SEMPLICE: LA CAMICIA BIANCA

Cary Grant in Intrigo internazionale, Alfred Hitchcock, 1959

È così facile: gli uomini vedono quello che hanno.
Le donne non vedono quello che hanno.
Ed è questo il motivo per cui gli uomini hanno pochi problemi di guardaroba e le donne, invece, non sanno mai che cosa mettersi.
Non sto parlando solo di quello che hanno appeso nell’armadio.
Gli uomini se la sbrogliano facilmente anche al cinema, per esempio uno come Cary Grant, in questo caso Roger Thornhill, riesce a farsi tutto il film, inseguito, perseguitato, sbattuto sui giornali in prima pagina, indossando semplicemente una camicia bianca.
Che si cambia a metà film, tirandone una nuova fuori dalla scatola: tale e quale.
Ora vi racconto.

Ci sono delle regole salvagente e salvavita.
Quella newyorkese, When in doubt, wear black, che mi pare sacrosanta anche se pericolosa, almeno per quanto mi riguarda.

Trovo il nero così bello che non me lo toglierei mai di dosso.
Oppure l’altra, blue jeans e T-shirt per i giorni di crisi in fatto di abbigliamento, funziona sempre.
Poi, però, a pensarci, si rimane strabiliati di fronte a quello che può esprimere una camicia bianca.
Ma procediamo con ordine.
La trama di quello che da noi si chiama Intrigo internazionale e da loro North by Northwest è intricata, siamo di fronte a una vera spy-story, con scambi di persona, spie e controspie.
Ma che ce ne importa.
A noi interessa come è vestito il protagonista, un irresistibile pubblicitario di Madison Avenue (e noi che abbiamo visto Mad Men sappiamo di che cosa stiamo parlando), brillante, sposato già due volte, affettivamente dipendente da una madre dedita al gioco d’azzardo, che conduce una vita giustamente alcolica e a rotta di collo.
Per inciso, la vicenda comincia a New York e la città non è mai stata così bella: piena di gente, di taxi, di ascensori, vibra come uno strumento a corda suonato da un grande interprete.
E si vede che piace al regista.

Alfred Hitchcock

Il londinese Alfred Hitchcock, nella sua bella intervista a Truffaut in cui ognuno parlava la sua lingua ma si sono capiti benissimo, ha detto di aver studiato la carta di Manhattan così scrupolosamente prima di arrivarci, che, appena sbarcato, avrebbe potuto dare indicazioni su una strada a chiunque.
Il cineasta, così profondamente urbano, rifà la città a sua misura e la rende proprio come tutti pensavamo che fosse.
Poi parliamo della protagonista femminile, Eve Kendall, elegantissima, abbigliata dal regista stesso da Bergdorf Goodman perché la costumista di fiducia, Helen Rose, non poteva garantirgli una presenza costante sul set come lui avrebbe voluto.

Stavamo dicendo il pubblicitario Roger Thornhill. Siamo nel 1959 e nel cinema ancora non c’è un consistente wardrobe department per la star maschile. Che deve arrangiarsi, portandosi al lavoro i suoi abiti personali.
E così fa Cary Grant, la cui eleganza è irraggiungibile.
L’abito che indossa nel film viene da Kilgour, la più importante sartoria di Savile Row, Londra, ed è un completo di lana pettinata  mid-grey, ovvero grigio chiaro, fourteen-gauge, che tradurrei con calibro quattordici, indicando così il peso della stoffa: uno dei più bei vestiti della storia del cinema.

In albergo con la mamma

La giacca è senza spacchi e l’attore la indossa sempre con l’ultimo bottone slacciato.
Come definiamo questa capacità di muoversi a proprio agio nei propri vestiti? Eleganza innata, direi.
Passo in rassegna tutti gli uomini che incontro e il loro abbigliamento.
Colleghi e studenti piuttosto votati all’informale. Del resto non stiamo né in banca né in tribunale, quindi tutto è concesso.
Anche se, a detta di qualcuno, l’informale talvolta è più informe che altro.
Alla fine, quelli che indossano un abito appartengono a una categoria trasversale, composta da commessi che lavorano nei negozi in centro, impiegati delle agenzie immobiliari e delle pompe funebri, qualcuno attivo in uno studio legale.
Sono, cioè, tutti vestiti male, portano male quello che indossano e sono inguardabili. È probabile che se fossero liberi di conciarsi come vogliono, sarebbero vestiti anche peggio: da qui l’importanza dell’uniforme, che ti cava dagli impicci.

L’attacco aereo

L’abito di Kilgour è di qualità ottima, quindi sopravvive a tutto, per esempio anche alla drammatica e famosa sequenza dell’attacco aereo in aperta campagna.
Ne esce vagamente impolverato ma viene rimesso in sesto dalla lavanderia dell’hotel: in venti minuti.Tale era il livello del servizio in un albergo di lusso all’epoca.
(Oggi non mi azzarderei a farmi lavare da quelle parti nemmeno un fazzoletto).
In questa scena noi notiamo anche che l’attore indossa i pantaloni senza cintura.
Una volta un amico mi spiegò che a Ferrara si dice «siamo da uova e da latte» per indicare che siamo coperti in tutti i sensi e mi fece questo esempio: «abbiamo sia la cintura che le bretelle».
Impariamo con Cary Grant che non servono né l’una né le altre e che i pantaloni si tengono su pure da soli.

E adesso due degli altri elementi che fanno lo stile del nostro uomo.
I gemelli da polso: French cuffs require cuff links, dunque, ai polsini doppi vanno abbinati i gemelli.
Onnipresenti, compaiono continuamente.

Sul Chicago Express

Trovo i gemelli molto gradevoli, per esempio li indossa sempre il mio oculista, che non porta il camice per le visite ma che lascia a casa la giacca solo nel mese di luglio.
Per il resto, è impeccabile, come deve essere un medico nel suo studio.

E gli occhiali da sole. Devo decidermi a dedicare un articolo a questo indispensabile e moderno accessorio, che io indosso spessissimo, sia perché sono miope e i miei hanno le lenti graduate, sia perché sono un ottimo sistema per non farsi invadere dal mondo.

Alla stazione

E il nostro pubblicitario lo sa benissimo, visto che nella sua assoluta asciuttezza, quando si ritrova in prima pagina sul giornale per un omicidio che non ha commesso, la prima cosa che fa è estrarne un paio dalla tasca.
Siamo al Grand Central, uno dei posti più belli di New York, e Roger Thornhill gira con addosso solo l’indispensabile, insomma, non è né Mary Poppins né Eta Beta, personaggi simpatici ma non così eleganti.

L’altra cosa che ha in tasca il nostro eroe, sono i soldi. Dollari da tutti i tagli, che distribuisce a destra e a manca, in assoluta disinvoltura, senza nemmeno troppo guardarli.
Trattandosi di un americano, ci stupisce questa signorilità di approccio.
Sto dicendo che tutta la gente made in USA ha con il denaro un rapporto grossolano? Più o meno, insomma, una delle cose che noti subito appena sbarchi dalle loro parti è lo scandire a voce alta l’importo della banconota con cui stanno pagando, one dollar, five dollars, twenty dollars, a Roger Thornhill questo non passa  per la testa. Lui è generoso e il cameriere che lo accoglie nella Oak Room del Plaza lo riconosce con devozione e simpatia.

Che cosa beve Roger Thornhill? Escludendo l’episodio in cui gli fanno ingoiare una quantità spropositata di Bourbon, mettendolo poi al volante ubriaco perché si autoelimini, a lui piace il Martini.
Non sappiamo se agitato o mescolato, non siamo dalle parti di James Bond e per una volta non ne sentiamo la mancanza.

Con la vita che gli fanno fare, il tempo di mettersi a tavola per il nostro eroe è poco. Però, quando il tempo arriva, la cena è molto allettante.
C’è lei, designer industriale di ventisei anni, bionda e algida come solo le donne di Hitchcock.
Capiamo che gli sta tendendo una trappola, lo capisce pure lui, però si gode la compagnia.
E il seguito.
Che cosa mangiano i due?

Per saperlo, basta vedere il film. E, per tornarci sopra assaporando l’esperienza, c’è un bellissimo libro, uno di quelli che porterei via da casa mia in caso di incendio.
Anne Martinetti & François Rivière firmano insieme La sauce était presque parfaite, un’opera concepita sul treno Paris-Melun Express delle 18:51 che mette insieme ottanta ricette da Alfred Hithcock. Che, uomo inquieto e dionisiaco, nato figlio di speziario, gourmand e riconoscibile lontano un miglio per il suo embonpoint, impagabile termine francese che indica la grassezza, localizzata soprattutto in certe zone del corpo,  ha sempre imbandito i suoi film di vettovaglie accuratamente pensate.

Dieta, non dieta

Per non parlare della fama della sua cantina.

Comunque, qui in Intrigo internazionale, i due mangiano una Truite Chicago Express, che è una trota salmonata fatta al forno con scalogno, patate, crème fraîche, vino bianco, prezzemolo e fleur de sel.
25 minuti di preparazione e 30 di cottura.

E tutta la notte davanti per continuare la conversazione e conoscersi meglio.
Il treno, si sa, è un luogo appartato rispetto al mondo, e su un treno tutto può accadere.

E lei, lei com’è.

Eve Kendall

Abbiamo detto algida e spregiudicata, praticamente un’avventuriera molto ben vestita.
E, siccome Dio, il diavolo e lo stile stanno tutti nei dettagli, attenta ad abbinare il colore della pietra dell’anello a quello delle rose che stanno sull’abito che indossa.

L’anello di Eve

Sinfonia in grigio con borsa in disaccordo

Abbiamo detto che Eve è una donna audace, seduce in modo diretto, conduce una vita malandrina ed è capace anche di non abbinare la borsa alle scarpe, cosa inconcepibile per l’epoca.

Non perde mai l’aplomb, nemmeno quando smarrisce le scarpette nella sequenza mozzafiato finale, ambientata sul Monte Rushmore, con tutte le facce dei presidenti che, impassibili, guardano e non si scompongono.

Sul Mont Rushmore

E la camicia bianca, in tutto questo?
Domina incontrastata.
Superclassica, intramontabile, capace di piegarsi a ogni evenienza, candore di maschio elegante, si può pure smacchiare a fondo in caso di incidente, mettiamo, causato da un vino rosso.
Cary Grant porta la sua benissimo, ne fa una bandiera, la coordina a meraviglia con il grigio dell’abito che richiama quello dei suoi capelli, agli uomini, si sa, le tempie grigie danno fascino, figuriamoci a uno come lui, che di fascino ne ha da vendere.

Spaghetti con l’abito a righine azzurre

Vediamo il film e tutte le altre camicie ci sembrano importabili, perfino quelle a righine azzurre che, pure, ci sono sempre sembrate così belle e così simpatiche da coordinare con gli spaghetti di una nota azienda di Torre Annunziata, vestiti anch’essi tale e quale.

Tabula rasa.
Se andiamo a vedere qual è l’unico capo di abbigliamento veramente insostituibile nel guardaroba di un uomo, dobbiamo rivolgerci alla camicia bianca.
Versatile, affine, quanto a potenzialità, alla pagina e alla tela del medesimo colore (ma il bianco, è un colore o un sentimento?), esprime con precisione ciò che andiamo cercando in un film: che ci cambi la vita e che ce la faccia vivere come cinema.

Per finire.
Il titolo originale del film, North by Northwest, sarà pure shakespeariano, però si rifà alla scritta che vediamo sull’uscita dell’aeroporto quando l’azione diventa più incalzante.

E grazie a Classiq per alcune foto e alcuni spunti.

2 Comments

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  1. Rossella Racioppi

    26 novembre 2019 — 10:31

    Eccomi nel miglior embonpoint a dissentire fortemente sullo scellerato impiego degli occhiali da sole. Come te anch’io sono miope e li vorrei graduati ma mi repellono data proprio la sensazione di distacco dal mondo che giocoforza impongono. Se parlo infatti con chicchessia che li porta, mi sento tristemente ignorata

    • Carino, embonpoint, eh, tu pensa che Zola usa questo garbato termine per indicare la maturità dell’amante ufficiale di Octave Mouret, ventinovenne, dunque, ormai un po’ andata. Ne sono stati fatti, di progressi. Più o meno. Quanto agli occhiali da sole, ti capisco, in effetti, fra i mille usi cui sono destinati, l’ultimo è quello di riparare gli occhi dal sole. Ma quelli davvero maleducati sono quelli a specchio, lì ti do ragione fino in fondo. Un abbraccio

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