AMORE E PARANOIA AL TEMPO DI WHATSAPP

Nemmeno troppo tempo fa, era comunque una sera prossima a un Capodanno, mi presi il pollice della mano sinistra nella porta scorrevole della mia cucina.
Appartengo al genere femminile, quindi sono un po’ un coltellino svizzero, ovvero, come si dice, multitasking; facevo allora quattro cose alla volta: cucinavo (probabilmente un alimento invasivo. Da cui la necessità di isolare la mia cucina. Certo è che, se faccio bollire l’acqua del tè la mattina, la porta resta aperta);  prendevo un  appunto su una lezione che volevo fare; scrivevo un messaggio in risposta a un messaggio perentorio; appunto: chiudevo la porta.
Sono una donna astratta ed elegante. Dunque, non ho imprecato, anche se mi sono fatta malissimo.
Ho, semplicemente, infilato il mio povero dito nel ghiaccio.
E ho lasciato perdere tutto il resto.
Per mesi, ho detto per mesi, l’unghia del mio pollice sinistro è stata nera. Ma nera sul serio.
Non sto nemmeno a raccontare quanto tempo è passato prima che io potessi riavere un dito normale.
Fatto sta, e qui sta il punto, che, per parecchio tempo, tutte, ma proprio tutte le persone che incontravo mi chiedevano che cosa mi ero fatta al dito.
E se avevo WhatsApp.
Lo capisco, non c’è collegamento.
Ma queste erano le domande che mi sentivo rivolgere più spesso.

Al dito mi ero fatta un guaio, succede.
WhatsApp non ce l’avevo.
Se devo registrare l’interesse nei confronti del mio stato, il fatto che io non avessi WhatsApp suscitava più compassione del mio povero dito.
Che, lentamente, guariva. Quando dico lentamente, dico che tutto si è risistemato in circa nove/dieci mesi.
Non so voi. Ma io, in nove/dieci mesi, con tutto che sono una svelta, certe cose non riesco a farle.
Prima o poi parliamo anche di questo.

Oggi fanno tre mesi esatti da che ho WhatsApp.
Prima della mia adesione a questa «applicazione di messaggistica multi-piattaforma», quando chiedevo questa cosa che cosa ha di bello, in molti mi rispondevano: «È gratis».
Cosa che non solo per me non significa niente, ma che è capace di farmi prendere una fuga rapida e senza ritorno.
Io del gratis non so che farmene.
Un momento: apprezzo, e apprezzo molto, che siano gratuiti, quindi a portata di tutti, i sentimenti e tante, ma davvero tante nostre azioni: parlare, leggere (più o meno), scrivere (quasi del tutto), fare l’amore.
Ma, per tutto il resto, del gratuito diffido parecchio.

In ogni modo, l’utilizzo più straordinario che ho visto di WhatsApp quando io ero senza è stato lo scambio di immagini fra il tecnico giovane, che faceva la diagnosi del guasto della mia lavatrice storica, con il tecnico, chiamiamolo, anziano, in realtà nemmeno quarantenne, con me, palpitante, seduta sullo sgabello della cucina, l’elettrodomestico sventrato e con il portello divelto, la mappa elettronica cacciata fuori dalla sacca dello sportello (cosa che io, in tanti anni, non avevo mai visto) e il loro scambio, nel mio immaginario superiore a ogni conversazione filosofica, tutto volto a restituirmi la possibilità di fare il bucato.

Per tutto il resto, mica capivo.

Poi, appunto esattamente tre mesi fa, mi unisco anch’io alla festa.
Mi aiuta un amico, che mi configura il mio nuovo telefono.
Mi accorgo di avere la testa piena di roba.
Tutti sono a conoscenza del tuo ultimo accesso.
Tutti sanno se sei online.
Ho anche sentito una canzone, e visto un video, di una donna che si lamenta che lui, immagino solo per lei, è sempre offline.
Una cosa terribile.
L’amore rifiutato al tempo di WhatsApp.

Il mio amico, con il mio nuovo telefono in mano, fa l’unica cosa possibile: alza le spalle e mi dice: «Ma che te ne importa».

Infatti.
E allora.

Una delle prime cose che faccio, dopo aver ricostruito i miei contatti, che avevo perso, praticamente, del tutto (diciamolo, una bella pulizia, manco fosse primavera, manco fosse Pasqua), è vedere come si presentano i miei interlocutori.
Esperienza impagabile.
Foto di tutti i generi, alcune delle quali sottoposte agli umori, quindi in mutazione continua; ritratti; faccende di famiglia; cani e gatti, immancabili.
Figure retoriche. Particolarmente diffuse: 1. la metonimia, ovvero un rapporto di contiguità o il contenente per il contenuto, io sono il mio abito, io sono la mia motocicletta, io sono la mia squadra di calcio. 2. l’ellissi, ovvero elementi sottintesi, praticamente non capisci con chi stai dialogando. 3. l’ironia, ovvero la caricatura o la vignetta. 4. l’enfasi, non c’è bisogno di spiegarla, l’enfatico si spiega da sé. 5. l’ossimoro, ovvero nell’immagine di una sola persona convivono elementi di significato contrario, altra situazione frequente. 6. il pleonasmo, ovvero tutto ciò che non è necessario o che è ridondante.
Alcune foto ritraggono l’interlocutore impegnato in prestazioni sportive, con l’effetto strano del professionista che tu vedi sul campo da tennis in mutande, chissà che cosa pensano di lui i suoi clienti.
Alcune foto sono brutte senza ritegno e ti domandi come si fa, con tutto il mondo ridotto a immagine, a non trovare di meglio.

Comunque, io, strabiliata.

Ma, siccome amo le parole, indugio sulle presentazioni.
«Sono a scuola», da parte di chi a scuola c’è andato sempre controvoglia. Quindi, secondo lui, uno humour che, almeno per me, vola basso.
Indicazioni professionali: «Web and Graphic Designer». Patti chiari.
Coloro che si propongono come «Disponibile». Mica del tutto consigliabile, almeno per una donna.
Quelli che non si sono disturbati e ti dicono che stanno usando WhatsApp: ma dai.
Poi ci sono i latinisti, tutti gaudenti, questo si capisce benissimo.

Passo un paio di seratine parecchio divertenti in qualche scambio che mi fa dire a me stessa guarda quanto sei scema, avresti potuto divertirti prima.
Ma tant’è.

Inoltre, praticamente solo da quattro giorni, dopo aver visto parecchie volte dei tondini con dentro delle immagini che non ho mai capito del tutto, vengo a conoscenza della possibilità di dichiarare il proprio «Stato».
Chiedo ai miei studenti. Meglio, mi informo on line.
E entro in un’altra grotta delle meraviglie.

Apprendo allora che, alla faccia delle parole, «stato» significa «storie».
Lascio perdere la derivazione e la traduzione. Per «storia» capisco che io posso condividere, verbo magico, quello che faccio nella mia giornata con i miei contatti.
Quelli sopravvissuti alle pulizie di Pasqua.
Per esempio, posso far sapere a chi ha voglia di saperlo, che faccio colazione.
Ora, il mio primo pasto è sempre la medesima cosa. Dura minimo 30 minuti e ha sempre il medesimo allestimento: tè Mariage Frères Earl Grey French Blue, ovvero tè al bergamotto con fiordaliso; fette biscottate; marmellata di agrumi; 25 g di parmigiano; un frutto.
In inverno, una spremuta d’arancia.
Ora, diciamocelo.
Che qualcuno al mondo voglia sapere come va una mia prima colazione, mi sembra altamente improbabile.
Ma posso capire che, per una volta, la prima, qualcuno possa essere vagamente interessato.
La prima volta.
Dunque, faccio una foto con il mio fantastico telefono e la metto come mio «stato» di WhatsApp.
Qualcuno la guarda.
Poi, però, se prendo in foto un secondo giorno, e poi un terzo, e poi via facendo colazione l’immagine del mio tavolo, sempre la medesima, capisco che fra i miei contatti si diffonda il desiderio impellente di tirarmi dei pomodori.
O di bloccarmi.
Ebbene, sì. Perché apprendo, leggendo un altro articolo e, soprattutto, frugando nel mio telefono, che c’è questa possibilità.
Ovvero: io, o chiunque di noi, posso, può bloccare un accesso.
Una cosa mai vista, laddove da sempre il seccatore veniva scoraggiato solo con un po’ di freddezza.
Adesso no.
Adesso tutto è diventato così acceso che io devo togliermi dai piedi in modo radicale colui che ha invaso il mio territorio.
Ah, ecco.
Mi metto dunque a indagare la Privacy e scopro che posso far veder il mio stato, ovvero la mia abitudinaria prima colazione, a chi voglio io: tutti; solo qualcuno; solo uno.
Quest’ultima possibilità mi getta in uno stato euforico, come se avessi inalato gas esilarante.
Ovvero è inventariata la possibilità che io voglia far sapere a una sola persona compresa fra i miei contatti che cosa ho mangiato a colazione.
Inutile obiettare che potrei dirglielo direttamente tramite un WhatsApp privato.
Che gusto ci sarebbe.
Si perderebbe il sapore di malizioso, personale, forse erotico, diciamocelo, il sapore paranoico di giocare con un altro che usa pure lui WhatsApp.

Cose da pazzi.

Guardo le Impostazioni del mio Account e ci passo mezzo pomeriggio.
Chi può vedere il mio ultimo accesso.
Chi può vedere l’immagine del mio profilo.
Chi può accedere alle mie Info.
Chi può vedere il mio Stato (ecco, proprio quello).
Chi può accedere alla mia Posizione attuale (manco capisco che significa).

Inoltre, occhio per occhio, «se non condividi il tuo ultimo accesso non potrai vedere l’ultimo accesso delle altre persone».
«Se disattivi le conferme di lettura, non potrai vedere le conferme di lettura delle altre persone».
Addio, doppia spunta blu.
Però, senza di te, al giorno d’oggi, la vita non ha più senso.

Doppia spunta blu, tu sei il mio nuovo traguardo esistenziale.
Prima chiedevo a mio fratello piccolo chi mi aveva cercata e controllavo la cassetta della posta.
Poi, rientrando, la segreteria telefonica.
Poi, la bustina degli sms.

Tutto sommato, è tutto più facile adesso.
Oppure più doloroso.
O, evidentemente, più atroce.

Apprendo che c’è anche il sistema per vedere senza essere visti che vediamo, sia il messaggio che lo stato.
Basta mettere il telefono in modalità aereo, dare l’occhiata alla quale è appeso il nostro destino, rimettere il telefono in modalità normale e il gioco è fatto. Mi chiedo che vita faccia colui che per vedere che cosa c’è dentro un tondino di mm 4 di diametro, e trovarci, casomai, l’ennesimo micetto, per non parlare dell’ennesima colazione, agisce in questo modo.
E, soprattutto, fa queste manovre in pubblico? Si chiude in bagno? Si guarda intorno con fare circospetto prima di tirare giù la tendina del telefono?
Indossa occhiali scuri e si mette un paio di baffi finti?

Lo stato è effimero e caduco: esso dura, infatti, solo 24 ore. WhatsApp ha il senso della vita transeunte, tale e quale a quei pittori che ti mettono il teschio vicino a una molto procace Maddalena per farti capire che non hai scampo.
Lo stato non puoi salvarlo, l’unica cosa che puoi fare è passare da un tondino di mm 4 di diametro a un’immagine leggibile.
Mi chiedo se siano più equilibrati di mente coloro che si tengono lontani dai social. Lascio perdere gli adulti, ma conosco anche ragazzi che non li utilizzano. Mi è capitato più di una volta di incoraggiarli a entrare in pista, non fosse altro perché l’isolamento a vent’anni mi sembra triste, poi, se vuoi fare l’antisociale, lo puoi fare dall’interno, altrimenti è davvero come starsene in cortile in disparte quando tutti stanno insieme a giocare all’aria aperta.

Jan Vermeer, Donna che scrive una lettera

Mi chiedo se non ci fossero più aspettative legate a uno di quei deliziosi biglietti che compaiono dappertutto nei dipinti di Vermeer, e che servivano alla padrona di casa a intrattenere una relazione segreta con il suo amante e alla servetta a uscire di casa per consegnarlo.

Mi chiedo se sia questa la nuova dimensione dell’avventura.
Se tutto ciò sia stato inventato da uno che conosce molto bene l’animo umano e che ne frequenta le derive e i naufragi e i fallimenti; oppure da un pazzo totale, che ha tirato fuori il lato paranoico che abbiamo tutti ma che mai era stato così in vista, tenuto buono e al caldo da altri schemi di comportamento.

Da qualche giorno sono anche in una chat di gruppo, situazione che paventavo per quante ne avevo sentite al riguardo. Il gruppo è quello dei miei nuovi studenti, ai quali avevo proposto di aprire una pagina FB per le comunicazioni interne al corso. No, volevano tutti la chat.
Che ha anche un nome, che è Stracchino, quindi insensato, dunque, dadaista, e viene da una delle ragazze che, presentandosi durante la prima lezione (ci siamo presentati tutti e pure qui ne ho viste delle belle), si è lamentata del conformismo generale (in un’Accademia di Belle Arti!) e ha detto che lei rideva su alcune parole, per esempio su stracchino, che io, per quanto appassionata di formaggi, trovo pressoché infrequentabile, non capisci se è duro o molle, si digerisce a stento e, a pensarci, è vero che il suo nome è buffo.
Quindi abbiamo messo a punto un codice e stracchino è la parola d’ordine sulla quale siamo invitati a ridere tutti.
Il gruppo con naturalezza ha seguito l’umore del giorno.
Quindi mi sono trovata in un fiume di buongiorno e buonasera, felice di conoscervi, faccette e scambi, numeri di telefono che dovrei ricondurre a delle persone, e prima o poi lo farò, con svariati tentativi di dire cose utili e serie, almeno da parte mia.
Insegnare ai tempi di WhatsApp.

Comunque, è da stamattina che converso con un mio giovane amico per una faccenda professionale e tutte le spunte di tutti i messaggi che gli ho scritto sono rimaste grigie, pure quelle dei giorni passati. Però lui sa tutto ciò che gli sto chiedendo e mi risponde a tono, quindi è di quelli che hanno disattivato le conferme di lettura. Dunque, occasione succulenta per chiedergli perché lo ha fatto e farmi dire da lui se è paranoico, innamorato infelicemente o se vuole semplicemente starsene tranquillo.
Certo, in quest’ultima ipotesi, WhatsApp lo lasci perdere.
Allora, sapete che faccio? Visto che lo scambio ha zone d’ombra e non capisco del tutto come fare a risolvere una questione tecnica, ora prendo il telefono e faccio una delle cose più lineari, limpide e lucide che io possa fare, un gesto che appartiene alla tradizione, che ha la sua letteratura, il suo cinema, il suo immaginario e pure le sue canzoni.

Prendo il telefono e lo chiamo.

4 Comments

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  1. Sempre incalzante i vostri post, Proffina!
    Attendo un best seller! 💖
    Un caro abbraccio, Roberta

    • Grazie, Robertina cara, che gioia sentirti, noi due sempre in presa diretta, un abbraccio a te, forte e tutto nostro

  2. Madalina Ardeleanu

    20 novembre 2018 — 9:56

    Salve professoressa,
    Ho voluto commentare (mi sembrava giusto farlo qui e non tramite un messaggio whatsapp😊) per dirle che mi piace tantissimo il suo blog, ciò che scrive e come lo scrive!
    Detto ciò la saluto e ci vediamo domani con il gruppo “Stracchino”!

    Buona giornata
    Madalina

    • Salve, Madalina e, per prima cosa, complimenti per il tuo bellissimo italiano. Grazie di essermi venuta a trovare nel mio blog e grazie del tuo commento, che hai fatto benissimo a scrivere qui e non sul nostro gruppo Stracchino. Sono molto felice di averti conosciuta e ti dico pure che insieme faremo cose indimenticabili. Con i miei migliori auguri per i tuoi studi e tutta la mia simpatia. Rosella Gallo

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