QUESTO SENTIMENTO DELL’ESTATE, 6: L’UOMO-MARE, prima parte

Poseidon da Capo Artemisio, 460 a. C.

Gli uomini sono come i cerotti.
Non nel senso che pensate voi, figuriamoci se un uomo ti protegge una ferita, di solito te la procura.
Gli uomini sono come i cerotti in un altro senso.
Allora vado in farmacia e chiedo alla dottoressa una confezione di cerotti.
Normali, sottolineo, come quella sottolineava se.
La dottoressa mi guarda con aria perplessa. No, sul serio, tu non puoi: tu sai quanti psicofarmaci si mette la gente in corpo per provare a vivere; tu conosci la soluzione fisiologica per lavarsi il naso e la taglia dei profilattici; tu sei al corrente del fatto che i gatti hanno le pulci e i ragazzini le tonsille, che torturano tutta la famiglia fino a che un medico non decide di toglierle.
Tu non puoi non sapere che significa normale.
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QUESTO SENTIMENTO DELL’ESTATE, 5: L’UOMO-VACANZA, IL PROLOGO

Wolfgang Tillmans, Love (Hands in Hair), 1989

L’estate passata, quando ancora non avevo il mio blog, produssi un divertissement dedicato al paragone fra gli uomini e alcuni tipi di pasta, poi recuperato qui.
Quest’anno vado oltre e ho dunque pensato di occuparmi di ulteriori tipi di uomo, ciascuno dei quali legato a una vacanza: avrete, dunque, notizie dell’uomo-mare; dell’uomo-bosco; dell’uomo-montagna; dell’uomo-viaggio e dell’uomo-metropoli,  quest’ultimo, ve lo dico subito, il mio prediletto.
Ma una città, direte voi, che vacanza è? Come, non avete ancora sentito parlare di quella cosa che si chiama staycation, che è comparsa sulla copertina della mia fantastica rivista inglese e che significa esattamente quello che significa. Tecnicamente: «a holiday spent in one’s home country rather than abroad, or one spent at home and involving day trips to local attractions».
E voi avrete anche capito che cosa intendo per  «local attractions».
E, in caso di dubbio, attendete il 6° episodio della mia personalissima serie e sarete soddisfatti.
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QUESTO SENTIMENTO DELL’ESTATE, 4: CALDO, FREDDO

Una volta, da ragazza, feci una termografia, che, si capisce, è un esame diagnostico che si basa su qualcosa di caldo che emette il corpo.
A un certo punto il tecnico, giovane, mi chiede: «Ma, signorina, è vero che lei ha sempre freddo?».
E io comincio a preoccuparmi, questo come mi conosce, penso muoio, e non mi sono nemmeno laureata, questo mi dice che io sono una malata terminale e manco mi dà la possibilità di mettere un punto a tutti gli studi che ho fatto da quando avevo sei anni a oggi.
Dunque, soprattutto a causa di quell’enorme monte ore dedicato ai libri invece che, mettiamo, a un divertimento diverso, io gli chiedo: «Sì, è vero. Ma lei, che cosa ne sa?».
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QUESTO SENTIMENTO DELL’ESTATE, 3: COL FIATO SOSPESO

Vasilij Kandinskij, ci si mette pure lui

Una delle cose che più mi infastidiscono al mondo sono i puntini di sospensione: usati a sproposito; usati in eccesso; usati punto e basta.
Dovrebbero inventare una tastiera intelligente, ma intelligente sul serio, che oltre a scrivere, mettiamo, la ‘a’ svedese con la palletta (å) e a inserire il tilde, ~, quando serve, si ferma e si impunta come un mulo e non va più avanti al secondo utilizzo dei puntini di sospensione nel medesimo, chiamiamolo, ambiente.
O che, meglio, ti fa uno sberleffo.
O che ti tira, per carità, solo metaforicamente, una torta in faccia.
Ma piena di panna, cioè vistosa e visibile.

L’Accademia della Crusca: «I puntini di sospensione  si usano sempre nel numero di tre, per indicare la sospensione del discorso, quindi una pausa più lunga del punto».
Sandro Veronesi, toscano autentico, in un’intervista: sulla tastiera ci dovrebbe essere un tasto con tre, solo tre puntini, per indicare quelli di sospensione.
Io: e il tasto si dovrebbe bloccare dopo il primo utilizzo, praticamente hai un solo colpo in canna e devi pensarci bene prima di usarlo.

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QUESTO SENTIMENTO DELL’ESTATE, 2: VERSO MATISSE 4/4 LA FINESTRA APERTA

Henri Matisse, La finestra blu, 1913

 

 

 

 

 

 

 

 

La felicità di vivere.  Quattro incontri dedicati a Henri Matisse  3/4
lunedì 4 lunedì 11 lunedì 18 e lunedì 25 giugno 2018
ore 18:00 – 19:00
Saletta di via Gaspare Spontini 17 00198 Roma

A casa mia ci sono 5 finestre + 1. La finestra +1 potrebbe fare la sua figura nel film Medianeras, che parla, appunto, di piccole finestre, quelle aperte in maniera non del tutto regolare sul retro delle case, su quelle grandi superfici inutili che di solito servono per affiggere quegli enormi manifesti pubblicitari. Queste superfici inutili danno il titolo al film.
La mia finestra +1 misura 45 x 30 e per trovarle una maniglia di apertura proporzionata ho girato tutta Roma, impiegando circa un mese e disperandomi di frequente.
Sul suo davanzale, che è molto profondo, praticamente ha lo spessore del palazzo, c’è un cilindro di cristallo con dentro dei sassi e una candelina, che accendo tutte le sere quando comincia a fare notte.
È un rito e un orientamento nel buio. Le prime volte andavo anche a vedermela, praticamente facevo il giro del palazzo, come fanno quelli che portano a spasso il cane, solo per ammirarla luccicare nel tramonto.
Ora accendo la candelina in automatico.
La mia finestrella è del tutto regolare, almeno immagino, visto che ce l’ho trovata, anche se è diventata così bella solo da quando ho trasformato la piccola stanza (m 2 x 2) che la ospita nel mio guardaroba, con alle pareti la carta da parati inglese e il legno dipinto in gris photographique, colore che ho scelto anche per il nome.
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QUESTO SENTIMENTO DELL’ESTATE, 1: L’INIZIO

Carl Larsson, Donna sdraiata su una panchina, 1913

Questo è, un terzo grado.
Nel senso che il grado numero 1 è una canzone del 1992 di Jonathan Richman, That Summer Feeling, che ho scoperto solo in questa circostanza.
Poi c’è il bellissimo film di Mikhaëls Hers, Ce sentiment de l’été.
Grado numero 2.

Poi arriva il grado 3, dunque, il terzo: il mio blog, che mi auguro sarà interessante.
E l’idea del terzo grado nemmeno mi dispiace, vuol dire che sarà una fase confessionale, del resto, che altro può essere un blog se non una confessione e che senso avrebbe, se così non fosse?
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VERSO MATISSE 3/4: VOLEVO FARE L’ODALISCA

Henri Matisse, Odalisca allungata, 1926

La felicità di vivere.  Quattro incontri dedicati a Henri Matisse  3/4
lunedì 4 lunedì 11 lunedì 18 e lunedì 25 giugno 2018
ore 18:00 – 19:00
Saletta di via Gaspare Spontini 17 00198 Roma

Avessi sbagliato tutto.
Avessi fatto meglio a fare la mercenaria, l’avventuriera, la spia tipo Mata Hari.
L’odalisca.
Ma che fa esattamente un’odalisca? Nel mio immaginario, niente. E sta pure segregata nell’harem, cioè solo insieme ad altre donne, praticamente, non essendo io mai stata in un collegio, la vendetta della vita che poi ti infila in un pollaio.
La noia sconfinata e perenne, peggio delle vacanze in montagna, peggio dei pomeriggi interminabili di agosto ad aspettare che qualcosa succeda, fosse pure la riapertura della scuola, peggio di Napoleone a Sant’Elena, guardatevela su un atlante, 16 chilometri di lunghezza e 12 di larghezza, ci puoi fare il giro completo in bicicletta anche tre volte al giorno.
L’incubo del deserto e del nulla.
Per noi gente di azione, la punizione più grande.

Raffaello, La Fornarina, 1518

Pura fantasia maschile, che ha trasformato la schiava addetta al servizio in tavola e in camera in Turchia in un sogno di pigrizia e godimento, l’odalisca percorre a modo suo, voluttuosamente, tanta storia dell’arte.
Tutta colpa di Raffaello, che non so come ci sia arrivato, visto che stava fra Urbino e Roma, certo, posti esotici, ma bisogna vedere in che senso.
Ma lui ci è arrivato benissimo.
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MA JOLIE: OVVERO DUE O TRE COSE SULLA MIA MACCHINA

Il mio balconcino il 12 giugno 2018

Questo è il nuovo umore del mio balconcino.
Un umore, dunque, quasi un sentimento.
Sono stata al vivaio e ho preso tutte piante aromatiche, ho trovato anche l’aneto e il basilico riccio napoletano, tutto verde.
Una piantina era pure di troppo, non ricordavo di averla scelta, evidentemente era sul bancone quando mi hanno messo tutto nel contenitore di plastica, è un’erba pepe, a me il pepe piace moltissimo, quindi deve essere stata lei a scegliere me.
Mi hanno dato anche il foglio di cellophane da mettere, per non sporcarlo di terra, sul sedile della macchina.
Già, la macchina.
Ora vi racconto.
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VERSO MATISSE 2/4: AVERE LA STOFFA

Henri Matisse, L’atelier rose, 1911

La felicità di vivere.  Quattro incontri dedicati a Henri Matisse  2/4
lunedì 4 lunedì 11 lunedì 18 e lunedì 25 giugno 2018
ore 18:00 – 19:00
Saletta di via Gaspare Spontini 17 00198 Roma

Gli incontri sono importanti, lo sappiamo.
Quelli con una persona, con un animale, ma, direi, anche con un film o con un libro.
Qualche tempo fa, dunque, mi misi a leggere un romanzo, un’autobiografia di una giovane donna che raccontava, togliendosi la pelle, tutte le sue dipendenze: dalla cocaina in primo luogo; da un uomo più vecchio di lei di parecchi anni, un editore potente, coltivato, che l’avrebbe fatta soffrire molto, ma anche molto aiutata professionalmente; dalla moda e dal lusso.
Non ho mai avuto una relazione con un uomo molto potente e nei confronti della cocaina e della moda provavo, all’epoca, un sentimento di indifferenza che sconfinava nel fastidio.
Ma la narrazione era avvincente, la scrittura, magnifica e caddi come Alice nel buco (non so mai se per caso non fosse altro, per esempio la tana del coniglio) in quell’esistenza.
Decisi, così, di vedere se per caso non ci fosse qualcosa di interessante.
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VERSO MATISSE 1/4: LET’S DANCE

Henri Matisse, La Danza II, 1910

La felicità di vivere.  Quattro incontri dedicati a Henri Matisse  1/4
lunedì 4 lunedì 11 lunedì 18 e lunedì 25 giugno 2018
ore 18:00 – 19:00
Saletta di via Gaspare Spontini 17 00198 Roma

Allora una volta, in un momento naufrago e nomade della mia esistenza, decido di iscrivermi a un corso di salsa. Lo faccio perché ho trovato un volantino infilato sotto il tergicristallo della macchina e credo nei segni e perché voglio fare questa esperienza antropologica, un po’ come quelle giornaliste che, per capire le condizioni di lavoro delle imprese di pulizia, si fanno assumere in incognito, si svegliano tutte le mattine alle quattro e  impugnano sul campo scopettone e straccio.
È dall’interno che si capiscono le cose, mica a passare le giornate davanti allo schermo di un computer.
Così, il giorno dell’inizio del corso, mi presento puntuale nella palestra segnalata sul volantino e faccio la conoscenza dell’uomo più volgare che abbia incontrato in vita mia: il mio maestro di ballo.
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