Matti per le serie: Six Feet Under

L’antefatto

Da ragazza andavo a un sacco di feste.
E ci andavo esattamente per il medesimo motivo per cui adesso non ci vado più: perché alle feste si incontra un sacco di gente. Come e perché io abbia smesso di incontrare gente non interessa a nessuno, tantomeno a me, quindi andiamo avanti.

A una di queste feste una volta conosco un ragazzo carinissimo che subito mi chiede secondo me perché quando lui lavora, e mi spiega che fa l’autista, e sta lì parcheggiato, nessuna ragazza risponde al suo saluto nonostante lui ce la metta tutta per farsi notare.
Chiacchierando vengo a scoprire che lui fa l’autista per un’agenzia di pompe funebri, quindi, deduco, la macchina che lui guida è un carro con tanto di bara.
E ti credo, che le ragazze fanno finta di non vederti.

Una mia compagna di liceo di nome Rosaria ogni tanto mi diceva ma non ti sembra strano, noi conosciamo continuamente gente, studenti, certamente, ma anche professionisti, medici, avvocati, attori, imprenditori, io avevo anche conosciuto il garzone di un macellaio con una magnifica cicatrice su una guancia, commercianti e via elencando e mai, ma proprio mai, un necroforo, ovvero colui che per mestiere ha a che fare con i morti.
Rosaria aveva messo a punto una teoria secondo la quale la gente mentiva, per cui quello che lavorava al Verano, il più grande cimitero di Roma, ti diceva che era un impiegato comunale.
A rigore, era vero, quindi manco di bugia si poteva parlare.
Comunque, dopo l’incontro alla festa io ho incontrato gente delle pompe funebri solo nell’esercizio delle loro funzioni, quindi, in momenti per me sensibili.
E l’ultima volta, siccome mi ero scocciata dei parenti, mi ero messa a chiacchierare con uno di loro ed ero venuta a sapere che era, quella, una professione ereditaria, un po’ come per i notai e i farmacisti, ed esclusivamente maschile.
(Ora, ci sarebbe da chiedersi perché le donne, che blaterano di continuo sui soffitti di cristallo, non si lancino invece di blaterare in un campo che sembra del tutto vergine, mettendo su una bella agenzia tutta lipstick e tacchi alti).
A un corso estivo che feci alla Central Saint Martins School di Londra, che si considera la più importante scuola d’arte d’Europa, una mia compagna particolarmente creativa (era un corso teorico, dedicato alla nascita delle idee) raccontò di volersi dedicare al design cimiteriale, campo nel quale le idee secondo lei latitavano.

Sono una gotica, vado regolarmente per camposanti, li trovo suggestivi e molto eloquenti rispetto agli usi e costumi diffusi nel mondo, voi pensate solo alla differenza che c’è fra un cimiterino di montagna e Staglieno, il Cimitero monumentale di Genova.
Il mio posto prediletto a Roma è il Cimitero acattolico di Testaccio, da che ho memoria ho l’abitudine di andare spesso a salutare John Keats sulla sua tomba, visibile anche di notte attraverso una finestrella; so dove sono sepolti i letterati e gli artisti che prediligo, e li frequento anche post mortem; nell’elenco delle cose da fare c’è anche un viaggio a Baltimora, nel cui camposanto riposa Edgar Allan Poe.
E a ogni compleanno del grandissimo maestro, di notte, una mano sconosciuta ha deposto accanto alla sua lapide una rosa e una bottiglia di Bourbon. Per anni, ora non più, cosa che fa pensare che il misterioso ammiratore, che io credo sia un’ammiratrice, abbia concluso la sua esistenza terrena senza trovare qualcuno in sostituzione.

Dunque, con questi precedenti e questo umore, quando di recente sono rimasta a secco di serie televisive e ho cominciato a patire tutti gli strazi della dipendenza e della lontananza, mi è venuto in mente di ritornare a una trasmissione radiofonica curata da Jonathan Zenti, autore.
E lui, che è un esperto, ovvero un intossicato come nessun altro, citando qua e là, la sua Top Five, i premi vinti, il successo di pubblico, butta lì un titolo, Six Feet Under e un nome, quello della famiglia Fisher: la serie, cioè, dedicata alle vicende di una famiglia di impresari di pompe funebri che sta a Los Angeles.

Vero pane per i miei affamatissimi denti.
Ora vi racconto come è che ho passato con loro un po’ (parecchio) del mio tempo.

 

La vicenda

Titoli di testa gotici, romanticissimi, una rosa viene lasciata cadere su una pietra e due mani congiunte si staccano una dall’altra repentinamente.
La morte è una cosa seria, la vita, non sempre, quindi siamo alle prese con una black comedy dai toni che, si capisce facilmente, diventano ogni tanto surreali, perché il mestiere degli uomini di famiglia offre possibilità narrative insospettabili, almeno per chi quel mestiere non lo frequenta.
E non dimentichiamo che dall’altro capo del filo di Thanatos ci sta Eros, e qui l’erotismo è diffuso dappertutto e declinato in tutte le salse, e i sentimenti sono messi sotto la lente, cosa che il cinema, da quando si è imbarcato nel digitale e negli effetti speciali, cioè più o meno dal primo Uomo Ragno, non riesce più a fare, il poveretto.
Lasciando libero campo alle serie televisive, luoghi di grande respiro e di indiscutibile talento di inventiva, che va in tutte le direzioni e si esprime dappertutto.
Six Feet Under è prodotta dall’HBO, che è un’emittente televisiva statunitense via cavo e satellitare a pagamento e che ha tenuto al laccio con questa serie i suoi spettatori per cinque stagioni con un totale di 63 episodi: una gigantesca torta ricoperta di panna o, se preferite, come me, il salato, una montagna di patatine fritte, sempre calde e croccanti.

Vi dico subito che io ho visto gli episodi tutti insieme, uno dopo l’altro, in modo tossico, certi giorni per forza di cose (ah, la forza delle cose) non mi ci sono dedicata, altri me ne sono fatta uno di seguito all’altro cinque e, se non ho continuato, non è perché sono una donna temperante, non lo sono per niente, ma solo perché avevo finito i dischi e quelli successivi erano ancora in viaggio.
Sì, perché non ho comprato il cofanetto. Ho comprato i cinque dvd, ciascuno dei quali con 5 pezzi dentro, che sono tutti arrivati via Amazon al mio garage, dove mi faccio consegnare i pacchi e dove tutti mi chiedevano a che punto stavamo con i becchini di Los Angeles.

Ora parlo da professionista.
Se entro nella Cappella degli Scrovegni, l’ultima cosa che mi viene in mente di dire è che è ben fatta.
Prima, guardo.
Poi, trasecolo.
Dopo, professionalmente, cerco di orientarmi, però il primo sentimento che mi invade è l’ammirazione. E ancora ammirazione provo davanti a un abito di alta moda di Dior o a un tegame di pollo con i peperoni, tutti capolavori, e se dico che sono ben fatti, non ho detto niente.
Lo stesso vale per la mia serie.
Però certo non mi metto a raccontare la trama, la seconda delle mie regole esistenziali (della prima parliamo un’altra volta) recitando così: non complicare le cose semplici; non semplificare quelle complesse. Dunque non mi metto a riassumere quanto di complesso è successo in cinque anni, andati in onda sul network via cavo dal 3 giugno 2001 al 21 agosto 2005 .
Non tento nemmeno la recensione.
Certo è che mi piacerebbe dedicare a questa serie qualcosa di simile a una tesi di laurea, ma una di quelle tesi autentiche, non quelle da copia e incolla.
Casomai, un’altra volta.
Ora mi limito a mettere insieme degli appunti, perché mi serve a riordinare le idee e perché amo fare il punto.
Se vi interessano, eccoveli.

  1. L’altissima qualità dei dialoghi. Con parole puntuali, limpide, forme sintattiche di pieno respiro, una cosa letteraria nel senso di Hugo, Zola, Morante, ma, attenzione, senza niente di teatrale, insomma, non stiamo davanti a All About Eve, quasi insopportabile perché troppo impicciato e contorto, questa è televisione, ovvero, come la televisione diventa quando è alle prese con una serie, dotata di una capacità espressiva che tutti dovremmo rincorrere. Un conforto, in questi nostri tempi, smart e dotati di tastiere intelligenti (intelligenti?), quando arrivano messaggi fatti di cinque parole sdutte lardellate di refusi, che rendono tutto ridicolo o incomprensibile.
    No, i Fisher parlano. Litigano, si spiegano, si lasciano, si riprendono, hanno dei sentimenti brucianti e sanno esprimerli.
    Ecco.
  2. La bellezza formale. Anche se ogni episodio è scritto e diretto da persone ogni volta diverse, lo stile è quello. Dietro c’è la mano del creatore, Alan Ball, che evidentemente ha informato tutto, riservando per sé alcuni momenti e soprattutto tenendosi tutto l’ultimo episodio, il 63°, quello conclusivo e finale, per scrivere il quale si è chiuso in una sua casa che sta a Lake Arrowhead, un posto a più di 1.500 m di altezza, in California.
    E ha pianto.
    Così come hanno pianto pure gli attori e tutti quelli che ci stavano lavorando, così come ho pianto io, straziandomi, ritrovandomi, visto che, a dirla tutta, piangevo già da due episodi, con gli occhi come due pomodori. E, lo dico chiaramente, io sarò pure una piagnona, però piango solo sulle cose importanti, nel senso che pure riviste mille volte mi fanno il medesimo effetto, insomma non è che mi dico guarda quanto sei cretina, piangere su questa scemenza; mi dico, anzi, avevi ragione a piangere, hai fatto l’unica cosa possibile.
    La bellezza formale, dicevo. Per esempio, i colori. I Fisher sono per la metà della famiglia rossi, quindi vai con una sinfonia di verdi sottobosco e di terre, tutto è una grande armonia di toni, uno guarda e dice quanto le sta bene quella maglia.
    E poi, altro esempio, le inquadrature: una per tutte, la vetrata rettangolare che mette in comunicazione la fondamentale cucina con la saletta della televisione, ogni tanto, come in un refrain, qualcuno si affaccia da lì, ed è come se un pittore avesse deciso che quello era il quadro, completo di cornice, e che quella doveva essere l’inquadratura giusta.
  3. La bravura degli attori. Dei mostri, tutti, ciascuno perfetto per la sua parte, tutti capaci di muoversi su registri diversi, perché i personaggi in cinque anni evolvono, i becchini di Los Angeles e il loro contorno vive sul serio, loro mica fanno finta, come capita di continuo con la gente che si incontra, che sta lì e non si muove di pezza.
    Poi casomai vediamo che significa fiction e che significa vita vera.
  4. La presa di posizione su certi tratti del nostro tempo. Non la parodia o la satira, no, proprio la derisione, in certi episodi, esilarante. Nell’ordine: l’alimentazione; la terapia; la scuola d’arte.
    Non a caso i più svalvolati sono i vegani, gli psicologi e gli psicoanalisti e tutta la gente che ruota intorno al college cui si iscrive Claire, la figlia più giovane, l’artista.
    Veniamo a scoprire (ma dai!) che i vegani sono dei fissati, gli psicoanalisti, tutti pazzi e che nelle scuole d’arte non si combina un cavolo.
    In America, dove sono molto ben organizzati, figuriamoci da noi.
  5. L’importanza del paesaggio tecnologico. D’accordo, questo è solo un mio punto di vista e certamente non è quello di coloro che hanno visto la serie in prima diffusione. Io, no, io arrivo dopo 16 e 12 anni.
    Ma voi vi ricordate quanto erano suggestive le segreterie telefoniche? Quanto era bello tornare a casa e vedere la lucina che lampeggiava, e avere lì che ti aspettavano caldi caldi 7 messaggi, oppure non rispondere al telefono e sentire quello che diceva lo so che stai lì, rispondi, ti prego, rispondi, rispondi o mi arrabbio.
    I Fisher hanno cellulari con i tasti e la conchiglia, hanno il fax, hanno certamente internet, e che diamine, stiamo in America e quelli stanno sempre 20 anni avanti a noi, però non stanno rimbecilliti a giocare con le pallette e a mandarsi la foto del golfetto di cui non sono capaci di scegliere il colore da soli. Mi viene in mente che nel giro di poco tempo noi abbiamo sacrificato dei dispositivi che ci davano la possibilità di vivere un po’ più letterariamente, di dare più senso a quello che ci diciamo.
    Quasi quasi mi ricompro la segreteria telefonica e vedo che succede quando rientro.
  6. Il cibo, il vino e il resto. I becchini di Los Angeles mangiano e bevono, come facciamo tutti. E i pasti sono momenti di unione, di incontro e di scontro e ciascuna pietanza è una metafora di chi la cucina, come se ci si incarnasse in un piatto, cosa che accade regolarmente e alla quale non facciamo caso abbastanza. Mangiano anche voracemente, ma sempre con educazione, masticano a bocca chiusa, sono tutti eleganti ed educano i più piccoli, finisci le uova, mangia pure l’insalata.
    Tutti bevono. E bevono in meravigliosi calici con il piede e lo stelo, d’accordo, non tutti tengono il bicchiere nel modo giusto, ma non mi sembra troppo importante, mica stiamo a un corso di degustazione.
    In parecchi sono spesso ‘high’, ovvero quasi tutti assumono sostanze illecite, capita di vederli ubriachi e drogati, vi suona strano? A me, per niente. Forse pure a Los Angeles si fa fatica a vivere e a mettersi d’accordo col mondo.
  7. La presenza della Morte; la presenza dell’Amore. Con i becchini, si capisce, la morte è all’ordine del giorno e i morti spesso parlano, consigliano e riappaiono. Parlano di sé, dicono come vogliono essere sepolti, suggeriscono di lasciar perdere, sono morti di cui vediamo i corpi durante l’imbalsamazione, che piangiamo anche noi, che hanno per noi una funzione catartica.
    La serie ha momenti visionari e anche allucinati, perfettamente funzionali alla narrazione.
    E si mette in moto tutto, finito di vedere la serie, e ti pareva che non sognavo mio padre, che non sogno mai e al quale mai penso. Quando succedono queste cose, vuol dire che c’è senso, vuol dire che c’è arte.
    E con Thanatos ci sta sempre Eros, lo abbiamo detto. E Eros coinvolge tutti, non solo i più giovani, ma anche le due madri di figli adulti che ci stanno, che, rimaste entrambe vedove (veramente, tutte e due anche prima del trapasso del coniuge legittimo), mica stanno lì a compiangersi, cioè, si compiangono ma si fanno anche una certa simpatica quantità di amanti, cosa che apre orizzonti e movimenta il discorso.
    Il più amoroso di tutti è il figlio grande, Nate, che molto mi dispiace non aver incontrato personalmente, perché è un uomo evocativo e perché apprezza le donne.
    Muore a 40 anni, lasciando uno stuolo di femmine piangenti e dolenti al quale mi unisco pure io.

Ecco, queste sono le cose di sostanza che volevo appuntarmi e ho pensato che a qualcuno interessassero,
Non avendo potuto confrontarmi con nessuno in contemporanea alla diffusione televisiva, lo faccio adesso, perché il confronto è importante e perché è, questa, l’occasione di tornare a parlare di una serie bella e complessa, di una serie capolavoro.
E poi perché, sommando tutto, finché c’è serie, c’è respiro e speranza.
Insomma, c’è vita.

Pure quando c’è morte, e questo è ciò che conta.

5 Comments

Aggiungi il tuo →

  1. lucia fenicia

    3 febbraio 2018 — 8:06

    Cara Rosella l’articolo sul vino inebriante. Da exex proprietaria di vigneti in terra di Bari mi ha coinvolto molto piacevolmente. Pensavo che se avessi studiato arte (e non biologia) mi sarebbe piaciuto fare la tesi sulle “libagioni nella storia e nell’arte”. Comunque in viaggio per Pompei e domani Longobardi a Napoli. Un abbraccio Lucia

    • Rosella Gallo

      3 febbraio 2018 — 9:18

      Lucia, questa dei vigneti non me l’avevi raccontata, devi dirmi tutto. Il mio articolo sul vino è un omaggio a questa complessa bevanda, che mi affascina, ho provato a mettere insieme cose diverse, prima o poi approfondirò una storia dell’arte tutta enoica, credo che verrebbe fuori un discorso interessante, a presto per un brindisi. E grazie!

  2. lucia fenicia

    3 febbraio 2018 — 8:51

    Cara Rosella non avevo ancora letto l’articolo sui cimiteri. Ne ho visitati di interessanti ed emozionanti piccoli e grandi. Nell’acattolico du Roma anche la semplice lapide dei Bulgari e’signiicariva. Nel piccoo cimitero di Panarea c’e’ il monumento funebre di uu xhirurgo condue grandi mani di verso il cielo che commuovono. A Parigi oltre i classici Pere Lachaise e Montp c’e il piccolo cimprivato Pic Pus (?) dedicato ai morti del terrore comprese Le carmelitane di Bernanos e Lafaiette. E l’iniziodi Volver? Etc etc. Baci Luxia

    • Rosella Gallo

      3 febbraio 2018 — 9:21

      Eccone un’altra. Facciamo un club di appassionati gotici che girano per cimiteri? Più scavi, più ne trovi, come Presidente eleggiamo Giuseppe Marcenaro, con le sue Storie di rimpianti e di follie, una raccolta magnifica di notizie e aneddoti di camposanti. Grazie Lucia, ancora grazie, sono contenta di conoscerti

  3. lucia fenicia

    3 febbraio 2018 — 8:52

    Scusa sono in treno e scrivo male.

Lascia un commento

20 − 3 =