IL LENZUOLO DI SOTTO

Tempo fa, ero ai miei primi anni in Accademia, una collega a fine carriera mi invitò da lei a conoscere la madre.
La signora, che aveva superato i novant’anni, era una toscana vivace e mordace, di cui conoscevo per sentito dire il carattere.
Le due donne formavano una di quelle coppie come ce ne sono tante, coppie per me, che ho un orizzonte limitato e quando penso coppia penso a una sola possibilità, un po’ inconsuete. Insomma, madre e figlia vivevano insieme costituendo una comunità e una situazione stabile, come accade fra padrone e cane; un fratello e una sorella; un padre e un figlio; un uomo e un uomo; una donna e una donna e via elencando le infinite possibilità di relazione che la vita offre.
Le coppie vivono insieme, certe volte dividono la medesima camera, se non il medesimo letto, litigano, si riappacificano, si telefonano venti volte al giorno, non sanno stare distanti, si detestano, passano le vacanze congiuntamente, dicono «noi», non prendono nemmeno in considerazione la possibilità di una vita autonoma.
In quella situazione là si capiva benissimo che i ruoli, poco alla volta, si erano invertiti, la madre era diventata la figlia e viceversa.
A parte questa considerazione iniziale, la signora mi dette subito la prova di quanto possono essere perfide le donne.
Quel giorno ce l’aveva con un’amica, una coetanea, che era andata a trovarla e lei si era accorta di quanto l’altra fosse invecchiata, veramente una poveretta, tu pensa – mi disse – che ha fatto tutta la faccia a castagna secca.
Di rado avevo sentito una cattiveria così pungente.
Le donne trovano molto facilmente difetti nelle altre donne, non lo dico io, lo dice la letteratura.
Se avete dei dubbi, tornate su Il Gattopardo e per la precisione al momento in cui il Principe dà il primo pranzo, quello solenne, a Donnafugata. In occasione del quale fa il suo ingresso pubblico dai Salina Angelica; e, attraverso lei, penetra nella casa «un’aura di sensualità».

Accanto alla superba descrizione degli alimenti, dal timballo di maccheroni allo Chablis, non è da meno quella dello stato d’animo di Concetta, innamorata da sempre di Tancredi, che si trova davanti un’inarrivabile rivale.

Angelica

Ebbene, Concetta nota «la grazia volgare del mignolo destro di Angelica levato in alto mentre la mano teneva il bicchiere»; poi nota un neo rossastro sul collo; poi il tentativo di togliere con la mano un pezzetto di cibo che si era infilato fra i denti, comunque «bianchissimi»; inoltre la giovane donna esprime «una certa durezza di spirito».
Di tutto questo si è probabilmente accorto anche Tancredi, però senza nessun risultato: lei gli dà stimoli fisici, e non solo, visto che ha il suo peso anche  quella «eccitazione diciamo così contabile» che gli viene dal fatto che lei sia ricca e lui, povero.
Sistemata Concetta e sistemate tutte le consorelle: le donne si aggrappano ai particolari, gli uomini non ci pensano per niente.
Io non ho mai sentito in tutta la mia vita un uomo analizzare lo stato fisico  di una donna come fanno le altre donne. Casomai un uomo passa oltre senza sapere bene perché, ma certo non sta a perdere tempo a cercare un paragone fra la pelle e un frutto autunnale, soprattutto se secco.

Stavo sul chi vive, certo, educatamente seduta in quel salotto borghese, accolta come ospite in quella bella famiglia. In essa, a un certo punto, era venuto a mancare l’uomo di casa, marito e padre, e, come sappiamo, coloro che ancora vivono si danno pace e le due donne si erano riorganizzate con i loro ritmi, pranzi, cene, televisione, vacanze.

A un certo punto la signora mordace mi pianta gli occhi in faccia e mi chiede: «Tu ti rifai il letto da sola?».
«Certo che sì», salto su io. Ero, fra l’altro, ben documentata.
«Sia sempre la signora a disfare il letto la mattina, a provvedere al cambio delle lenzuola, ad aiutare la domestica poi a rifarlo. La principessa del pisello non poté dormire su un letto dove, sotto sette materassi e sette piumini, la regina sua ospite aveva nascosto un tenero baccellino per mettere alla prova la nobiltà della stirpe. Ne fu convinta quando, la mattina, quella povera figliola disse: ”Maestà, son tutta lividure…”».
Sapevo pure la storia di una delicata nobildonna umbra che non poteva dormire «se le lenzuola del suo letto non erano stese per il loro dritto filo».

Sistemata la signora.

Inutile aggiungere che io e la toscana mordace diventammo amiche, ogni tanto le mandavo dei fiori e chiedevo affettuosamente sue notizie.
Lei mi trasmetteva attraverso la figlia saluti e simpatia.

Ma torniamo al letto. Ospitato nella camera che da esso prende il nome e che è il sacrario della casa, esso diventa qualcosa di simile a un altare.
Dunque, va trattato con riguardo.
Voi prendete, per esempio, le lenzuola. Per prima cosa sono un’eccentricità grammaticale: al singolare, maschile; al plurale esce in -i, ma poi in senso collettivo e quando fanno al caso nostro, sono le lenzuola.
Mi sembra che già ci sia da ragionare parecchio al riguardo.
Personalmente, tutta la settimana ruota intorno a esse: io sto sempre con le lenzuola in mano.
Cambio del letto; lavaggio; asciugatura; stiratura, da qualche tempo, in lavanderia. Dopo che hai visto una volta in un’emergenza estiva il risultato strabiliante, non puoi più farne a meno.
Rifare il letto la mattina è un rituale lungo e complesso e uno degli atti più impegnativi della giornata. Io tolgo tutto, tutto volto, giro, tutto sprimaccio. Sempre. Io, a casa mia, rientro, quindi mi fa piacere trovare la casa a posto.
Il primo passo, quello fondante, è la gestione del lenzuolo di sotto, che tutto regge, che deve essere sistemato geometricamente, tirato al punto giusto, le pieghe della stiratura servono esattamente come punti di repere.
Mettere il lenzuolo di sotto è un’impresa a se stante.
Se mi sono alzata malamente, se malamente ho dormito, mi sembra una montagna da scalare.
Se sono dell’umore giusto, diventa un esercizio fisico e mentale interessante.
Una signora che conosco e alla quale voglio bene ha congedato la badante e al telefono mi ha detto «almeno la mattina mi rifaccio il letto da sola». Penso a questa frase ogni volta che sto con le lenzuola in mano.
Rifarsi il letto come prova della propria esistenza in vita, di una salute che va sfiorendo ma di cui si coltivano le ultime tracce.
Il lenzuolo di sotto è la base su cui poggia tutta la giornata: corrisponde alle scarpe, che sono indispensabili in un guardaroba; all’ABC della cucina, che so, come si fa un soffritto, come si cuoce un uovo; alla coniugazione del verbo essere e avere;  al saper contare fino a 10; a visualizzare un messaggio WhatsApp facendo così apparire al mittente le spunte azzurre.
Insomma, il minimo indispensabile, ho detto indispensabile, per dimostrare di saper stare al mondo.

Io uso solo lenzuola bianche.
Quando vedo in una casa lenzuola rosse o arancioni, che aborrisco, cerco di passare oltre, parlo d’altro, poi però penso ma come le lavi, ma come le stendi, ma non lo vedi il sole come te le concia, ma non hai gli incubi quando ci dormi.

Gli uomini non sono capaci a rifare un letto. Anche i velisti, che pure dovrebbero saperne di rande, fiocchi, trinchetti, angolo di scotta e angolo di mura, davanti a un lenzuolo annaspano. Forse i militari ci capiscono qualcosa, ma non ho esperienza.
Le donne sono quindi le depositarie dello stato del letto e trovo questa cosa bella, è come avere nella tasca la chiave, in questo caso metaforica, dell’armadio della biancheria, la vera ricchezza della casa.

Una volta parliamo di letti nell’arte, casomai partendo da quello di Odisseo, che ha sistemato ben radicato a terra il talamo nuziale e il verbo radicare è giusto, perché stiamo parlando di un ulivo secolare intorno al quale lui ha predisposto la stanza di pietra.
E proprio quel letto, intrasportabile per definizione, è il segreto fra lui e Penelope, che tornerà a unirli dopo il complesso viaggio di ritorno dell’eroe.
Parleremo di questo letto e di altri, ce ne sono di bellissimi e di infrequentabili.

Vi faccio comunque un’anticipazione e ve ne propongo uno che appartiene alla seconda categoria, almeno secondo me. Forse qualcuno lo trova pure interessante.

Tracey Emin, My Bed, 1999-2000

Tracey Emin

Tracey Emin è una delle ragazzacce dell’arte inglese. Dolente, confessionale, è una dalla vita instabile, che questa vita instabile mette in piazza da tempo.
(Io amo Tracey Emin moltissimo).
Quella che vi presento è tecnicamente un’installazione e ve la mostro nella versione londinese, quando l’opera fu esposta alla Tate Britain in occasione del Turner Prize, il più prestigioso premio inglese dedicato all’arte contemporanea.
C’era stata una rottura, sono cose che succedono, come sappiamo, ed era stata brutta. Dunque, era stata seguita da una brutta sofferenza, per smaltire la quale lei si era infilata nel suo letto, senza volerne più uscire.
Quando finalmente Tracey lasciò le sue lenzuola, vide lo spettacolo che poi avrebbe offerto al pubblico: un ammasso di tessuto sgualcito; assorbenti igienici macchiati di sangue; sigarette; bottiglie di vodka vuote; un test di gravidanza; lubrificante; preservativi.
Il letto fu prima trasportato in Giappone per una mostra, poi approdò alla prestigiosa sede espositiva di Londra. La carriera dell’artista era lanciata e il pubblico e la critica si divisero con sentimenti violenti.
Accusata di  «solipsismo senza fine», di aver prodotto qualcosa di simile alla scena di un crimine e pure di essere noiosa, Tracey Emin però colse nell’anima le persone più sensibili: che videro nell’opera la confessione di una vulnerabilità straziante e il suo essere un autoritratto che colpiva raccontando la depressione di un cuore spezzato, ricollegandolo, questo è intuibile, alla propria dolorosa esperienza.
Fa male, l’amore, eh.
Certo, questo letto affoga in un disordine inenarrabile, basta guardare il lenzuolo di sotto, che non è ripiegato, che non è chiuso, insomma, che non riesce a fare da base solida alla vita e alla giornata.
Pensiamo a quello che avrebbe invece espresso un letto pulito, netto, geometrico, insomma, il letto in cui è bello ritrovarsi.
Tutta un’altra musica, tutto un altro stato d’animo, tutta un’altra casa.
Ma ben venga l’artista e ben venga il suo caos.
In qualche modo, il principio è quello del capro espiatorio, è un po’ come se la nostra sofferenza e tutto quello con cui non riusciamo a venire a patti se lo prendesse sulle spalle, in questo caso, lei.
Siamo dunque grati a Tracey Emin di averci messo davanti a uno specchio, mostrandoci il nostro lato oscuro, la faccia nascosta e inconfessabile della nostra esistenza, quella che non riusciamo nemmeno a pensare.
E di averlo fatto attraverso il suo letto.
Attraverso le sue lenzuola.

 

2 Comments

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  1. Il letto è ,secondo me, l’elemento fondamentale di una casa. È sempre presente, sia nelle case di povera gente che nelle case reali. Lì si nasce e lì’ si muore. Lì’ si fa l’amore e si gioca con i bimbi piccoli. Elemento identificativo nei “bassi” napoletani, parte strutturale nei vari paesi del mondo , anche se in forme diverse e più “terra terra”. Che dire dei suoi rivestimenti……..ti avvolgono, ti consolano quando sei triste, ti accolgono quando sei malato. Un caro saluto…….vado a leggere il mio libro preferito sul letto, con doppio cuscino, mi raccomando!

    • Daniela, per prima cosa grazie della lettura. E grazie del commento, squisito. D’accordo su tutto e i cuscini, quando si legge a letto, anche più che doppi. Torniamo sull’argomento presto, per ora un saluto complice

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