuto Ulisse si libera di Polifemo conficcando in quello del suo carceriere un bastone della giusta dimensione. Però prima lo aveva fatto ubriacare.
Scelgo per voi il Ciclope di Redon, che mi intenerisce perché è innamorato della bella Galatea, che qui dorme, vegliata da quel gigante sgraziato che alla fine ci sembra pure amabile.

Anche il Pantheon ha un solo occhio, che si apre nella cupola, misura ben nove metri di diametro e che, pare, non lascia passare la pioggia quando piove.

Si guarda di buon occhio, ma si getta il malocchio. Gli occhi si spalancano, si sbarrano, si sgranano, si stralunano.   Quando non vogliamo vedere, è perché li abbiamo foderati di prosciutto o di fette di salame.
I micetti aprono gli occhi intorno ai dodici giorni di vita, prima non c’è verso di scollarli, ho avuti due gatte che hanno partorito più di una volta e me li sono studiati accuratamente.
Sognare a occhi aperti, chi più, chi meno, lo facciamo tutti.
Se chiudiamo un occhio è perché non vogliamo infierire.
Se non alziamo gli occhi dal lavoro vuol dire che siamo parecchio concentrati e che il lavoro, auspicabilmente, ci piace.
Certe cose saltano agli occhi.
Capita di non riuscire a staccare gli occhi da una persona e se quella persona è lontana dagli occhi, non è detto che sia lontana dal cuore.
Come è noto, l’occhio ha la sua coda, anche se l’ottimo Bartezzaghi, che si diverte a raccogliere castronerie, registra, oltre alla «coda dell’occhio», anche «l’occhio della coda», che è uno sproposito uscito per sbaglio ma che mi fa pensare a un pavone, uccello sacro a Giunone, che consolò il suo fedelissimo Argo, cui Mercurio aveva mozzato la testa per le solite faccende di discussioni fra gli dei, che non hanno mai niente di meglio da fare che accapigliarsi uno con l’altro, mettendo i suoi cento occhi sulla coda del fantastico e vanitoso uccello.

E, a proposito di vanità, sentite questa.

Sono stata sposata in una situazione di matrimonio serio con un uomo di indiscutibile (all’epoca) grazia fisica: anche l’occhio vuole la sua parte.
Intelligentissimo, distratto come nessuno, indifferente a tutto quello che riguardava la moda e l’estetica (quella sua), tanto da dover essere continuamente sorvegliato, rivisitato, seguito, dalla testa (il taglio dei capelli; quello della barba nei periodi in cui voleva vedere come gli stava) ai piedi (abiti; calze; scarpe), aveva una sola debolezza: gli occhi.
Che in effetti aveva di grande bellezza: verdi, con pagliuzze d’oro che ci nuotavano, soprattutto in certe situazioni che lui (me ne ero accorta benissimo) aveva accuratamente inventariato fin da ragazzino: per esempio sullo sfondo del mare; oppure in particolari condizioni di luce, morbidezza di candela, atmosfere.
Quando quei simpaticoni della Lacoste decisero di emulare la Pantone e di lanciare sul mercato la collezione di polo che, rinunciando al bianco tradizionale, si declinava in un più che un arcobaleno di colori, iniziò una fase che ricordo non so che con piacere o con orrore.
Considerata un’esperta di colori per via della mia professione (e ci posso pure stare), ero più del solito chiamata a consulto.
Passata la prima fase di divertimento, inventariate tutte le difficoltà di manutenzione, per cui una polo colorata la devi lavare da sola e non puoi stenderla al sole, in me nacquero dei dubbi, rinfocolati anche da certi regali di Natale consistenti in maglie che, in qualche modo, dovevano corrispondere alla medesima strategia: evidenziare il verde degli occhi.

Ora, i colori sbiadiscono e sbiadiscono pure i sentimenti.
Quindi dopo un po’, diciamo un paio di decenni (sappiate che non sono una donna leggera o che, al più, non lo ero all’epoca), quel verde, che avevo paragonato poeticamente a tutto quello che mi passava per la mente, dagli smeraldi alle profondità degli oceani che lambivano isole sulle quali non solo non avevo mai messo piede, ma sulle quali, il piede, non avevo alcuna intenzione di mettercelo, insomma quel verde di quegli occhi cominciò a sembrarmi altro.
Mi venne spontaneo il paragone con le cavallette.
Dette anche locuste e citate perfino nella Bibbia per la loro perniciosità.
Inevitabilmente, seguì un divorzio, tutto per colpa mia, simbolicamente perché le isole esotiche non incontravano i miei gusti.
(Mi assumo la responsabilità di tutti i fallimenti della mia esistenza).
Però, dall’alto, anzi, dal basso della mia esperienza, mi sento di dare un consiglio (sì, un consiglio, una di quelle cose di cui tutti farebbero volentieri a meno ma che a me piacciono tanto, sia quando li do che quando li ricevo): se siete verdeocchiuti, lasciate perdere questi vezzi.
Fanno artificio, troppo pensato, gli uomini sono splendidi sobri e pure Lord Beau (che vuol dire bello) Brummel diceva che la vera eleganza consiste nell’attraversare Londra senza farsi notare.
Insomma, indossate maglie, polo, t-shirt, gilet e anche blazer blu.
Il blu sta bene a tutti, è il colore giusto per antonomasia, quello che risolve la tragedia del nero (che io amo moltissimo) e che da lutto lo trasforma in stile.
(E non fatemi dire qui quanto sono belli gli occhi neri, gli unici, per intensità, che ti trafiggono il cuore e si assestano nell’anima).
Il ton sur ton è quasi insopportabile e c’è un bellissimo verbo che suona così: sparigliare. Che significa un sacco di cose, fra cui lasciare spazio all’inatteso, evitare l’effetto Dacia (Maraini: ombretto turchese su occhi turchesi), ma che ve ne importa, soprattutto se siete maschi, guardate con gli occhi della passione il mondo, abbiate un occhio di riguardo per il vostro guardaroba e mantenetelo rigoroso, non date nell’occhio, coltivate le relazioni a quattr’occhi, che sono intime e bellissime, lasciate gli occhi solo su ciò che vale la pena.
Quando la mia professoressa di Ginnasio restituiva i compiti di Italiano, con un’aria di sufficienza che annichiliva la classe, usava dire, dando il sei meno meno all’unico maschio che scriveva meno peggio: «in terra di ciechi beato chi ha un occhio» ed è probabile che lo dicesse in latino.
Io, femmina e innamorata della materia, pensavo che volevo essere la pupilla degli occhi della mia insegnante e che volevo migliorare a vista d’occhio nella sua considerazione.

Il brodo ha gli occhi.

Le bambole hanno occhi artificiali.

Ci sono gli occhielli e nell’occhio del ciclone, paradossalmente, si sta tranquilli.

E oggi, 13 dicembre, è Santa Lucia.
Alla quale chiedo di proteggerci, tutti, vegliando in particolare sui nostri occhi e proteggendo, noi e loro, per tutto quello che con essi ha una relazione, simbolica, linguistica o reale, in modo che possiamo divorare con gli occhi la vita e far spaziare su di essa, liberamente, un occhio che non conosce confini e che va ben oltre l’orizzonte che ci appare tale.

2 Comments

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  1. Come sempre appagante, perciò strizzo l’occhio😘ovvero faccio l’occhiolino😉

    • E io ti ringrazio dell’occhio indulgente e generoso che riservi a quello che scrivo e ti invito a leggere nei miei occhi l’amicizia e la riconoscenza che provo nei tuoi confronti. Grazie, Claudia, di tutto e davvero

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