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SULLE MIE LABBRA

Man Ray, A l’heure de l’Observatoire o Les Amoureux, 1934-36

L’amore-ossessione è probabilmente, fra tutte le forme e le possibilità di amore, la più remunerativa.
Ossessione nel senso di ossessione.
Remunerativa nel senso di una passeggiata in montagna così come c’è scritto sulle guidine locali, quando ti fai un’arrampicata faticosa e poi, in cima, hai un bel panorama da guardarti.
Contenti voi.
Per gli artisti funziona un po’ diversamente dall’escursione, ma solo perché i risultati sono più duraturi, al punto di passare alla storia, laddove la visione naturalistica è per definizione legata all’esperienza personale e contingente. A meno che non entri anch’essa nell’arte, la pittura di paesaggio essendo un genere diffuso e storicamente ricco di significato, che al momento, però, poco ci interessa.
A noi interessa, oggi, arrivare a raccontare come fu che la bocca di Lee Miller diventò per Man Ray un’ossessione, al punto di ritrovare le labbra di lei che fluttuano su un paesaggio crepuscolare con piccole nuvole che si arrampicano in cielo.
Labbra grandi, smisurate, che hanno preso il suo posto e che denunciano lo strazio della sua assenza.
L’ossessione della memoria che avvampa.
Ma procediamo con ordine.

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CHE MAI SARÀ, QUESTA VOLUTTÀ

Henri Matisse, Luxe, calme et volupté, 1904

Una volta ricevetti in dono sei flûte iperboliche.
Di colore diverso una dall’altra, erano accompagnate da un biglietto con un augurio bello e poetico. L’augurio citava il titolo del dipinto che vi ho messo in apertura, che a sua volta riprende un verso di una poesia di Baudelaire, L’invitation au voyage, che significa Invito al viaggio, che dice le cose che qualunque donna vorrebbe sentirsi dire.
Più o meno, queste: pensa alla dolcezza, sorella mia, piccola mia, di andare a vivere insieme là; amare come pare a noi, amare e morire, nel paese che ti assomiglia. I soli bagnati, i cieli imbrogliati per il mio spirito hanno il fascino così misterioso dei tuoi occhi traditori, che brillano attraverso le lacrime. Là, tutto non è che ordine e bellezza, lusso, calma e voluttà.
Appunto: voluttà.
E qui casca l’asino. Anzi, qui casca un’intera mandria di asini; e se gli asini non stanno in mandria, sarà un branco, una muta, uno stormo o quello che vi pare.
Ma sono moltissimi, i somari.

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IL SESSO DELLE POSATE, 3. MO VE FACCIO ER CUCCHIAIO

Armando Testa, 1961

Abito vicino a piazza Re di Roma e una volta mi capitò di vedere anteposto il nome di Totti a quello della fermata della metropolitana.
Così, l’ignoto tifoso, approfittando dell’invariabilità del sostantivo, aveva dato a Cesare quel che era di Cesare.
«Totti Re di Roma» in città l’hanno pensato tutti per molto tempo.
(Esclusi i laziali, dei quali al momento non ci occupiamo e con i quali mi scuso).
Il Capitano è considerato l’inventore del cucchiaio calcistico e gli episodi precedenti, seppure noti, sembrano avere meno importanza.
Tecnicamente «Il tiro a cucchiaio o rigore a cucchiaio…, se ben eseguito, fa sì che il pallone scavalchi letteralmente il portiere…è un tiro alto e lento così chiamato perché la traiettoria assunta dalla palla prende la forma di un cucchiaio rovesciato. Nella pratica, consiste nel tirare il pallone con il collo del piede, colpendolo nella parte inferiore. È un tiro rischioso e quindi praticato di rado dai calciatori».
Ma, come dicono i telecronisti quando la partita ha un guizzo inatteso, non finisce qui.

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LA PROVA COSTUME

Jacques Henri Lartigue, Houlgate, settembre 1919

Già avevo smesso di fumare.
Avevo smesso di fumare senza nessuna fatica, solo perché non avevo fumato per più di una settimana perché stavo male: avevo dolori violenti al petto, non sapevo che cos’era. Appena stetti meglio mi venne l’idea di provarci. Ormai fumavo con rimorso, avevo cominciato con i problemi di voce che mi tiro ancora dietro, una cosa professionale, fumavo dicendomi guarda che ti fai male.
Ci riuscii.
Dovetti cambiare amici, abitudini.
Da allora non ho più toccato una sigaretta e se qualcuno mi dice «per favore mi passi il pacchetto», gli rispondo «te lo prendi da solo».
Poi  è vero che se il mio medico mi dice «signora, le restano solo tre mesi di vita», la prima cosa che faccio è entrare da un tabaccaio e comprarmi un pacchetto di Marlboro rosse.
Dure.
Peccato per la scritta menagramo che rovina il design e che quando fumavo io non c’era.

Più o meno in modo simile, ho smesso di andare al mare.

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IL SESSO DELLE POSATE, 2. FORCHETTA, FORCHETTINA E FORCHETTONE

Dotata di denti, detti rebbi, spesso aguzzi, dunque, atti ad infilzare; indispensabile in cucina; di forme, volendo, accattivanti, la forchetta non può che essere femmina.
Ed è tale in tutte le lingue che hanno un genere e che pure ogni tanto sono strambe.
Stavolta non ci sono dubbi.
Storicamente la forchetta appare con calma, ben più tardi del coltello e del cucchiaio, cosa che non mi convince del tutto, essendo essa presente quotidianamente anche sotto altre forme. Ci sono infatti forchette, forcine, forcelle, siamo sempre lì, un po’ dappertutto: presso gli archibugieri, per appoggiare l’arma; negli orologi, in comunicazione con il bilanciere;  in anatomia umana, sullo sterno e nella vulva; negli animali, uccelli e cavalli, per questi ultimi, nello zoccolo; in musica; nella dama e negli scacchi.
Insomma, un mondo biforcuto, triforcuto.
Quadriforcuto, quando parliamo della forchetta da tavola.

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IL SESSO DELLE POSATE: 1. COLTELLI, FRATELLI

Non ho mai capito questa cosa del sesso degli angeli.
Da sempre mi sembrano maschi, casomai maschi belli come è difficile trovarne, almeno a quell’angelico livello, però sempre maschi sono.
Un angelo femmina mi sembra parecchio improbabile.
Ho provato a fare un ragionamento simile durante una lezione con le posate.
E vi dico subito che le cose non sono andate lisce.
D’accordo, è l’epoca della confusione di genere e per questo argomento sono entrati in gioco anche altri fattori, insomma, non so se in aula siamo riusciti a metterci d’accordo.
Poco male. Comunque, adesso vi racconto.

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ALL’OMBRA DEI CIPRESSI

La tomba di Rimbaud a Charleville

Comincio con la storia di un raggiro messo in atto ai miei danni, per cui un mio compagno del corso di tedesco, venuto a conoscenza della mia passione per Rimbaud, buttò lì che lui era stato a Charleville sulla tomba del poeta e che sulla lapide c’era scritto Ne criez pas pour moi, Non gridate per me.
Solo dopo anni avrei visto la foto della sepoltura, scoprendo che in realtà l’implorazione era Priez pour lui,  Pregate per lui.
La favoletta, comunque, era ben trovata, come sappiamo, i secondi (e anche i terzi e i quarti) fini degli uomini accendono sempre la loro fantasia, anche tombale, anche letteraria.
Quanta vita c’è nella morte?
Tantissima, essendo la morte l’accadimento chiave della vita medesima: se non ci fosse vita, non ci sarebbe morte.
E, lo sappiamo, Eros e Thanatos sono legati indissolubilmente, al punto che mai come quando noi siamo davanti alla morte abbiamo voglia di vita.
Lo sa bene la Matrona di Efeso, anche lei protagonista di un racconto, stavolta fatto da uno serio, Petronio, nel suo Satyricon.

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COL COLLETTO DURO E CON IL PETTO INAMIDATO

Immagina un uomo.
Immagina un uomo che ti piace.
Immagina adesso uno di quegli album con le bambole di carta da ritagliare e il loro guardaroba. Le bambole possono anche essere  maschi.
Immagina una bambola di carta maschio con il volto dell’uomo che ti piace.
Immagina la tua bambola di carta con addosso solo l’intimo.
E comincia a immaginare il suo guardaroba: un paio di blue jeans; delle belle camicie, una delle quali bianca e rigorosa; un cardigan; una giacca; alcune paia di scarpe: mocassini, sportive con i lacci, facciamo quelle con le tre bande, stivaletti.
Eccetera.
E adesso immagina una pagina dalla quale ritagliare un frac da fare indossare alla tua bambola (maschio). Qui si gioca una partita importante: come lo porta?
Non tutti gli uomini stanno bene in frac, diciamo che devono avere le physique du rôle, insomma, come tu hai capito benissimo, qui è chiamato in causa il tuo sentimento: stare bene in frac è una prova cui viene sottoposto il tuo amore.
E se non è una prova questa.
E se questo non è amore.
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GLI ABITI NUOVI DEL RE

Alexander Vlahos (@vlavla)

«Oh, dio, enormemente! I costumi e la parrucca, e i tacchi. Tu arrivi con i tuoi jeans e la tua t-shirt…e un’ora e mezzo più tardi tutti appariamo come se fosse la Francia del XVII secolo.  È pazzesco. La parrucca cambia la forma del viso e cambia anche il modo in cui ti muovi…»
(Alexander Vlahos,  alias Philippe d’Orléans, in un’intervista del 2016)

Il mio studio è una stanza di 11 mq con una finestra che affaccia su un cortile molto Rear Window di Hitchcock. Ha tre librerie; una sedia; una scrivania con tiretto e segreto che, volendo, blocca con una leva nascosta tutti i cassetti;  tre tavoli di appoggio; uno sgabello che mi sono portata in aereo dalla Finlandia; computer; fotocopiatrice; una scala rossa.
In questo spazio mette piede solo chi, i piedi, li ha già messi entrambi nel mio cuore: perché ne sono gelosissima.
In esso sono collegata al mondo via internet e in rapporto, se serve, con i miei due giovani grafici e con un paio di angeli custodi, che mi aiutano tecnologicamente.
Mi capita di lavorare in gruppo, cosa che apprezzo molto per l’arricchimento e lo scambio reciproco, ma il cuore della professione, ricerca, studio, organizzazione, creazione, si svolge in solitudine radicale.
Dunque, mi domando come sia, se eccitante, stimolante, vincolante, disturbante, normale, lavorare in trenta, tutti insieme, facendo in pratica una cosa sola.
Per esempio cucendo gli abiti per il re e per la sua corte.
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HO VISTO UN RE

Con il cuore in gramaglie e il mio immaginario, già lo so, che sarà ridotto a uno straccio, mi avvio alla conclusione dell’avventura.
Che è stata bellissima e che mi ha portato in giro per il palazzo e i giardini di Versailles, che per me non sono più quella specie di prigione aristocratica e noiosissima come ritenevo da sempre, ma che sono diventati lo scenario di ogni avventura possibile.
Si impone un punto della situazione, per salutare, ringraziare, imprimere nella memoria.

Andiamo a cominciare. E cominciamo dall’inizio.

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