OLTRE LE NAVI DA COMBATTIMENTO IN FIAMME AL LARGO DEI BASTIONI DI ORIONE

Blade Runner, 1982

Primo tempo. Tutto è cominciato con la separazione di Al Bano e Romina.
Non riuscivo a crederci.
Mi ero pure fatta una serie di ipotesi, anche se, si sa, fra moglie e marito.
Lei, una delle donne più aggraziate che ci fossero sulla faccia della terra, diventata inguardabile.
Lui, inguardabile, che tale era rimasto.
Un caso di coerenza di tutto rispetto.
Ma, dicevamo, tutto è cominciato da lì.
E mai avrei pensato che da lì in poi sarebbe accaduto di tutto.
Che ben altri matrimoni sarebbero andati a gambe all’aria.
Che a Venezia non ci sarebbe più stata la bassa stagione.
Che avrei interrotto l’abitudine di andare almeno tre volte l’anno a Firenze a vedere questo e quello. Cose d’arte, ma anche certi negozi, che non erano male.
Che gli studenti, che sono sempre stati una pluricoltura, bravi, meno bravi, attenti, distratti, presenti, assenti, casomai andando ad annate, un po’ come il vino, si sarebbero trasformati, come è successo per le terre del vino, in una monocoltura: tutti somari.
Che è l’equivalente del tutto prosecco.

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DELLA SEDUZIONE

Félix Vallotton, La visite, 1899

«- Raccontatemi.
– Vi interessa?
– No, ma mi piace molto il suono della vostra voce.»

(Christian Estèbe, La vita fuggitiva ma reale di Pierre Lombard, VRP)

 

È la più bella scena di seduzione degli ultimi tempi. E una delle più belle cui abbia assistito in vita mia.
Fra l’altro, inattesa. Insomma, non me l’aspettavo.
Questo è uno dei motivi per cui è bella, anche se non è il solo.
Ci mancherebbe.
Non è un romanzo erotico, i romanzi erotici sono noiosissimi, non sono mai riuscita a leggerne uno oltre le prime venti pagine, nemmeno i superclassici, mi fanno il medesimo effetto dei video porno, ai quali, nella sostanza, assomigliano.
Noiosissimi pure quelli, solo che, dalla loro parte, c’è una durata limitata e ci sono le immagini.
Ma romanzi erotici e porno condividono la medesima anima, non c’è racconto, oppure la trama è esile e prevedibile, e sempre lì finisce.
Sono i luoghi del nichilismo, come il solo calcio, i soli soldi, la sola droga, i soli figli, i soli cani, la sola televisione, il solo cibo, il solo vino.
Ma, stavamo dicendo: la seduzione imprevista.
È un romanzo di solitudine, di distacco, di viaggi in posti deserti, di libri presentati a persone alle quali i libri non interessano.
È un romanzo di vita precedente che si è dissolta e di vita nuova che fatica a rapprendersi.
È un romanzo pieno di sapori. Già all’inizio abbiamo un trancio di pesce spada alla griglia e una brocca di quel vino bianco meraviglioso «che mette lentamente a fuoco il suo immaginario».
Seguiranno, qui e là, un pasto caldo, un potage, ben caldo anch’esso, un Crozes-Hermitage, che culla e che è un nettare, una gaufre à la chantilly, del Beaujolais fresco, che mette in bocca «un gusto di autunno», un piatto di charcuterie.
Ci saranno dipinti nei quali sembra di stare dentro, uno di Cézanne, un altro di Goya.
Ci sono musiche, che escono dagli altoparlanti della macchina: Berlioz, la voce di Billie Holiday.
E poi c’è lei.
Lei si chiama Paola Caprini e compare, come nella scena di un film, in una libreria.
E nella medesima libreria lui la rivede. La osserva di nascosto. È alta, bruna, lenta e concentrata, ha nei sul viso, passeggia (ma il verbo usato è flâner) fra i reparti.
I loro sguardi si incrociano, lei ha occhi magnetici.
Lui prende congedo dal libraio, che è suo amico, e aspetta fuori lei.
Scende una pioggia sottile e fredda da fine pomeriggio.
Lei avanza sul marciapiede e lui la raggiunge.
Le chiede che libro ha scelto stavolta. Lei dice niente, questa settimana leggerò dei polizieschi.
Lui le chiede se frequenta sempre quel piccolo locale, Le Marengo.
Lei risponde di sì.
Lui le dà appuntamento per il giorno successivo alle quattro.
Lei dice no, nessun appuntamento, lasciamo fare al caso, tentiamo la sorte.

Lui entra al Marengo.
Lei è là. Il viso abbassato sulla sua lettura. E qui cominciano i colori. «Vicino a lei, il rosso di uno sciroppo di fragola».
Lui le chiede se lo stava aspettando.
Lei risponde «Può essere, non ne sono sicura».
Lui prende una sedia blu.
Da lì, dopo aver parlato un po’, lei accetta l’invito a cena e si spostano in una brasserie, dove si siedono a un tavolo in disparte.
Lei parla dei suoi viaggi.
Lui non sa come sedurla.
Seconda bottiglia di Morgon. Paola sa bere.
Lei è «bella, ieratica, tranchante e lontana».
La blanquette de veau è magnifica.
Lui paga il conto.
Fuori piove neve sciolta.
Lei chiama un taxi e «infila le sue lunghe mani nei guanti».
Lui dice che lei lo rende nervoso.
Lui teme di mostrarsi aggressivo, scortese.
Lei tace. Nei suoi occhi ci sono bagliori arancio.
Arriva il taxi. Lei tira fuori dalla borsa un biglietto da visita e glielo infila nella tasca della giacca.
Lei sale sul taxi, la portiera sbatte, come uno schiaffo.

Lui è un po’ ubriaco e, per quanto lontano, decide di rientrare a piedi. Solo dopo mezz’ora si accorge che sta andando verso l’indirizzo stampato sul biglietto che lei gli ha infilato in tasca.
Esita davanti al citofono.
Suona.
Il citofono ronza.
« Sono io.
– Ah, già?»

Lei abita sotto i tetti, a lui sembra che da un pezzo non saliva i gradini saltandoli.
Lei è in pigiama di seta ciliegia, pantofole di cuoio naturale.
«Da lei ci sono tappeti dappertutto. Struccata, non perde niente del suo charme. Al contrario».
Lui è fradicio.
Lei gli ha offerto un whisky.
Lui posa il bicchiere, si avvicina, la prende fra le braccia.
«Lei lo lascia maneggiare, insieme curiosa e divertita. È nuda sotto il pigiama. Bella e lunga liana. Lei lo aiuta a spogliarsi: “Ecco il momento di passare all’abito di luce, mio caro Amante”».

Berranno un «succo di frutta profumato».
Lei ha messo ai polsi due braccialetti d’argento, per sentirli tintinnare durante l’abbraccio.
Quando lui ha un momento di debolezza, lei, con il suo rossetto, gli fa due segni sotto l’ombelico a distanza uguale e proprio sopra il sesso. Poi spinge con i pollici.
Lui grida di dolore ma nuove forze affluiscono.
Lei gli serve «un tè fumante e profumato».
«Quelle storie esistono nei libri, perché non nella realtà».
Le pressioni e il desiderio tornano tre volte nel corso della notte.
Alla fine, loro «si sono addormentati nei loro odori».

Il giorno dopo, lui è stupito dell’arte della sua amante. Lei dice che non è niente. Lei dice immagina una grande dimora, di cui conosci solo la cucina e non apri mai le persiane sull’esterno.
«Tutti noi abbiamo una geografia intima che bisogna conoscere, imparare».

Pranzano in una bettola sulla riva del fiume grigio.
Lui sta bene con lei.
Tutti i nei sul viso di lei sembrano le cicatrici lasciate da quelle maschere con i chiodi che si mettevano sui visi delle donne accusate di stregoneria.
«Lei potrebbe diventare la mia Vergine di Norimberga, si dice lui».

La Vergine di Norimberga

Essendo quest’ultima una macchina di tortura, inventata o no, mi sembra una perfetta definizione dell’amore. 

È tempo di lasciarsi.
La vita è fatta così.

«Pas de sermons, pas de serments, pas de serrements de coeur».
(Niente sermoni, niente giuramenti, niente strette al cuore).

«Nessuna promessa di rivedersi. Lui ha solo posato per un momento la mano su quella di lei».

(Il romanzo che sto leggendo è di Christian Estèbe, è appena uscito e si intitola La vie fugitive mais réelle de Pierre Lombard, VPR, ovvero: La vita fuggitiva ma reale di Pierre Lombard, Viaggiatore Rappresentante Piazzista ed è bellissimo. Non solo. Mi ha pure presa alla sprovvista, offrendomi la più bella scena di seduzione degli ultimi tempi, proprio quando io mi cullavo con lui fra lunghi viaggi solitari in macchina, inverni infiniti, libri che a nessuno interessano, alberghi quasi vuoti, cene ben innaffiate di vini, capaci, almeno loro, di consolare. E di aprire a nuove possibilità, nuovi incontri, nuove vicende).

Christian Estèbe racconta Pierre Lombard

LA VITA SENTIMENTALE DEGLI ANIMALI

David Shrigley, Lost Pigeon, 1996

Ieri ho aperto la finestra del mio studio e ho trovato un piccione sul davanzale.
Ci siamo spaventati entrambi, sembrava la scena di Blade Runner quando Pris si nasconde nella spazzatura sotto casa di J. F. Sebastian e ha paura di lui.
E lui di lei.
(Sia chiaro che J. F. Sebastian era interpretato dal piccione).
«Sciò», gli ho detto, come si fa con le galline e come c’è scritto fuori dal deposito di zio Paperone (è la mia scritta prediletta).
Mi sono anche dovuta giustificare, gli ho detto che era uno sporcaccione e che quindi la sua presenza non era ammessa.
Lui si è offeso ed è volato via.
Mi si è stretto il cuore e mi sono ricordata che nell’altra casa una volta trovammo due uova deposte in uno dei vasi del balcone, che era un balcone vero, non un balconcino da due metri quadri in tutto come quello che ho adesso.
E le uova le covava una picciona.
Non la disturbammo e un giorno nacquero dalle uova due piccioncini.
Picci e Pocci.

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TRE ANNI DI BLOG

Il mio frigorifero, il 31 gennaio 2021

Sentito in una libreria:
«Ah! Quegli autori che scrivono dei libri per parlare di sé, curarsi, e che inoltre, vogliono che li amiamo»

Christian Estèbe, La vita fuggitiva ma reale di Pierre Lombard, VPR

Sto leggendo un romanzo che parla di un VPR, ovvero di un venditore, di un rappresentante, per la precisione, di libri.
VRP è l’abbreviazione di voyageur représentant placier. Uno pensa che sia una cosa del secolo scorso, visto che Pierre Lombard cerca anche di piazzare enciclopedie presso i suoi clienti, invece, no.
È un romanzo appena uscito, che è stato presentato da un editore francese che, per me, ogni cosa che dice, è oro.
Si capisce al volo che la narrazione procede per metafore, i posti sono inventati, le regioni non stanno da nessuna parte, le case editrici hanno nomi fittizi.
Poco male, anche se prediligo i luoghi che posso ritrovare.
E Macondo, allora.
Ora vi dico pure che ho letto Cent’anni di solitudine in montagna, sulle Dolomiti, dépaysement assicurato.
Se è per questo, una volta, medesima situazione, ho anche visto lì, non mi ricordo se nella parrocchia o sotto un tendone estivo, un film di Bollywood.
Che, ammettiamolo, fra i tirolesi, faceva la figura del cavolo a merenda.
Ma le vacanze mi hanno annoiato per anni, dunque per anni ho fatto quello che ho potuto per scappare da dove stavo in vacanza.

Fino a che non ho cominciato a fare le vacanze che dicevo io.

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IN TUTTE LE SALSE: LE DELIZIE DELLE MUSE E LA DOLCEZZA D’AMARE

Cena del 13 dicembre 1924

La congiura sembra ben orchestrata: questi non ti lasciano in pace nemmeno a tavola.
Questi, chi.
Questi che tutto analizzano e mettono sotto la lente, questi che fiutano il simbolico anche negli atti più normali del quotidiano.
(Senti chi parla).
Dunque, cerco e trovo che in parecchi hanno idee sul numero ideale dei commensali, in tanti dicono delle cose, suggeriscono, prescrivono.
La congiura riguarda soprattutto l’atto del mangiare da soli, la cui possibilità sembra a tanti remota e ripugnante, come se poi non fosse una condizione moderna, nella più tenera delle ipotesi, contingente (per esempio, in viaggio di lavoro), che rientra se non in una normalità, almeno in una delle tante eventualità che ti propone l’esistenza.
No.
Mangiare da soli sottintende un «manger fonctionnel», ovvero un mangiare pratico ed efficiente, cosa che a me non sembra colpevole ma anche una «regressione narcisistica» e un egocentrismo accettato.
(Quanto mi annoiano questi psicoanalisti. E allora perché li leggi. Per il medesimo motivo per cui sto sui social: perché una volta ogni cento, pagine o post, esce una cosa interessante).

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C’È POSTO PER I SENTIMENTI?

C’è posto per i sentimenti?

Un filmaccio.
Ho resistito trentacinque minuti, se fossi stata al cinema sarei uscita dopo un quarto d’ora perché già si era capita l’antifona, siccome mi ero comprata il dvd, ho detto forse mi sbaglio.
Non mi sbagliavo.
E mi meravigliano le due persone che me ne avevano parlato bene.
Meravigliano fino a un certo punto.
Lui, sulla brillantezza intellettuale del quale già nutrivo dei dubbi, tutti confermati; ma lei, non so capacitarmi, una donna di quella portata culturale, come si fa a non vedere che è tutto finto.
Ma perché le donne su questi argomenti ci cascano sempre.
Finti i personaggi femminili, improbabile la madre che, a quota quattro figlie, sembra una ventunenne; la protagonista che fa sempre la faccia, quella con la boude, col broncio, che faceva quando faceva Agatha; praticamente, l’unica nella parte è la serva, vecchia e grassa.
Fintissimi i personaggi maschili, tutti che sembrano avere baffi posticci attaccati sotto il naso, attori buttati al secchio, addirittura Louis Garrel senza nei e con l’aria da moscardino.
Ma la regista ha letto il libro?

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TANA LIBERA TUTTI

 

Il suicidio è sempre un atto complesso, non è mai un solo fattore a provocarlo.
Io sono sempre molto attenta ai modi, per esempio Alexander McQueen, che cuciva per professione, si è impiccato, dunque si è dato la morte con un nodo.
D’accordo, prima si era riempito di alcol e di antidolorifici e di chissà che altro, però il gesto finale è stato quello.
Che il cattivo russo finisse per suicidarsi, lo avevamo capito tutti.
Sì, ma come.
Io avrei scommesso su un colpo di pistola.
Invece si è buttato dalla finestra, una brutta morte, ingombrante e nemmeno certa.

Le Bureau des Légendes, 5/9

Con la moglie e il figlio sconvolti. Giustamente, ma mi meraviglia come le mogli cadano sempre dalle nuvole, fanno una vita agiata e protetta e non si chiedono mai come il marito porti a casa i soldi.
A me il dubbio sarebbe venuto, con i mariti, i dubbi è sempre meglio averceli.
Che c’entra, pure con le mogli.
Insomma, un po’ di dubbi ci vogliono.
Poi, l’impatto con le cose è meno violento.
Comunque mi sono lasciata da parte l’ultimo episodio. Mi sono forzata a vedere il penultimo perché mi sembrava cretino mollare lì e l’ho trovato bellissimo, si sente la mano di un grande regista, di un autore, ho letto un po’ di proteste e non ero per niente d’accordo.
Ma lasciateli esprimere, gli artisti.

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IL BATTESIMO DI EVELYNE

Altro che fate buone.
Non c’è stato nemmeno bisogno di invitarle, è bastato decidere il menu e già qui c’era tutto l’augurio.
Si comincia con Les Bouchées à la Reine che, d’accordo, sono dei vol-au-vent con farcitura, ma il nome evoca anche altro: i morsi, o bocconcini, come se li avesse confezionati la regina.
Segue Le Pâté de Lapin Maison, che è un paté di coniglio fatto in casa.
Poi Le Colin Mayonnaise, il nasello alla maionese.
Queste prime portate sono servite con il Mâcon Viré, che è un vino di Borgogna che ha cambiato nome nel 1999 e che ora si chiama Viré-Clessé.
(Se c’è una cosa affatto semplice in Francia sono i vini. Ma i vini sono complessi dappertutto).
Seguono le carni: Le Gigot Haricots Verts e Le Poulet Rôti au Cresson, ovvero il coscio di agnello con contorno di fagiolini e il pollo arrosto al crescione.
Qui il vino è il Rochdale, di cui non trovo notizie.
Arriva La Salade du Jardin, che è un’insalata di contorno ma che però, come la presentano loro, sembra ben altro.
Les Fromages assortis sono accompagnati dalla Pelure d’Ognon, un vino rosé.
Segue il trionfo dei dolci.

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MUSICA DOLCE

– Monsieur Hamil, si può vivere senza amore?
Non mi ha risposto.

– Monsieur Hamil, si può vivere senza amore?
– Sì, disse lui, e abbassò la testa come se avesse vergogna.
Mi sono messo a piangere.

Roman Gary, La vita davanti a sé, 1975

Esito.
Indugio.
Prendo tempo.
Cerco e trovo scuse.
È quando Itaca ce l’hai lì davanti, che Itaca è più lontana.
Ho avuto da fare.
Ho fatto altro.
Non ho ancora visto gli episodi 9 e 10 della stagione 5: quelli finali.
So quasi tutto.
È subentrato un altro regista-autore: «un nome simile non poteva permettersi di non proporre un’immagine clamorosa, e si è serviti».
Una rottura di stile. Molto orientato all’onirico.
Non mi mordo le mani per l’impazienza. No.
Davanti all’arte, divento paziente.
Allento la presa. Esito. Indugio. Prendo tempo.
E poi, quando ho finito, che faccio?
Come quando ti sei laureato.
Come quando hai divorziato e cambiato la targhetta del nome fuori dalla porta di casa, il giorno stesso che sei stato in tribunale.
La vita davanti a te.

Hai voglia.

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ALTROCHÉ

16 maggio 2019 Fino alla fine dei miei giorni

Belli, i tempi in cui uno a fine anno organizzava l’agenda nuova ricopiando tutti gli indirizzi.
Io continuo a usare un’agenda vera, con la carta bible e il taglio delle pagine in oro, però è fatta in modo tale da avere la rubrica telefonica indipendente, così come il piccolo atlante con, nell’ordine, il planisfero con i fusi orari, l’Europa, l’Asia, l’Africa e i Territori d’oltremare, la Région parisienne, i mezzi di trasporto, tutti, Paris et banlieu, le strade di Francia su due pagine e poi, con calma, gli Stati Uniti e le Americhe.
Nell’ultima pagina, la Francia amministrativa.
Più francese di così, la mia agenda non potrebbe essere, la Francia al centro del mondo, tutto il resto viene se c’è ancora spazio.
Sono del tutto d’accordo.
Anche perché altrimenti non userei un’agenda francese, il cui unico problema, come ho già accennato da qualche parte, è di riportare le feste nazionali loro e non le nostre, quindi ogni tanto capita che mi sbaglio.
Ma, dicevo, la rubrica telefonica è autonoma e sono anni che non la rinnovo, dunque essa ospita numeri telefonici di gente che non fa più quel lavoro, che non abita più in quella casa, che non è più oggetto dei miei sentimenti.

Come con l’eruzione del Vesuvio del 79 d. C., la vita si è fermata in un anno che però non sono capace di identificare.
E come tutti i numeri telefonici di tutti, anche i miei numeri stanno sul telefono.
Dunque, non si verifica più a fine anno quel fenomeno per cui ogni tanto telefonava qualcuno che non sentivi da un pezzo, perché quello stava facendo quello che facevi tu, cioè ricopiava i numeri sull’agenda nuova e gli tornavi in mente.

Però anche con WhatsApp può succedere.

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