Page 2 of 26

CORONA BLUES, 25: FIOR DI LIMONE

Il mio limone in fiore

Vojo  cantà così,  fior de limone, si avessi ‘na campana drento er core, si avessi ‘na campana drento er core me sentiressi batte’ er cuppolone

Ieri mi sono accorta che il mio vaso di limoni, piccoli e succosi, ha messo un sacco di fiori.
Tutto il balconcino profuma, basta avvicinarsi. Ho buttato tutte le piantine  fiorite che avevo comprato nemmeno troppo tempo fa e ho messo fuori delle erbe aromatiche. Sono utili e decorative.
Sarei voluta andare a un vivaio, mi pare che abbiano riaperto, poi ho cambiato idea.
Non c’è spazio per il superfluo.
Ci ha pensato il limone, a dirmi che non era vero. I fiori, d’accordo, si trasformano in frutti, almeno dovrebbero, però questa esplosione bianca e rosa, al momento, è fine a se stessa.
Meglio, il suo fine è di allietare la vista quando si esce sul balconcino a innaffiare o a prendere una boccata d’aria.
Devo avere ancora una scatola di concime per agrumi dello scorso anno.
Stasera lo spargo sulla terra prima di darle acqua.
Do una mano alla fioritura.
Lei dà una mano a me ad andare avanti.
Mi pare il minimo che, insieme, possiamo fare.

Continua a leggere

CORONA BLUES, 24: L’ARIA DEL SORBETTO

Sorbet is usually served in a small chilled glass to cleanse the palate between courses. Eat it with a small spoon

Il sorbetto si serve di solito in un bicchierino ghiacciato per pulire il palato fra portate. Si mangia con un cucchiaino

Debrett’s New Guide to Etiquette & Modern Manners, John Morgan, 1996

La ricetta. Per due. (Le ricette per sei mi sfiniscono).

  • 250 ml di acqua
  • 100 ml di succo di limone
  • 100 gr di zucchero
  • Portare a bollore l’acqua e lo zucchero a fiamma bassa. Il composto deve raggiungere la consistenza di uno sciroppo
    Far freddare a temperatura ambiente
    Aggiungere allo sciroppo il succo di limone appena spremuto. Amalgamare il tutto e versarlo in un contenitore
    Mettere il contenitore in freezer per 24 ore. Prima di servirlo, mettere il sorbetto nel bicchiere del frullatore (che deve essere stato refrigerato). Frullare per circa un minuto
  • Il sorbetto si serve in bicchierini monoporzione, ben freddi. Deve essere spumoso. Si può cospargere di scorza di limone grattugiata

Presto fatto. Acqua, zucchero, succo di limone. Niente a che vedere con l’allappante gelato.
Il sorbetto, sì, che è geniale.

Continua a leggere

CORONA BLUES, 23: UNA STANZA TUTTA PER SÉ

Vincent, La camera da letto a Arles, 1888

Intorno ai miei dodici anni, avevo sofferto di non possedere in casa un angolo per me. Leggendo su Mon Journal la storia di una collegiale inglese, avevo contemplato con nostalgia l’immagine a colori che rappresentava la sua stanza:  una scrivania, un divano, degli scaffali coperti di libri; fra quei muri dai colori vivi, lei lavorava, leggeva, beveva del tè, senza testimoni. Come l’invidiavo!

Simone de Beauvoir, L’età forte

Vincent. Quella sì, che fu una mostra.
Nell’aria fissa e costantemente gelida di Amsterdam, nel museo intitolato all’artista, c’era praticamente tutta la sua produzione.
Da perderci la testa.
Nel centenario della morte, la terra natale festeggiava quel suo figlio santo e maledetto a un tempo, morto suicida in Francia, avendo dipinto solo una decina di anni, gli ultimi della sua vita e avendo lasciato una traccia luminosa come la coda di una cometa.
Difficile, non amarlo.
Alcolizzato, sifilitico, autolesionista, inquieto, certamente non matto, van Gogh voleva essere chiamato solo col nome di battesimo, come era stato con i grandi, Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Tiziano, Rembrandt.
Infatti, lui così si firma: Vincent.

Continua a leggere

CORONA BLUES, 22: COL FISCHIO

Psi, psi, signore maschere;
Psi, psi…
Via rispondete.
Psi, psi…
Cosa chiedete

Mozart / Da Ponte, Don Giovanni

Sul libretto non c’è scritto.
Eppure più di una volta a teatro il cantante lo ha fatto.
Ossia, quando Leporello dice a Don Giovanni, e sono entrambi alla finestra, di guardare le «maschere galanti» che stanno fuori dal palazzo, maschere in bautta, è detto chiaramente e Don Giovanni dice al servo  di farle passare avanti, il servo, ovvero Leporello, fischia.
Ma fischia proprio come un pecoraro, ovvero si mette le dita in bocca ed  emette un fischio vigorosissimo.

Non sono capace di fare un fischio alla pecorara, capisco che per una donna non stia bene e forse per questo ho omesso un passaggio nella mia formazione che adesso mi dispiace aver omesso.
E poi, se lo fa un baritono di razza in scena, dove ha imparato a farlo?
Ci sono dei tutorial.
Quasi quasi ci provo.

Continua a leggere

CORONA BLUES, 21: FUORI DAI DENTI

Siam tre piccoli porcellin

Senza confini. Allora sei scema.
Un signore affacciato al balconcino del primo piano, colonna accanto alla mia, dunque, numero civico successivo, cerca di attirare la mia attenzione e mi chiede se so chi abita vicino a lui.
Non lo so.
Da un’ora chiama perché la musica a tutto volume gli sta facendo venire il mal di testa.
Dico che la musica è pure brutta.
Dico che ho capito dove stanno, due piani sotto a me, dico che suono e riferisco.
Nemmeno devo suonare perché c’è già il mio vicino di pianerottolo, che è una persona gentile e che gentilmente, alzando un po’ la voce per farsi sentire, dice di abbassare la musica, si stanno lamentando.
Per dare modo al vicino di rientrare senza che io mi sia avvicinata troppo, mi fermo un momento dalla signorina del balconcino.
Sembra quello che è: una studentessa fuori sede.
E come sono le studentesse fuori sede: come lei.
Le dico che un signore la sta chiamando da un’ora.
Lei mi risponde che non ha sentito.
Le spiego che non ha sentito perché ha la musica a volume troppo alto.
Lei mi dice che non pensava che la musica potesse dare fastidio per il volume.
Glielo comunico io, per lei è una grande scoperta e un grande giorno.
Le dico di abbassare lo stereo.
Mi dice che non è uno stereo.
Si vede che sono rimasta indietro, a casa mia solo lo stereo ha quella potenza.
Lei dice che non ha capito perché deve abbassare la musica.
Chiudo dicendole di lasciare la musica a quel volume ma, almeno, di cambiare musica.
Mi guarda senza aver compreso niente di quello che è successo.

Siccome il mio vicino è sicuramente rientrato, posso congedarmi.

Continua a leggere

CORONA BLUES, 20: EFFETTO CONFINAMENTO

La Capanna dell’Eremita, foto Kate Berry

Questo è il tuo paesaggio, Bergman. Corrisponde alle tue più intime idee sulle forme, le proporzioni, i colori, gli orizzonti, i suoni, i silenzi, le luci e i riflessi…nella tua professione vai in cerca di semplicità, proporzione, tensione, distensione, respiro.

Ingmar Bergman, Lanterna Magica

Leggo un libro sugli hotel letterari.
L’autrice, che ha fatto un lavoro di ricerca che è durato anni e che, si sente, sa di che cosa sta parlando, alla voce Zanzibar, scrive: «J’irai, andrò a Zanzibar. Ci andrò perché ne sogno come ho sognato di Trebisonda. Ci andrò senza altre ragioni, come a Tabriz, Ispahan e Chiraz, per realizzare i miei sogni meno stravaganti. Ci andrò perché il desiderio di Zanzibar mi impedisce la vista di rive più accessibili».
Zanzibar, Trebisonda e Ispahan fanno sognare anche me, ma non mi è mai passato per la mente di andarci.
Casomai ci va l’autrice, poi mi racconta.
Io da un pezzo, invece, volevo andare a Fårö.
Che cos’è.
Dove sta.
E perché ci volevo andare.

Ora vi racconto.

Continua a leggere

CORONA BLUES, 19: I NODI AL PETTINE

Edward Hopper, Room in Brooklyn, 1932

Per il resto, chiuso in casa, scriveva i suoi romanzi, leggeva, ascoltava la musica e qualche volta andava a nuotare nella piscina del quartiere. A parte qualche rara conversazione con i colleghi della scuola, non parlava quasi con nessuno. E non era affatto scontento di quella routine. Anzi, si avvicinava molto al suo ideale di vita.

Murakami Haruki, 1Q84

Questo è solo l’inizio. Io li capisco, quelli che scappano.
Che cercano di raggiungere la seconda casa.
Che escono di notte sull’autostrada in macchina per andare da un’altra parte.
Io li capisco, quelli che hanno voglia di mare.
Pure se ho una casa sola; pure se appena posso evito l’autostrada; pure se non vado mai al mare.

Però li capisco, perché mi sono stufata anch’io, che pure sono una solitaria, che non mi faccio l’aperitivo con gli amici, la degustazione di vino settimanale, la cena obbligata con quelli che frequento.

Credo che per una persona mediamente vacanziera, festaiola, che va ai convegni, alle fiere e alle terme, stare confinata dentro casa a un certo punto diventa insopportabile.
E ci sono pure quelli che vanno in crociera.

Che ne sarà di noi?

Continua a leggere

CORONA BLUES, 18: DIECI RAGAZZI PER ME (POSSON BASTARE)

Vorrei sapere chi ha detto
Che non vivo più senza te
Matto
Quello è proprio matto perché forse non sa…

Mogol-Battisti, Dieci ragazze

Rimbalzare:  v. intr. [comp. di rin– e balzare] (aus. essere e anche avere). – Balzare all’indietro, in direzione opposta, oppure in alto, riferito a oggetti che vengono lanciati o battono con forza contro una superficie.

La notizia che il re di Thailandia si era autoisolato in Baviera, in un albergo di lusso, con venti concubine è rimbalzata da tutte le parti, nel senso che, all’indietro, in direzione opposta e pure in alto, uomini rispettabili e spesso padri di famiglia si sono dati di gomito e hanno detto prendilo per scemo.
Come se fosse normale per loro esprimere senza nemmeno mezzi termini questo desiderio, intero intero.

Ora, premesso che per me il re di Thailandia (dal nome impossibile) può fare quello che gli pare e che ritengo la Baviera talmente noiosa che forse nemmeno venti concubine possano cambiarla di segno, mi veniva da pensare a che putiferio si sarebbe scatenato se fosse stata una donna a autoisolarsi in termini simili.

Apriti cielo.

Continua a leggere

CORONA BLUES, 17: GIÙ LA MASCHERA

Il Fantasma dell’Opera

«Ecco, è per via del palco…».
«Che palco?»
«Quello del fantasma!»>
«Il fantasma ha un palco?»

Gaston Leroux, Il Fantasma dell’Opera

Mi trucco.
Base. Primer. Correttore. Fondotinta. Cipria (trasparente). Ancora correttore.
Mi faccio di occhi: matita marrone. Ombretto chiaro. Ombretto marrone. Sfumo tutto con i pennelli.
Mascara.
Riga nera di kajal.
Mi rifaccio la bocca: plumper, rossetto e lucido.

Indosso la mascherina.
Non ci siamo.
Il trucco si appiccica, i laccetti si imbrogliano con gli orecchini, mi si appannano gli occhiali.
Qui dobbiamo trovare una soluzione.
Se dobbiamo vivere mascherati, una via di uscita dovrà pur esserci.
Per il maquillage e per il resto.

Continua a leggere

CORONA BLUES, 16: L’ARTE CONFINATA

Sono una persona adulta.
Ho molta esperienza.
Non ho nessun problema a parlare in pubblico, anzi, è una cosa che amo fare.
Capisco quelli che si sentono morire, ma io non mi sento morire, anzi.
Quando parlo in pubblico sono nel mio vero elemento.
Sono accurata, aggiornata, attenta ai dettagli, sono una sentimentale ma professionalmente non sono divorata dai sentimenti.
E professionalmente non ho paura di niente.
Credo in quello che faccio e mi piace farlo.
Da che ho memoria, studio tutti i giorni.
Mi sembra normale: il pianista suona; l’atleta si allena.
Io studio.

Eppure ieri, alle 16:30, ovvero un’ora prima della mia prima lezione on line, ho pensato ecco, questo è il trac, mi sento male, perché mi sento male, che ne so, e se non mi ricordo la sequenza, eppure l’abbiamo simulata cento volte e ho anche preso appunti, e se il mio fedelissimo computer mi tradisce, e se salta la corrente, e se il microfono non funziona.

E se non c’è nessuno dall’altra parte.

L’incubo di chi parla in pubblico.

Continua a leggere