NELLE MIE CORDE

Paul Duqueylard, Orpheus, 1800

La strada statale Aurelia ha il numero 1 e arriva fino in Francia.
A dirla tutta, uno non pensa che un’arteria così importante sia anche così inospitale. È larghissima, una specie di autostrada, e ha marciapiedi stretti, attacca da piazza Irnerio, che non è nemmeno una piazza, pensavo, vedendola, a Times Square, che però ha un altro fascino.
La metropolitana mi ha lasciato un po’ lontano, cammino volentieri, mi dico che per fortuna la segretaria del professore mi ha spostato l’appuntamento dalle 19:20 alle 16:40, almeno è ancora giorno.
Supero una zona militare, negletta, supero una casa religiosa, tutto intorno a me è brutto, il mercato chiuso con l’odore di pesce, un paio di alberghi.
Arrivo alla clinica, sta al 559. C’è un parcheggio ma è stracolmo, ho fatto bene a non venire in macchina.
Mi perdo un po’ all’interno del labirinto di corridoi, mi dico che deve essere tristissimo stare in un posto così squallido se ti fanno una diagnosi infausta, ripenso a quello che scrive Gio Ponti: «amate i buoni architetti moderni…essi devono fare…cliniche perfette per la vostra guarigione…esigete da loro città felici e civilissime».
Il pensiero di Gio Ponti, anche in tanto squallore, come sempre mi riconforta.
Adesso faccio così: vado all’appuntamento con il mio foniatra, lui mi fa una visita di controllo, poi ci sediamo a tavolino io e lui, ci guardiamo negli occhi e io gli chiedo: «Professore, che vogliamo fare della mia professione, ovvero della mia esistenza».

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RIMEDI, 5. L’INDIFFERENZA

Antoine Watteau, L’indifferente, 1717

Sono padrone d’un grande arsenale di spiegazioni per ogni sentimento

Ingmar Bergman, Lanterna magica, 1987

C’è una scena in un film che mi pare sia La famiglia di Ettore Scola che ricordo terribile.
Un adulto, un nonno o uno zio, sta in una stanza e si mette a chiamare: «Paolino! Paolino!».
Paolino, un bambinetto, accorre, sgroppa, si precipita, si attacca alle gambe dell’adulto.
E l’adulto continua a chiamare: «Paolino! Paolino!».
E Paolino, sempre attaccato alle gambe, strilla: «Ma sono qui, perché non mi vedi, sono qui».
Il gioco feroce va avanti ancora un po’, con Paolino che, a un certo punto, ha una crisi terribile, di grida e di pianto.

Se volete sapere quanto male fa l’indifferenza, eccovi serviti.

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RIMEDI, 4. LA MAGLIA NERA

Ritaglio con scritta che sta sullo specchio del mio guardaroba da un pezzo

Quadro I.  Per prima cosa Venezia, che ormai per me rientra nel novero dei luoghi pornografici.
Mi spiego.
La definizione più bella di pornografia l’ho sentita alla radio in una piccola serie a essa dedicata.
Un uomo, alla domanda «che cos’è la pornografia», risponde: «Non saprei spiegarmi, ma quando la vedo, la riconosco».
Io ho cercato di essere più precisa. E considero pornografiche le città votate a una monocultura. Dunque, è pornografico il quartiere a luci rosse di Amsterdam, nessuno potrebbe avere dubbi in proposito; ma è pornografica anche Las Vegas: solo gioco d’azzardo; è pornografica L’Aquila: solo studenti; sono pornografiche Firenze e Venezia: solo turismo.
Pornografico nel senso di maniaco, frammentato, inquadrato in primo piano, ripetitivo, noioso.
Ecco, Venezia.
L’ho amata per Corto Maltese e per Brodskij, prendevo un treno, avevo una stanza più o meno riservata in un hotel magnifico, arrivavo, sprofondavo in una di quelle loro poltrone di velluto rosa che erano uno dei principali motivi per cui amavo quell’albergo e mi mettevo a leggere Fondamenta degli Incurabili.
«Viaggiare sull’acqua, anche per brevi distanze, ha sempre qualcosa di primordiale. Senti che non dovresti essere lì, e a dirtelo non sono tanto gli occhi, gli orecchi, il naso, il palato o il palmo della mano quanto i piedi, i quali assumono, stranamente, la funzione di un organo dei sensi. L’acqua mette in discussione il principio di orizzontalità, specialmente di notte, quando la sua superficie somiglia a un selciato. ».

E a Venezia si viaggia costantemente sull’acqua.
Si viaggiava perché, per quanto mi riguarda, io a Venezia non ci vado più.
Perché la considero pornografica e la pornografia non mi diverte.
Anche se ho tenuto attaccato sullo specchio del guardaroba il mio ritaglio che dice Quando lui mi ha detto Venezia, ho realizzato che non avevo niente da mettermi.
L’ho tenuto per simpatia, certo non nei confronti di Venezia.

E, comunque, io, da quando ho smesso di pensare che non avevo niente da mettermi, so sempre che cosa indossare.

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RIMEDI, 3. IMMAGINI, UN TRADIMENTO

René Magritte, Il tradimento delle immagini, 1929

La circolare faceva capolinea a piazza del Risorgimento e impiegava quarantacinque minuti ad arrivare all’università.
Bisognava partire per tempo, la lezione era alle 15:00, e tutto stava, in aula, nel sedersi in una delle tre file finali, che erano dotate di tavoli con una luce.
Se arrivavi tardi, eri costretto ad arrangiarti con le sedie che stavano più avanti, al buio (le lezioni si svolgevano e si svolgono al buio), con una torcia tascabile.
Non sono mai arrivata tardi, la lezione di Storia dell’arte moderna era diventata il centro della mia esistenza.
In aula ci stavamo tutti, matricole, laureandi, perfezionandi, a stare lì dentro provavo una sensazione di comunità che nella vita solo la scuola in senso alto mi ha saputo dare.
Quando arrivava il professore, era sempre seguito da uno stuolo di assistenti, uno dei quali portava il caricatore con le diapositive, come se fosse stata una pisside.
C’era un solo proiettore, piccoletto, non era nemmeno un Carousel.
Appena entrava il professore, l’aula piombava in un silenzio che trasudava sacralità e rispetto.
Iniziava la lezione.
Quante diapositive mandava il  Maestro?
Poche, ho ancora gli appunti, sui quali ancora studio.
La lezione durava meno di un’ora e lui poteva stare venti minuti su un’immagine.
Senza esaurirla.

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RIMEDI, 2. UOMINI

James Tissot, Le Cercle de la rue Royale, 1868

A mali estremi, estremi rimedi

L’altra sera, come sempre faccio il lunedì, sono passata in macchina a via Salaria e mi sono fermata al semaforo rosso.
Lì c’è, sulla sinistra, un locale che mi è sembrato elegante e interessante finché non ci ho passato un pomeriggio, nel corso del quale ci siamo dovuti alzare per andare a prendere le bibite e i caffè perché nessuno dava ascolto a noi clienti.
Il locale affaccia sulla strada con molte vetrine, quindi si vede bene quello che succede dentro. E dentro c’era un gruppo di giovani donne che stavano a un tavolo, tutte donne e tutte sedute, tranne una, che era in piedi e aveva vicino a sé una carrozzina.
Dalla carrozzina aveva estratto una bambina piccola piccola, incartata in un pagliaccetto rosa, che trastullava su e giù.
E, mentre trastullava la bambina, parlava con le amiche.
Premetto che i gruppi di sole donne mi danno tristezza, mi fanno cena al paese l’8 marzo, e pettegolezzi e chiacchiere da femmine, giardino d’infanzia, vestiti e scarpe.
Inoltre, e questa cosa ritorna da un po’ più e più volte, mi chiedo perché la fascinazione di un figlio piccolo piccolo non basti a tenere a casa una donna.
Me lo sono chiesta anche quando c’è stato l’attentato a Parigi al Bataclan, sono passati tre anni e ho continuato a leggere interviste.
La prima, al padre di un bambino piccolo piccolo la cui madre quella sera è morta, cioè il padre stava a casa con il bambino e la madre stava al concerto degli Eagles Death Metal ed è stata una delle ottantanove vittime.
Mi sono anche detta che se il concerto fosse stato di musica classica, mi avrebbe fatto un altro effetto, insomma, metto insieme male un poppante e il metallo pesante.
Poi, via via, altri commenti, anche di recente, conversazioni con donne che stavano lì e avevano lasciato a casa i figli piccoli piccoli ed erano sopravvissute a quell’esperienza, estrema e terribile.

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RIMEDI, 1. POLPETTE PER CUORI INFRANTI

Le mie polpette per cuori infranti

Solo alla morte non c’è rimedio

Esami, la sessione più recente.
Quale sia stato il motivo per cui l’atmosfera è diventata confessionale, non è dato saperlo. Fatto sta che gli studenti, praticamente tutti, sono venuti a raccontarmi i fatti loro.
Prima non era successo.
Delle due, l’una: 1. La responsabilità (il merito, la colpa) era dell’aula nuova dove ci eravamo sistemati. 2. Avevano avuto bisogno di tempo per fidarsi.

Una ragazza dice subito di essere bulimica.
Si alza di notte e vuota il frigorifero. Ma non finisce lì, perché il vero problema è la zia, sorella della madre, cui lei assomiglia molto.
La donna, quarantenne, vive da sempre fra problemi di cibo e di uomini.
Cibo e uomini, come è noto, fanno da sempre bon ménage.

Io sono di quelli che cercano soluzioni.
Io sono di quelli che credono più nella letteratura che nella psicologia.
Quindi le dico proviamo ad approfittare dell’ossessione, canalizziamo tutto il cibo con cui vieni a contatto, fatti un corso di cucina ad alto livello e comincia a cucinare professionalmente.

Quanto alla zia, falla fuori.
È difesa.
Ed è legittima.
Non puoi vivere avendo davanti un uccello del malaugurio che ti dice che fra vent’anni tu continuerai ad avere problemi di cibo e di uomini.
Non so se la studentessa abbia seguito i miei consigli, fosse solo in parte.

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LE PASSEGGIATE DELLA DOMENICA SERA

Sono sempre molto vicina ai suicidi.
Da un pezzo non penso più se si sarebbe potuto fare qualcosa, il suicidio è un atto molto complesso, alla realizzazione del quale concorrono più fattori, quindi tutto sfugge, anche se ogni tanto mi chiedo che cosa sarebbe successo se fosse suonato il citofono, squillato il telefono, se fosse arrivato un WhatsApp.
Diciamo che credo che la decisione sarebbe solo stata rimandata.
Quando penso al suicida, penso alla sua solitudine e alla sua paura.
Ci penso anche a distanza di decine di anni, è un pensiero dal quale non riesco a liberarmi.
Comunque nel 1940 uno non si portava dietro il telefono e non c’era nemmeno WhatsApp. Quindi la decisione di Walter Benjamin di, si dice così, togliersi la vita si sarebbe potuta trasformare in altro solo in altro modo.

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LA TERAPIA

Vi serve una segretaria?
Assumetemi.
Sono organizzata, precisa, puntuale, comunicativa, parlo un buon italiano, scrivo decentemente e sono in grado di gestire discipline diverse da quelle di cui di solito mi occupo, per esempio ho rivisto tutta la tesi di mio fratello più piccolo, ora, più giovane.
Era in Ingegneria dei trasporti, non ci ho capito niente ma ho sistemato tutte le virgole, insomma ho esperienza di campi diversi, sono versatile e volenterosa.
E, soprattutto, devo trovarmi un altro impiego, perché sento che sono arrivata al capolinea dell’insegnamento, ho fatto una lezione dopo che stavo a riposo da più di dieci giorni e mi sono accorta subito che sfonavo.
Sfonavo?
Sì, sfonavo.
Insomma, a voce ero messa male e mi sono pure detta ben ti sta, così impari a non fare l’aerosol.
Eppure il medico te l’aveva prescritto.
Adesso, sai che fai, riprendi la ricetta, riprendi il nebulizzatore, riprendi le scatole di medicine che hai sepolto in frigorifero e ci riprovi.
Altrimenti, che problema c’è: vai a fare la segretaria.

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HO RIVISTO LA DOLCE VITA

Federico Fellini sul set de La Dolce Vita, 1960

Il momento più critico dell’esame di Storia dell’arte medioevale erano i crocefissi. Ho triennalizzato l’esame, cioè l’ho dato tre volte e ogni volta con un programma  che aumentava in modo esponenziale, quindi so di che parlo.
Arrivavano i crocefissi ed erano dolori: tutti uguali, anzi, no, siamo precisi, erano po’ Cristi vivi, del tipo triumphans, di derivazione bizantina, e un po’ morti, ovvero del tipo patiens, occidentali nella sostanza.
L’Occidente, si sa, è legato alla terra, noi abbiamo il peso e l’ombra, lo dicono Giotto e Masaccio, e pure Peter Pan l’ombra ce l’ha, infatti, quando lo conosciamo, se l’è persa e la rivuole, a un certo momento ci fa pure a pugni.

I crocefissi, dicevo.
Non finivano mai.

Saranno state le foto in bianco e nero del manuale, sarà stato che non ne avevo mai visto uno dal vivo, ma avevo delle crisi formidabili, mi avvitavo, non andavo avanti, volevo smettere di studiare e andare a fare la commessa da qualche parte, la piantavo lì e riprendevo il giorno dopo.
Se trovavo il coraggio.

Cimabue, Crocifisso di Santa Croce, 1280 (dopo l’alluvione e prima del restauro)

Il coraggio, evidentemente, l’ho trovato e ora amo tutti i crocefissi medioevali, del tipo triumphans e del tipo patiens, parlo con disinvoltura del naso a forcella e del ventre tripartito, faccio considerazioni sulla posizione dei piedi e su quella dei chiodi.
Mi commuovo, anche, quando ne vedo o ne spiego uno.
Però la fatica non me la scordo.

Il momento più critico de La Dolce Vita è dopo due ore.

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EN MARCHE!

Parigi, Aeroporto Charles De Gaulle, Uccellino che fa festa con le briciole del mio pranzo

Considero il calcio un linguaggio universale, quindi mi capita di usare metafore calcistiche. Per esempio, quando parlo delle mie corde vocali, dico che sono per me quello che il ginocchio è per il calciatore, intendendo così, lo capiscono anche i poveri di spirito, che io ho un punto debole, un sovraccarico, un rischio e una minaccia.
Solo, non avevo considerato che lassù, oltre a un santo bevitore, ci fosse pure un santo calciatore. Che a un certo punto si è seccato della metafora e ha deciso di mandarmi un segno.
Il 7 dicembre scorso, dunque, mi viene un forte dolore a un ginocchio.
Il destro.

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