Francesco Guardi, Gondole sulla laguna, 1770

Per prima cosa, i nomi.
Calle del Volto: il punto di incontro fra la nostra anima e il mondo.
Corte de le Candele: romanticissima.
Calle del Forno: l’odore più buono, sempre.
Calle de la Testa: una cosa da intellettuali.
Corte Stupenda: voglio abitarci.
Riva del Vin: sì, sì.
Corte Spechiera: una sola «c», ma ci basta per guardarci.
Calle della Toletta: con la «spechiera» è perfetta.
Canale della Grazia: serve sempre, quella privata e quella divina. La grazia apre tutte le porte.
Rio dell’Orso: immancabile.
Ruga Bella: sarà d’accordo il mio medico estetico, che dice che sono le imperfezioni a fare la bellezza.
Rio Terà dei Assassini: mai passarci la sera tardi.
Calle del Cafetier: anche se non bevo caffè, un nome straordinario.
Calle del Frutariol: sano e pieno di vitamine.
Calle del Perdon: indispensabile. Il mio motto: «Forgive and Forget».
Ponte delle Tette: piuttosto, un monumento. Ai seni delle donne dovrebbe rendere omaggio l’intero mondo.

Calle de la Rosa: è urgente che affacci su di essa una mia finestra.

Calle de la Pegola: ovvero, della pece. Noè la impiegò per chiudere le fessure del fasciame della sua arca e da sempre essa si utilizza per questo scopo.
Poi, però, si dice pure «impegolarsi», ovvero «cacciarsi in un imbroglio».
E io, con la Guida di Venezia, in un imbroglio mi sono cacciata.

Lavoro alla Guida di Venezia nel mese di settembre. L’estate si è fatta morbida, il caldo ha smesso di mordere.
Per la Guida di Firenze mi aspergevo tutte le mattine del Baiser de Florence di Ella K Parfums; mi aveva dato una fiala la mia profumiera senza sapere per che cosa l’avrei utilizzata.
Per Venezia ascolto in loop il Fossati di J’adore Venise.
L’attacco: «al terzo doppio whisky quasi gli gridai». Non ci va giù leggera, la  signora.

Non ho capito mai se è singolare, unica, oppure stramba.
Venezia in tutte le stagioni: l’ho vista con il beltempo, con l’acqua alta, con la neve, in estate per la Biennale e avevo addosso una pellicola di umido che non riuscivo a staccarmi dalla pelle.
La sera, tornando in albergo, quella volta stavo al Sant’Elena, dalle parti dei Giardini, ricordo che chiesi da donna a donna alle due ragazze del Ricevimento ma voi come fate con i capelli.
Non riesco a governare la frangia: phon, piastra, gel, forse avrei dovuto portarmi la cera.
La loro risata complice.
Meno male che qualcuno ci capisce. Qui a Venezia, in estate, i capelli non si tengono.
D’accordo, ci rinuncio pure io, casomai fa atmosfera.

Lavoro alla Guida e mi fa compagnia Corto Maltese.

Lui sì, che la conosce bene, Venezia. Ne conosce il carattere labirintico, avventuroso, magico. Dietro a lui mi perdo, faccio fatica a tirare fuori un itinerario. Poi mi rassegno all’evidenza. Com’era quella cosa: If You Get Lost, Stay Lost.

Questo al centro è Corto davanti all’ingresso dell’Arsenale, un luogo che ha nove secoli di storia, che nei suoi momenti più alti ha dato lavoro a 2.000 persone al giorno e che ha fatto uscire da sé tutte le flotte veneziane, preparate da cantieri altamente specializzati.
Si visita facilmente durante la Biennale e lì, una volta, mi ha incantata questa installazione: due barche unite da una cima che galleggiavano alle Gaggiandre. Su ciascuna c’era una luce, che si accendeva e si spegneva.
Si capiva che una barca era maschio e che l’altra era femmina, che lui la stava corteggiando, che lei faceva un po’ la ritrosa ma che poi stava al gioco.

Laura Belem, Enamorados / In Love, 2004 – 2005

In quello specchio d’acqua chiuso, ombreggiato, segreto, la metafora erotica era chiara.
Ricordo che, tornata a casa, risolsi un annoso problema domestico: era il secondo tappo del lavello della cucina che perdevo, probabilmente tirato via con gli scarti delle verdure. 
Uscii, andai in un negozio di casalinghi, ne presi altri due e li legai uno all’altro, come le barche innamorate.
Stanno ancora lì. Siccome fanno più ingombro, è più difficile  che finiscano al secchio.  Ogni volta che li vedo, e li vedo continuamente, mi sale alla mente un pensiero di arte.

I ‘Piombi’

Mi sono fatta irretire da Casanova.
I seduttori di mestiere mi affascinano, voglio sempre vedere se pure con me funziona.
E Casanova mi trascina nella sua danza: avventuriero, scrittore, soldato della Repubblica, violinista al teatro S. Samuele, massone, viaggiatore.
Dedito al gioco, alle donne e alle pratiche occultistiche: in ordine sparso.
Quando nel 1755 viene condannato per empietà a cinque anni di prigione, fugge rocambolescamente dai Piombi, le terribili prigioni veneziane.
Ma ai Piombi è legato il Ponte dei Sospiri, che i prigionieri percorrevano, appunto, sospirando, quando dal tribunale di Palazzo venivano condotti in cella. E, attraverso gli intagli delle finestre, guardavano Venezia per l’ultima volta.
Che cosa deve essere, l’ultima volta di Venezia.
Saperlo.
Ma Casanova insegna che c’è sempre una via di fuga, basta trovarla.

Il cibo. Raffinato pure quando è di origine popolare. Il baccalà mantecato, per esempio, una spuma bianca che ti viene servita insieme a una polenta, bianca anch’essa. Un piatto dove non serve masticare, troppo prosaico, tendenzialmente volgare.
Vino bianco, ovvero un’ombra, che al bacaro accompagna i cicchetti, gli stuzzichini rompidigiuno. In francese si direbbero amuse-bouche, che è qualcosa che diverte la bocca.
La sarde in saor.
Quanti viaggi di ritorno ho fatto sorvegliando il pacchetto del fritolin con dentro le scorte per almeno un paio di pasti.

Giovanni Bellini, Pala di S. Vincenzo Ferreri, 1465, part. con S. Cristoforo e Cristo Bambino

La commozione di Bellini.
A Venezia lo trovi facilmente lì dove lui stesso ha lasciato la sua pala.
Diventa quasi un caso, diventa un itinerario a parte, vatti a cercare Giovanni Bellini nelle chiese e lo trovi esattamente nella posizione originaria, la medesima luce, il medesimo impatto. L’emozione diventa violentissima, un conto è vedere un’opera al museo, un altro è ammirarla nel suo ambiente.
La sua durezza iniziale, quando ancora guarda parecchio il cognato Mantegna.

Giovanni Bellini, Pala di S. Zaccaria, 1505

La sua superba conclusione di carriera, quando è anziano, comincia a sorgere l’astro di Giorgione ma lui fa ancora cose che sono pietre miliari della storia dell’arte.

Bellini come sentimento di Venezia.

Carlo Scarpa, Ponte Querini Stampalia

La fascinazione di Carlo Scarpa. La mia scoperta della sua Fondazione Querini Stampalia.
A cominciare dal ponte di accesso, con la sua aria giapponese, passando per il giardino, forse il luogo più bello in città, con tutti quei giochi d’acqua pensati perché il chioccolìo accompagni lo studio di chi sta in biblioteca.
E un giardino a Venezia è merce rara.

Carlo Scarpa, Fondazione Querini Stampalia, Giardino

E poi anche la Pinacoteca, insomma, puoi passarci la giornata disinteressandoti del resto.

Canale; rio; campo; campiello; corte; salizzada; ponte; rio terrà, ovvero rio interrato; sotoportego; ruga; ramo; fondaco; squero, che è un piccolo cantiere; fondamenta, che al plurale fa fondamente e che indica invece una strada che costeggia un canale o un rio.
A Venezia devi imparare un altro vocabolario.

Venezia ha una sola piazza e quella piazza si chiama S. Marco.

Venezia è una città romanticissima, ma non puoi andarci con un uomo che frequenti quando sei in libera uscita perché a Venezia tutti gli asini cascano. E sgranano gli occhi sul pontile quando vedono le briccole, che sono poi quei pali in legno conficcati nell’acqua che assorbono gli urti, e fanno, quando ti dice bene, come Cassiodoro nel V secolo, che notava, stupefatto, che i veneziani fuori dall’uscio hanno legata la barca al posto del cavallo; che il sale funge da moneta; che la pesca fornisce il cibo.

A Venezia devi andarci con un uomo che sappia stare al mondo.

Quella volta che arrivammo alla Stazione di S. Lucia la sera tardi.
Avevo in borsa i biglietti de Le Nozze di Figaro a La Fenice e pioveva e quando piove a Venezia l’acqua te la prendi tutta. Ricordo la sensazione di umido ma insieme di protezione, ricordo tre giorni a prendere pioggia e uno spettacolo bellissimo: Mozart a Venezia ci sta così bene, entrambi incarnano la grazia intesa in senso settecentesco, come con Canova.

(Il cuore di Canova è sepolto ai Frari).

Quando è andata a fuoco La Fenice sono stata malissimo, avevo visto la settimana prima gli addetti alle pulizie che lavavano il campo la mattina presto, mi aveva dato un senso di festa, ci si prepara per la grande serata.

Una volta ho fatto un viaggio dedicato solo al vetro.
Cominciava da un antiquario che aveva in mostra anche i lattimi, che Micol Finzi-Contini collezionava nella sua stanza nella grande casa al di là del giardino.
Il mio itinerario passava per una bottega aristocratica vicino a S. Moisé dove negli anni avevo preso dei pezzi e approdava al Museo di Murano, uno dei luoghi più incantati che ci siano al mondo.
Se per voi il vetro veneziano è quella cosa turistica made in China ordinata in città e spedita al cliente disattento senza nemmeno curarsi di farla ripassare dalle nostre parti, sappiate che ci sono anche possibilità diverse: le fornaci muranesi, infatti, soffiano a bocca pezzi di design che i loro autori guatano preoccupati che si rompano. E si rompono molto spesso, prima di arrivare a capire dove sta il trucco.
Fare cose nuove con una tecnica antica è una mossa audace, ma i risultati valgono l’impresa.
Da me ho quattro lampade realizzate in questo modo, me le sono studiate accuratamente, conosco la loro storia, hanno cambiato il senso della mia casa.
Uno dei diffusori del lampadario dell’ingresso, di cui era possibile scegliere il colore, è verde barena, il verde della laguna di Venezia.

Lavoro alla Guida nella dolcezza di settembre, mi tornano in mente tutti i miei viaggi, gli alberghi, i discorsi, la veneziana magnifica che si stende come un tappeto per tutte le sale delle Gallerie dell’Accademia; quella della Peggy Guggenheim, che ha intarsi di madreperla; le mostre, quasi tutte magnifiche; i tasselli aggiunti soggiorno dopo soggiorno, Tiepolo a Palazzo Labia; quella volta che avevo chiesto il permesso per Palazzo Mocenigo e mi ero ritrovata con un custode che mi aveva consegnato un paio di guanti e mi aveva detto di cercarmi da sola le stoffe di Gio Ponti che volevo vedere.
E le ho trovate subito, come guidata da una bacchetta da rabdomante.
Tecnicamente, un taffetas spolinato in tutta seta per arredamento con rapporto modulare 56 x 40 datato 1933.

Gio Ponti, Morosi alla finestra, ditta V. Ferrari, Milano, 1933

In pratica, un pezzo di arte fra le mie mani, mascherato da campione di tessuto in una tirella. In più, sul posto, ovvero nel  Centro Studi di Storia del Tessuto e del Costume.

Certe volte essere storico dell’arte a Venezia ti riserva sorprese e possibilità fantastiche.

Lavoro alla Guida e cerco di tenere sotto controllo il dispiacere per la città assaltata dal turismo più vorace, il consumo rapido e spiccio, il desiderio di visitarla che si risolve in un mezzo pomeriggio.
La prima grande nave che ho visto in vita mia stava proprio in laguna  davanti alla piazzetta, ho pensato a un’invasione di alieni, ho pensato che fosse arrivato l’ultimo giorno sulla terra.

Provo a bilanciare l’aggressione con il racconto, provo a mettere nei punti di interesse che produco giorno dopo giorno tutta la Venezia che ho conosciuto negli anni, porto a spasso i nostri ospiti per la Fondamenta delle Zattere e per la Fondamenta delle Zitelle, vado a riprendere Brodskij nella mia libreria arrampicandomi con la scala in alto, ritrovo il suo bellissimo Fondamenta degli Incurabili.

Lo scrittore racconta la sua relazione con la Serenissima, l’odore di alghe marine sotto zero che ha sentito quando stava sui gradini della Stazione; parla del viaggiare sull’acqua, che ha sempre qualcosa di primordiale, con i piedi che assumono la funzione di un organo dei sensi; dell’impossibilità di possedere la città; della bellezza che sta dappertutto; della sovrabbondanza di specchi; della nebbia che vuol dire tempo per leggere, per tenere la luce accesa tutto il giorno, per andare a letto presto; del frontone della chiesa di S. Zaccaria, che è un paradiso; parla dell’Italia che è un sogno che continua a ripresentarsi per tutto il resto della vita.

E conclude il suo omaggio con un pensiero decadente: se si fosse trovato a corto di soldi, si sarebbe comprato una Browning di seconda mano e si sarebbe fatto saltare le cervella in una camera presa in affitto al pianterreno di un palazzo veneziano, in cui avrebbe potuto sentire il rumore delle onde sollevate dagli scafi di passaggio che sbattevano contro la sua finestra.

Iosif Brodskij,  Premio Nobel per la letteratura nel 1987, è morto a Brooklyn Heights, New York nel 1996.

È sepolto nel Cimitero di S. Michele, Isola di S. Michele, Venezia.