GIRL POWER

Istaso Arana in «La virgen de agosto», Jonás Trueba, 2019

Ci sono donne che piacciono alle donne.
Ci sono donne che piacciono agli uomini.
Ci sono (poche) donne che piacciono agli uomini e alle donne.
Ci sono donne che non piacciono né agli uomini, né alle donne, e allora è una tragedia.
Come sempre, quando vedo una donna, io mi chiedo se mi piace e se piace agli uomini.
Come sempre e soprattutto con un’attrice, dove il gioco dell’identificazione è più potente e dove il film funziona solo se il gioco funziona.
All’inizio lei non mi piaceva: occhi rotondi e sorriso gummy, volontario, a questo punto, perché il mio medico estetico, che poi è il fratello del mio odontoiatra, una volta mi ha spiegato come si corregge e ci vuole poco o niente, due iniezioni che neutralizzano i muscoli che tirano troppo il labbro superiore e il vermiglio fa il suo lavoro, scoprendo solo quello che deve scoprire.
Venti minuti in tutto.
Reversibile.
All’inizio lei non mi piaceva, poi è bastato che si mettesse a ballare, era in una festa in piazza, faceva roteare la coda di cavallo, si capiva che si divertiva e ho visto, finalmente, che la camera del regista la cercava con piacere.
Lei ha seni bellissimi.
Si intravedono quando lei fa l’amore con un tipo che si è messa a seguire tutte le sere e con il quale ha attaccato discorso.
Poi si vedono benissimo quando lei una mattina si alza e ha addosso solo una T-shirt e fa quello che fanno tutte le donne: la solleva e si guarda allo specchio.
I seni sono di dimensioni giuste, né troppo piccoli, né troppo grandi, alti e sodi, alti e sodi come dovrebbero essere tutti i seni che stanno sulla faccia della terra.
E le scollature di tutto quello che lei indossa, roba semplice, ma ci arriviamo fra un momento, le scollature, ecco perché le stanno così bene.

È tornata la Nouvelle Vague e il film è bellissimo.
Se avete pensato per un attimo che battesse bandiera italiana, devo deludervi.
Da noi nessuna onda, né nuova, né vecchia.

Il film batte bandiera spagnola.

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MEMORIES

Fernand Khnopff, Du Silence, 1890

Qualche regola per il lavoro: prendere la parola solo quando si ha qualcosa da dire; la pratica quotidiana come alternativa alla nozione di progetto;…la forza  significativa del frammento

Franck Scurti, artista (da un ritaglio che ho conservato nella mia agenda. Le frasi trascritte sono state da me evidenziate tempo fa e le evidenzierei anche oggi)

Da un account Instagram di sessuologia, francese, quindi cartesiano, disinibito e disinvolto: «Esistono altre leggende che permetterebbero di misurare la taglia facendo paragoni con altre parti del corpo: la distanza fra la base del mignolo e il pollice, 2/3 dell’avambraccio, la misura del piede! Nessuna di queste dicerie è valida. Esiste un solo parametro di misura: è il giro vita dell’addome. Più il basso ventre prende posto, più si avrà l’impressione di un pene di piccola taglia, semplicemente perché una parte di esso è sepolta».
Nel film Kadosh di Amos Gitai, lui, un ebreo ultra-ortodosso, si alza la mattina e mentre borbotta quelle che credo siano preghiere e si barda con quelli che credo siano amuleti rituali, dice, testuali parole: «Sii benedetto, Dio, per non avermi fatto nascere donna».
Io, che non sono ultra in niente e che forse proprio per questo la mattina non ho mai voglia di alzarmi, ho però sempre un pensiero analogo che mi passa per la mente: «Sii benedetto, Dio, per non avermi fatto nascere uomo».
Fosse solo per quella che si chiama sindrome dello spogliatoio.
Io su una cosa del genere diventerei matta, peggio delle donne, che stanno sempre a giudicare i propri seni in rapporto ai seni delle altre donne e che non sono mai contente dei seni che hanno.
Comunque, questi hanno perso un’occasione gigantesca: quella di non usare la frase «si avrà l’impressione di». Diceria per diceria, avrebbero potuto scrivere: «Più il basso ventre prende posto, più il pene è di piccola taglia».
Tutti gli uomini a dieta, basta ingozzarsi, tutti a giocare a calcetto la sera del mercoledì come fa il ragazzo della cassa al supermercato, che poi mi racconta per filo e per segno la partita.
Tutti gli uomini in forma, ad affidare la loro sostanza ad altro che non sia la pancia.

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LE MANI IN PASTA

C’est par un soir de tristesse que j’ai écrit  ce poème…

(È  in una sera di tristezza che ho scritto questo poema…)

Blaise Cendrars,  Prose du Transsibérien, 1913

Un minuto di raccoglimento, come per un lutto collettivo.
Chiude uno dei siti più demenziali della rete, dadaista per vocazione, frequentato da sprovveduti che pongono domande dementi e da altri sprovveduti che da dementi rispondono.
Anche con punte di volgarità e diffusi problemi di ortografia.
Come faremo.
L’ultima: «ma se sono laureato in giurisprudenza e ho fatto l’esame di avvocato il titolo di dottor avvocato mi spetterebbe».
Se questo vuole farsi chiamare dottor avvocato, lasciamolo fare.
Lasciamolo fare pure se vuole coprirsi di ridicolo.

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LA COSCIA DELLA NINFA

Bagatelle Cross Section, Château Bagatelle in miniatura, Mulvany & Rogers

in illo tempore la domenica alla messa
(Annie Ernaux, Les Années, 2008)

Ho paura dei morti.
Vado per cimiteri perché sono una gotica e furiosamente romantica ma ho paura dei morti.
Tutto per via di quelle maledette domeniche a messa a San Pietro.
Che mi sembrava enorme.
(Lo era).
Che mi sembrava funerea.
(Lo era).
Che era piena di tombe paranoiche.
(Lo sono).
Avrei impiegato anni a fare amicizia con il barocco romano e ad arrivare a uno stato di tenera ammirazione per Bernini.
Intanto erano incubi notturni, sempre il medesimo, con il papa che stava imbalsamato in una teca di cristallo e si alzava.
Sono sicura di aver visto qualcosa di simile da molto bambina per via di un riflesso di luce.
La notte mi svegliavo urlando di terrore e nessuno mi capiva.
Bergman ha raffigurato molto bene i suoi e i miei incubi, per esempio in Sussurri e grida, quando la defunta alza le braccia e prende al collo la sorella, che scappa inorridita ma non riesce a liberarsi da quella stretta, mortale.
Il regista svedese ha anche vissuto esperienze di necrofilia; io, per carità.
E questo deve essere chiaro.
Dunque, se ad ascoltare il podcast che la radio ha miracolosamente saputo produrre mi è venuta voglia di lavorare con i morti, vuol dire che il podcast era fatto proprio bene.
Adesso vi racconto.

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IL TEMPO DELLA ROTTAMAZIONE

Alla fine è successo.
Avrei voluto salutarla.
Avrei voluto ringraziarla.
Non ho potuto.
Lo faccio adesso, che viene a mancare uno dei punti fissi della mia esistenza.
Perché avevo detto che mi sarei portata la mia lavatrice nella tomba, e invece nella tomba la mia lavatrice c’è andata senza di me.
E sarà così anche viceversa.
Sono una sentimentale, dunque ci ho pianto.
E fra l’altro mi sono anche infilata in un tunnel di invenzioni, approssimazioni, narrazioni fantasiose; ho potuto dare un’occhiata a come è la visione della cucina secondo il design contemporaneo; ho conosciuto gente.
E sono diventata proprietaria di una lavatrice nuova, supertecnologica, superchic, supersleek che, però, non è ancora in mio possesso.

Adesso vi racconto, cercando di non piangere.

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IL SENTIMENTO DELL’AUTO-RECLAME

Fortunato Depero, Pubblicità per una fabbrica di matite, 1926

Ero inoltre convinto, nella mia eccitazione, che mi sarei presto rivelato come il migliore regista cinematografico del mondo

Ingmar Bergman, Lanterna magica, 1987

Non mi riascoltavo mai.
Mi sarà capitato di riascoltarmi un paio di volte, nemmeno mi ricordo quando.
E ho sempre guardato con simpatia un po’ distratta un certo traffico di cassette audio con le mie lezioni, che passavano di mano in mano e certe volte venivano ascoltate stirando.
(Lo so perché me lo raccontavano).
Meglio della televisione, comunque, se ascolti e basta, non rischi di ustionarti col ferro.
Piuttosto di recente sono anche venuta a sapere che alcune cassette erano sopravvissute a anni di lontananza ed erano state utilizzate, per esempio, durante una visita a un luogo di cui avevo parlato.
Tutto questo mi faceva piacere, ben inteso.
Tutti vogliamo, per quello che facciamo e se ce la facciamo, lasciare un segno.
Poi, però, è arrivata l’ipertecnologia dell’ultimo anno.
Io clicco su un comando e compare il bottone rosso che mi dice che il computer sta registrando.
Tutto.
Video e audio.
A fine collegamento, il computer converte da solo il file e lo va a mettere in una certa cartella che lui riconosce, sulla quale intervengo poi io per mia organizzazione personale.
A quel punto uno clicca e tutto quello che è accaduto mezz’ora prima ricompare, pulito, preciso, lo posso rivedere subito sul mio schermo, oppure inviarlo, dopo averlo compresso, al mio smartphone o al mio tablet.
Non ho mai provato con la TV, però il mio tecnico mi dice che è possibile.

A quel punto, grazie tante che mi riascolto.

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IL SENSO DELLA PEZZETTA DEGLI OCCHIALI

L’architetto Filippo Brunelleschi si rifiutò di pagare i tributi all’Arte de’ maestri di pietra e legnami, cui appartenevano tutti i lavoratori edili.
Fu gettato in prigione.
Ma il capitolo del duomo intervenne in sua difesa e undici giorni dopo egli fu liberato: doveva costruire la cupola, la seconda più bella al mondo (la prima è quella mia).
Il senso della sua disobbedienza era che lui non apparteneva a quella corporazione: lui era un uomo libero, un artista.
E questa è una.
Quando poi gli operai che lavoravano con lui si ammutinarono per questioni che oggi chiameremmo sindacali, Brunelleschi li licenziò tutti in tronco.

Filippo Brunelleschi, Cupola di Santa Maria del Fiore

Per assumerli nuovamente poco dopo, sì, ma con una paga dimezzata.
Quando si dice, avere le idee chiare sul senso dell’organizzazione del lavoro.

La cattiva fede, totale. Nessuno ha scritto sui giornali che prima di Amazon procurarsi il catalogo di una mostra che stava altrove significava aspettare un mese e mezzo e certe volte doverselo andare a prendere di persona.
Invece così: manco ventiquattro ore e ce l’hai sulla tua scrivania.

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LA SOLITUDINE DELLA LASAGNA

Quel che va bene non risiede nel veloce o nel lento ma nel giusto mezzo

(Aristotele,  «Retorica», ma  anche e soprattutto Francesca Rigotti,  «La filosofia in cucina», 1999)

È il trentaduesimo piercing che si era fatto in faccia una mia studentessa. Trentadue buchi in faccia.
Allora intervenni, anche se di solito mi faccio i fatti miei.
Lei già mi aveva detto che aveva problemi in famiglia (e chi non ne ha).
Le chiesi se aveva voglia di parlare di come si stava conciando, le dissi che i buchi non si chiudevano e che, almeno, questo avrebbe dovuto saperlo.
È l’ennesimo tatuaggio, al punto che non hai più un centimetro di pelle libera, manco fossi il carcerato che deve stare dentro fino alla fine dei suoi giorni o il marinaio, inchiavardato all’albero della sua nave, che poi, nella sostanza, è la medesima condanna.
Sono i seni della sesta misura chiesti al chirurgo, perché quelli della quarta, che già sono ingombranti, sembrano piccoli.
È il pene ingrossato, ancora una volta chirurgicamente, fino a comprometterne la funzionalità.
È l’ennesima iniezione in viso o in bocca, per la quale non sai se mettere la camicia di forza alla paziente o mettere al gabbio chi gliel’ha fatta, cancellandole i lineamenti e riducendo una donna che aveva avuto bellezza e sensualità a una zampogna quando il montanaro ci soffia dentro.
È il tiramisù, il dolce più idiota che ci sia sulla faccia della terra, lo sa fare anche un impedito culinario ed è soprattutto il responsabile della scomparsa dai frigoriferi dei supermercati delle vaschette piccole di mascarpone: che da solo è buonissimo e che la mia compagna di banco delle elementari mangiava a ricreazione messo dentro la rosetta, stando sazia fino all’ora di pranzo.
Se vuoi comprare il mascarpone, oggi ti devi accollare il mezzo chilo abbondante.
È il Montblanc, al quale non bastano le castagne, che già riempiono, ma che deve ornarsi pure delle meringhe e della panna.
È l’ottavo matrimonio della diva, come se un matrimonio da solo non bastasse per farti capire che aria ci tira dentro.
È la Nutella mangiata oltre la pubertà, che per i maschi arriva in media a undici anni e mezzo.
Primo segno: l’ingrossamento dei testicoli. Segnale che significa alcune cose molto chiare, per esempio che quel barattolo con quella roba dentro, molle e vischiosa, lo devi mettere da parte e prepararti, nel giro di qualche tempo, a mordere una tavoletta di cioccolato autentico e fondente, casomai direttamente dalla bocca di una donna.

È il troppo che stroppia, è il limite superato.
È il pesante, l’indigeribile, l’eccesso.

È la lasagna.

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SÌ NO NON SO

Geoffrey Roberts, La Ruota dei Sentimenti

Forse non è un caso, che abbia cominciato a sognare la mia casa.
Non sogno più treni, che pure ho sognato per anni, anche se come fai ad aver buttato fuori una volta per tutte tutti quegli anni di andirivieni.
Sogno la mia casa, che però non è la mia casa.
L’altra notte era una casa più grande, che in comune con la mia aveva le mezze finestre, che però io ho solo in  cucina e in bagno, come si usava nelle case vecchie.
E da quelle mezze finestre, che io mi rimproveravo di non aver chiuso a dovere, da tutte loro, sono cominciati a entrare uomini armati fino ai denti, quelli con i caschi, i mitra, i guanti, i passamontagna, mi hanno invasa e io ho cominciato ad avere paura.
Ho capito che era accaduto qualcosa nella casa vicino alla mia e che loro si stavano appostando e io ho cominciato a dire «ho paura», ma nessuno di loro mi rispondeva e si sono tutti acquattati in una stanza, protetti da un tavolo, che forse era il mio perché io in salotto ho un grande e bellissimo tavolo déco che una volta volevo vendere e meno male che un’amica mi ha chiesto se ero diventata matta e sotto al tavolo hanno trascinato anche me e io li sentivo violenti ed estranei.
Fino a quando non ho guardato oltre la maschera e lo schermo facciale l’uomo che mi era acquattato vicino e non gli ho detto «ho paura» e allora lui ha allungato e strisciato  una mano sul pavimento ed era una mano normale di uomo, non aveva guanti, non impugnava armi e me l’ha tesa e allora io mi sono fatta coraggio e ho allungato la mano mia, che si è andata a depositare in quella mano come un uccello nel nido.
E lui la mano me l’ha stretta.
Mi sono svegliata di botto.
Proprio sul più bello.

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VI PRESENTO HENRY

Mariana e il suo manichino, Medianeras, Gustavo Taretto, 2014

Apprezzo le donne che scrivono.
Apprezzo le donne che fanno fotografie.
Apprezzo le donne che fanno cinema.
Credo che le donne che scrivono, che fanno fotografie e che fanno cinema non abbiano niente da invidiare agli uomini che fanno le medesime cose.
Ho già avuto modo di dire che ci ho riflettuto e che secondo me le donne scrivono bene tanto quanto gli uomini perché scrivere è un’attività che costa poco o niente, un pezzo di carta e un mozzicone di matita; che puoi svolgere pure se sei inchiavardata al tavolo della cucina; che nessuno ti insegna, perché la scrittura è un dono e se hai il dono, ti basta una scuola che ti insegni la grammatica, che è una cosa diversa dalla scrittura.
E a scuola, più o meno, le donne ci vanno.
Poi, sempre secondo me, fotografia e cinema sono arti nuove, quindi le donne non devono confrontarsi con secoli di cultura maschile che, ammettiamolo, pesa altrove: la chirurgia, il taglio dei capelli, certe branche specialistiche della medicina.
Il film avrebbe potuto firmarlo una donna: è delicato, pieno di risvolti e di sentimenti, lucido, attento, disperato, fragile, ottimista.
Lo ha firmato un uomo e va bene lo stesso.
Sono di quelli che pensano che gli uomini capiscono le donne, me lo confermano i romanzi che leggo.
E i film che vedo.

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