STREET MOOD

Mai fidarsi.
L’altro giorno ho sbagliato Episodio.
Me ne sono accorta quando sono andata a vedere il numero 8 e ho capito che lo avevo già visto.
Da lì ho dedotto che avevo saltato il 7.
La colpa è del lettore, che fino alla serie precedente, quella dei becchini di Los Angeles, che ho rivisto a metà, sapeva da che parte cominciare e si ricordava dove ero arrivata.
Siccome la cosa funzionava, avevo smesso di mettere un Post-it sulla copertina del cofanetto con un appunto.
Sono una persona ben organizzata e poi conosco il senso del dove eravamo rimasti.
E uso molti segnalibri.
Ma come ho fatto a non accorgermene.
E che ne so. La trama è talmente intricata che non è che riesca a seguire tutto, anzi, dopo ogni episodio vado a leggermi qualcosa per capire quello che ho visto.
Perché, voi capite tutto della vita?
Io, no.
Spesso, per quanti sforzi faccia per decifrare i fatti e i sentimenti, la mia confusione è totale.
Quindi, figuriamoci una serie.
Che è come la vita, ma in meglio.

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IL METEO SPIEGATO DA IRINA

Ancora non ho capito se è un sito, un’app o altro.
Ma ci prende.
Un certo numero di volte, nel corso della mattinata, Irina molla lo spazzolone, o il tubo dell’aspirapolvere, o lo straccio, o il flacone del Cif liquido e mi dice: «Alle 11:05 piove. Guarda».
E mi mostra sul telefono una schermata con il disegnetto di una nuvola nera carica di lampi e di acqua.
È probabile che alle 11:05 piova. Non sempre, questo va chiarito. Ma più spesso di quanto non piova o faccia bello a detta di altre app o altri siti meteo.
Con Irina parliamo molto di uomini e di bucati, che in fondo sono argomenti simili: fanno parte della vita e talvolta ti creano problemi, vuoi per le paturnie, le loro e quelle che ti procurano, vuoi per le macchie di vino rosso.
Il meteo è un altro argomento molto affrontato.
Una volta ho provato a spiegare a Irina che parlare del tempo è un modo ottimo per non parlare di altro e che ci sono intere culture che praticamente parlano solo di quello.
Tu vai a Londra e lo capisci al volo.

Resta che lei non ha idea di dove stia Londra e che il mappamondo che sta sopra una delle librerie del mio studio, e che le mostro per spiegarle i luoghi e le distanze, per lei è e rimane lettera morta.
A lei interessa solo se piove o se fa bello.
«Quindi, se esci, togli prima i panni. Oppure li tolgo io alle 11:05, prima che si bagnino».

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L’INFILTRAZIONE DEI SENTIMENTI

La casa-atelier di Malotru, il protagonista

Guardate che vi hanno ingannato.
Vi hanno raccontato cose che non esistevano.
Vi hanno dato spiegazioni insensate.
Vi hanno consolato inutilmente.
Un’intuizione, del resto, io ce l’avevo avuta. Tempo fa, davanti a uno che non capivo che mestiere facesse.
Ora, se uno si presenta e ti dice faccio l’avvocato e sono penalista, tu capisci che quello lavora con gente che sta al gabbio e che ha cose di sapore forte da raccontarti.
Capisci che quello porta le casse al mercato all’alba; che quell’altro gira i barattoli di pomodoro dalla parte dell’etichetta al supermercato; che quello vende telefoni; che quell’altro insegna, cioè spiega le cose che sa, e certe volte pure quelle che non sa, a ragazzini di età diverse.
Eccetera.
Ma quello che si presenta come marketer, nella sostanza, che fa.
E quello che organizza eventi.
E quell’altro che sta nella comunicazione.
E lo psicologo, al quale la gente dà dei soldi per parlare e quello di solito non è che capisca del tutto quello che gli stai dicendo.

Tutte menzogne.
Non è vero niente.

Ma non è come pensate voi.
O come vi hanno fatto credere che fosse.
Mica ci voleva tanto a capirlo.

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L’ORDINE ALFABETICO SPIEGATO A IRINA

Mi arrampico fino all’ultimo ripiano della libreria bianca di sinistra nel mio studio.
Cerco il libretto della Tosca, voglio controllare una citazione.
I libretti sono tutti scombinati, il Tristano e Isotta prima dell’Andrea Chenier  e di Norma.
Che è successo.
È successo che Irina ha spolverato e, come fa lei quando i libri non sono troppo pesanti, ha tirato fuori tutto dallo scaffale e poi tutto ha rimesso a caso.
Prendo i libretti e li metto sul tavolo della cucina.
Aspetto a sistemarli.
Quando Irina ritorna, dopo la cerimonia del mattino, il caffè, gli abitini dell’orso, le mostro tutti i libretti e le chiedo se sa che cosa è l’alfabeto.
Lo sa: A, B, C.
Le chiedo se sa che cos’è l’ordine alfabetico.
Più o meno.
Le spiego che da me sono in ordine alfabetico i cataloghi d’arte, in salotto, i romanzi, le guide turistiche e i libri di moda, nel mio studio.
I libri di cucina, i fumetti, i manga e non so che altro stanno messi in modo meno rigoroso.
(Le riviste hanno un numero e sono in ordine crescente).
Le spiego che se lei mi scombina l’ordine alfabetico, io non trovo più i libri.

Lei mi risponde, sì, d’accordo, ma io non vedo la A, la B e la C sui libri.
Le spiego che l’ordine alfabetico sta nei titoli.

«Ah», mi fa lei, sorpresa.

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IL REPULISTI

L’Apprendista Stregone, Fantasia, Walt Disney 1940

Aspetto le nove.
«Sono quella cui lei ha cambiato le spazzole. Della lavatrice con due resistenze. Si ricorda di me?». Il tecnico si ricorda.
Io mi ricordo che lui fece quasi un salto quando illuminò con la torcia del telefono il motore in fondo.
Pensai che avesse visto un topo morto.
No, aveva  visto una cosa che non aveva mai visto in vita sua: due resistenze.
Ora, per me la mia lavatrice di resistenze può averne anche venti o nessuna (anche se capisco che nessuna è difficile), però il tecnico mi spiegò che quello era uno dei tanti segni della qualità dell’elettrodomestico.
«Lei ha capito perché non voglio cambiarla».
Gli faccio pure la diagnosi: «Secondo me è la pompa dell’acqua. Si accendono tutte le lucette, il motore è a posto, scarica, centrifuga. Ma non carica. Ieri sera pensavo che stesse impiegando troppo tempo a scaldare, ho aperto lo sportello, i panni erano asciutti».
Ora devo solo convincerlo a venire di corsa.
Gli dico le cose che ogni uomo vorrebbe sentirsi dire da una donna: che ho bisogno di lui, che sono in un guaio e che solo lui può aiutarmi.
Non dico che nessuna donna gli ha mai detto queste cose, dico che nessuna donna gliele ha mai dette come gliele sto dicendo io.
Ieri in garage uno mi ha detto che parlo forbito.
Ho lasciato cadere il discorso.
Strappo al tecnico un appuntamento rapidissimo.
«Guardi che c’è una donna che l’aspetta».

La telefonata finisce con un sovrapporsi di risate.

Quanto mi piacciono gli uomini sensibili.

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IL BUSO E IL TACON

Il ragazzino sembra uscito da un film di Larry Clark.
Sta fermo vicino ai cassonetti con in mano un pallone sgonfio.
Avrà undici anni.
Mi guarda con aria smarrita.
Gli chiedo se ha bisogno di qualcosa, mi dice se posso aiutarlo a capire dove buttare il suo pallone.
Nella raccolta indifferenziata.
E ciò nonostante i cassonetti siano tutti pieni fino a scoppiare, quindi logica vorrebbe che sia corretto usare quello con ancora un po’ di spazio.
Troviamo un buco per il pallone.
Gli chiedo se da grande vuole fare il calciatore. Dice che non lo sa.
Come, non lo sai, se Totti lo andavano a prendere i responsabili della Roma Primavera all’uscita del catechismo quando aveva otto anni.
Delizioso racconto che mi ha fatto una volta una signora della medesima parrocchia.
Il ragazzino non sa che cosa vuole fare da grande.
Gli auguro di fare qualcosa di bello.
Per favore, non lo youtuber.
Casomai l’ingegnere edile o il geografo.

Una cosa seria.

(Ma il pallone, non puoi ripararlo?)

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A TUTTA BIRRA

Produzione My Dear Vagina, 2020

Le giunture delle tue cosce / Una mano d’artista le torniva / La tua vulva è un curvo alambicco / Di odoroso liquore non è mai secca / Nelle tue inguini una manata di grano / Ha un contorno di rose

(Il Cantico dei Cantici, traduzione di Guido Ceronetti)

Questa vicenda ha almeno due momenti di stupore, entrambi aventi a che fare con la consultazione di un dizionario.
Il primo è legato a quando sono andata a vedere che cosa significava galore.
Galore  come la Bond Girl di Goldfinger, che di nome fa Pussy.
Ovvero, da anni questa signora si presentava al mondo con un nome degno di una ballerina del Crazy Horse, anzi, diciamo pure che fra Rita Renoir, Bertha von Paraboumm e Rosa Fumetto, lei era capace di distinguersi.
Essendo pussy il sesso femminile, la chatte, la gattina e potendosi tradurre galore con a iosa, a bizzeffe, in abbondanza, a tutta birra.
I miei complimenti.

007 & Pussy Galore, Goldfinger, 1964

L’altro momento di stupore è stato quando mi sono resa conto che in francese vagin, ovvero, vagina, è di genere maschile.
Come sia possibile che il termine più femminile del vocabolario sia di genere maschile, mi sfugge.
Ma in tedesco il sole è die Sonne, femminile; e la luna der Mond, maschile.
Quindi, allo stupore non c’è mai fine.
Con la luna, poi, lunatica come pochi altri corpi celesti e con un ciclo di ventotto giorni.

Ma procediamo con ordine.

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SOLVISPLEEN

Marlon Brando in Ultimo tanto a Parigi, 1972

Al terzo tentativo trovo i guanti usa e getta. Sono rimaste poche scatole sullo scaffale, il prezzo è raddoppiato già da qualche tempo.
Quanto a guanti, la differenza sostanziale fra me e Irina è che io li uso per tutto.
Lei non li usa per niente.
Io uso i guanti per pulire le scarpe, sbucciare aglio e cipolla, fare lavori di manutenzione in casa, cambiare l’acqua ai pesci rossi.
Durante il primo confinamento non si trovavano più guanti, quindi facevo tutto a mani nude.
Pure cambiare l’acqua ai pesci rossi.
Perché primo confinamento? Non lo so, faccio come faceva quella collega che definiva l’ex coniuge il suo primo marito. Manco fosse stata Liz Taylor che, se non stava attenta, faceva qualche confusione fra tutti.
Penso forse che ci saranno altri confinamenti? Non penso niente.
Dicevamo, i pesci rossi. Che sono viscidi, grassi, conciano la vasca come una stalla, poi bisogna stare attenti a lavarsi le mani prima di toccarli, per loro protezione, e molto bene dopo, perché uno ha  toccato la loro acqua immonda.
Uso un retino, ma loro sgusciano fuori come anguille.
Segno che sono in buona salute, sani come pesci.
I guanti di gomma hanno poca sensibilità, perfino quelli per i bicchieri di cristallo, che comunque metto in lavastoviglie.
Quindi i guanti per i lavori domestici non vanno bene per i pesci rossi.

Se Irina non vuole proteggersi le mani, smetto di dirglielo: durerà di più, la mia scorta.

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LA PALLA DI VETRO

Sfera di cristallo merovingia trovata nella tomba di Childerico I, sec. V d. C.

Sono arrivata alla trentesima settimana.
La creatura è già formata, cresce, deve solo sistemare i dettagli.
Si muove e certe volte mi sveglia la notte.
Nel senso che di notte mi vengono un sacco di idee.
E poi la creatura sono più disposta a pensare che sia nata come Atena, già armata, dalla mia testa, come la dea era nata, armata, dalla testa di Giove.
Sto dicendo che da sette mesi sto facendo lezione diversamente e che molte cose sono successe.
Ho arricchito il mio repertorio.
Non ho cambiato stile perché lo stile è quello mio, però ho messo a punto alcune sottigliezze.
Ho perso persone.
Ne ho acquisite altre.
Non è ancora tempo di bilanci e poi che me ne importa dei bilanci.
Anche perché ormai mi sono fatta l’idea che andremo avanti così, lo penso da mesi, penso che chissà se e quando tornerò a fare cose professionali in presenza.

E poi che me ne importa della presenza.

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ERRATA CORRIGE

Il sarto del Bangladesh a via Eurialo mi ha restituito i blue jeans rammendati.
Ha fatto un’operazione di altissima chirurgia, riprendendo, rappezzando, rattoppando, ricucendo strappi, squarci, buchi, laddove io pensavo che i miei pantaloni fossero irrecuperabili.
Sono i primi acquistati della marca svedese da me prediletta, già mostravano la corda, poi, praticamente non li ho tolti da quando è iniziato il confinamento, ovvero li ho sostituiti con altri blue jeans quando sono uscita per qualche occasione più interessante.
Erano già stati rammendati una prima volta, li avevo lasciati al negozio di Parigi, me li aveva ritirati un amico che va spesso su per lavoro, il rammendo era superbo, tutto il tessuto era stato ripreso filo per filo, ma la cosa più bella era stata la signorina alla quale li avevo consegnati, che li aveva abbracciati dicendomi: «Quanto erano belli, ho avuto anch’io questo modello e non li ho mai dimenticati».
Blue jeans come epoca esistenziale, prima o poi dovrò raccontarvi la storia di tutti quelli che ho in guardaroba.
Stavolta il rammendo è stato più rapido, ho detto al sarto ti do due giorni di tempo, non ho altro da mettermi (pare vero), ho pensato di portarli da lui perché viene da un paese dove alligna la miseria, loro recuperano tutto, figuriamoci se mi dice di buttarli.
Fra l’altro, ultimamente mi ha rammendato anche altro, per esempio le mie lenzuola antiche, è bravissimo, da loro si vive con l’idea che ogni pezza sia recuperabile, figuriamoci un lenzuolo ricamato, figuriamoci qualcosa da mettere addosso.
La cosa più divertente è che, quando glieli ho portati, lui ha passato in rassegna i blue jeans inventariando tutti i guasti, fra cui uno sbrego da quindici centimetri in zona sensibile, che non sta bene che una signora esponga al mondo.
Quando poi è arrivato agli strappi che stavano lungo la gamba, mi ha detto: «Questi te li lascio perché fanno moda».

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