ALL’OMBRA DEI CIPRESSI

La tomba di Rimbaud a Charleville

Comincio con la storia di un raggiro messo in atto ai miei danni, per cui un mio compagno del corso di tedesco, venuto a conoscenza della mia passione per Rimbaud, buttò lì che lui era stato a Charleville sulla tomba del poeta e che sulla lapide c’era scritto Ne criez pas pour moi, Non gridate per me.
Solo dopo anni avrei visto la foto della sepoltura, scoprendo che in realtà l’implorazione era Priez pour lui,  Pregate per lui.
La favoletta, comunque, era ben trovata, come sappiamo, i secondi (e anche i terzi e i quarti) fini degli uomini accendono sempre la loro fantasia, anche tombale, anche letteraria.
Quanta vita c’è nella morte?
Tantissima, essendo la morte l’accadimento chiave della vita medesima: se non ci fosse vita, non ci sarebbe morte.
E, lo sappiamo, Eros e Thanatos sono legati indissolubilmente, al punto che mai come quando noi siamo davanti alla morte abbiamo voglia di vita.
Lo sa bene la Matrona di Efeso, anche lei protagonista di un racconto, stavolta fatto da uno serio, Petronio, nel suo Satyricon.
Continua a leggere

COL COLLETTO DURO E CON IL PETTO INAMIDATO

Immagina un uomo.
Immagina un uomo che ti piace.
Immagina adesso uno di quegli album con le bambole di carta da ritagliare e il loro guardaroba. Le bambole possono anche essere  maschi.
Immagina una bambola di carta maschio con il volto dell’uomo che ti piace.
Immagina la tua bambola di carta con addosso solo l’intimo.
E comincia a immaginare il suo guardaroba: un paio di blue jeans; delle belle camicie, una delle quali bianca e rigorosa; un cardigan; una giacca; alcune paia di scarpe: mocassini, sportive con i lacci, facciamo quelle con le tre bande, stivaletti.
Eccetera.
E adesso immagina una pagina dalla quale ritagliare un frac da fare indossare alla tua bambola (maschio). Qui si gioca una partita importante: come lo porta?
Non tutti gli uomini stanno bene in frac, diciamo che devono avere le physique du rôle, insomma, come tu hai capito benissimo, qui è chiamato in causa il tuo sentimento: stare bene in frac è una prova cui viene sottoposto il tuo amore.
E se non è una prova questa.
E se questo non è amore.
Continua a leggere

GLI ABITI NUOVI DEL RE

Alexander Vlahos (@vlavla)

«Oh, dio, enormemente! I costumi e la parrucca, e i tacchi. Tu arrivi con i tuoi jeans e la tua t-shirt…e un’ora e mezzo più tardi tutti appariamo come se fosse la Francia del XVII secolo.  È pazzesco. La parrucca cambia la forma del viso e cambia anche il modo in cui ti muovi…»
(Alexander Vlahos,  alias Philippe d’Orléans, in un’intervista del 2016)

Il mio studio è una stanza di 11 mq con una finestra che affaccia su un cortile molto Rear Window di Hitchcock. Ha tre librerie; una sedia; una scrivania con tiretto e segreto che, volendo, blocca con una leva nascosta tutti i cassetti;  tre tavoli di appoggio; uno sgabello che mi sono portata in aereo dalla Finlandia; computer; fotocopiatrice; una scala rossa.
In questo spazio mette piede solo chi, i piedi, li ha già messi entrambi nel mio cuore: perché ne sono gelosissima.
In esso sono collegata al mondo via internet e in rapporto, se serve, con i miei due giovani grafici e con un paio di angeli custodi, che mi aiutano tecnologicamente.
Mi capita di lavorare in gruppo, cosa che apprezzo molto per l’arricchimento e lo scambio reciproco, ma il cuore della professione, ricerca, studio, organizzazione, creazione, si svolge in solitudine radicale.
Dunque, mi domando come sia, se eccitante, stimolante, vincolante, disturbante, normale, lavorare in trenta, tutti insieme, facendo in pratica una cosa sola.
Per esempio cucendo gli abiti per il re e per la sua corte.
Continua a leggere

HO VISTO UN RE

Con il cuore in gramaglie e il mio immaginario, già lo so, che sarà ridotto a uno straccio, mi avvio alla conclusione dell’avventura.
Che è stata bellissima e che mi ha portato in giro per il palazzo e i giardini di Versailles, che per me non sono più quella specie di prigione aristocratica e noiosissima come ritenevo da sempre, ma che sono diventati lo scenario di ogni avventura possibile.
Si impone un punto della situazione, per salutare, ringraziare, imprimere nella memoria.

Andiamo a cominciare. E cominciamo dall’inizio.

Continua a leggere

IL PROFUMO DELLA POVERTÀ

Il mio servizio resta infinito e di conseguenza impagabile…un’opera d’arte è inestimabile, non ha valore commerciale e dunque non si può pagare
(Gustave Flaubert, Lettera a George Sand, 4 dicembre 1872)

Käbi usava dire che dei soldi non le importava nulla, però facevano bene ai nervi
(Ingmar Bergman, Lanterna magica, 1987)

Avevo la libertà di proporre delle idee – senza mezzi. Bisognava che ci sponsorizzassimo da soli…«La povertà mette in tutte le cose il suo profumo» – parole di Santa Teresa d’Avila…
(Charlotte Perriand, Una vita di creazione, 1998)

Scena numero 1. Una volta incontro in Segreteria un collega regista che stimo. Ho visto il suo ultimo film e gli dico che la protagonista, che di mestiere è docente di Storia dell’arte all’Accademia di Belle Arti, vive in una casa irragionevole: un superattico al Vomero. Lui capisce che cosa intendo e si salva per il rotto della cuffia: «È ricca di famiglia».

Scena numero 2. In un film di cui ho dimenticato il titolo, comunque italiano, la protagonista insegna Italiano in un liceo. A un certo punto apre l’armadio e sono inquadrate trenta paia di scarpe di Sergio Rossi. A circa cinquecento euro al paio, fate voi il conto di quanto aveva speso la signora per vestirsi.
Continua a leggere

CANZONETTA MESTA DI UN SABATO DI PIOGGIA

Fabien Marchal

Come già accennato, sono una piagnona.
L’ho ammesso qui, quando mi sono occupata del sapore del sale (e le lacrime sono salate, quindi, ci siamo) e qui. A proposito di Six Feet Under, la serie dei becchini di Los Angeles, vi raccontavo di come un paio di estati fa avessi ingoiato cinque stagioni e sessantatré episodi in venticinque giorni, arrivando una volta a battere ogni mio record personale con cinque episodi in un sola giornata ma, nello specifico e perché è qua che voglio andare a parare, vi dicevo di come avessi cominciato a piangere nella terzultima puntata, raggiungendo il climax nell’ultima, per scrivere la quale, del resto, il creatore stesso si era infilato in una sua casa a 1.500 metri di altezza in un posto in California, piangendo pure lui dall’inizio alla fine della scrittura.
Io piango, ma solo su cose serie.
Per esempio, oltre che sui casi miei, piango sulla morte di Violetta nella Traviata e su quella di Mimì della Bohème  e piango sempre, pure se so quello che succede e se conosco l’opera a memoria, piango ogni volta come se fosse la prima, piango come una fontana, se sono a teatro portandomi un’adeguata scorta di fazzoletti, se sono a casa mia, predisponendo un efficiente lacrimatoio, completo pure di impacchi di ghiaccio per gli occhi perché poi mi secca andare in giro malconcia.

Su Versailles, però, non c’è niente da piangere.

Continua a leggere

1° MAGGIO: GUIDA PRATICA ALL’USO DI COLORO CHE NON SANNO CHE COSA METTERSI

August Sander, Lavoratori della costruzione di strade, 1927

Il mio nonno materno, il piemontese, era un uomo alto e forte come una quercia. Trebbiatore di mestiere, di pochissime parole, sobrio all’eccesso, elegantissimo la domenica quando indossava l’abito scuro per la messa e inforcava la sua bicicletta per recarsi nella chiesa distante qualche chilometro, mi faceva paura. Soprattutto per i racconti di mia madre, alla quale lui, quando lei era ragazza, proibiva qualunque uscita, addirittura presidiando personalmente il cancello della cascina.
Per il resto, quando mia madre alla fine della scuola prendeva tutti e tre i figli e li imbarcava su una serie infinita di treni per portarli a lavare l’accento romano dalle sue parti, in un suo privato ritorno alle origini che durava per tutte le vacanze e che ricordo con piacere per via degli animali, della mia prima bicicletta e anche di qualche ballo serale all’aperto, che mi sembrava una delle avventure più eccitanti che potessero capitare a una ragazzina, il nonno, poco me lo ricordo.
Quello che mi ricordo è che rientrava nel tardo pomeriggio, si lavava, si cambiava, a tavola diceva quattro parole e poi si addormentava davanti a un bicchiere di vino, rigorosamente rosso.
Le parole divennero otto quando io, adolescente, cominciai a presentarmi alla cascina con i miei primi blue jeans.
Che, secondo lui, non erano adatti a una signorina di città che, fra l’altro, studiava, essendo quello indossato da me, e a ben guardare era vero, il suo abito da lavoro.   Continua a leggere

ODE DELLE CREATURE


A Camilla, a Perlascura, ai Props e a tutti gli altri animali che sono entrati e usciti nella e dalla mia vita o che ancora la abitano

Allora qualcuno mi dice scegli un solo film da vedere e rivedere fino alla fine dei tuoi giorni e non ho alcun dubbio.
Scelgo Blade Runner, quale versione delle tante poco importa, mi importa che nel film ci siano quella pioggia eterna, quei dialoghi, quella colonna sonora e quei personaggi.
E che non ci siano gli animali.
Come sempre, tutto si tiene e tutto torna e un mondo senza animali è proprio quello di quella Los Angeles del 2019 (e quando mi sono accorta che ci eravamo arrivati, a quell’anno, mi era passata la voglia, che avevo coltivato per tanto tempo, di andarci): buio, pieno di solitudini che faticano a incontrarsi, dove si parlano lingue incomprensibili l’una all’altra, dove il ricordo di una terra popolata di esseri viventi che però non sono umani, sullo schermo, esce e entra continuamente.
E fa male.
La nostalgia degli animali in Blade Runner è tangibile, te la senti addosso e addosso ti senti anche la voglia di un animale.
Continua a leggere

CARTOLINE DAL PONTE, 3: LA RESURREZIONE E LA TOMBA DEL FORNAIO

La tomba del fornaio Eurisace

Ieri l’ho lavata.
Il giorno prima il mio garagista, quello che mi usa centinaia di cortesie ed è l’unica persona al mondo che mi fa domande personali (alle quali io rispondo sempre mentendo. Ma la cosa importante è che lui domandi e che io risponda), le ha gonfiato le gomme.
E oggi ho rimesso su pista la mia bicicletta, una bellissima Lazzaretti nera a sette marce.
Fedeltà del veicolo. Se avessi lasciato ferma la macchina un anno, non sarebbe ripartita.
La bicicletta no, tutto in ordine, freni, catena, luci, pure il campanello aveva la voce di sempre.
E me ne sono andata a spasso, in un tempo perfetto, cocoon, né freddo, né caldo, peccato il traffico, sempre ingombrante.
E ho fatto quello che volevo fare da un pezzo: sono andata alla tomba del fornaio.
Continua a leggere

CARTOLINE DAL PONTE, 2: IL NOBEL ALLE SERIE

Versailles

Ma che ci state ancora a pensare?
Adesso vi dico io a chi dare il Nobel: alle serie.
Ma a quale serie, scusa? E che ne so, a quella che sto vedendo io al momento, in questo caso a Versailles.
Ma, scusa, quale Nobel?
Ma che razza di domanda: tutti, tutti i premi.
Continua a leggere