VERSO LE GUIDE, 7. IN LOVING MEMORY: ROMA, IL CIMITERO DEGLI INGLESI

William Wetmore Story, L’Angelo del Dolore, 1894

L’altro giorno a via Due Macelli mi ricordo che mi servono calzettoni per il loisir e la libera uscita.
Entro nel negozio di guanti, saluto (anche se dovrebbero essere loro a prendere l’iniziativa) e vado verso l’espositore di calze che hanno il mio medesimo nome (e viceversa).
Controllo la misura, scelgo e chiedo di pagare.
Il titolare del negozio mi guarda sgomento.
La cosa è così evidente che gli chiedo che cosa gli è successo.
«Ha già fatto?» mi fa lui.
«Sì, perché?» gli faccio io.
«Perché i clienti impiegano sempre almeno venti minuti e poi cambiano parere prima di arrivare alla cassa».
Ah, io no. A me tutte quelle righe mica mi imbrogliano.
Io sono una con le idee chiare, io ho una capacità di decisione rapida, al punto che dico sempre che sarei capace di comandare un esercito in battaglia.
(Nel mio immaginario è, quella, la situazione in cui bisogna prendere le decisioni più rapide).
E inoltre.
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I NOVE MESI DEL BLOG

Arturo Martini, Minerva, 1935

Oggi, 31 ottobre 2018, il mio blog compie nove mesi.
Come deciso, il bilancio vero è rimandato  al primo compleanno, però nove mesi sono un lasso di tempo simbolicamente importante, visto che tanti ce ne vogliono per formare un essere umano.
Il blog, però, è nato già fatto.
Un po’ come Atena, tutta armata, dalla testa di Zeus. E questo perché da un pezzo giravo intorno all’idea: scrivere in libertà totale, qualunque cosa mi venisse in mente, mettere da parte tutto quello che avrebbe potuto avere a che fare con un piano editoriale, con un obbligo qualunque, con una risposta a una domanda che mi veniva dall’esterno.
Scrivere, punto e basta.
E il blog è nato, come sempre nascono le cose, da un incontro. Nicola Piedimonte, illustratore, web designer e graphic designer, un giovane artista che sa anche maneggiare la matita sulla carta, gli ha trovato la forma.
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VERSO LE GUIDE, 6. A ROMA NATA E IN SAN PIETRO BATTEZZATA

Odiavo le domeniche.
Odiavo la casa piena di gente, non c’era un solo posto dove io volevo stare che non fosse già occupato.
Odiavo il sugo che stava sul fornello da ore, che riempiva tutta la casa del suo odore e che mi stomacava.
Odiavo le scarpe riservate alla domenica, quelle piccole calzature di vernice nera, acquistate nel negozio con il commesso seduto sullo sgabello di prova e il calzante in mano che mi infilava nel piede, che numero sarà stato, 23, 26, quelle delizie, che però erano proibite, perché erano riservate alla domenica.

Tali e quali al sugo stomacante.

Appena ho potuto, ho lavorato tutte le domeniche e, volendo, ho fatto, nei giorni feriali, festa: completa di scarpe lucide ma sprovvista di pastasciutta e di gente.
La cosa che ancora non manca di stupirmi è perché io non abbia tolto di mezzo tutti con il veleno per i topi.
Secondo me, è stato solo perché non sapevo che era possibile.
Ero analfabeta, quindi non avevo letto Madame Bovary, che con il veleno dei topi si suicida. Meglio avrebbe fatto, la poveretta, a usarlo per liberarsi di tutte le presenze indigeste della sua vita, a cominciare dal marito, quello con la conversazione «piatta come un marciapiede», che le fa trovare nella stanza da letto la prima notte di nozze il bouquet rinsecchito della prima moglie, che era morta. Continua a leggere

VERSO LE GUIDE, 5. FRA ZATTERE, ZITELLE E INCURABILI: VENEZIA

Francesco Guardi, Gondole sulla laguna, 1770

Per prima cosa, i nomi.
Calle del Volto: il punto di incontro fra la nostra anima e il mondo.
Corte de le Candele: romanticissima.
Calle del Forno: l’odore più buono, sempre.
Calle de la Testa: una cosa da intellettuali.
Corte Stupenda: voglio abitarci.
Riva del Vin: sì, sì.
Corte Spechiera: una sola «c», ma ci basta per guardarci.
Calle della Toletta: con la «spechiera» è perfetta.
Canale della Grazia: serve sempre, quella privata e quella divina. La grazia apre tutte le porte.
Rio dell’Orso: immancabile.
Ruga Bella: sarà d’accordo il mio medico estetico, che dice che sono le imperfezioni a fare la bellezza.
Rio Terà dei Assassini: mai passarci la sera tardi.
Calle del Cafetier: anche se non bevo caffè, un nome straordinario.
Calle del Frutariol: sano e pieno di vitamine.
Calle del Perdon: indispensabile. Il mio motto: «Forgive and Forget».
Ponte delle Tette: piuttosto, un monumento. Ai seni delle donne dovrebbe rendere omaggio l’intero mondo.

Calle de la Rosa: è urgente che affacci su di essa una mia finestra.

Calle de la Pegola: ovvero, della pece. Noè la impiegò per chiudere le fessure del fasciame della sua arca e da sempre essa si utilizza per questo scopo.
Poi, però, si dice pure «impegolarsi», ovvero «cacciarsi in un imbroglio».
E io, con la Guida di Venezia, in un imbroglio mi sono cacciata.
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VERSO LE GUIDE, 4. MORE GEOMETRICO: FIRENZE

Firenze, foto Maria Di Pietro

Facoltà di Lettere. Università La Sapienza.
L’Aula è grande ma non enorme, sobria. Solo tre file di sedie sono dotate di tavolo sul quale appoggiarsi per scrivere. Hanno anche piccole luci.
Arrivano mano a mano studenti diversi, tutti giovani, ma si capisce che ci sono le matricole, i laureandi, i perfezionandi.
Tutti in attesa del Maestro.
Che si manifesta, seguito da un corteo di assistenti adoranti.
In mano ha una lunga bacchetta con la quale indicherà alcuni punti nelle immagini e che batterà a terra seccamente, un po’ come facevano in passato i direttori d’orchestra per dare il tempo e gli attacchi.
Lui impartisce al tecnico l’ordine di cambiare diapositiva.
Un attimo di buio, luce, immagine.
Il silenzio è totale. L’atmosfera è di emozione sospesa.
Il Maestro comincia a parlare e comincia per me una fascinazione della quale sono vittima ancora oggi.
Una magia. Una malia.
Ho 19 anni. Esco da quell’aula, nella quale sarei tornata tutti i giorni e ho bene in mente che la vita mi mette davanti a un’evidenza: sarò storico dell’arte.
Se non sarò storico dell’arte, sarò infelicissima.

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VERSO LE GUIDE, 3. COME IL SANGUE: NAPOLI

«…oggi mi sono dato alla pazza gioia, dedicando tutto il mio tempo a queste incomparabili bellezze…esse sono al di sopra di ogni descrizione. La spiaggia, il golfo, le insenature del mare, il Vesuvio, la città…»
J. W. Goethe, Viaggio in Italia, Napoli, 27 febbraio 1787

E ancora.
«In questo paese non è assolutamente possibile ripensare a Roma; di fronte alla posizione tutta aperta di Napoli, la capitale del mondo, nella valle del Tevere, fa l’impressione di un vecchio monastero mal situato»
Napoli, 3 marzo 1787

Incasso. Avesse ragione lui?
Del resto, basta guardare.

Sto male.
Completamente male. 
La decisione è presa, io sono una rapida, nemmeno ci ho pensato troppo.
Qualche giorno è passato in uno scambio di messaggi di saluto e di distacco, poca roba, non mi piace sbrodolare con i sentimenti.
Per fortuna è fine luglio, l’estate si incendia, nemmeno devo parlarne con nessuno, sono solo, più o meno, fatti miei.
Ho deciso di andarmene da Napoli e in cuor mio so che la decisione è giusta.
Ma, proprio nei medesimi giorni in cui spedisco con raccomandata con ricevuta di ritorno la mia domanda di trasferimento, sto sulle Guide di Napoli.
Quello che la vita e il suo disegno mi tolgono con una mano, mi restituiscono con l’altra.
Mi immergo come uno speleologo in quella grotta, come un sommozzatore in quel mare, e tiro fuori da me la città che devo raccontare e dalla quale mi sto strappando.
Sto male. 

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VERSO LE GUIDE, 2. IL CUORE OLTRE L’OSTACOLO: ROMA

Ma come si fa a non venderle l’anima.

È la città più bella del mondo, sontuosa, monumentale, decadente, ha 2.800 anni di storia, è tutta venata di barocco, quindi di istinto di morte e di gusto della vita, le sue cupole non stanno da nessun’altra parte e sta qui la cupola più splendida.
(Anche a Firenze sta la cupola più splendida. Capisco che due superlativi assoluti sono grammaticalmente scorretti. È grammaticalmente scorretta la mia esistenza, non so che farci).
Come ho fatto a cominciare? Ho fatto come ha fatto la signora Grazia con il primo abito di alta moda che ha stirato in vita sua.
Adesso vi racconto.
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VERSO LE GUIDE, 1: IL DRENAGGIO

Queste città, io ce le avevo dentro.
Non so che cosa ci facessero, dentro di me, forse stavano lì in attesa che io le tirassi fuori, forse, alimentate così come continuavo ad alimentarle, mi davano continuamente qualcosa di cui non avevo del tutto nozione.
Forse marcivano.
Forse non vedevano l’ora che io facessi qualcosa di loro.

Se volete diventarmi antipatici, portatemi in montagna, fatemi fare una bella arrampicata e poi ditemi «guarda che bello. Adesso ci sediamo e contempliamo questo spettacolo».
Dopo tre minuti mi scoccio.
Potete anche portarmi a guardare le stelle sull’altopiano.
È umido.
Oppure propormi una bella cavalcata in macchina fino al mare per scendere in spiaggia al tramonto.
Mi si rovinano le scarpe, soprattutto in estate, quando le indosso leggere e delicate.

Se poi volete, come si dice, farmi contenta, mettetemi davanti a un panorama urbano e lì vi faccio vedere io come sono anche io capace di contemplazione.

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LA PRIMA MELA

La mia prima mela nel piatto di Blanche Patine ‘Lucy’, fine sec. XIX

Ieri sera, in zona Cesarini, quindi, alle ore 20:25 quando chiudono alle 20:30, ho trovato al supermercato le prime mele.
Amando i cibi semplici, apprezzo molto le mele. Potrei vivere di spaghetti al pomodoro, petto di pollo ai ferri, due foglie di insalata e mele.
Più vino ottimo e variato, e vorrei pure vedere.
Le mele nuove sono buonissime, belle croccanti e piene di promesse.
Ho espresso un desiderio.

La mela più singolare che ho mangiato in vita mia stava in un mese di agosto sulla tavola della cena di un albergo orrendo in Val Senales.
La farmacia più vicina era a 32 chilometri. Se ho resistito è stato solo perché avevo un magnifico romanzo da leggere e perché avevo fatto un patto: una settimana dove piace a te; una settimana dove piace a me.
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‘SOGNANDO BECKHAM’

Per i miei gusti, ha troppi figli.
Che volete farci, faccio fatica a trovare qualcosa di simile al sex appeal in un padre di famiglia.
Per i miei gusti, ha pure troppi tatuaggi. Perché questo bell’uomo si sia massacrato il corpo come un carcerato di Alcatraz o un marinaio di quelli che vedono una donna ogni otto mesi e mezzo, mi sfugge.
Comunque, i tatuaggi li porta bene, nonostante questa rete di segni che lo ricopre ‘quasi’ dappertutto, conserva una sua purezza.
Che è poi la sua dote principale: lui è toccato dal candore.
Ed è anche toccato dall’eleganza.
Certo, con uno così i conti non tornano. Sulla carta, se uno dice questo fa il calciatore, è sposato con una che faceva la cantante in un gruppetto, diciamocelo, impresentabile, è tatuato pure sul collo, lo trovi facile facile formato manifesto in mutande sul retro di un autobus (e ammetto che una volta ho pure tamponato perché mi ero distratta guardandolo), ecco, se uno fa quest’elenco, deduce semplicemente che non se ne parla.
Invece, io di Beckham vi parlo.
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