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SUL CORPO

André Derain, Femme nue couchée, 1940

Mentre Francesco mortificò tutta la vita il corpo fragile e malato con penitenze da lui stesso giudicate in seguito eccessive… (chiamava spesso il corpo «frate asino», da maltrattare senza troppi riguardi), fu invece sempre molto comprensivo e indulgente verso i compagni e il prossimo.

Chiara Frugoni, Vita  di un uomo: Francesco d’Assisi

Omelette al pomodoro, vitello all’orientale, besciamella con capperi, mostarda, quattroquarti, bigné al cioccolato e una torta che chiamava «la mia torta», che era pesante e carica di zucchero.

Maria Callas, prima

Maria Callas nutriva una passione segreta per le ricette di cibo, che collezionava e passava al suo cuoco personale.
Poi, a mangiare erano i suoi ospiti.
Lei, no.
Anche questa è una soluzione.
La sua carriera comincia nel 1947 ed il suo peso è kg 108 per m 1,73 di altezza.
I numeri in questo post compariranno poco, i numeri sono crudeli e implacabili, quindi su di essi la discrezione è una consegna.
Del resto qui noi ragioniamo non sui numeri ma sul corpo.

Anzi, per la precisione, sul corpo delle donne.

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GLORIA DI ROMA

Rosa Gloria di Roma

Fanno rete, è evidente.
Laddove noi facciamo famiglia, mafia, massoneria.
Loro, no.
Se potessi congiungere i puntini degli account Instagram che seguo, come sulla Settimana Enigmistica, Che cosa apparirà, uscirebbe fuori la rete delle giovani donne che seguo.
Tutte impegnate a creare. Molte, che scrivono bene.
Io da una bella penna sono disposta a leggere pure cose di cui non mi importa niente: tennis, politica, coltivazione dei funghi.
It’s the Singer, not the Song, come sempre.
Ieri, però, nella Newsletter del pomeriggio, quella della mattina tratta di altro, è uscito fuori un argomento delicato, spinoso, sensibile.
Una lettrice scrive in privato alla blogger, blogeuse, poi diventata giornalista e Instagram Coach, che ha deciso di sospendere temporaneamente di seguirla perché poco le interessano gli argomenti che lei sta trattando di recente e, soprattutto, perché si sente ingannata da una serie di post, tutti uguali e che compaiono contemporaneamente su account diversi, che le sembrano una pubblicità mascherata.
(A me sono sembrati una pubblicità bella e buona).
La lettrice chiarisce che lei trova le creatrici di cui lei parla extra, dice proprio così, e che segue pure loro, ma che si sente manipolata.

Siccome seguo quelle creatrici pure io, la faccenda mi interessa.

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DUE FILM DI JANE CAMPION. 2: BRIGHT STAR, 2009

Jane Campion, Bright Star, 2009

Bright star! Would I were steadfast as thou art-
Not in lone splendour hung aloft the night…
(Oh fossi come te, lucente stella,
costante – non sospeso in solitario
splendore in alto nella notte…)
John Keats, Bright Star

Sono andata a scuola quando la scuola era una cosa solida e affidabile.
Certo, non perdonava, in quarto ginnasio eravamo trentadue studenti e in quinto, sedici.
Al 50% degli iscritti fu detto chiaramente di cambiare aria.
Comunque a me la scuola ha dato tantissimo, certi giorni penso che mi abbia dato tutto.
Non riesco a ricordare quando la scuola mi ha dato John Keats, se fu alle medie o al ginnasio, ero ragazzina, ma non mi ricordo quanto.
Pensai subito però che mi fosse destinato.
Saputo che il poeta era venuto a Roma in cerca di un clima migliore e aveva abitato a piazza di Spagna, feci un primo passo e andai a vedere la sua casa.
Poi seppi che lui era morto qui a venticinque anni e che era sepolto al Cimitero che chiamiamo degli Inglesi.
Un giorno dunque presi il tram da Prati e andai fino a Testaccio, in un viaggio che nel mio immaginario avrei paragonato in seguito a quello di Ada, dalla Scozia alla Nuova Zelanda.

Pensai che il Cimitero era il luogo più romantico che avessi visto.
E lo penso ancora oggi, con tutti i cimiteri e i luoghi romantici che ho visto in vita mia.

Dunque, l’intuizione fu esatta e la relazione fu da subito intensa.

Roma, Cimitero detto degli Inglesi, tombe di John Keats (a sin.) e dell’amico Joseph Severn

Allora, si fa così.
Avendo io la regola di non entrare mai in contatto reale con gli scrittori che prediligo e di mai fare niente di analogo nel cinema e nell’arte in genere, quando uscì il film di Jane Campion dedicato a Keats, che prende il titolo dall’incipit di una delle sue poesie, pensai e adesso che faccio, come niente il mito si incrina.
E invece.

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A LADY

Jane Campion, Ritratto di Signora (Portrait of a Lady), 1996

Per cominciare.
Non è, questo, il secondo film di Jane Campion di cui vi voglio parlare dopo avervi parlato del primo.
Il secondo film devo finire di vederlo. E ci sto sopra da dieci giorni.
E che è successo.
È successo che lo sto tenendo distante, che lo sto centellinando, che trovo tutte le scuse, devo andare a cena, piove e il mio salotto non è nella condizione  ideale per ospitarne la visione, ormai si è fatto tardi, mi serve un’altra scatola di fazzoletti perché la prima l’ho finita.
(Su questo film ho già pianto tantissimo. Non riesco a pensare quanto avrò pianto alla fine).
Invero, a dirla tutta, sto facendo come Nicolas Poussin che, mentre in lui ardeva il desiderio di venire a Roma, trovava pure lui tutti i pretesti per fare altro: va a nord invece che a sud; contrae un debito e non ha i soldi per il viaggio; trova i soldi e se li spende tutti con gli amici; si stabilisce a Lione e a Parigi.

Nicolas Poussin, Autoritratto, 1650

Insomma, sotto ci deve essere una storia di attrazione, per essere catturato devi entrare nell’orbita, se stai all’esterno, ti sottrai. L’artista impiega dodici anni prima di realizzare il desiderio di venire a Roma, dove rimane e dove è sepolto, per la precisione in San Lorenzo in Lucina.
Quindi, la fascinazione che provava (e temeva) si è realizzata tutta.
Dunque, io non sto messa poi troppo male, fra i miei dieci giorni e i suoi dodici anni, c’è ancora un po’ di margine.
Il secondo film è talmente bello e ho una relazione così complessa con il protagonista, che ieri ho addirittura pensato di fare una pausa, questa, davvero introvertita: ho tolto il dischetto dal lettore, cioè ho anche, come si dice a scuola, perso il segno e ho visto un altro film, sempre di Jane Campion.
Però Ritratto di signora si è rivelato a distanza di anni quasi inguardabile.

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DUE FILM DI JANE CAMPION. 1: THE PIANO (LEZIONI DI PIANO), 1993

Jane Campion, The Piano, 1993

Nudo, l’attore è inguardabile.
Over 50, basso, tarchiato, con qualcosa più di un inizio di ginecomastia, ovvero con mammelle quasi femminili, il pene penzoloni fra le gambe, che, in quello stato, sembrando lui una scimmia, almeno lo libera dall’immagine della scimmia in foia.
La faccia tatuata.
La bocca come un orifizio di salvadanaio.
In più analfabeta.
Le unghie orlate perennemente di nero.
Uno che se la fa con i selvaggi.
Eppure bastano un paio di secondi e una donna lo comincia a guardare diversamente.

George

È l’occhio dell’autore che guida lo sguardo dell’altro e dunque lo sguardo, inaspettatamente, prima accetta, poi compie un balzo fino al desiderio.
E il desiderio circola per tutto il film, come un refolo di vento che sale su se stesso, a tratti e ti trasporta.
E in questo caso l’autore è una donna, quindi, una regista che, per forza di cosa, rappresenta se stessa.
E arriva al capolavoro, che è rimasto tale anche dopo ventotto anni.
Anzi, se possibile, la bellezza del film è aumentata, sarà che è passata la vita, sarà che è cresciuta l’esperienza.

Parlo per me, ovviamente.
E per chi volete che parli.

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VOGLIA DI CENTRO

Roma, piazza di Spagna, tempo fa

Ieri mi sono truccata, pettinata, vestita e ho fatto quello che fanno da sempre le signore: sono andata in centro.
Quando sono rientrata ero ormai convinta che, non so a Milano (anche se a me, di Milano), ma sicuramente a Roma, si può vivere senza andare in centro.
Perché il centro di Roma è diventato infrequentabile.
Definitivamente.
Ma perché sono andata in centro. Perché volevo fare acquisti che non mi andava di fare in internet: profumo, ombretto marrone, calze, bagno schiuma, cercavo anche il balsamo per i capelli.
Che non ho trovato.
E che ho comprato oggi in internet.

Ma procediamo con ordine.

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ROOM SERVICE

Room Service, Hotel Le Pigalle, Parigi (foto Yacine Diallo, 2021)

…l’hotel è un luogo di erotismo che sembra favorire la creazione,  tirare fuori l’anima dal suo letargo
(Nathalie de Saint Phalle, Hôtels letterari, 1991)

Bill Clinton aveva un bellissimo accento del sud, morbido e avvolgente.
Unito alla prestanza fisica, voi capite che poi.
Barack Obama era un grande avvocato, un oratore, non potevi non incantarti.
Mi chiedo perché i nostri politici parlino tutti così male, già fai fatica ad ascoltarli; a prenderli sul serio, poi.
I toscani ostentano l’accento toscano.
I milanesi ostentano l’accento milanese. E qui non posso non sospettare che dietro ci sia il retropensiero di Roma ladrona, che, essendo io romana, trovo fastidioso.
E passiamo allora alla Capitale, che ha un nuovo sindaco.
Che, quando parla, evidenzia due caratteristiche: 1. Ha l’accento romanesco, nonostante la cultura e la carriera universitaria. Ma questo non è nemmeno antipatico, almeno per me, perché lui è sindaco di Roma e non, mettiamo, di Forlimpopoli o di Abbiategrasso, quindi ci può stare; 2. Ha una brutta voce, e qui il nodo è più difficile da sciogliere.
Che fa uno con una brutta voce.
Per prima cosa, deve rendersene conto. Poi, cerca di correggersi.
Ho chiesto ad alcune persone se avevano notato la voce del nuovo sindaco e mi hanno detto di no.
Evidentemente l’ho notato solo io.

Sarà che ho problemi di voce e che, quindi, è probabile che io, con le voci, sia in fissa.

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IL PRIMO E L’ULTIMO (SARAI PER ME): 007 LICENZA DI UCCIDERE (1962)

Se non credi a quello che vedi, perché vai al cinema?

(citato da Paolo Mereghetti, critico cinematografico)

Forse il trucco è tutto lì.
Tu vedi lui e ci credi.
Perché lui è l’uomo più convincente che io abbia (più o meno) incontrato in vita mia.
Ed è anche il più seducente e tutti gli altri uomini che mi sono sembrati e che mi sembrano seducenti, in confronto a lui, sono dei dilettanti.
Proprio perché lui ti ci fa credere.
Dopo aver sistemato per le feste la fauna maschile contemporanea, occupiamoci di quella estinta.
E procediamo con ordine.

Per prima cosa, James Bond, quello autentico, il primo e l’unico, è elegantissimo.
Non a caso il suo sarto è a Savile Row, la leggendaria strada di Londra, lo dichiara a metà film ma non avevamo dubbi.
(Anche Alexander McQueen si è formato lì).

Alexander

Lui esordisce in smoking al tavolo dello Chemin de fer, poi indossa abiti leggeri dal taglio perfetto, sventolandosi leggermente col cappello perché siamo in Giamaica e capiamo così che fa caldo.
Insomma, lui non è di quelli che quando vanno ai Caraibi si conciano da turisti, lui è sempre in abito e cravatta e lo vediamo più décontracté solo quando va in perlustrazione notturna sull’isola di Crab Key, dove c’è il solito scienziato pazzo, stavolta alle prese con il nucleare.
Ma a noi della trama, almeno qui, interessa poco o niente.
A noi interessa avvicinarci, per quello che è possibile, ai motivi del fascino dei primi film di 007, che continuano a brillare per inventiva e stile, soprattutto a confronto dell’ultimo uscito, che, per pura noia di un pomeriggio, sono andata a vedere nel cinema qui sotto.

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FRA IL BEH E IL SEH

Lucas Cranach il Vecchio, La Fontana della Giovinezza, 1546

Tre volte di fila, beh
Sei sicura che quello che ho preso era solo aspirina, seh
La notte continua…
(Simonetta, Lucia, D’Amico, De Marinis, «Mille», 2021)

Mangiare cibo sano.
Mangio cibo sano.
Non fumare.
Non fumo.
Non bere caffè.
Non bevo caffè.
Non prendere il sole.
Non prendo il sole e uso tutto l’anno un filtro solare, totale per il viso. In estate, uso un filtro in tutte le parti del corpo esposte.
Dormire almeno otto ore.
Dormo otto ore a notte e in questo periodo mi capita di dormirne un altro paio il pomeriggio.
Struccarsi sempre prima di andare a dormire.
Mi strucco sempre prima di andare a dormire, praticamente mi capiterà una o due volte l’anno di andare a dormire senza struccarmi.

Non bere alcolici.
Bevo alcolici.

Quindi è probabile che tutto il resto sia vanificato dall’alcol, però, come ho letto da qualche parte, «alle domande serie, certe volte è meglio dare risposte etiliche».
Naturalmente l’elenco di ciò che bisogna fare per avere una bella pelle interessa solo le donne, quindi gli uomini possono pure fumare e prendere il sole e fare tutto il resto.

Perché a loro le rughe stanno bene, fanno vissuto e esperienza.
E le donne ancora stanno lì a insistere con l’avvocata e la ministra, laddove secondo me sarebbe più utile insistere sul fatto che pure una donna può stropicciarsi un po’ senza perdere la faccia.

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MORIR D’AMORE (ADDIO, FRATELLO CRUDELE)

Soranzo, Annabella, Giovanni, Addio, fratello crudele, 1971

Baciami. – Se mai avvenga che le età future
Odano di questo nostro vincolo, può darsi
Che le leggi morali e del viver civile
Debbano biasimarci…ma non appena sappiano
Del nostro amore, basterà quello a cancellar l’orrore,
Che rende abominevoli gli incesti.

(John Ford, Peccato che sia una puttana, 1630)

Chissà com’è, avere (avuto) tutti i numeri per diventare lo Sean Connery italiano ed essere finito nella casa del Grande Fratello.
VIP, d’accordo.
Evidentemente qualche numero mancava.
Del resto lo si capisce pure dal film, perché se un attore italiano non si doppia da solo, qualche problema ce l’ha, laddove Sean Connery è un artista completo, corpo, anima, voce e il resto.
(Fabio Testi è doppiato da Corrado Pani e mi sento di dire che la metà del suo fascino viene da questa voce altra. Da qui e da cui, il Grande Fratello. VIP, d’accordo).
Comunque l’attore veneto a trent’anni era sbalorditivo, anche come portamento.

Soranzo

E la recitazione era ottima.
Dietro c’è, evidentemente, un grande regista come Giuseppe Patroni Griffi, che si è dedicato prevalentemente al teatro (e si vede), ma che ha fatto anche incursioni nel cinema.
Comunque sbaglia, e sbaglia di grosso, la mia enciclopediola (enciclopediucola) di cinema, che definisce gli attori di Addio, fratello crudele «inadeguati o ridicoli», tutti tranne Charlotte Rampling e il film una «versione non soltanto mercantile, ma inetta» della tragedia di John Ford Peccato che sia una puttana, andata in scena a Londra nel 1630.
Castronerie, tutte, perché invece il film è bellissimo, raffinato, pieno di citazioni, un po’ astratto nella narrazione di sentimenti terribili, con delle magnifiche ambientazioni e abiti sontuosi, un po’ ruvidi, come è ruvida tutta l’atmosfera, gelida, con il fuoco sempre acceso nel camino e la campagna del nord Italia, intirizzita e spoglia.
Certi critici sono veramente irritanti, casomai dovrebbero riflettere un momento prima di distruggere un film pieno di elementi squisiti.
Ma non sono bastati la fotografia di Vittorio Storaro, le musiche di Ennio Morricone, i costumi di Gabriella Pescucci.
Chissà com’è che, di botto, tutti questi grandi professionisti, nel pieno della loro attività, prendono una cantonata collettiva e si sbagliano.

Infatti, non si sono sbagliati per niente.

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