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CORONA BLUES, 8: L’AMORE FRA LE ROVINE

Lee Miller, Among the Ruins of the Blitz, London, 1941

La mamma ha (quasi) sempre ragione. Mi esasperavano, le litanie di mia madre.
Mi esasperavano e le trovavo fuori luogo.
Nel senso che quello che lei diceva non mi riguardava, avrei gradito un’educazione più personalizzata e non quelle sue cantilene generiche.
Fra tutto quel borbottio continuo, quel rosario sgranato, trovavo particolarmente irritante il suo «da’ tempo al tempo».
Io, il tempo, lo volevo tutto dalla mia parte.
E poi quel suo ritornello «tu non sei mai contenta perché non ti accontenti mai». Da sempre mi sfugge perché ci si debba accontentare.
E quell’altro, «guarda chi sta peggio di te» che, però, mi torna continuamente in mente in questi giorni, un po’ sospesi, con un ritmo tutto loro che sto cercando, non mi sembra, infatti, che stiamo così male.

Anzi, so che c’è chi è stato peggio.
Per esempio in questi giorni mi tornano continuamente in mente alcuni fatti di cui ho letto, successi nella Seconda Guerra mondiale.

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CORONA BLUES, 7: IL GUAITO DEL CONIGLIO

Ma che ragionamento è.
Certo che se lo sai, non ci caschi.
Ma il fatto è che non lo sai, quindi, ci caschi.
Eppure sembrava una persona così affidabile. Eh, infatti, è delle persone affidabili che devi diffidare.
Sì, però poi, di chi puoi fidarti.

In francese si dice poser en lapin.
Nel 1880 significava «non retribuire i favori di una ragazza», all’epoca, infatti, lapin  che è, certo, un coniglio, significava anche un rifiuto di pagamento.
In  seguito ha pure designato un viaggiatore clandestino.
L’espressione, nella sua forma attuale, sarebbe apparsa intorno al 1890, quando alcuni studenti cominciarono a impiegarla per l’atto di non andare a un appuntamento, senza avvertire la persona che aspetta.
Ciò potrebbe derivare da «laisser poser», «fare attendere qualcuno».
Più brutalmente, in italiano si può tradurre con «dare buca» o, peggio, «tirare un bidone».

Insomma, mai avrei potuto pensare che una persona così mi avrebbe posato un coniglio.
Sto dicendo, tirato un bidone.
E invece.

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CORONA BLUES, 6: SEGNI DI VITA

Al supermercato fai trenta minuti di fila per entrare.
Belli sgranati.
Dentro e fuori, indossano tutti mascherina e guanti, anche il pakistano dei cestini e dei carrelli che guadagna quattro soldi stando lì dalla mattina alla sera (con l’intervallo del pranzo) e la mendicante all’uscita seduta su una cassetta.
Il Direttore mi fa il segno dei muscoli con tutte e due le braccia quando gli chiedo come va.
Uno dei ragazzi mi dice che l’Appia Nuova ormai sembra sempre quella della domenica mattina, quando lui attacca alle sette.
Comunque, nessuno di noi ha mai visto niente di simile in vita sua.
Certo, abbiamo visto città simili al cinema.

Ma mai, così, la città nostra.

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CORONA BLUES, 5: VIRUS PORN, seconda parte

Villa Cimbrone, Ravello

Il contagio. Parlerei più di addizione che di dipendenza. Addizione nel senso di aggiungere. La dipendenza mi sembra altro. Se sei dipendente dal fumo, è difficile che tu possa aumentare la tua quantità di sigarette giornaliere. Se sei dipendente dall’alcol, pure lì di solito non vai oltre un certo limite.
Di solito.
Invece è addizione, per esempio, quella dei tatuaggi, per cui ieri uno dei ragazzi maschi del mio parrucchiere, che già si era tatuato da poco il braccio destro fino a ricongiungere il disegno con quello che aveva da prima sulla spalla, mi continuava a dire ma come, non vedi niente.
A ben guardare, si era tatuato pure il braccio sinistro. E aveva sopra un teschio enorme, che era tale fino alla conca nasale inferiore e che poi diventava un grande occhio, molto truccato, con lunghe ciglia, di colore verde. Una decorazione che, di notte, se entra una lama di luna piena nella tua stanza e ti svegli, la vedi e non ti ricordi quello che ci hai messo, ti fa prendere un colpo.
Perché con i tatuaggi sembra che non ci si possa fermare.
Come con i piercing, che pure loro sono come i baci e le ciliegie: uno tira l’altro.
Ed è così, evidentemente, anche con tutto ciò che si può aggiungere al corpo, come ci dice chiaramente un universo oggi così facilmente accessibile: quello del porno.

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CORONA BLUES, 4: VIRUS PORN, prima parte

Io sono il Prologo. Vigliacchi.
Ipocriti.
Codardi, anzi, fifoni.
Io lo so, quello che fate en cachette.
Però quando vi chiedo di accompagnarmi, niente.
E nessuno.
Nemmeno quelli che chiamano tre volte al giorno, cioè ventun volte a settimana; quelli che dicono se vuoi, ti passo a prendere tutte le volte che hai lezione (continuamente); quelli che ti accompagnerebbero pure all’inferno, se tu solo lo chiedessi.
Appunto, all’inferno.
Ma non dove chiedevo di essere accompagnata io.
Mica ci potevo andare da sola. In realtà ci avevo pure pensato, però qualcosa mi diceva che mi sarei messa in un guaio.

Comunque alla fine la mia tenacia fu premiata.
Dunque adesso vi racconto come fu che, da ragazza, finalmente riuscii ad andare a vedere un film in un cinema porno.

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CORONA BLUES, 3: LOVE ME TENDER

Titoli di testa. In terza media ero a studiare dalla mia compagna Wanda, una ragazza intelligente e brillante.
Si ragionava su quale scuola scegliere di lì a poco. Arriva il padre, entra nel discorso, taglia corto e dice che la figlia non l’avrebbe mandata al liceo.
Il motivo.
Poi lei sarebbe diventata una cavallina di razza.
E il mondo è pieno di somari.
E, allora, una cavallina di razza, con chi l’accoppio?
Il ragionamento non faceva una piega, l’unico errore di impostazione stava nel fatto che cavalli di razza si nasce e non si diventa.

Non ho più rivisto Wanda dopo la fine della scuola.
Comunque suo padre aveva ragione: il mondo è pieno di somari.

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CORONA BLUES, 2: SENTI COME MI BATTE FORTE IL TUO CUORE

Fra me e lui è una cosa seria.
Voi sapete come sono le cose serie.
Soprattutto di questi tempi liquidi, con relazioni che si liquefanno appena ti volti un momento.
Già fatto?
Con lui, invece. Pure se mi volto, lo ritrovo sempre. E ogni volta il fuoco riavvampa.
Più violento.
Dunque stamattina mi sveglio per tempo, faccio colazione e mi faccio une beauté.
E vado al mio appuntamento.

Tutto mi faceva pensare che sarebbe stato facile, la temperatura fredda ma già primaverile, il 64, che non prendo mai per via dei borseggiatori che lo affollano, praticamente vuoto, una strana fila, un po’ sgranata, che pensavo si sarebbe risolta rapidamente.
E invece no.
Perché pure la mostra di Raffaello alle Scuderie del Quirinale, che inaugura oggi, deve fare i conti con il virus.

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POVERE DONNE

Camille Claudel, La valse, 1889-1905

La creazione parte da un vuoto. Se uno è troppo pieno, non c’è creazione. Se si immaginano Camille e Rodin lavorare insieme, chi ispira di più l’altro?

Juliette Binoche, intervista ai Cahiers du Cinéma, marzo 2013

Pagare tutto.
Non ricevere mai né uno sconto né un regalo.
Pagare il talento con l’allontanamento dalla famiglia.
Pagare una storia d’amore devastante, che sarebbe potuta pure andare diversamente (ma quante storie d’amore sarebbero potute andare diversamente), con una solitudine senza fine.
Pagare l’arte con il prezzo che di solito si paga per la follia: il manicomio.
E trent’anni di manicomio sono lunghi.
E poi arriva la morte e alla cerimonia funebre non si presenta nessuno e il povero corpo viene sepolto in un fazzoletto di terra destinato ad accogliere gli alienati.
E poi le ossa sono messe nell’ossario comune.
E non rimane traccia di Camille Claudel.
Anche se di Camille Claudel rimane la scultura.
E il ricordo.
Che oggi cerchiamo di ricomporre e organizzare: narrando.

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OH, MY DARLING

Scena numero 1. La prima volta fu in un ascensore del MET.
Metropolitan Museum of Art.
New York.
Un negrone (sì, ho scritto negrone) alto quasi due metri, con secchio e straccio in mano, mi guarda, ciondola la testa e fa: «Have a nice weekend».
Io, che stavo stupefatta davanti a tutto, trovai questo augurio personalizzato e generoso.
Risposi a tono.
L’ascensore arrivò alla terrazza, allestita come una sala del museo, prima mi affacciai su Central Park, poi mi sedetti su una panca che avevano installato lì sopra.
Stavo al centro del mondo.
E quel mondo era accogliente, beneaugurante, al ristorante mi dicevano «Enjoy».
In ascensore, «Have a nice weekend».
Che volevo di più.

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CORONA BLUES, 1: I SENTIMENTI FRA ASSEDIO E QUARANTENA

Raffaello, Incendio di Borgo, 1514, part.

Ma chi l’ha detto ma perché
Non devo più pensare a te…

Quasi mi insulto:
«Perché non lo hai ancora ricomprato».
«Perché vado tutte le settimane in centro e lo compro quando voglio. E poi ho trovato chiuso il negozio a piazza di Spagna».
«Potevi comprarlo da queste parti. Metti che non arrivino i rifornimenti, non lo trovi più nemmeno in internet».
«Comunque ho ancora più della metà dell’altro».
«Sì, però, se non arrivano i rifornimenti, come fai senza fondotinta».

«Se è per questo, ho quasi finito anche il correttore».

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