UP UP! START UP

Giandomenico Tiepolo, Il Mondo Novo, 1791

Non penso mai a quanto sono fortunata.
Devo ricordarmi di pensare a quanto sono fortunata.
Faccio un lavoro che amo, la galera è stata lunga e certe volte si ripresenta, ho una quantità tale di anni di pendolarismo sulle spalle che li sento ancora tutti e continuamente, ma, nella sostanza, faccio esattamente quello che avrei voluto fare, non ho dovuto rinunciare a niente, ho un lavoro intellettuale, che, per definizione, non è mai ripetitivo; non faccio mai due giorni di seguito la medesima cosa; non vedo mai due giorni di seguito le stesse persone; decido liberamente che cosa fare e quando; non ho mai smesso di studiare, nemmeno un giorno; certe volte ho anche libertà di creazione, posso, dunque, inventare e inventarmi.
Eccetera.
Per non citare il fatto che la maggior parte del tempo della professione lo consumo nel mio studio, cioè in un ambiente che mi sono fatta a mia misura, posso decidere se interrompere per pranzo, se andare a farmi una passeggiata, se portarmi un calice di vino al computer mentre preparo una lezione, se fare una telefonata o scrivere un messaggio.
Nessuno mi controlla. Devo rendere conto solo a me stessa.
Di tutte le cose che non vanno, di quello che vorrei diverso, nemmeno è il caso di parlare, anche se vorrei molto, di diverso e di altro.
Ma i tempi sono quello che sono e, soprattutto, sto leggendo un libro che, nella sua, apparente, leggerezza, mi stringe ogni momento il cuore.
Ora vi racconto.

Per prima cosa vi dico che sono abbonata a una rivista on line che si chiama «Philonomist.».
Con il punto.
Essa è una giovane filiazione di un mensile di filosofia che seguo da tempo, è pubblicata in francese e inglese, animata da gente che trovo dinamica, molto in gamba, sorprendente, che non dice mai cose banali e che scrive, non so per quale magica intuizione, proprio quello che io vorrei leggere. Per esempio, oggi apro (mi connetto) e trovo una riflessione letteraria sulla motivazione. In altre parole: perché svegliarsi e uscire dal letto la mattina, cosa per me spesso difficile, insomma, è come se avessi trovato qualcuno che mi fornisce la risposta prima che io faccia la domanda.
Loro si occupano di lavoro e lo fanno in modo totalmente diverso da come si occupano di lavoro le persone che frequento io.
Mi sono fatta degli amici, che scrivono dell’obbligo del divertimento promosso dalla pubblicità; della pausa caffè; dell’organizzazione della scrivania; della realizzazione di sé.
A questo proposito, uno degli ultimi articoli che ho letto ripercorreva le tracce di Sartre, che è stato un grande difensore della libertà, insomma, uno che pensava che siamo liberi di decidere, di superarci, di scegliere.
Bello, no?
Firma questo articolo una giovane donna, nata nel 1987, che ha studiato, e qui sta per me il primo motivo di stupore, «le arti applicate, la psicoanalisi, poi la filosofia». Lei è autrice di fumetti ed è traduttrice.
Lei ha cioè una formazione eteroclita, interessante, diversa dalle formazioni che conosco.
Lei si chiama Mathilde, nome stendhaliano. Lo scrittore ha messo una Mathilde nel suo romanzo Il Rosso e il Nero anche Truffaut ne ha messa una ne La signora della porta accanto.
Dunque, lei non può non starmi simpatica.
Lei dal 2011 è espatriata a Berlino, città detta la Silicon Allee (molte strade di Berlino si chiamano Allee e ospitano imprese giovani) e ha scritto un libro che racconta la sua esperienza nelle startup.
Esso si intitola Bienvenue dans le nouveau monde. Comme j’ai survécu à la coolitude des startups, che traduco con Benvenuta nel nuovo mondo. Come sono sopravvissuta alla coolitude delle startup.
Non c’è bisogno che io traduca coolitude, parola che, del resto, non saprei tradurre.
Mi incuriosisco, lascio da parte il romanzo che stavo leggendo e ordino il libro.
L’autore di 2001 Odissea nello spazio, Arthur C. Clark, sostiene che «qualunque tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia».
Infatti.
Grazie alla tecnologia avanzata di Amazon, che, abbiamo imparato, è un po’ una magia, il libro arriva al mio garage dopo ventiquattro ore.

Lo apro e non riesco a staccarmene.

Mathilde è leggiadra, ottimista, sorride alla vita, fa orgogliosamente parte della «génération Y», chiamata anche «génération 1000 euro».
Saremo d’accordo che con 1.000 euro al mese hai poco da scialare, sei obbligato al rigore, alla co-locazione, alla condivisione, alla «bohème digitale», che, per quanto romantica, dopo un po’ si trasforma in precarietà sociale.
Lei racconta le sue esperienze: il Welcome Kit che riceve il giorno prima di prendere servizio in una startup che lei chiama in modo fittizio; il tu obbligatorio; l’impoverimento intellettuale progressivo; il dinamismo economico solo apparente; la sottomissione perversa ai social; l’individuo con le sue aspirazioni azzerato in favore dell’ego; il manager che sta dappertutto, tutti sono manager, dunque, è come se nessuno lo fosse; l’open space nel quale si trova a lavorare dalle otto alle undici ore al giorno; la flessibilità, che concerne anche gli orari di lavoro, mai remunerati quando superano i limiti contrattuali; il controllo reciproco con i colleghi; il portatile sotto il braccio e lo smartphone in mano; l’aspetto ripetitivo del suo incarico, con i giorni tutti uguali; parla di persone multidiplomate e poliglotte (tre, quattro, anche cinque lingue) impiegate in posti di nessuna importanza; il conto dei clic sul sito; la sottomissione al marketing.
Il 90% delle startup fallisce.
Certe idee, certamente innovative, fanno venire i brividi: Koober, giovane startup francese che si definisce «acceleratore di saperi su Internet», si è inventata il libro in pillole, ovvero il koob, che è un book al contrario.
Infatti.
Siccome oggi nessuno ha più tempo di leggere, visto che il tempo si passa «a lavorare, leggere le mail, rispondere, telefonare, percorrere i social, fare shopping, giocare ai video giochi, truccarsi» e siccome la lettura è ormai solo un dovere sociale che ci consente di fare la nostra figura, allora è nata un’équipe di redattori che legge al nostro posto e che ci offre del libro «un riassunto chiaro e conciso».
La baseline della startup è «Diventate più intelligenti».
Cosa, ritengo, impossibile, perché l’intelligenza di ciascuno di noi è quella che è, uno la può coltivare, ma è ben difficile aumentarla, nella vita io non ho mai visto nessuno diventare più intelligente, quando invece ho visto un sacco di gente diventare scema.

Birra e pizza distribuite in ufficio se stai lì dopo le 19:00.
Il CEO (Chief Executive Officer) che non ti chiama mai per nome perché il tuo nome non lo conosce.
I dirigenti che si considerano dei geni di avanguardia e che non sono tali.
La falsa modestia.
La mancanza di prospettive di evoluzione.

Basta così.
Però il libro è bello, trasuda vita e gentilezza, riflessioni intelligenti, racconti legati a un’esperienza che, vista da dove sto io, è avvincente.
Parla di efficacia e di attivismo, sebbene spesso in termini ironici.
Parla di due editrici che hanno creduto in esso; di un padre comprensivo; di un’amica dallo «spirito gioioso e benevolo».
Il libro parla di giovinezza.
Il libro parla di lavoro.

E noi, dalle nostre parti, come stiamo messi?
I miei colleghi più giovani?
E i miei studenti, che cosa faranno nella vita i miei studenti, ben lontani dall’essere, come Mathilde, multidiplomati e multilingue.

Quante, quante domande.
Ma è settembre e tutto, in quest’Italia asfittica, si sta rimettendo in movimento.
Anche e soprattutto il lavoro.
Dunque avevo voglia di parlarvene, con i miei migliori auguri a voi tutti per la nuova stagione e un pensiero particolare per Mathilde, che, ne sono certa, alla fine raccoglierà i frutti di tanta intelligenza e di tanto talento.

In apertura vi ho messo un bellissimo affresco di Giandomenico Tiepolo, il figlio dell’immenso Giovanbattista, il più grande pittore del Settecento, che amo molto e che trovo molto moderno.
Gli affreschi decoravano la villa di famiglia a Zianigo e oggi, salvati da una vendita all’estero, sono a Ca’ Rezzonico a Venezia.
Quello che vi propongo mostra un ciarlatano che richiama la folla che si accalca intorno al casotto della lanterna magica. Essa è detta, appunto, Mondo Novo e al suo interno sono proiettate immagini di luoghi esotici.
La scena non è mostrata allo spettatore, ovvero a noi, anzi, noi non la vediamo ma vediamo gente che guarda, un paradosso, per un dipinto.
Il titolo è il medesimo del libro che sto leggendo e poi Tiepolo figlio è il massimo cantore del declino della Serenissima, la sua è un’opera che racconta un tempo che non è più quello di prima e che è intriso dei colori infiammati ma malinconici del tramonto.

Lui mi è venuto in mente perché ha l’identico sentimento che hanno i tempi nostri, che contengono miraggi ai quali non crediamo più.
Ma ai quali vorremmo credere.
Perché se non ci fossero più miraggi, è come se non ci fosse più speranza e senza miraggi né speranza ditemi voi che vita è.

2 Comments

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  1. “…nella vita io non ho mai visto nessuno diventare più intelligente, quando invece ho visto un sacco di gente diventare scema.”

    Quanta spietata ed esilarante verità, mia cara professoressa, in così poche battute!
    Solo lei, nel leggerla, poteva riuscire a innescare un’autentica e chiassosa risata che, peraltro, cade a fagiolo trovandomi io, proprio ora, in viaggio vero Brescia. Mi faccio testimone della mia generazione, appunto, la “generazione Y”, dovendomi staccare – ancora una volta – da luoghi e affetti a me cari, per ‘fare proprio quello voglio fare’, ovvero, un lavoro intellettuale.

    Tentando, anche io, ad arricchirlo a modo nostro: “con tutti i sentimenti”.

    Un abbraccio (stretto).

    • Grazie, Temerario mio carissimo, la tua vicenda è esemplare e mi farebbe piacere sentirla raccontare nei dettagli, i nostri contatti, peraltro bellissimi, qui e là, non dicono tutto. Comunque, i sogni vanno rincorsi e realizzati, su questo non ho dubbi. Con i miei migliori auguri per la tua vicenda professionale e intellettuale e tutti, ma proprio tutti i miei sentimenti. Un abbraccio, grandissimo, buona Brescia, aspetto la tua narrazione dell’anno che comincia

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