L’INVENTARIO, 25. IL CONTROESODO

Bollino giallo, rosso e, oggi, nero.
Praticamente, l’incubo.
I bollini mi ricordano la nonna materna, la piemontese, che faceva la raccolta di quelli della VeGé, che esiste ancora.
La nonna, in estate, quando stavo da lei in vacanza, mi mandava a fare la spesa in bicicletta lontano dalla cascina dove stavamo, che si chiamava Cantamessa, le case spesso lì hanno un nome, allora andavo a fare la spesa, con la grossa sporta attaccata al manubrio e il rischio di cadere al ritorno con la sporta piena, andavo a raccogliere i bollini invece di stare tutto il giorno per strade e campi con la mia amica grande.
Lei aveva almeno dieci anni più di me, io, di anni, ne avevo cinque, sei, sette.
Lei si chiamava Gabriella.
Le piacevano i bambini e avrebbe fatto la maestra.
A scuola era somara e la rimandavano sempre, per cui passavamo anche del tempo sotto il portico di casa sua con lei che studiava e io che le facevo compagnia.
Lei mi ha insegnato ad andare in bicicletta, quattro ruote, tre, due, giù nel fosso.

Ma ormai era fatta.

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L’INVENTARIO, 24: C’È POCO DA RIDERE, seconda parte

Siete dei tooth-smiler?
Gli americani si sono inventati anche questo. Oltre al Californian White, un tono cromatico dei denti che non esiste in natura e che si raggiunge con lo sbiancamento, definiscono anche il sorriso per come appare.
Del resto, il mio odontoiatra quando ci conoscemmo passò più di un’ora a parlare con me, voleva sapere tutto, mi fece anche ridere, più di una volta.
Perché? Controllava la linea del sorriso, dalla quale dipende qualunque decisione lui prenda nei confronti di un paziente.
Con il mio odontoiatra continuo a parlare e a ridere parecchio.
E sono una tooth-smiler, ve lo dico subito.
A guardare la storia dell’arte, violo tutte le regole del decoro.
Infatti, in arte, sono davvero in pochi a mostrare i denti.

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L’INVENTARIO, 23: C’È POCO DA RIDERE, prima parte

Jessica e Roger Rabbit

Siate sempre lieti…lo ripeto, siate lieti

Lettera di San Paolo ai Filippesi, 4, 4

Sui mariti, io ho le idee chiare.
Ovvio che il Principe azzurro è il migliore di tutti: giovane, bello, ricco, bien élevé, e ci mancherebbe, sa stare a tavola, è innamorato, fedele, tutte lo vogliono ma lui vuole solo te, ha un avvenire brillante e una professione sicura.
Ci vuole così poco a maritare bene una donna.

Le idee chiare ce le ha anche Jessica Rabbit che rivela il motivo per cui ha sposato il coniglio: perché la faceva ridere.
Trovo questa dichiarazione geniale, soprattutto se uno pensa che un uomo capace di far ridere una donna di solito è giovane, quindi, pieno di promesse, poi però bisogna vedere se le mantiene; un uomo adulto, invece, che è già quasi sempre un autentico cordoglio, voi pensate solo ai problemi di lavoro che lo affliggono, di solito a farti ridere non ci pensa per niente.
Dunque, sembrerebbe, meglio i conigli, ma non ho esperienza.
Mi fido, però, di Jessica Rabbit.

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L’INVENTARIO, 22. PICCOLO ARTICOLO MANCANTE

Qui frappe?

Gli uomini, si sa, non maturano mai.
Figuriamoci i fratelli più piccoli (ora, più giovani), quelli, poi.
Ho un fratello più giovane (una volta, più piccolo), avevamo stanze contigue, con scrivanie separate solo da una porta a vetri, mai utilizzata perché nelle nostre camere c’erano altre porte.
Lui faceva il liceo scientifico, era molto bravo in matematica, però faceva temi sdutti e secondo me pure miserabili e io, che facevo il liceo classico e facevo temi bellissimi, ero un’intellettuale, frequentavo solo intellettuali e sapevo che avrei fatto una vita da intellettuale, consideravo lui e i suoi compagni di scuola dei deficienti.
Soprattutto quando qualche amichetto veniva da lui a fare i compiti.
A un certo punto si sentivano dalla stanza accanto dei colpi alla porta, poi delle risate sgangherate.

Non solo mi disturbavano perché stavo studiando, ma il motivo di quelle risate era capace di infastidirmi ancora più del disturbo.
Ora vi racconto.

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L’INVENTARIO, 21. IL GENIO DEI MEZZI DI BORDO

Claes Oldenburg, Il corso del coltello, 1985

Un esempio interessante ce lo offre subito l’Artusi.
La ricetta numero 384 si chiama Fagiuoli a guisa d’uccellini. Il grande cuoco, unificatore della lingua italiana attraverso la gastronomia, racconta di aver sentito chiamare a Firenze in  questo modo dei fagiuoli di cui ci dà la ricetta.
Sarà utile dire che, di uccelli, nemmeno l’ombra, e che uccellini e uccelletti «erano la preda ambita di ricchi e di poveri. Li si catturavano con le reti e con i richiami, o con trappole di ogni genere, archetti e lacci. Rappresentando un boccone gustoso, facile da arrostire…».
In mancanza di uccelli, rimane il loro fantasma.
Nello stesso modo, sono diffusi dappertutto gli «uccelli scappati», dagli oseleti scampai veneziani fino ad arrivare alle sarde a beccafico, pesci notoriamente poveri preparati come l’uccello da cui prendono il nome, goloso di fichi.
Aggiungo anche una zuppa di pesce, di cui parlava un antropologo napoletano, fatta con i sassi raccolti nel mare, dunque, anche qui, niente pesce ma solo il suo odore.
Praticamente, piatti che sono un cenotafio, sapete, quelle sepolture senza le spoglie mortali, che sono un inno all’assenza e che temperano la mancanza.
Una cucina messa insieme con ciò che si ha sottomano, quello che possiamo fare anche noi se ci viene a trovare all’improvviso un amico e non abbiamo più nemmeno un barattolo di pomodoro: un piatto di spaghetti aglio e olio esce sempre, e non è detto che la serata vada malamente.
Anzi, in questi giorni mi viene da pensare che i mezzi di bordo non siano una limitazione ma una risorsa.
È dal bisogno che nasce il movimento, almeno così dovrebbe essere.

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L’INVENTARIO, 20. COME VENIRE BENE IN FOTO: IL SELFIE

Albrecht Dürer, Autoritratto in pelliccia, 1500

Devo farla finita con questa pratica, uno, non serve a rompere il ghiaccio, due, è pure noiosa.
Questi ragazzi non sanno raccontarsi, quando dico loro a inizio corso venite uno per uno a presentarvi a me e ai compagni, sono guai.
Un po’ hanno poca dimestichezza con l’italiano, un po’ non ci hanno mai pensato.
Inutile suggerire una scaletta, mamma, papà, fratellini, animali di casa, che corso fai, che musica senti.
Ma di che cosa parlate con gli amici.
Già, di che parlano.
Provate anche voi con una persona con la quale siete in confidenza, dimmi chi sei in cinque minuti, che sono un’eternità.
Non è facile, lo capisco, è un esercizio intellettuale, devi fare pratica.
Però, che c’era scritto sul frontone del tempio di Apollo a Delfi.
Conosci te stesso.
Questo, c’era scritto.
Mica c’era scritto Fatti un selfie.

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L’INVENTARIO, 19. COME VENIRE BENE IN FOTO: I BAGNANTI

Joaquín Sorolla y Bastida, La barchetta a vela, 1909

Leggo un’intervista a un cineasta che ha girato un film in estate.
È francese, ovviamente, non sopporto più gli italiani, stavolta è per sempre, e gli americani sono troppo industriali, in questi giorni ho voglia di cose amatoriali, ho voglia di sentimenti.
Guillaume Brac, così si chiama il regista, è giovane, poco più che quarantenne, ammira alcuni dei colleghi, fatto che apprezzo molto, e dice cose che avevo giusto in mente ma che non mi uscivano fuori.

Guillaume Brac

Rendere effabile l’ineffabile, come sintetizzava con un ottimo senso della formula a proposito di Leopardi il mio professore di Italiano al liceo.
Brac parla di una piccola città al nord, ho controllato, Ault ha 1.741 abitanti, io l’avrei chiamata un paese, ma i francesi, si sa, hanno tutta una loro logica intrisa di grandeur.
Parla del materiale emozionale dell’estate, un mercato, una discoteca, «une baraque à gaufres», che è una cosa che sta da quelle parti, praticamente una baracchetta che vende le loro cialde, parla di treni, di stazioni, dice che girare in spiaggia è facile perché dopo un po’ nessuno ci fa più caso, inoltre lui usa una vecchia 16 mm, che è una cosa popolare, economica, quindi finisce che tutti pensano che la troupe sia fatta di studenti o, appunto, di amatori.
Parla della marea, che là è un problema, tu sistemi tutto, ti giri e il mare si è mangiato cinque metri di spiaggia.
Parla del tempo che cambia di continuo, cosa che permette di giocare su tutta una gamma anche di emozioni.
E parla del corpo.

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L’INVENTARIO, 18. COME VENIRE BENE IN FOTO: I BAMBINI

John Singer Sargent, Le figlie di Edward Darley Boit, 1882

Ieri la mia giornalaia mi ha detto che le manca l’enzima per digerire il vino rosso.
Povera donna.
Ho fatto una ricerca e sono arrivata a un risultato inquietante: i giovani fino ai sedici anni di età e le donne, sempre, mancano di un enzima a livello epatico che rallenta la metabolizzazione dell’alcol. Quindi giovani e donne sarebbe meglio che assumessero quantità minime di alcolici.
Ora, fra tutte le battaglie femminili per la parità, io non ho mai sentito parlare di parità di enzimi, cosa che mi sembra importante tanto quella di salario, di carriera, di condivisione dei lavori domestici e via elencando.
Detto questo, oggi mi sento di rendere una piena confessione: non so se dipenda o no da un enzima pure questo, ma io sono quasi completamente priva di istinto materno.
L’ho detto.
Quell’avverbio in corsivo non indica una quantità minima, casomai per uso personale. No, quel quasi apre a possibilità diverse.
Io sono in possesso di un istinto materno completamente dispiegato, vibrante, potente come il più forte dei sentimenti solo nei confronti degli uomini e degli animali.
Da tutta la vita sto aspettando che mi si affacci l’altro versante, ma finora non è successo.
Infatti, per esempio, nessuno mi ha mai visto cercare una complicità femminile, fatta di cì cì e ciù ciù, con altre donne sul tema bambini.
Questo per chiarire qual è la mia posizione sull’argomento che affrontiamo oggi: obiettiva, lucida, razionale.
E l’argomento di oggi è questo: perché le foto dei bambini che si vedono dappertutto sono così scadenti e come fare a farle venire meglio.

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L’INVENTARIO, 17. COME VENIRE BENE IN FOTO: IL GRUPPO

Rembrandt, La lezione di anatomia del dottor Tulp, 1632

Meglio mi sento.
Qui di solito il paragone migliore è con il banco del pesce, zona ancora da dissalare e ammollare.
Sto parlando del baccalà.
Che è in vendita anche in quei negozi che sembrano la morgue, pieni solo di contenitori gelidi, con all’interno tocchi di roba che, se spostata, emette suoni legnosi, toc toc, di rado connessi con il cibo.
Niente di lusinghiero, insomma, vi ricordo che, durante il loro duello, Peter Pan sconfigge Capitan Uncino obbligandolo a definirsi un «baccalà», cosa nemmeno troppo fuori luogo per un pirata abituato ai sette mari.

Le foto di gruppo, se possibile, sono ancora più difficili da riuscire rispetto alle foto di coppia, là si trattava di sistemare solo due persone, qui c’è una piccola folla, dunque, ci vuole un regista, ci vuole un artista.
In una parola, ci vuole la storia dell’arte.

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L’INVENTARIO, 16. COME VENIRE BENE IN FOTO: LA COPPIA

Sir Peter Paul Rubens, Autoritratto con Isabella Brant, 1610

In linea di massima, nelle foto assomigliano tutti a degli ortaggi, in certi casi anche abusati: torsi di broccoli, carciofi, cavoli, non vado avanti perché altrimenti passo il segno.
Lo dicono tutti, l’amore è una cosa meravigliosa, ma poi bisogna saperlo ritrarre, non si può cadere in questa banalità inguardabile, qui c’è bisogno di artisti, qui c’è bisogno di storia dell’arte.

Dunque, seguitemi. Vi spiego come fare.

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