EFFETTO CONFINAMENTO

Ammetto che io a lookdown non ci avrei mai pensato.
Uno lo legge e dice oddio, arriva il confinamento e non ho niente da mettermi.
Fa il paio con outfeet, che lessi una volta nel commento alla prova grafica di una signorina che voleva entrare al corso di Fashion Design in Accademia.
Quando le feci notare che forse sarebbe stato meglio se avesse intrapreso una strada diversa, lei andò a lamentarsi dalla madre, che l’aveva accompagnata benché abbondantemente maggiorenne e quella mi interpellò facendomi notare che ero poco sensibile e che si trattava di un semplice lapsus.
Se lo dice lei.

Comunque basta stare con gli occhi nemmeno troppo aperti e qualunque tipo di lettura, dai social alle revisioni degli studenti, ti regala castronerie a manate.
Non devi nemmeno andare a cercartele.

Il cane è un cane autentico, non una di quelle bestie da grembo, da borsa o da salotto.
È un cane categoria solo come un cane, o manco i cani.
Fa la sua comparsa digrignando i denti.
Malotru è prigioniero, lo hanno legato per i piedi e sollevato a testa in giù.
Il cane si avvicina a lui, lo annusa, alza la zampa e gli piscia sul viso.
(Il vizio che hanno certi maschi di schizzare in faccia non so da che dipenda. Escludendo che un cane voglia umiliare qualcuno, direi che è un modo per segnare il territorio. Ma non sono antropologo, né etologo, né maschio. Diciamo che la mia è una supposizione).
Poi però fanno amicizia.
Quando Malotru sta di nuovo buttato per terra e mangia con le mani dalla gavetta, il cane ci mette il muso dentro e cerca di strappargli un boccone.
Ma quando lui viene messo, legato, in una specie di bara di legno per il trasporto, si vede che gli buttano addosso una testa mozzata di cane.
Come negli incubi peggiori.
Io ho incubi ricorrenti in cui sono rientrata a Roma da Napoli ma il treno mi ha lasciato lontano da casa e non so come arrivarci.
Sono visioni infinite di binari, di stazioni fuori mano, di mura e muraglioni, passo la notte a cercare un altro mezzo di trasporto, una volta sono andata anche in un albergo perché si era fatto molto tardi e non riuscivo a risolvere.
Certe volte alla stazione si sovrappone l’aeroporto, e pure lì c’è sempre un terminal che non riesco a raggiungere.
Mi sveglio sfinita.
Se qualcuno mi domanda se mi piace viaggiare, domanda che fa il paio con quell’altra, che fai nel tempo libero, non sono sicura di rispondergli gentilmente.
Quanto è difficile staccarsi dopo anni e anni di pendolarismo.
Pensavi di essertelo lasciato alle spalle e, come tutti i fantasmi, ti scorre nel sangue e viene a trovarti di notte.

Ma allora le emozioni forti annunciate sono orrende, cruente, raccapriccianti, splatter, sono come quello che ti fa BOOOO dietro le spalle mentre stai soprappensiero.
No, per niente.
Sono cesellate pure le emozioni forti, guardo, rabbrividisco di orrore e compassione, sto col fiato sospeso, ma non penso mai questi mi stanno gabbando, penso solo che non mi ricordo più dove sto, so solo quello che sto facendo, come nel cinema migliore, scompaiono le pareti della mia stanza e oltre c’è un deserto di sabbia, ci sono distese sterminate di rocce, c’è uno che insegue Malotru urlando «Allah akbar» e «Adesso ti faccio esplodere con me», poi c’è una nave ancorata in un porto e il porto è quello di Tripoli.

Dov’è Tripoli.
In Libano.
Che cosa so del Libano.
Poco o niente.
«Di tronchi del Libano il re / Si è fatto la lettiga…A me dal Libano sposa / A me dal Libano vieni…Come un Libano di aromi / Delle tue vesti l’odore…Oh fontana delle oasi oh pozzo di acque vive / Oh Libano di cascate».
Il Cantico dei Cantici.
E nel giardino sotto casa mia c’è un cedro del Libano, è maestoso, gigantesco, arriva fino all’ultimo piano del palazzo, è la prima cosa che vedo la mattina quando apro la finestra.
Il Libano e Tripoli come essenza dell’avventura e del romanesque, nemmeno mi sembra un’idea nuova. O meglio, Tripoli mi colpisce al cuore proprio perché come idea non è nuova.
Ma questi come lo sanno.
Come fanno a conoscere il mio stato d’animo.
Che, quando spengo lo schermo e rimetto a posto i telecomandi, è intriso di avvilimento.

Perché non mi è mai venuto in mente di andare a Tripoli.

E non ho nemmeno raccontato del pacchetto lasciato in un caffè di Parigi. Si chiama Le Zinc e sta a Batignolles, l’ho trovato subito, almeno sembra quello, anche se in francese zinc è il bancone del bar, quindi sarebbe come dire il Poeta o il Maligno.
Che è come dire tutto e niente, il bar per antonomasia, o forse uno qualunque.

Le Zinc

Allora Prune si avvicina al bancone e chiede se c’è un pacchetto per lei: è il suo compleanno.
Ha saputo del pacchetto da un messaggio inviato a un amico che stava con lei.
Lo sappiamo tutti: tutti siamo connessi.
La ragazza dello zinc cerca, trova il pacchetto, glielo consegna e le dice anche che ha una consumazione pagata.
Allora lei ordina un Cosmopolitan.
Si siede a uno di quei tavolini da bistrot che a Parigi stanno in ogni caffè e apre il pacchetto.
Dentro c’è un telefono. Solo dei telefoni ci sarebbe da raccontare tantissimo.
Si passa da quelli supersmart, con i quali tutti fanno cose complicatissime che chissà se sappiamo fare pure noi, ai vecchi Nokia, comprati in tabaccheria, probabilmente con una carta, attivati al volo senza nemmeno caricare la batteria e usati una sola volta. Per una telefonata, dopo la quale il telefono viene distrutto, letteralmente pestato sotto i piedi e buttato nel secchio.
C’è tutto un rincorrersi di display, per cui uno già sta attaccato al display suo giorno a notte, ci manca la serie, a fartici attaccare ulteriormente.
Dicevamo che Prune si siede al tavolo, comincia a sorseggiare il suo Cosmopolitan e il telefono suona.
È il padre, Malotru, ma potrebbe essere chiunque. Chiunque altro sapiente in fatto di romance, con un po’ di fantasia e che non ti chiede che fai nel tempo libero.
E se ti piace viaggiare.
Misuro la distanza fra la mia vita e quella loro e altro che avvilimento.
E sono pure ironici.

Quando Raymond, quello del piede, va al Bureau alle quattro del mattino e ci trova un paio di colleghi, incontrando Marie-Jeanne le dice che non riesce a dormire.
E lei, che cosa gli risponde.
«Vediti una serie».
Quello che sto facendo io.

Rivendico il mio diritto ad avere una dose di avventura, non dico simile, ma almeno in stile con quello che fanno i miei personaggi.
Ed è stato così che mi sono trovata il vino adatto.
Ve lo presento.
È un ottimo Bordeaux che con loro ci sta proprio bene.
Sì, perché quando non mangiano nel trogolo con i maiali o non ordinano sushi o indiano, sono bravissimi a tramare intrighi, ordire congiure, macchinare impicci complicatissimi e lo fanno al ristorante, di solito chic, di solito con calici che sembrano bolle di sapone per quanto sono fini, con cloche d’argento tirate su con l’eleganza del prestigiatore che estrae dal cilindro il coniglio, con fiandre immacolate che ricadono a terra.
Altrimenti non sarebbero agenti segreti.
Altrimenti non sarebbero francesi.

Mi accorgo comunque che vedere questa serie mi sta facendo bene. A parte la valanga di pensieri che mette in movimento, mi è tornata la voglia di uscire dalla tana e di andare a vedere che c’è fuori.

Ormai sono convinta che uomini ancora giovani, sebbene con «un front dégarni», e la perdita dei capelli dovrebbe essere per i maschi segno dell’età adulta, siano così immaturi emotivamente perché non vedono film.
Non sto dicendo che gli uomini sono immaturi, gli uomini sono tutti tali, fa parte del loro fascino, sto dicendo che non riescono a conoscere, quindi, gestire, i loro sentimenti.
È come se mancassero di tecnica.
E come si apprende la tecnica.
Vivendo. Ma non solo. Anche leggendo romanzi e vedendo film.
Secondo me è per questo che poi vanno dallo psicologo, perché manca loro il linguaggio espressivo che apprendi davanti a uno schermo.
Se non hai visto, cito a caso, Jules e Jim, Amélie, Ultimo tango a Parigi, Gilda, Casablanca, voglio sapere che capisci.
E non funziona la scusa non ero ancora nato, allora, scusa eh, la Divina Commedia, a parte che con Amélie già stavi al mondo e poi pure io mica c’ero con Gilda e Casablanca.

Però qualcuno me ne ha parlato.
Come io te ne sto parlando adesso.
E non ti domando nemmeno di quanti quintali di porno ti sei ingozzato, sono fra coloro che pensano che il porno vada frequentato, quante volte ho detto alle mie studentesse date un’occhiata, i vostri compagni maschi, tutti, voi, nessuna, dovete capire l’abisso di immaginario che vi separa.

Ma il cinema, come fai a stare senza.
Assurdità di intere generazioni piene di pane e senza denti, laddove io mi ricordo da sempre, da che ero ragazzina e la mia amica di ginnasio aveva il padre che faceva il custode in un collegio e ci passava ogni tanto una tessera di ingresso libero in un cinema di prima visione, per noi, piene di denti e senza pane, inarrivabile, ed era gioia, trionfo, era sabato pomeriggio per tre ore senza esercizi di greco, ed era vita futura, ovvero speranza di esperienza, io mi ricordo dell’ubriacatura, duratura, perenne e costante, che mi dà da sempre il cinema.

Che poi adesso io sia passata alle serie, mi pare nella logica delle cose.
E, soprattutto, mi pare pieno di romance, di possibilità, di promesse e di brividi di genere diverso.
Insomma, mi pare: moderno.

(Come vi ho già detto, sto guardando la serie Le Bureau des Légendes.  E lo sto facendo in stile binge watching. Ma senza esagerare. Insomma non vedo più, come ho fatto una volta con un’altra serie, cinque Episodi al giorno. A parte la difficoltà dell’intreccio, superiore alle mie forze intellettuali, me la sto gustando momento per momento, attimo per attimo. Come mi piacerebbe fare con tutto il resto che mi propone la vita. Ma non so se ne sono capace).

(Ma, ora lo so, ora che sono arrivata alla fine della Stagione 3, lo so che il cane di Malotru, quello cui avevano mozzato da testa, ricompare.
E lo segue e lo accompagna, come fanno gli incubi e i fantasmi.
Come fanno i ricordi dei treni, che hai preso per anni e figurati se ti mollano).

2 Comments

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  1. ‘Last train home’.

    Andrea

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