LE SERE IN TRASPARENZA

Con Montale, ‘praticammo con cura il carpe diem’.
Nel senso che decidemmo di chiedere tutto e subito. E di tutto vivere e utilizzare: soprattutto i sentimenti, nel senso che volevamo sentirli appieno.
C’è qualcuno che ha qualcosa in contrario?
Oddio, non sempre fu possibile. Per esempio, le scarpe nuove. E se viene a piovere?
E, poi, le bottiglie di vino.
E se succede qualcosa di ancora più importante?

Ammetto di avere nella mia cantinetta, che è, comunque, un luogo del mio immaginario perché, nella realtà, i miei vini stanno un po’ nel frigorifero e un po’ in una cassa che ho nell’armadio all’ingresso, ammetto, dicevo, di avere un paio di bottiglie che non tocco. Non so, ovvero, so benissimo che cosa aspetto, ma, al momento, almeno una di quelle bottiglie non sono disposta ad aprirla. Ogni volta che penso adesso lo faccio, mi passa la voglia di berla.

Casomai e chissà, non è ancora arrivato il suo tempo.

La regola del carpe diem, però, così saggia, tanto quanto quella di Cristo: ‘Non siate dunque in ansia per il domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno’,  ci impone di, più o meno, cogliere l’attimo.
Il concetto è difficilmente traducibile e per niente afferrabile, quindi  propongo di rileggerlo a modo nostro.
Per quanto mi riguarda,  evito di mettere da parte: cibo, denaro (e da questa prassi scaturiscono sempre dei guai, però, mi dico, se sono sopravvissuta fino a ora, ce la faccio), incontri,  forse anche indumenti.
Mi metto tutto addosso e subito, perché siamo appesi a un filo, quindi non ho alcuna intenzione di lasciare dietro di me il contenuto dei miei cassetti, soprattutto di quelli più intimi.
Al  mondo, diciamocelo, probabilmente non interessa.
Un capitolo a parte sono i bicchieri: ne ho di molto belli, nuovi, certamente, e ho solo servizi da due, amando io la conversazione diretta e senza scampo.
E i bicchieri nuovi li metto in tavola senza esitazioni per tutte le cose dette innanzi, anche perché essi finiscono tutti in lavastoviglie. E ne escono fuori scintillanti.

Il nodo, il problema, il cruccio, la meraviglia sono, invece, i miei bicchieri antichi. Siccome quasi tutti hanno spesso100 e più anni, mi perdonerete se non li definisco vecchi.
Come me li procuro?
Certo non li eredito. Quindi non ho, rispetto a essi, nessuna responsabilità di trasmissione, non devo tenerli da parte, devo solo utilizzarli, visto che li ho incontrati e li ho acquistati, in modi diversi.
Uno dei posti miei di privilegio sta a Londra, in King’s Road, a Chelsea, ed è un negozio storico per forniture per artisti.
Poi, però.
In fondo al bellissimo spazio dei colori e dei pennelli, completo di tutto, matite,  cavalletti, nastri, roba tecnica,  inchiostri, penne, colori, gouache, tempera, insomma, ci perdo la testa io, che non dipingo, figuriamoci quelli che lo fanno, dicevo, in fondo al negozio, c’è la zona Antiques.
E, fra i Drawing Sets e tutta quella roba che va sotto al nome di Miscellaneous,  c’è uno spazio, un invaso, un paradiso che si chiama Antique Glasses.
http://www.greenandstone.com/v2/p/antglas.php
Lì, nel corso degli anni, e ogni volta che ho potuto e sempre con il sentimento di stare a fare qualcosa di importante, lì ho acquistato alcuni vetri antichi.
Antichi al punto tale da trovarli il giorno dopo in una teca, esposti al Victoria & Albert Museum, con la sensazione di poter toccare con mano, per esempio, e non vi sembri poco, gli artisti che amo e che hanno usato i medesimi vetri come modelli nei loro dipinti.
Dunque, l’ultima volta mi sono portata a casa i tre bicchieri che vedete.
Da sinistra: il bicchiere francese da vino del 1870;  il bicchiere francese da vino del 1880. Il primo, il bicchiere dell’ospite di riguardo, l’altro, il mio bicchiere prediletto.
Poi, a destra, la Champagne Flûte, anch’essa francese, del 1900.
E allora? Dove voglio arrivare?
Eccomi, arrivo.
Qualche sera fa ho rotto la flûte, l’ho rotta miseramente, dopo che l’avevo messa in una delle due vasche del lavello della cucina perché volevo risparmiarle la lavastoviglie. L’ho rotta perché ho detto adesso la metto qui e la lavo più tardi e poi invece ci ho sbattuto sopra non mi ricordo se un piatto o una pentola. L’ho rotta perché la flûte è trasparente e non l’ho vista, sono miope e stavo senza occhiali.
E allora perché faccio queste cose senza occhiali, quando la flûte sapevo che stava lì e, soprattutto, che ci tenevo.
Perché, a casa mia, senza occhiali ci vedo benissimo.
Inoltre, già in passato l’avevo sbeccata e l’avevo da poco ritirata dal vetraio che mi aveva fatto una riparazione, riportando il bordo a filo, dunque, consentendomi di nuovo di usarla.

 

Calice inglese, 1862. Anche al V&A fanno danni, però sanno come ripararli http://www.vam.ac.uk/content/articles/c/caring-for-your-glass/

Ma, quel bordo, che avevo provato di corsa la sera medesima, non mi era piaciuto affatto, il contatto con le labbra non era morbido, casomai si trattava di quei due millimetri che fanno la differenza.
Oppure a quel restauro avrei dovuto far seguire una messa a riposo e non un riutilizzo?
Che ho fatto, ho pianto?
Nemmeno troppo.
Mi sono maltrattata e mi sono risposta. Casomai puoi pure diventare astemia, così non hai più di questi impicci, casomai a cena, dopo il calar del sole, puoi versarti nel bicchierone una Coca Cola e offrirla pure al tuo ospite, casomai, se proprio ci tieni, metti pure in tavola un bicchiere da bibita di quelli che stanno nell’armadio,  carini, no?, così non corri più il rischio di mettere mano ai bicchieri antichi e, se rischio corri, pure di romperli.
Come succede spesso, non dici sempre che il vetro è bello proprio perché è fragile?
Ma.
Poi.
E allora.
E allora mi è tornata fuori l’energia e mi sono detta adesso voglio proprio vedere e in tre clic nemmeno troppo razionali, voi sapete come succede con gli incontri, in essi c’è sempre qualcosa di magico, ecco che ho trovato quello che cercavo:  ‘A harlequin set of antique Champagne Flutes’, a tentare di tradurre, ‘Un insieme variopinto (ma anche arlecchino va benissimo) di flûte, ovvero, bicchieri, da Champagne antichi’. Tre flûte una diversa dall’altra, tutte datate, circa, al 1840 e ‘in condizioni perfette’.
Che ho fatto secondo voi?
Bravi: le ho comprate. Quanto mi sono costate? Una cifra che mi sono potuta permettere. Insomma, la vita non è fatta solo di abbonamenti al treno e di condominio.
Non solo. Il giorno dopo Julie, la titolare della maison, mi ha scritto per ringraziarmi dell’acquisto e io le ho risposto raccontandole tutto, la rottura serale, il dispiacere, la felicità di trovare in internet i suoi bicchieri.
Oh dear it is so sad when we break our antique glass, but I am very pleased that you where able to buy the flutes from me.
I hope the glasses arrive quickly so that you can enjoy your bottle of Champagne!’

Our antique glass’: ecco, i vetri sono nostri.
Oh, dear. Anche un moto di affetto.
Ed eccomi in attesa delle flûte di Julie.
Miracoli di internet. Possibilità, senza nemmeno muovermi da casa, di vedere una vetrina di bicchieri antichi ben allineati sul display del mio computer.
Consolazione rispetto alla rottura.
Attesa, oh, quanto impaziente, del pacchetto che viene da North St, Turners Hill, Crawley, ho guardato e sta nel West Sussex, chissà se ci andrò mai.
Probabilmente, no, ma poco me ne importa.
A me importa ritrovare il senso della trasparenza della sera, quando si apre la bottiglia e, insieme al vino, fluiscono nel bicchiere tutte le sue promesse.
Anche quelle, un po’ speciali, che alludono al piacere, sfaccettato e complesso, di bere da e in bicchieri che sono stati usati da tanti altri, chissà in quali occasioni e in quali situazioni.
Tutte, mi auguro, di festa.

Presto vi saprò dire di più.
Presto, dunque e spero, avrete notizie dei bicchieri di Julie e del loro viaggio, che, da là dove sta lei, in quel posto che si chiama West Sussex e che mi piace immaginare pieno di vetri e di bicchieri, tutti pieni, a loro volta, di storia, li avrà portati fino a me, Roma, Italia, un po’ come messaggi in una bottiglia, pronti a vivere un altro pezzo di vita e di gloria.

4 Comments

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  1. Grazie per lo splendido racconto serale

  2. Valentina Esposito

    13 febbraio 2018 — 14:23

    Professoressa adoro leggere ciò che scrive su questo blog,riesce ad intrattenere con tematiche che probabilmente scritte e raccontate da un altra persona non avrebbero lo stesso fascino,i miei complimenti 🙂

    • Valentina, sei gentilissima e la cosa che più mi fa piacere è che anche così rimaniamo vicine e in contatto, ti ringrazio molto del tempo dedicato al mio blog

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