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LA BALLATA DELL’AMORE NON CORRISPOSTO

George Grosz, Il malato d’amore, 1916

Passavo la sera seduto davanti allo specchio per tenermi compagnia

Cesare Pavese, Il  mestiere di vivere, 6 novembre 1938

La lampada circolare indica che l’ora è tardiva.
L’uomo calvo è vestito di un abito scuro, il gomito destro appoggiato al tavolo, ha in mano un bastone da passeggio.
Il braccio sinistro, senza forze, pende dalla spalliera.
Alla sua sinistra, la nostra destra, un cane è accucciato a terra accanto a due ossi.
Oltre a essi alludono alla morte anche la lisca di pesce su un tavolo accanto all’uomo e uno scheletro, in secondo piano.
Questa idea dirompente è ribadita dalla rivoltella che sta sotto il cuore rosso dell’abito dell’uomo: noi capiamo che egli soffre per un dispiacere d’amore.

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IL LAVORO DEGLI ALTRI (e un po’ anche quello mio), seconda parte

Cose da uomini.  Diffido, e potentemente, dei meccanici che lavorano con i guanti.
Se il meccanico non vuole sporcarsi le mani, dovrebbe fare un lavoro diverso.
Il meccanico deve avere le mani sporche e deve avere orecchio.
Stamattina ho portato la mia bicicletta a gonfiare le gomme da Ivaldo, che ha l’officina proprio sopra la rampa del mio garage.
Lui è il mio elettrauto, il mio meccanico e, come detto, ogni tanto si prende cura della mia due ruote.
Tutto gira, è il caso di dirlo, intorno al garage, dove si danno il cambio cinque persone, con un carrozziere che gravita pure da quelle parti.
Il risultato è un servizio di quartiere completo a cento metri da casa mia: ricevo lì i miei pacchi; se ho graffiato la macchina, mi danno una passata di pasta lucidante sul danno; se ho un dubbio sull’assicurazione, sanno sempre rispondermi; la volta che mi hanno rubato il fregio della mia vecchia Polo, il carrozziere è andato allo sfascio e me ne ha trovato un altro; mi è pure capitato di vedere con loro la fine di una partita dell’Italia ai Mondiali perché ero rientrata proprio a quindici minuti dalla conclusione e ho scoperto un altro lato di loro tutti, sono ottimisti, sperano fino all’ultimo secondo, accesi nel tifo, simpatici e grandi conoscitori di tutte le tattiche calcistiche.
Inoltre, apprezzano tutti il cibo e il vino.
E apprezzano le donne.
E io ne approfitto.

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IL LAVORO DEGLI ALTRI, prima parte

…Una donna, donna, dimmi
Cosa vuol dir “sono una donna, ormai”?
Ma quante braccia ti hanno stretto, tu lo sai
Per diventar quel che sei
Che importa, tanto tu non me lo dirai, purtroppo…

(Mogol, La Canzone del Sole, 1971)

Il funambolo delle parole. Tempo fa sento alla radio un’intervista a Mogol. Un mio collega e amico diceva che Mozart/Da Ponte sono come Battisti/Mogol.
Giusto.
Bene.
Dunque, Mogol diceva che una volta l’anno, una sola volta l’anno, non ogni tanto, andava a casa di Battisti, che si metteva lì e gli faceva sentire tutte le musiche delle canzoni del nuovo album.
Non parlava mai.
Se lui provava a chiedere qualcosa, lo mandava a dar via l’anima, gli diceva il paroliere sei tu, che vuoi da me.
A metà mattina arrivava la signora Letizia a portare il caffè.
Quando aveva ascoltato tutto, lui se ne andava e si rimetteva in macchina. Cominciava subito a scrivere i testi nella sua testa, ogni tanto prendeva un appunto ma non sempre.
Arrivava a casa sua e metteva giù le parole. Mettere giù le parole è una bella immagine, uno scrive le parole e loro si depongono da qualche parte.

È così che sono nate le canzoni che sono state la colonna sonora dei nostri amori, e non solo di quelli.
Quando ci penso non riesco a crederci.

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UP UP! START UP

Giandomenico Tiepolo, Il Mondo Novo, 1791

Non penso mai a quanto sono fortunata.
Devo ricordarmi di pensare a quanto sono fortunata.
Faccio un lavoro che amo, la galera è stata lunga e certe volte si ripresenta, ho una quantità tale di anni di pendolarismo sulle spalle che li sento ancora tutti e continuamente, ma, nella sostanza, faccio esattamente quello che avrei voluto fare, non ho dovuto rinunciare a niente, ho un lavoro intellettuale, che, per definizione, non è mai ripetitivo; non faccio mai due giorni di seguito la medesima cosa; non vedo mai due giorni di seguito le stesse persone; decido liberamente che cosa fare e quando; non ho mai smesso di studiare, nemmeno un giorno; certe volte ho anche libertà di creazione, posso, dunque, inventare e inventarmi.
Eccetera.
Per non citare il fatto che la maggior parte del tempo della professione lo consumo nel mio studio, cioè in un ambiente che mi sono fatta a mia misura, posso decidere se interrompere per pranzo, se andare a farmi una passeggiata, se portarmi un calice di vino al computer mentre preparo una lezione, se fare una telefonata o scrivere un messaggio.
Nessuno mi controlla. Devo rendere conto solo a me stessa.
Di tutte le cose che non vanno, di quello che vorrei diverso, nemmeno è il caso di parlare, anche se vorrei molto, di diverso e di altro.
Ma i tempi sono quello che sono e, soprattutto, sto leggendo un libro che, nella sua, apparente, leggerezza, mi stringe ogni momento il cuore.
Ora vi racconto.

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PAROLE PAROLE

Ieri ho fatto una cosa che non facevo da un sacco di tempo: un cruciverba con gli amici.
Eravamo al Parco della Martesana, lungo il naviglio che gli dà il nome.
(O viceversa).
Si stava bene, c’era stato un sussulto dell’estate, i bambini giocavano, ogni tanto passava un cane e dava un’occhiata.
Gli amici, che sanno stare al mondo, si erano portati un secchiello di ghiaccio con dentro una bottiglia di Pecorino, vitigno dal nome simpatico, in certe situazioni, lo capisco, impresentabile, diffuso in poche regioni d’Italia.
Mentre facevano il cruciverba, ogni tanto mettevano nel ghiaccio anche i bicchieri.
Perché, con il sussulto dell’estate, faceva ancora e di nuovo caldo, altrimenti che sussulto sarebbe stato.
E ai bicchieri il caldo faceva male.
Tutte le definizioni del cruciverba erano legate al vino.
Con questi medesimi amici faccio da mesi la degustazione del giovedì alle 19:00.
Loro là, io, qua.

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IL MIO NOME È MORISOT, BERTHE MORISOT

Edma Morisot, Ritratto di Berthe Morisot, 1865

Apriti cielo.
Non ho mai conosciuto un uomo italiano evoluto.
Quelli che sembravano evoluti, gratta gratta, non lo erano.
Poco male, sarebbe bastato saperlo.
Uno si regola.
Giocoforza, mi sono dovuta regolare con l’uomo italiano meno evoluto di tutti: era mio padre.
Lui pensava che le femmine avessero una specie di stigma che le teneva distanti dalle cose interessanti del mondo, guidare una macchina, studiare, farsi una professione.
Nella mia vita, però, io sono stata sociologicamente (chissà se l’avverbio è giusto) aiutata da alcuni fattori: nascita in una grande città, in una zona relativamente centrale; buone scuole pubbliche di quartiere; insegnanti ottimi, capaci di accogliermi e coltivarmi.
Del resto, ero un’allieva brillante.
In questo modo lo stigma non ha avuto conseguenze troppo sgradevoli, anzi, diciamo che è stato uno stimolo a farmi i fatti miei, cosa che, professionalmente, e qui l’avverbio è corretto, è avvenuta.
Per tutto ciò io posso immaginare che cosa ha dovuto passare Berthe Morisot, nata nel 1841, quando ha manifestato la sua ambizione di essere una professionista della pittura e non più solo una ragazza borghese agiata che si dilettava con tavolozza e pennelli.

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PRIMA STIRO. POI, AMMIRO

Avevo uno zio militare nell’Aviazione, simpatico, singolare, era il fratello più giovane di mia madre e ogni tanto la veniva a trovare, lei, a Roma, lui di stanza qui e là.
Si stirava la divisa da solo, un po’ perché era sempre in giro e nei primi tempi non aveva ancora messo su famiglia, un po’ perché lui stirava benissimo, meglio di chiunque altro.
Avevo un’amica, d’accordo, un po’ maniaca, che impiegava quarantacinque minuti a stirare una camicia del marito, anche lui pilota, ma civile.
Una volta mi sono fermata davanti a una vetrina di una lavanderia a New York e mi sono messa a guardare un cinesino che stirava, se non ha impiegato quarantacinque minuti pure lui, ci è andato vicino.
Con tutta quell’apparecchiatura professionale, vapore che usciva da tutte le parti, passava e ripassava collo e polsi, ero come ipnotizzata, il lavoro non finiva mai.
Domani riapre la signora Anna, titolare di una delle mie due lavanderie, quella sotto casa mia.
Le porto le lenzuola da stirare da un paio di anni, da quando cioè ho fatto la prova, era luglio, la domestica stava in vacanza e volevo alleggerire un po’ l’economia della casa.
Quando non c’è la signora Anna, ovvero per tutto il mese di agosto, il quartiere mi sembra vuoto.
Ammetto che da un paio di giorni giro intorno alla sua saracinesca ancora abbassata, insomma, ho voglia di vederla.

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PECCATO CHE SIA UNA CANAGLIA, terza parte: L’ARTE, SI IMPARA

Francesco Giustozzi, Moulin Rouge!, 2001-2015

Che rabbia.
Mi fanno una rabbia.
Sto lì e provo continuamente un sentimento di rabbia, che, in fondo, è un bel sentimento.
Diverso e opposto alla rassegnazione, al vuoto tranquillo romano, al pantano nel quale da mesi affondo.
Ma non è solo rabbia, è anche invidia, è desiderio di partecipare, è l’allegria del rimbocchiamoci le maniche, è, a farla breve, vita che scorre impetuosamente e ti dice che l’arte sta tutta lì, a portata di mano, e che è importante, per tutti, non solo per quelli che ci lavorano dentro.
Voi prendete un museo piccolo, che so, il Musée de la Vie Romantique, che ho già citato a proposito di Madame Récamier e che, dice la mia guida, si visita in trenta minuti (per il Louvre ci vogliono, e non bastano, trent’anni).

Salon de Thé e serra, Musée de la Vie Romantique, foto MVR

Voi prendete un uomo che ti dà un appuntamento al Museo della vita romantica, nella serra del Salon de thé, non in un bar di piazza Mazzini.
Tutta un’altra musica, no?

Ci vuole così poco, a sedurre una donna.

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PECCATO CHE SIA UNA CANAGLIA, seconda parte: DEL PIACERE DELLA TAVOLA E DI QUELLO DEGLI ACQUISTI

Foto del mio viaggio di studio a Parigi, agosto 2019

Manger = mangiare. Se fossi un cibo, sarei un oeuf mollet, ovvero un uovo che non è à la coque, troppo infantile, proprio non ci tengo, ma che non è nemmeno sodo, stadio finale dell’alimento, non più reversibile.
L’oeuf mollet si fa così: per prima cosa bisogna portare l’uovo a temperatura ambiente; poi si mette un pentolino con dell’acqua sul fuoco; l’acqua deve essere bella salata, aiuterà a sgusciare l’uovo; si aspetta che l’acqua frema, con le bolle; a quel punto si appoggia delicatamente l’uovo su una schiumarola e lo si tuffa nell’acqua, sul fondo del tegame; si punta il timer a 6 minuti spaccati; quando il timer suona, si prende l’uovo con la schiumarola e lo si mette in una ciotola con acqua fredda preparata all’uopo.
Dopo poco si potrà sgusciare l’uovo agevolmente e lo si potrà mettere su un tagliere. Aprendolo in due per la lunghezza, rivelerà il suo segreto: compatto fuori, cremoso dentro.
Sono un po’ così, una dura dal cuore tenero.
E pure l’acqua salata mi sta bene, visto che non amo il dolce e che sono una piagnona.
Come sappiamo, le lacrime sono salate, lo dice pure una canzone.
Se c’è chi non è d’accordo con la mia presentazione, può sempre farmelo sapere e proporre altro.

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PECCATO CHE SIA UNA CANAGLIA, prima parte: EROS e THANATOS

Foto del mio viaggio di studio a Parigi, agosto 2019

Eros. Hic manebimus optime. Mi sistemo adeguatamente nella mia mini suite. In essa, un architetto che sa il fatto suo ha spremuto tutte le possibilità dei 16 metri quadri e ha separato gli ambienti.
C’è perfino un’anticamera con le sue due porte, che ti mette al riparo dal rumore e dalle invasioni di campo.
Letto magnifico, alto, con una valanga di cuscini, quando entri, immacolato; zona toilette; cuvette separata e chiusa da due ante, con mensola, tutta l’attrezzatura e bella illuminazione; magnifica doccia, grande, con mattonelline di 5 centimetri per lato; asciugamani bianchi di spugna pesante, presentati uno sopra l’altro su uno sgabello, praticamente una montagna.

Ci vuole così poco a fornire una dotazione adeguata di teli e salviette a una donna lontana dalle comodità della sua stanza da bagno.

Ma il momento più alto è il bar, più di un mobile come, nella migliore delle ipotesi, ti trovi in albergo. Esso è proprio uno spazio pensato a parte, rifulgente di specchi e luci, vetri, cassetti frigorifero con dentro meraviglie.
Apro gli sportelli e guardo.

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