REPLICA, 5. THIS PRECIOUS STONE SET IN THE SILVER SEA

Paolo Uccello, San Giorgio e il drago, 1435

Questo è quello che rimane di un post che stavo scrivendo e che ho deciso di cancellare.
Avrei voluto esprimere una mia qualche solidarietà alla squadra di calcio inglese, battuta dall’Italia agli Europei, perché gli inglesi mi stanno simpatici e non perché non sono contenta per l’Italia.
Ho condotto una mini inchiesta, una cosa fatta in casa, niente a che vedere con la Doxa, però con un campione rappresentativo non meno di quelli loro.
Nella mia mini inchiesta ero sicura di trovare persone con il mio medesimo stato d’animo, persone sensibili alla sconfitta dell’avversario, persone che si mettevano nei panni dell’altro.
Ebbene, solo il 4% di coloro che ho interpellato ha dimostrato un atteggiamento simile al mio, una percentuale irrisoria, per quanto corroborata da ragionamenti articolati e completi.

Data la situazione, mi sono chiesta perché ci fosse tutto questo odio nel calcio.
Ho digitato la domanda sulla barra di ricerca di Google.
Mi si sono aperti dei mondi, spesso simili a nidi di vipere.
Ho trascurato i siti approssimativi, brutti come grafica, percorsi da esaltati e mi sono concentrata su siti dalla grafica ben fatta (un sito ben fatto costa denaro, quindi se ne ha cura) e dai contributi ben scritti.
Ho saltato tutto il turpiloquio perché credo che esso sia utilizzabile solo se stai scrivendo un romanzo neo neorealista e se sei alle prese con i dialoghi.
Se invece scrivi per esprimere il tuo punto di vista, il turpiloquio è una scorciatoia inaccettabile, prova a trovare la giusta verve da dare al discorso e vedrai che scriverai meglio.
In estrema sintesi, questo è quello che ho capito da quanto ho letto.

Continua a leggere

REPLICA, 4. L’ANAGRAMMA DEL VAMPIRO

Maggie Cheung in Irma Vep, Olivier Assayas, 1996

La prima cosa: lei è bellissima.
Una donna la guarda e si chiede se per caso lei non sia bellissima anche per via di quello che ha indosso, un indumento che non è frequente trovare nel guardaroba di una persona che non fa l’attrice e che non frequenta ambienti che definiamo qui laterali.
Lei è bellissima e quello che ha indosso, che nel film è chiamato corset, ma che è una tuta completa che la ricopre dal collo alle caviglie, è un capo di abbigliamento in latex, che lei e la costumista sono andate a prendere in un sex shop, reparto SM.
In inglese il juste-au-corps si chiama catsuit.
Lei è costretta in una tuta che le impedisce di respirare, ma che le fa seni di dimensione perfetta, vita sottile, fianchi disegnati nel modo giusto.
Girato in Super 16, camera a mano, il film è anche in presa diretta, così noi sentiamo il rumore del latex quando lei si muove.
Verlaine aveva parlato di un abito blu lungo in seta che faceva frou-frou.
Noi, che siamo moderni, ascoltiamo il latex che fa ciaf-ciaf.

Continua a leggere

NEWSLETTER #45 DOUCE FRANCE

Robert Doisneau, La dernière valse du 14 juillet, 1949

Questa è cattiveria.
Quello sbaglia un rigore, il più importante di tutti, fa un disastro e voi siete contenti.
(Come si possa non provare un moto di simpatia nei confronti di chi sbaglia un rigore, io non riesco a capirlo).
E meno male che siamo pure cugini, per quanto d’Oltralpe.
Però i francesi vi stanno antipatici.
Perché sono supponenti.
Ma la loro supponenza, io la chiamo orgoglio nazionale.

«Non, rien de rien / Non, je ne regrette rien / Ni le bien qu’on m’a fait / Ni le mal / Tout ça m’est bien égal / Non, rien de rien / Non, je ne regrette rien / C’est payé, balayé, oublié / Je me fous du passé».

Continua a leggere

NEWSLETTER #44 LEGGERE, SCRIVERE E FAR DI CONTO

William Morris, The Strawberry Thief, 1883

Problema n° 1.
Ti devo € 45,00.
Ho una banconota da € 50,00.
Mi dici che non hai € 5,00 di resto, hai solo € 10,00.
Ti do la banconota da € 50,00 + € 5,00, come si dice, in moneta.
Sconcerto.
Ma se ci arrivo io che, come Tosca, vivo d’arte e vivo d’amore = € 55,00 – € 10,00 = € 45,00.
La volta successiva ho di nuovo una banconota da € 50,00, però scrivo sul calendario «credito € 5,00».
Poi ti spiego.

Continua a leggere

REPLICA, 3. LA PRIMA MOGLIE

Alfred Hitchcock, Rebecca, 1940

Pourquoi, mon Dieu! me suis-je mariée?
(Perché, mio Dio! mi sono sposata?)

Gustave Flaubert, Madame Bovary, 1856

Fino a un po’ di tempo fa i posti più disgraziati al cinema erano quelli sotto lo schermo.
Anche se avevo amici che ci si sedevano apposta, dato che andavano a vedere film psichedelici in uno stato di alterazione dovuto a sostanze illecite.
(Ogni tanto mi viene in mente che i divertimenti di una volta erano semplici e non privi di candore).
Adesso, con tutti i televisori immensi che tutti hanno, spesso uno per ogni ambiente della casa, praticamente si ripete quella situazione di disagio.
(E tutti a fare l’esperienza psichedelica).
Questo perché, come abbiamo detto, ci sarebbe una regola da seguire nelle dimensioni dello schermo, la cui diagonale, moltiplicata per un certo numero, dà la distanza cui dovrebbe stare lo spettatore.
Quel certo numero lo conosce molto bene il mio oculista, che si raccomanda. Viene invece diminuito fino a diventare un’inezia dai vari siti che ti dicono quale televisione comprare per la tua stanza.
E ti credo.
Perché, rispettando la regola, nessuno acquisterebbe più il televisore gigante, per ospitare il quale una casa dovrebbe avere le dimensioni di un castello. In quel caso, il televisore starebbe bene nel salone da ballo.
Io sono sicura che anche quest’altro segno della megalomania, letterale, del nostro tempo derivi dal contagio del porno, mai abbastanza indagato.

Continua a leggere

REPLICA, 2. INNO ALL’INNO

Nazionale Italia Wembley 2021

Se quel «siam pronti alla morte» vi sembra un po’ troppo, è perché:
a. non siete mai entrati davvero in partita
b. non siete mai entrati in un’aula affollata
c. non siete mai entrati nelle parole della Marseillaise.

Ma procediamo con ordine.

Sandro Mazzola disse una volta che se quando scendi in campo non hai voglia di fare a pezzi l’avversario, è meglio che te ne stai a casa tua.
Aggiungo che questo dovrebbe essere anche lo stato d’animo di quando entri in un’aula.
Se non vi siete mai trovati davanti a venti, cinquanta, cento persone che in una frazione di secondo decidono se prenderti o lasciarti, e se ti lasciano, ti lasciano proprio male, fidatevi di me.
E di Sandro Mazzola. Che ha colto al volo una situazione, la sua, ma non solo, in cui essere aggressivi non è poi così male.

Casomai con gentilezza, se ci riuscite e se ci tenete allo stile.

Continua a leggere

NEWSLETTER #43 FARE TAPPEZZERIA

Antonio Canova, Ritratto di Paolina Borghese come Venere vincitrice, 1805, part.

Quando si dice: la cattiveria femminile.
L’invidia.
La gelosia.
Una volta Paolina, lei, quella là, la sorella di Napoleone e la moglie del principe Camillo Borghese, dette un ballo al quale dovette invitare una rivale.

Ma prese le sue precauzioni.
Mandò degli emissari e venne a conoscenza del colore dell’abito che avrebbe indossato per l’occasione quella povera donna.
Che, se avesse saputo a che cosa andava incontro, sarebbe rimasta a casa, adducendo casomai una scusa di quelle che le donne trovano facile.
Paolina dette ordine di tappezzare l’intero salone da ballo del medesimo colore del vestito della rivale.
Quando si dice: fare tappezzeria.

Continua a leggere

REPLICA, 1. IL COMPLEANNO DEL TELEVISORE

La bella estate.
Lo diceva Pavese.
Poi, però, bisogna vedere da vicino, come diceva invece quel mio studente, e lo diceva a proposito delle donne.
Dunque, andiamo a vedere.
L’estate, se non altro, è una stagione propizia alla scrittura, è lenta, spesso un po’ vuota, suggerisce riposo e risveglia ricordi.
Comincio, allora, oggi un nuovo ciclo, come mi è capitato di fare in passato: sia in questo periodo, con QUESTO SENTIMENTO DELL’ESTATE, dal bel film di Mikhaël Hers, che con L’INVENTARIO, che citava Prévert.
Ho fatto poi un ciclo fuori programma dal titolo CORONA BLUES, in tempo di confinamento.
Un ciclo nasce e muore da solo, io non devo fare niente, devo solo mettermi in ascolto.
E mettere giù quello che sento.

Allora, REPLICA: perché.

Continua a leggere

L’ITALIA CHIAMÒ

Sentite questa, ché è bellissima.
Ed è pure in due tempi, tale e quale a una partita di calcio.
Primo tempo: esco da casa e trovo in terra una moneta da un euro.
A proposito delle monete trovate, ci sono due scuole di pensiero: chi dice che portano fortuna; chi dice che la miseria va lasciata dove sta.
Non considero un euro una miseria, quindi raccolgo la moneta.
Che è molto sporca, alla quale do una prima passata e che, quando la giro, si rivela essere spagnola.
Dove stava la faccia di Juan Carlos. Sotto.
Vado al garage a prendere la macchina e racconto tutto al garagista.
«Vinciamo», mi fa lui.
Martedì l’Italia gioca in semifinale contro la Spagna.


Secondo tempo. Vado a comprare la mia rivista francese in via Veneto. Racconto il fattarello al signor Francesco, che si mette a ridere, contento.
Gli do dieci euro e lui mi dà il resto: una banconota da cinque euro e una moneta da uno. Guardo la moneta prima di metterla nel portafogli, la giro ed essa si rivela essere spagnola.
Dove stava la faccia di Juan Carlos. Sotto.
La mostro al signor Francesco.
«Vinciamo due a zero», mi fa lui.

Vado al supermercato e racconto tutto al mio amichetto Samuele, mostrandogli la moneta dell’edicola, che mi ero messa in tasca.
Fatica un po’ a riconoscere l’euro spagnolo, però poi si illumina.
Gli ho dovuto spiegare la circostanza, cosa che è stata un po’ come spiegare una barzelletta: la circostanza ha perso un po’ del suo sapore.

Però alla fine Samuele era contentissimo.
«Due a zero per noi», ha chiosato.
Quello, volevo dire io.

E quello voleva dire il Caso.
Ora non ci resta che giocare la partita.

Continua a leggere

NEWSLETTER #42 NEL GIUGNO DI QUELL’ANNO SI VIDERO MOLTE LUNE

Corto e le due lune

Che i tempi volgano al bastardo, lo si capisce pure dai calendari.
Quello olandese e funzionale che stampava la farmacia sull’Appia, ottimo per le ore della domestica e i corsi e ricorsi degli integratori prescritti in abbondanza dai miei due medici principali, quest’anno non ha visto la luce.
Il calendario dell’altra farmacia era orribile, pieno di medicine e senza i santi.
Quello che mi sono procurata, appena decente, e che ora è appeso in cucina, mi sono accorta dopo tre giorni che non ha le fasi della luna.
Un calendario senza santi e senza luna volge al bastardo.

Sulla prima pagina c’è una mia nota: «La cosa più bella e singolare che abbia letto negli ultimi decenni».
Il romanzo si sviluppa nei libri 1, 2 e 3 per 1.122 pagine, compresi gli indici.
È suddiviso nelle stagioni aprile-settembre e ottobre-dicembre e racconta le vicende di un’assassina seriale e di un professore di matematica che lavora anche come ghost-writer.

Continua a leggere