NEWSLETTER #40 LA CANTATA DEL CAFFÈ

Parigi, il caffè del Musée de la Vie Romantique

Le ho provate tutte.
Ho provato tutte le bevande.
Dopo le 18:00 non ho più il problema e passo in modalità alcolica. Il problema ce l’ho prima.
L’orzo e il decaffeinato fanno malato.
La camomilla fa nevrastenico.
La tisana fa mamie.
Il tè, preferisco prenderlo a casa mia: il mio tè, le mie porcellane, la mia colazione.
A proposito di tè, e dell’apertura di questa Newsletter, vi racconto qualcosa.
Ai Giardini della Biennale di Venezia 2015, andai al bar e chiesi un tè.
La barista mi disse che lo avevano finito.
Come si possa finire il tè, ancora me lo chiedo.
Tu puoi finire il pane, il latte, l’insalata.
Ma il tè.
Non solo.
In mostra c’era un’opera di un’artista cubana, Tania Bruguera, che praticamente era un corridoio da attraversare, e le pareti del corridoio erano fatte di bustine di tè.

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A VOLTE RITORNANO

Victor

Li scopri tutti in cucina, che divorano quello che hanno trovato in frigorifero o che mangiano direttamente dal tegame.
Li capisco, dopo anni senza cibo, farei anch’io la medesima cosa.
Eppure sembrano tutti bene in carne, fra l’altro non sono cambiati, vedi tu il vantaggio di morire giovane: non invecchi.
Ma questo si sapeva.
Lo dice tutta una letteratura dedicata alla consolazione, che canta eroi e meno eroi, che comunque hanno lasciato un vuoto.

Da un pezzo giro intorno a questa serie, ma non posso vederla perché mi fa paura.
Però la paura talvolta è bella, c’è tutto un pubblico di appassionati di splatter e horror.
No, perché qui è un’altra cosa, più sottile, più sfumata, più profonda.
Io ho paura dei morti che ritornano.

Ecco perché non posso vedere Les Revenants.
Anche se ogni tanto ci ricasco.

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I LOVE SHOPPING

 

Se è francese, di solito costa di più
(Anne Fogarty, The Art of Being a Well Dressed Wife, 1959)

Avevo voglia di un vestito.
Ho comprato due vestiti.
Sono rimasta senza vestiti e con la voglia di un vestito.

Il primo vestito l’ho preso da un’azienda di Barcellona, che mi era sembrata interessante. Faceva un po’ Petit Bateau, che dal 1920 vende abiti e biancheria per i più piccoli, ma arriva fino ai sedici/diciotto anni, quindi non ho mai avuto problemi a comprarmi una T-shirt e una volta anche un vestituccio a righe, che ho portato molto.

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NEWSLETTER #39 L’IMPRESSIONE DI NAVIGARE SU UN LAGO DI DESIDERIO

Roland Barthes

L’ho detto e lo ripeto.
Ho smesso di fumare e, da quando ho smesso, non ho più toccato una sigaretta.
Ma se il medico mi dice che ho tre mesi di vita, la prima cosa che faccio è entrare da un tabaccaio e comprare un pacchetto di Marlboro rosse.
Dure.
Ho smesso di fumare da un sacco di tempo, ma se fossi oggi nella situazione di smettere, mi rifiuterei di passare dallo stadio di quella cosa che si chiama sigaretta elettronica, che della sigaretta autentica non ha una delle caratteristiche principali: l’eleganza.
Almeno, così dovrebbe essere.
Non tutti fumano elegantemente, certi sembrano degli ergastolani che, ficcati in un angolo della cella, quasi consumano il filtro.
Altri proprio non sono portati.
Un esempio di questi ultimi è Woody Allen, che, in Manhattan, che ho rivisto per ispirarmi per l’Episodio pilota della Miniserie di giugno American Beauty, dedicata all’arte USA dei primi del XX secolo, a cena da Elaine’s si mette una sigaretta in bocca, dice che il fumo fa venire il cancro ma aggiunge: «sono incredibilmente affascinante con una sigaretta in mano».
Nessuno ci crede.

Invece.

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INCONTRI

Erika Lee Sears, Self Care, 2021

È un film brutto. O, almeno, non ha niente del capolavoro.
Ho appena sentito alla radio che la New York fra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80 era un luogo straordinariamente creativo.
Come dice Don Giovanni: me ne consolo.
Nel senso che me ne rallegro.
Ironicamente, tale e quale a Don Giovanni.
Le creazioni di quelli che abitano quella New York sono raccontate da Woody Allen in Manhattan (1979).
E sono inesistenti.
Da quello che si vede nel film, gli intellettuali che stanno da quelle parti passano il loro tempo facendo cose che oggi a me appaiono prive di senso.

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NEWSLETTER #38 IL RESPIRO AUTENTICO DELLA VITA

Bernardo Bellotto, Autoritratto in costume di nobile veneziano, 1765

Per molto tempo, mi sono svegliata presto la mattina. Contenta.
Non di essere al mondo, ma di andare a fare una cosa che mi piaceva.
Non mi pesavano i treni, il freddo, il caldo, la pioggia, certe volte pure la neve.
Appena le cose sono cominciate a non andare più come prima, svegliarmi la mattina presto era diventata una corvée insostenibile.
Ma non dico niente di nuovo.
La settimana scorsa, tutti i giorni, mi sono svegliata presto la mattina.
Non così presto come quando avevo un treno da prendere, ma ugualmente contenta.
Volevo sentire la rassegna stampa alla radio curata da, si dice così, una delle firme più prestigiose di uno dei nostri quotidiani storici.

Il giornalista è un ossimoro vivente: antipatico, secco, tagliente, sapete quando si dice tranchant; eppure straordinariamente comunicativo.
Strano, perché se uno è antipatico, come fa a essere empatico.

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NEWSLETTER #37 VIANDANTE, NON C’È CAMMINO

Lorenzo Rocco, Illustrazione della Newsletter

Il verbo è seguire.
Infatti si clicca un pulsante blu con su scritto SEGUI.
Seguo vari account Instagram.
Instagram è un social che, come tutto quello che è dentro (ma anche fuori) internet, può essere molto interessante o molto stupido.
Diciamo che se uno sta un po’ attento, qualcosa di buono esce fuori quasi sempre.
Voi prendete l’account che si chiama philosophyissexy. Vi aiuto sciogliendolo un po’: la filosofia è sexy.
Cosa che, a guardare come viene proposta, ci trova d’accordo.
Lei si chiama Marie, è un filosofo che insegna, scrive, è molto attiva sui social, cura dei corsi on line, è sempre sorridente, è feconda e faconda.
Al punto che tutte le mattine pubblica un post lungo e articolato su Instagram. Oggi era già pronto alle 6:50, dunque, lei è una che si sveglia presto.

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PRIMUM VIVERE

Édouard Boubat, Plutôt la vie, 1968

Guardo venti minuti di partita.
Non ho ancora visto il calcio sul televisore nuovo.
Del resto non guardo niente, faccio un passaggio solo per inserire uno dei miei film e ci sono sempre e solo quiz dementi.
Forse è l’orario.
Anche se cambio continuamente orario per vedere uno dei miei film.
Guardo venti minuti di partita e vedo due gol.
In campo, nemmeno un bel ragazzo.
Ci sono dei neri che sono troppo neri.
Poi ci sono gli slavi, che non mi piacciono per niente, sembrano tutti dei muratori, senza l’appeal che hanno loro.
Non vedevo Ronaldo da un po’, l’avevo lasciato infortunato sul campo, mi aveva fatto stare malissimo perché piangeva.
L’altro giorno era al piccolo trotto, l’ho letto su una cronaca, comunque l’hanno inquadrato un momento, non aveva nulla di preciso nei capelli, insomma, da guardare c’era poco o niente.
Tutti gli altri, quelli che i capelli li avevano, compreso l’arbitro, che fischiava come un ossesso, avevano le tempie rasate e dei ciuffi, o riccioli, sulla sommità della testa.
Anche la new entry del supermercato ha i capelli così. Siccome è biondo, i suoi sono anche mesciati.
Si chiama Samuele ed è un belvedere più dei calciatori dell’altra sera.
Stiamo facendo amicizia.
È lento, ha fatto l’istituto alberghiero e non ha imparato niente.
Ha lavorato un po’ come barista, poi è entrato al supermercato, dove lo trovo sempre che sistema i dolci.
Giorni fa stava però con un vassoio di yogurt in mano, che doveva mettere nel frigorifero.
Però ci siamo messi a parlare e gli yogurt stavano lì che prendevano la temperatura ambiente.
Da Samuele, che ha vent’anni, ho imparato che la cosa più divertente al mondo è andare con gli amici la sera a mangiare il pesce al mare: Torvajanica o Nettuno.
Distanza da Roma, rispettivamente 37 e 67 chilometri.
Intuisco che Nettuno è una meta più esotica.

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NEWSLETTER #36 BISOGNA IMMAGINARE SISIFO FELICE

Reinhold Messner

Partiamo dal Sisifo del titolo.
Fondatore e sovrano di Corinto, è famoso per la furbizia e la fraudolenza.
Arrivato, come prima o poi capita a tutti, nell’Ade, viene condannato a portare sulla cima di un monte un grosso macigno che, una volta arrivato in vetta, rotola di nuovo a valle.
Pensiamo a quanto Sisifo c’è in ognuno di noi.
La casalinga per prima, e sto parlando di quella diligente, non di quella che non fa niente dalla mattina alla sera, che vede disfatto in due passaggi distratti tutto il suo lavoro.
Ma anche lo chef, che vede spazzare via in venti minuti l’impegno di ore.
Dunque, a noi la punizione di Sisifo sembra feroce, condannato come è lui a fare una cosa assurda e inutile.
Fino a che non intervengono a farci cambiare idea due uomini singolari, che di cose assurde e inutili se ne intendono.
Uno lo abbiamo già incontrato la settimana scorsa ed è quella specie di orso che si chiama Reinhold Messner e che fa l’alpinista.
Non c’è niente di più inutile dell’alpinismo.

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MEA CULPA

Paul Poiret, Mea Culpa, 1922

Sto messa peggio di quella delle Spice Girls (non dico quale).
La volta che quello degli Oasis (sappiamo quale) decise di insultarla, le disse che era talmente scema che non riusciva a fare due cose insieme: se masticava una gomma americana, non riusciva a camminare.
Parimenti, io ho scoperto che se mangio, non riesco a vedere un film.
E viceversa.
Ormai ho rinunciato al vassoio davanti alla televisione, mi confondo, non seguo la trama, non capisco il sapore del petto di pollo.
Inoltre, ma questo mi sembra comprensibile, se studio devo spegnere tutte le radio, che sono sempre tutte accese.
Ho più volte detto agli studenti che non potevano studiare sentendo musica, pure con le cuffiette.
Quindi, ecco perché sono tutti somari: perché quel poco che studiano, lo studiano sentendo la musica con le cuffiette.
Senza capire niente, ve lo dico io, né dell’una cosa, né dell’altra.
Sono donna, quindi più coltellino svizzero di un uomo, però le cose serie, la professione, il film, il petto di pollo, non riesco a mescolarle.

Volendo portare acqua al mio mulino, vi dico provate a interrompere un cassiere che sta contando una mazzetta di banconote.
Quello, se non vi strafulmina sul posto, è solo perché è una persona paziente.
Ma poi ricomincia daccapo il conto.

Si vede che anche il denaro, tale e quale al film e al petto di pollo, è una cosa seria.

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