NEWSLETTER #85 Pop. Biglietto n° 28: La Ronda dei prigionieri di Vincent, 1890

Vincent, La ronda dei prigionieri, 1890

Pop, 1. Giorni fa, volendomi svagare, ho digitato sulla barra di Google «Pavarotti cattivo interprete».
Apriti cielo.
Non ero investita da una simile ondata di cattiveria al sapore di fiele dal luglio dello scorso anno, quando, dopo la vittoria dell’Italia agli Europei, si è abbattuta sugli inglesi tutti una montagna di insulti.
E l’Italia aveva pure vinto.
Fair play, zero.
L’offesa più improbabile riguardava il fatto che loro guidano a sinistra, dunque, sono dei cretini.
A parte che qui bisogna stabilire chi è in realtà ad avere qualche deficit intellettuale, visto che siamo stati noi a esserci spostati a destra, prova ne sia che i carri, prima e ancora oggi i treni, tengono esattamente la medesima mano degli inglesi.
Ma, dicevamo, Pavarotti.
All’indomani della morte del tenore modenese, gli avvoltoi ne hanno fatto scempio.
Partito come «un ragazzo molto bello, semplice, amorevole», è diventato «una superstar molto determinata, aggressiva e in qualche modo infelice».
«Analfabeta musicale…le opere doveva impararle a fatica nota per nota con un tapeur (leggi un accompagnatore al piano, nota mia) paziente».
«A-ritmico per natura», non capiva la durata delle note di cui sopra e i rapporti che c’erano fra loro.
Insomma, quello che io definisco un cattivo interprete. Peggio ancora se pensiamo alla bellezza della sua voce, come si dice a scuola, si sarebbe dovuto applicare.
Inoltre: dotato di un appetito pantagruelico, ha perso e guadagnato nel corso dei trentasei anni della collaborazione con il suo agente 2.500 (duemilacinquecento) chili.
Petulante, con un ego ipertrofico, insofferente delle critiche, pigro, taccagno, infedele, vanitoso.
Dispotico: dietro le quinte, prima dell’esibizione, schioccava le dita per farsi portare la minestrina (che, evidentemente, fa bene alla voce. Devo provarci).
Mi fermo qui, anche perché, a forza di invettive, Pavarotti mi è diventato simpatico.
Voi sapete come sono le donne, sentimentali e sempre pronte a intenerirsi davanti alla vittima di turno.
Detrattori a parte, ho trovato ben più interessanti i commenti di coloro che hanno visto un po’ più in là.
Per esempio, quello che ha messo in luce le doti di star del cantante.
La sua intuizione di che cosa è il successo.
Iniziando il tour dei suoi famosi recital, pose una condizione: non gli importava del cachet, alto o basso, gli importava che tutti i concerti andassero esauriti.
Piena di finezza anche la narrazione di come ottimi cantanti si chiedessero dopo il concerto come mai il pubblico non era andato in visibilio visto che loro avevano cantato bene.
Pavarotti ragionava alla rovescia, vado a cantare e il pubblico in visibilio ce lo mando io.
E poi la sua relazione con gli artisti leggeri.
Sebbene io trovi imbarazzante il duetto fra lui e Zucchero in Va pensiero, se non altro perché Zucchero è più musicale di lui, questo significa avere davanti una folla oceanica in delirio.
Cosa che con l’opera lirica può pure essere possibile, ma senza arrivare mai a questi livelli.
Dunque, Pavarotti come icona pop.
E poi, giustamente, come chiosa il suo agente: «ci vuole un Pavarotti per fare un Pavarotti».

Pop, 2. Così come il follow the money, funziona bene anche il follow the people.
In un museo, dove c’è gente scatenata che scatta fotografie a raffica, esulta e si esalta, o c’è la Gioconda o c’è Vincent.
Lasciamo stare la Gioconda, che è come Isabella Rossellini: famosa perché è famosa.
E occupiamoci di Vincent.
Arrivato tardi a comprendere la sua vocazione di artista, in soli dieci anni, quanti gliene restano da vivere prima della morte, avvenuta per suicidio nel 1890, van Gogh ha una produzione prodigiosa: circa ottocento dipinti e un numero analogo di disegni.
Povero, sempre.
Infelice in amore.
Alcolizzato.
Gran fumatore.
Di umore instabile per un eccesso diffuso di sensibilità, con crisi allucinatorie e depressive.
Protagonista di gesti di autolesionismo, beve la trementina che serviva per diluire i colori; poco prima del Natale 1888 si taglia l’orecchio sinistro e lo offre a Paul Gauguin, che ha vissuto con lui ad Arles qualche mese e che prende la fuga, inorridito.
Matto? Non direi.
Probabilmente uno che viveva sopra le righe, come ogni tanto accade pure a noi, uno che si strugge nella sua ricerca artistica, che ci crede e che paga di persona il prezzo, altissimo, del conto che l’esistenza gli presenta.
Citando un critico, lo dico sempre: guai a chi non fosse capace di vedere la gioia che c’è nelle sue opere, del resto l’allegria dei colori è ciò che, cerchiamo di ricordarci, ci ha colpito la prima volta che lo abbiamo visto.
E mi sta bene anche l’interpretazione cristologica del taglio dell’orecchio: prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo.
E chi è più Cristo di un artista.
E poi quanti piercing ed espansioni e tatuaggi e segni sul corpo vediamo in giro.
Ce n’è abbastanza per fare di Vincent un personaggio da leggenda, un eroe moderno.
Anche lui, un’icona pop.

Pop, 3. Sebbene un paio di miei amici (più o meno) scicchettini arriccino il naso e dicano che non si fa, a me piace molto che la bottiglia di champagne produca un po’ di rumore.
Senza, per carità, arrivare ai piloti di Formula 1, che quando vincono si tirano addosso un’intera Jéroboam (quattro volte la sciampagnotta) dopo averla agitata, e basta guardare come sono ricoperti di pecette per capire che certo non sono dei campioni di understatement, senza arrivare a questi eccessi, dicevo, la mia bibbia del bere, How to Drink di Victoria Moore, fra l’altro forse il mio libro più bello dal punto di vista tipografico, la pensa diversamente.

Victoria Moore, How to Drink, 2005

Nel capitolo dedicato al picnic, l’autrice, wine writer sapiente e brillante, attacca dicendo che il piacere del cibo che abbiamo preparato può sgonfiarsi (deflated) nel vedere arrivare «a far better picnic», ovvero un picnic meglio del nostro.
«It’s much the same story with drinks…: only rain ruins your fun more than the sound of someone else’s champagne cork popping».
Traduco: «È proprio la stessa storia con le bevande…solo la pioggia può rovinare il divertimento più del rumore del tappo dello champagne di qualcun altro che esplode».
Se in inglese, lingua potentemente onomatopeica, c’è il verbo to pop, che significa un sacco di cose, ma che qui ne significa una sola, vuol dire che possiamo fare pop pure noi.
Con buona pace dei tifosi dell’Italia che pensano che gli inglesi siano cretini, casomai anche quando stanno lì e si godono il loro picnic: mangiando olive, alici, pane e salame; oppure facendo il fuoco e tirando fuori cotolette e patate da grigliare.
Bevendo champagne.

Biglietto n° 28. La Ronda dei prigionieri di Vincent (1890). Un’occlusione, un restringimento, un intoppo.
Già c’era stata la fila di più di un’ora sullo spiazzo davanti alla Fondation Louis Vuitton nonostante i biglietti presi in internet.
Adesso, oltre alla folla che stava dappertutto, fuori dalla Galleria 7, il blocco.
Fra l’altro, in penombra, come accade nei luoghi di rito, perché tu ti possa concentrare e riflettere su quello che ti attende.
Personale disponibilissimo, una ragazza che chiede a una signora anziana in evidente difficoltà se vuole essere accompagnata senza essere strattonata e senza ulteriore attesa.
Ma che succede là dentro.

Vincent, succede.

Con un solo suo dipinto, che io chissà se ho visto quella volta della mostra ad Amsterdam per il centenario della morte.
Non me lo ricordo.

Siccome pratico il décalage come stile di vita, adesso parlo un momento del Natale visto che stiamo poco dopo Pasqua.
Anzi, c’è chi la Pasqua deve ancora festeggiarla, per esempio la ragazza che fa le ore (si definisce lei così) a casa mia, che è ortodossa.
Più o meno a Natale c’è l’episodio di automutilazione di Vincent.
E ti credo.
Le volte che avrei fatto anch’io qualcosa del genere.
Per apprezzare il Natale, bisogna essere o bambini felici o incoscienti.
Il disagio del Natale è descritto molto bene da Valeria Perrella in un romanzo che amo, Almarina, che ha il solo difetto di avere la copertina rigida e con una brutta fotografia stampata sopra.
(Se io penso a quanto è bello il libro di Victoria Moore, mi viene da piangere davanti ai nostri guai nazionali. Al momento, quelli che riguardano la nostra editoria).
Ancora una volta, tutto si tiene.
Il biglietto di oggi parla di un carcere e Elisabetta Maiorano, la protagonista del romanzo, insegna Matematica nella casa circondariale di Nisida, Napoli.
Lei è rimasta vedova di botto, come forse sarebbe bello invedovarsi, con Antonio, il marito, che muore all’improvviso, «con il cuore scoppiato nel petto».
In aula c’è una ragazzina rumena, l’Almarina del titolo.
Ha sedici anni: «il padre la violentò e la rovinò di mazzate».
Lei era scappata portandosi dietro il fratellino e in Italia aveva cercato di sopravvivere, fino a che non aveva rubato un cellulare.
La professoressa Maiorano chiede al Direttore di poterla avere con sé per i tre giorni di festa.
«- Non passeranno mai ‘ste settantadue ore, mannaggia.
– Questo vale per tutti, a Natale.».
Scambio fra Elisabetta e la collega Aurora mentre bevono birra a Bagnoli, Napoli, insieme ad altre donne, che «si sono liberate dal giogo della casa con il giogo della fabbrica e adesso fanno le commesse al Superò».
Ma, dicevamo: Natale.
Elisabetta cerca di tornare alla vita attraverso Almarina.
Fra l’altro le piace il comandante e, pure se lui è sposato e ha due figli ragazzini, come sempre Eros sta attaccato a Thanatos, e chi se ne importa delle mogli altrui e del resto.
Ma torniamo a Vincent, che si strazia e sta sempre peggio, al punto che nel mese di maggio 1889 si fa internare volontariamente nel manicomio di Saint-Rémy-de-Provence.
Lui, olandese, sceso nel Sud per trovare caldo e conforto.
E tu chiamalo conforto.
Non ha più a portata di mano il paesaggio provenzale, non ha modelli, è povero quanto a carta, tele e colori.
Allora, che fa.
Si rivolge alle copie di fotografie e di incisioni che gli manda il fratello Théo.
Per capire la relazione che hanno avuto questi due, non serve nemmeno leggere le lettere, basta vedere le loro tombe.

Le tombe di Vincent e di Théo

Vicine, uguali, Théo che muore dopo poco Vincent, avendo fatto tutto quello che ha potuto per stargli accanto, dall’invio di denaro, quel poco di cui disponeva, alla stima e all’affetto.

Siamo ad Auvers-sur-Oise, che gli studenti non riescono mai a pronunciare e che però, quando ci riesci tu, è un posto con un suono bellissimo.
E siamo a meno di trenta chilometri da Parigi e ci passa l’Oise, che è un fiume, che nasce in Belgio e si getta nella Senna.
Lì si è suicidato Vincent, all’età di trentasette anni.
In manicomio, lui lavora sulle copie di opere originali, in questo caso sull’incisione di poco precedente, 1872, di Gustave Doré, che si intitola Newgate. Il cortile degli esercizi.
Insomma, il luogo dove i detenuti del terribile carcere di Londra respirano un po’, si fa per dire, uscendo dalle celle.

Gustave Doré, Newgate, Il cortile degli esercizi, 1872

Di fronte a queste due opere, fate conto di trovarvi alle prese con la partitura, la seconda, quella di Gustave Doré, e all’interpretazione che ne fa il cantante o lo strumentista.
Quella di Vincent.
Che non riproduce alla lettera il modello, ma vi introduce alcune distorsioni, in tutto, punto di vista, inquadratura, realizzazione.
E che trasforma il bianco e nero iniziale in un dipinto in cui i blu e i gialli traducono i non colori originali.
Sembra di stare in un acquario, medesima sensazione di distacco e di altro mondo, come se gli alienati del manicomio fossero creature vive, ma la cui vita è diversa dalla nostra.

Il solo fatto di girare in tondo sembra il movimento dei pesci nella vasca, che non vanno da nessuna parte e passano il tempo come possono, chiusi, chiedendo, casomai e per una volta, di trovare le candeline accese sulla torta di compleanno.

Al centro della composizione c’è un uomo con le braccia penzoloni, che ci guarda.

È facile riconoscere in lui un ennesimo autoritratto dell’artista: condannato a morte dalla vita stessa, di lì a poco quella vita gli sarà insopportabile e lui deciderà di porle fine.

Vincent, La ronda dei prigionieri, 1890, part.

Esce dal manicomio nel maggio del 1890 grazie all’accoglienza del Dottor Gachet, che dipinge, guarda un po’, nell’atteggiamento del malinconico.

Vincent, Ritratto del dottor Gachet, 1890

Dopo due mesi, tutto si conclude.
L’opera, acquistata da uno dei fratelli Morozov per tempo, è conservata nel museo Puškin di Mosca.
Io l’ho incontrata (e come fai, in casi come questo, a non parlare di un incontro) di recente a Parigi nella mostra Icônes de l’art moderne alla Fondation Louis Vuitton.
Stanley Kubrick l’ha citata nel suo film che da noi si chiama Arancia meccanica (1971).

Stanley Kubrick, A Clockwork Orange, 1972

State bene e se proprio volete sentirvi pop, almeno apritevi una bottiglia di champagne producendo un elegante ma ben udibile rumore: da qualche parte ho letto che bisogna segnalare al mondo la nostra presenza, ché quello è distratto e indaffarato e come niente manco ci guarda.

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** L’illustrazione di apertura è di Lorenzo Rocco
*** L’assistenza tecnica è di Virgilio Piccardi
**** Una delle esperienze più belle di insegnamento che ho fatto si è svolta nel carcere romano di Rebibbia. I detenuti del G8, tutti uomini con reati seri sulle spalle, avevano un occhio attentissimo ai dettagli e volavano ben al di là delle sbarre. La siepe dell’Infinito di Leopardi, quella che invece di essere un ostacolo potenzia la fantasia, funziona anche al chiuso e quando la storia dell’arte, fra tutte le cose che può fare, diventa speranza e chiave di accesso al mondo. Se mi rimetto in sesto tecnicamente parlando, ovvero parlando nel senso tecnico, già ho fatto tutti i passi per proporre qualcosa di simile ai Castelli. Darò notizie

NEWSLETTER #83. Lo spleen messo a nudo. Biglietto n° 26: Albrecht Dürer, Melencolia I, 1514

Albrecht Dürer, Melencolia I, 1514

Non tutti i mali. Ogni volta che incontro la signora Anna, che è la titolare della lavanderia che mi stira la biancheria più impegnativa della casa (lenzuola, tovaglie), e la incontro spesso perché mi capita di passare a salutarla o di portarle il caffè dal bar di Andrea, che conosce i suoi gusti e quelli dei suoi lavoranti, ogni volta, dicevo, che incontro la signora Anna, le chiedo: «Come sta?».
Lei mi risponde ad litteram: la spalla le dà meno fastidio perché ha fatto una terapia, però ha smesso di prendere le medicine perché gli oppiacei la intontiscono.
Il piede le fa sempre male, le secca non trovare un paio di scarpe adatte a lei.
Eccetera.
Tutto elencato nel dettaglio.
Laddove il senso sarebbe più o meno lo scambio all’inglese: «How do you do?». «How do you do?».
Pari e patta.
Comunque, al di là di come va la salute e di come vanno gli affari, di cuore e di portafogli, a me piacerebbe di più sapere come va l’umore.
Mi sono svegliato bene.
Non mi sarei mai alzato dal letto.
Ieri sera volevo suicidarmi.
Non riesco a trovare una stabilità nelle mie relazioni sentimentali.
Sono ipocondriaco.
L’alcol mi sembra troppo spesso una buona soluzione.
Il romanzo di Philip K. Dick Gli androidi sognano pecore elettriche?  (1968), da cui è stato tratto il film Blade Runner  (1982), pietra miliare nella storia del cinema e immagine profetica di quello che saremmo diventati noi e le città in cui viviamo, comincia con Rick Deckard che si sveglia e con la moglie Iran che si sveglia pure lei, anche se non ne ha alcuna voglia.
Entrambi sono in possesso di un apparecchio, che peccato che non sia stato ancora inventato, che loro definiscono «organo degli umori».
Esso, come tanti altri apparecchi, si può regolare attraverso una scheda.
Sulla scheda di lui è in programma «un rigoroso atteggiamento professionale». Su quella di lei, è stata fatta una scelta inutile e insensata: «sei ore di depressione autoaccusatoria».
Lei spiega che una volta aveva sentito gli appartamenti vuoti intorno e che aveva provato felicità perché era dell’umore 382.
Ma le era venuto in mente che era pericoloso sentire l’assenza della vita e non reagire, dunque aveva programmato la depressione per due volte al mese, registrandola sulla scheda.
Voi pensate a quanto farebbe comodo avere un organo degli umori.
Non avrebbero più ragione di esistere benzodiazepine, antidepressivi, sostanze ricreative diverse, alcolici in genere, fumo di genere vario.
Ma poi, ci troveremmo bene o faremmo come la moglie del cacciatore di androidi, che è disposta a soffrire pur di sentirsi viva?
La terza via, quella che è sempre difficile da definire ma che stavolta è chiara, è quella che vi indico io con il MaxiSorbetto della primavera 2022: lo spleen come luogo della creatività.
Cominciamo dunque nel biglietto di oggi ad indagare l’opera chiave, ma pure l’opera cliché va bene, di quello stato d’animo che Baudelaire ha definito con la parola inglese che indica la milza, a modo suo organo degli umori anch’essa, visto che da un pezzo si pensa che da lì provenga la secrezione della bile, nera, dunque, cattiva, quella che fa la vita agra.
E vedete voi come tutto si tiene: sto leggendo La vita agra di Luciano Bianciardi, di cui sento parlare da sempre ma che non mi era mai capitato in mano.
Siamo all’inizio degli anni ’60 e il protagonista, che si è trasferito da Grosseto a Milano un po’ con intenti anarchici, antisociali e violenti, un po’ con il desiderio nemmeno troppo celato di avere successo per quello che lui è nella sostanza, un intellettuale, laureato in filosofia, bibliotecario e professore di liceo, il protagonista, dicevo, descrive per filo e per segno un’esistenza grama, con cene in latteria col conto aperto; domeniche sotto fine mese in cui non restano sessanta lire nemmeno per comprare «una coppia di uova»; sere in cui va a letto senza cena; sigarette contate, qualcuna offerta e altre rimediate con le cicche strozzate e disfatte a casa per riempire in qualche modo una cartina; lavori mal pagati, mal riconosciuti, descritti con la lucidità dell’entomologo che illustra i suoi insetti; stanze senza riscaldamento; trasferimento in periferia in un alloggio condiviso e ogni giorno un’ora e mezzo di tram; gli anelli d’oro e la macchina da scrivere impegnati al monte.
Tutto questo in una città in piena espansione economica, ingrata e inospitale.
Eppure questo romanzo è una delle cose più piene di vita che io abbia letto, con dentro una storia d’amore molto carnale, uno sguardo affilato sul mondo che non risparmia nessuno, le donne, soprattutto le segretarie, i datori di lavoro, i compagni della sezione, il bigliettaio «che sollecita continuo e insistente di andare avanti, come facevano un tempo le zie dei casini», i consumi, le diete dimagranti, la noia, i bicchieri.
Perché poi è vero che nell’amaro della milza e nell’agro c’è la vita vera e «non si capisce Parigi standosene barbicato a Montmartre, né Londra abitando a Chelsea».
Perché se Bianciardi non avesse fatto tutta la fatica che ha fatto a stare al mondo, e lo stesso si può dire di quasi tutti gli artisti, non ci sarebbe stato il romanzo.
E non ci sarebbe arte.
Venite dunque con me a indagare la doppia valenza della Malinconia: da una parte uno stato di lutto senza oggetto; dall’altra, la fonte di creazione più feconda e potente da migliaia di anni a questa parte, che attraversa tutta l’arte occidentale e che ci offre uno specchio, nel quale riconoscerci.

Biglietto n° 26. Melencolia I di Albrecht Dürer, 1514. In professione, faccio quello che fa la Catherine di Jules e Jim: violento la grammatica.
Lei presenta a Jim una ragazzina e dice che è la sua unica figlia.
Poi presenta una seconda ragazzina e dice che pure quella è la sua unica figlia.
Io ho ben chiare le idee su chi è il più grande incisore di ogni tempo.
Albrecht Dürer è il più grande incisore di ogni tempo.
Ma pure Rembrandt è il più grande incisore di ogni tempo.
Per non parlare di Giovanni Battista Piranesi, che è, anche lui, il più grande incisore di ogni tempo.
La colpa è della grammatica, che non contempla più di un solo superlativo assoluto, laddove io ne contemplo più di uno.
Comunque oggi non ho nessun dubbio su Dürer: egli è il più grande incisore di ogni tempo.
Ma non solo.
È anche la massima figura dell’arte del Rinascimento dell’Europa del Nord.
Magnificamente educato attraverso contatti di famiglia e amici, devoto all’esattezza e al dettaglio, grande disegnatore, pittore potente, umanista, viaggiatore, arguto scrittore.
Ma veniamo all’opera del nostro biglietto di oggi.

La prima impressione è di trovarci davanti a una figura alata alla quale, però, qualcosa che le leggiamo sul viso impedisce di volare.
L’espressione è corrucciata, l’umore sembra buio.

Albrecht Dürer, Melencolia I, 1514, part.

La creatura, direi di genere femminile, ha anche una corona in testa, che presumibilmente dovrebbe alleviare il suo stato d’animo.

Lei è circondata da oggetti.
Mi fa pensare subito a quel gioco della «Settimana Enigmistica» che si chiama Aguzzate la vista o Trova le differenze.

Una cosa che mi ha sempre colpita di questo periodico è la varietà dei suoi lettori.
Risolvono enigmi, o, almeno, ci provano, quelli che sono andati tanto a scuola e quelli che a scuola ci sono andati poco o niente, cosa ben strana, dovete ammetterlo, perché queste due categorie coabitano solo in certe situazioni, che ne so, la partita di calcio, la pizzeria, la palestra.
Il cruciverba, appunto.
Inoltre, era un rebusista, cioè un autore di rebus, lo psichiatra della Newsletter #78, quello superborghese con la moglie pitocca che non mi lasciava niente per cena quando facevo la baby sitter ai suoi due figli, lei che collezionava bambole, lui con le riviste per soli uomini nell’armadio.
Non vi sto a dire quale lato di questi due mi suonava più strambo.
Ma divago.
Stavo dicendo che guardo Dürer e penso alle due vignette accostate, che sono sempre piene di roba, altrimenti il giochetto sarebbe troppo facile.
Ebbene, se c’è un pubblico che passa le sue mezz’ore a osservare disegnetti quasi senza senso, tanto più può valere la pena esaminare la panoplia che accompagna il nostro caro angelo.
Lei ha in mano un compasso, un libro chiuso in grembo e fra le pieghe della veste si distinguono un mazzo di chiavi e una aumônière.
C’è uno schizzo con una scritta dell’artista che suona così: «chiave vuol dire potere, saccoccia vuol dire ricchezza».
Possiamo essere d’accordo.
Accanto alla sfera, che è un solido geometrico, ci sono degli attrezzi da falegname, la riga, la pialla, la sega.
Poco sopra il cane, c’è il martello.

Albrecht Dürer, Melencolia I, 1514, part.

Dall’orlo dell’abito sporgono le tenaglie.
Martello e tenaglie, con i chiodi che stanno a terra sulla destra, sono simboli della passione di Cristo.
Ci sono degli strumenti di misurazione, la bilancia, il peso, la clessidra, il tempo.
Sopra la testa di lei, sotto la campana, c’è il quadrato magico, la somma dei numeri del quale, leggendo in qualunque direzione, è sempre 34, ovvero 3 + 4 = 7.

Albrecht Dürer, Melencolia I, 1514, part.

E sette sono i pianeti conosciuti all’epoca e sette i simboli dell’alchimia.

Sullo sfondo, davanti al paesaggio acquatico del quale vado a parlarvi fra un momento, un recipiente è posto sopra un braciere, con accanto la molla per il fuoco (sapete quando si dice prendere con le molle? Ecco).
Un solido geometrico, inconfondibilmente düreriano, ostruisce la vista: esso è un poliedro a sette facce.
L’angelo è massiccio, la veste è opulenta, tutto sembra contribuire a tenerlo a terra e lei è indifferente agli altri esseri viventi che le stanno accanto: il cane rinsecchito, accucciato in tondo e il putto, alato anch’egli, dunque, un cherubino, seduto su una mola, che scarabocchia qualcosa alacremente, evidentemente a uno stadio diverso di azione e di ragionamento.
Una scala a sette pioli è appoggiata a un edificio che è ancora in costruzione.
E, finalmente, il paesaggio acquatico in alto a sinistra: attraversato da una cometa e da un arcobaleno, ospita un pipistrello, animale notturno, che tiene fra le zampe un cartiglio, dal quale, se ancora non l’avessimo capito, apprendiamo l’identità della creatura: MELENCOLIA.

Albrecht Dürer, Melencolia I, 1514, part.

Animale fantasmagorico, con le ali aperte, la coda da drago e la bocca spalancata, il pipistrello porta con sé anche il numero ordinale I.
Esso potrebbe significare varie cose, per esempio che l’artista avesse intenzione di andare avanti sull’argomento, o di illustrare gli altri temperamenti.
Insieme al malinconico, il sanguigno, il flemmatico e il collerico.
Individuati da Ippocrate, che, come tutto quello che è classico, quindi, citabile, è vissuto fra il V e il IV secolo prima di Cristo, gli umori mi sembra che siano quelli che abbiamo pure noi.
In duemilacinquecento anni di storia, poco o niente di nuovo è stato aggiunto a questa intuizione.
L’enigmaticità della composizione, l’oppressiva presenza degli oggetti, il chiaroscuro, la solitudine notturna delle creature, la posa di lei, con la testa appoggiata sulla mano chiusa a pugno, tutto ci interpella.
Tanti studiosi hanno tentato un’interpretazione, si sono, cioè, arrovellati il cervello su un’opera che io lascio volentieri alla sua impenetrabilità.
Questo è solo un biglietto, ovvero una mini lezione di storia dell’arte, mica è la ricerca della Verità.
Però, che meraviglia.
E la cosa che più mi incanta è la firma dell’artista.

Albrecht Dürer, Melencolia I, 1514, part.

La trovate accanto a lei, sulla destra, in basso.
Io ho sempre pensato che il logo della Coca-Cola fosse bellissimo.

Coca-Cola

Finché non ho incontrato, da ragazza, il monogramma di Albrecht Dürer: il più bello di tutti.
Allora si fa così.
Siccome nella nostra firma, oltre che in tanti altri luoghi di noi stessi, c’è la nostra identità, quando usciamo nel mondo, ricordiamoci di queste prodigiose invenzioni grafiche.
Quella della Coca-Cola, che io non bevo ma di cui apprezzo la capacità di suggerire un intero universo.

E, soprattutto, quella di Albrecht Dürer, al quale invece mi abbevero dire volentieri è dire poco.
In questo biglietto vi ho parlato di una incisione su rame, che misura cm 23,9 x 16,8 che vi può capitare di vedere in diverse stampe, che vengono da diverse tirature.
Al di là del lato tecnico, che a noi oggi interessa relativamente, c’è il succo, ovvero il cuore dell’opera.
Perché siamo davanti all’autoritratto dell’artista.
Perché Dürer ha illustrato l’umore malinconico, mica gli altri.
E non venitemi a dire che non era chiaro fin dal primo approccio.

Le notizie. Per tutto il mese di aprile, in un MaxiSorbetto di 4 (quattro) porzioni giovedì 7, giovedì 14, giovedì 21 e giovedì 28, indago alle ore 18:30 Il sapore dello spleen:  immagini, sintomi, umori, creatività, stati d’animo saturnini, demoni e meraviglie.
Domenica 17 aprile 2022 ore 18:30 Sorbetto op. fuori catalogo Balletto dei pulcini nei loro gusci: Pasqua 2022.
Prendo in prestito da Musorgskij il titolo di uno dei brani della sua suite Quadri di un’esposizione – Ricordo di Viktor Hartmann e chiudo il cerchio.
Il musicista russo, «uno dei più straordinari geni musicali del secolo XIX» (Massimo Mila), si ispira a una mostra allestita per ricordare l’amico pittore precocemente e improvvisamente scomparso e scrive la sua composizione più famosa.
Io parto dalla musica e riporto tutto all’arte.
Come danza per la Pasqua, ammettete che non è male.
Accesso libero.
Se volete partecipare, inviatemi la vostra richiesta e sabato 16 aprile riceverete link e credenziali di accesso a www.zoom.us.
Potete anche portare degli ospiti.
Qui ascoltate il brano dall’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino diretta da Carlo Maria Giulini.

Il titolo. Alcune cose su Charles Baudelaire.
Il mio cuore messo a nudo (Mon coeur mis à nu) è una raccolta di frammenti che fanno parte di un progetto autobiografico mai realizzato. Essa è stata pubblicata postuma, vent’anni dopo la morte del poeta, insieme ad altro materiale che stava in un baule proveniente dal Belgio.
Opera frammentaria, abbiamo detto, quindi moderna e adatta a noi, che siamo incapaci di totalità.
Sempre lui ha preso dall’inglese la parola spleen per indicare ciò che in francese si definisce cafard, in tedesco Sehnsucht, in spagnolo morriña, in portoghese saudade e in italiano, più o meno, malinconia.
Il più o meno vale anche per le altre lingue.
Lo spleen di Parigi è una raccolta di poemetti in prosa, brevi, quindi anch’essi adatti a noi che non sopportiamo più niente e nessuno, pubblicata parzialmente quando l’autore era ancora in vita, tutta percorsa da umori che sembrano secreti dalla milza.
Io ho unito l’una cosa e l’altra e, così come Baudelaire ha messo a nudo il suo cuore, io voglio mettere a nudo il suo, e il nostro, spleen.

State bene e, se vi sentite tristi o depressi, controllate se per caso non siate invece malinconici.
Ché allora vi trovate in uno stato d’animo del tutto diverso, che vi destina a creare, proprio come uomini d’eccezione hanno fatto da sempre.
Questo lo dice Aristotele, IV secolo avanti Cristo.
E ve lo confermo io oggi, dopo tutto questo tempo.
Insomma, state bene e approfittate del vostro eventuale umore nero per fare le cose belle che sempre vi auguro di fare.

* L’illustrazione di apertura è di Lorenzo Rocco


** La preziosa assistenza tecnica è di Virgilio Piccardi
*** Per darvi un’idea di uno dei lavori che ha fatto il protagonista de La vita agra  per guadagnarsi il pane, leggete qui un estratto della sua esperienza di traduttore: «Più avanti, per esempio, lei mi traduce: Gli strinse la mano. Ebbene, l’inglese è più preciso, e dice infatti: He shook his hand, cioè egli strinse, ma più precisamente scossela sua mano, o se vuole, meglio ancora, egli scosse la mano di lui». Se non fosse tragico, ci sarebbe da sganasciarsi dal ridere. Non so se a voi è mai successo qualcosa di simile. A me, sì e il solo fatto di sentire raccontare una situazione così assurda con un’ironia che è sopravvissuta perfino alla fine del mese senza le sessanta lire per comprare una coppia di uova, ecco, questo solo fatto mi consola e riscalda la mia fiducia, più che nella vita, nella letteratura
**** Il mio blog ultimamente raccoglie solo la Newsletter, seppure con una settimana di décalage rispetto all’invio. Poco male, le cose si fanno da sole e questa cosa qui si sta facendo così

NEWSLETTER #82 PARIGI, O CARA. BIGLIETTO N° 25. SINFONIA IN COLOR CARNE E ROSA (RITRATTO DI MRS. FRANCES LEYLAND) DI J. WHISTLER (1874)

J. Whistler, Sinfonia in color carne e rosa (Ritratto di Mrs. Frances Leyland), 1874

Come un film. L’altra settimana, partendo per Parigi, mi sono accorta al check-in di aver perso un guanto.
La mia collega, toscana, dei miei primi anni di Accademia, lei, alla fine, io all’inizio della carriera, qui interverrebbe per cambiare il verbo.
Mi sono accorta di aver smarrito un guanto.
Per la precisione, il sinistro di un paio che avevo appena acquistato da un’azienda storica finlandese, in pelle scamosciata, pronto per la primavera, arrivato da me in una confezione accuratissima, piena di carta velina, scatola, etichette e nastri.

I miei guanti Sauso

(Il fatto di aver dovuto acquistare guanti finlandesi la dice lunga sulla decadenza del nostro Bel Paese).
Dispiacere variegato, perché i guanti erano nuovi e molto belli. E, in fin dei conti, perché andavo a Parigi senza guanti.
Avrei dovuto prevedere un cambio.
Appena ho potuto, ho ripercorso la strada che avevo fatto, ho chiesto a cinque persone, mostrando il guanto superstite, il destro, se avevano trovato il compagno, c’erano militari di sorveglianza, c’era personale in divisa dell’aeroporto.

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Belle nuit ô nuit d’amour. Biglietto n° 24: Arianna addormentata, sec. II o III d. C.

Arianna addormentata, sec. II o III d. C.

La porta e il portone. Secondo me, quando qualcuno vi dice che chiusa una porta si apre un portone, avete tutto il diritto di guardarlo in tralice.
Ma tu che ne sai.
A quel punto, è meno ipocrita un su con la vita, generico ma a modo suo consolatorio, almeno non ti senti uno scalognato.
Il modo di dire sembra che derivi da Alexander G. Bell, l’inventore del telefono, che ebbe molto successo dopo parecchi fallimenti.
Ciò che mi colpisce, dopo un rapido controllo, è che il detto in inglese e in francese non parla di un portone, ma solo di porte.
Ma quand’è che noi italiani siamo diventati così spropositati.
In ogni caso, il fatto che oggi vi racconto è uno dei pochi che dimostrano la giustezza dell’asserzione.
Ma, per cominciare, altre due citazioni.
1. «Cavalleresco: architetto che prima progetta la porta e poi te la apre», Michele De Lucchi nel suo delizioso Gli attributi dell’architetto.
2. «Quando si chiude una porta, si può aprire di nuovo, perché di solito è così che funzionano le porte», Albert Einstein, che taglia la testa al toro.
E, a proposito di tori, mettiamone subito uno in scena.
Cattivissimo.

Personaggi. 1. Il Minotauro, una specie di freak col corpo umano e la testa taurina non sappiamo quanto infelice, nato dall’unione della madre Pasifae con un toro.
Lei era sposata con Minosse, re di Creta e evidentemente aveva bisogno di distrarsi.
(Il grande grattacapo delle donne, da Madame Bovary, avanti e indietro: la noia).
Il Minotauro, che era impresentabile, venne chiuso in un labirinto e ogni anno pretendeva in pasto sette ragazzi e sette ragazze ateniesi.
Tutti gli venivano concessi per via di un vecchio conto in sospeso che qui non vi sto a dire.
2. Teseo, eroe vissuto in Atene una generazione prima della guerra di Troia.
Dopo una serie di imprese mirabolanti, si offre per accompagnare i ragazzi che erano il tributo al Minotauro e farlo fuori.
(È arrivato Cacini).
Per indicare l’umore dell’impresa, il padre gli fornisce delle vele nere, da sostituire con vele bianche al ritorno a casa nel caso la missione fosse stata coronata da successo.
3. Arianna, figlia di Minosse e di Pasifae, dunque sorellastra del Minotauro.
Perde la testa per Teseo, lo aiuta con il famoso filo che l’avrebbe condotto fuori dal labirinto, spera che lui la porti via con sé e la sposi (voi che sapete: come sono le donne).

La storia. Teseo uccide il Minotauro, esce dal labirinto, imbarca Arianna.
Ma l’abbandona sull’isola di Nasso.
C’è pure chi sostiene che da qui viene la locuzione «piantare in asso».
Lei, tristissima, vuole morire.
Nell’opera Ariadne auf Naxos di Richard Strauss/Hugo von Hofmannsthal, che sono pure loro, proprio come Mozart/Da Ponte, un po’ Mogol/Battisti, c’è un bellissimo tentativo di consolare la giovane donna da parte di Zerbinetta, una maschera della Commedia dell’Arte, che le dice che gli uomini sono fatti così, infidi, una breve notte, un rapido giorno, un moto dell’aria, il lampo di uno sguardo, tutto cambia il loro cuore.
È successo anche a lei.
(Andiamo bene).
Qui trovate l’interpretazione dell’aria di Zerbinetta di una deliziosa Sabine Devieilhe.
Ma non si capiscono le parole. E che ve ne importa, abbandonatevi alla leggiadria di questa voce, a me capita regolarmente di non capire la vita, cosa forse più grave, visto che non trovo da nessuna parte un libretto o una traduzione che mi aiutino.
Ma, stavamo dicendo, se si chiude una porta, si apre un portone.
Quindi ecco che arriva l’uomo cui Arianna è destinata.
Più portone di così.

Vi presento Dioniso. Secondo me, non c’è gara.
Davanti a uno come lui, Teseo fa la figura del cioccolataio.
Nato da Giove e da Semele, Dioniso ha una vita a dir poco avventurosa.
È il dio della viticoltura, dell’esaltazione dei sensi, della gioia e della festa.
Ha armi e arti magiche.
Lui è la glorificazione dell’ebbrezza, fisica e spirituale.
Tutto il contrario di quel musone di Teseo, che casomai era pure astemio e che, per quanto trionfante, è talmente stordito da dimenticare di cambiare le vele da nere a bianche quando rientra.
Il padre vede da lontano quei segni di lutto dovuti alla distrazione e si suicida, gettandosi in mare.
Orfano e pieno di sensi di colpa.
Ben ti sta, così impari ad abbandonare le donne su un’isola.
Nel frattempo, Dioniso, di ritorno da uno dei suoi viaggi esotici, passa proprio da Nasso, vede Arianna, se ne innamora e la sposa.
Teseo, tesoro, ti chiamo io quando sono un po’ più libera.
Per darvi conferma di quanto detto, vi mostro un gran bel Bacco (più o meno la versione più recente di Dioniso), giovane e piuttosto canaglia, così come appare nel dipinto di Velázquez Los borrachos, che tradotto significa Gli ubriaconi.

Diego Velázquez, Los Borrachos (Gli ubriaconi), 1628

Accanto al dio, così carnale, c’è uno dei suoi accoliti, che sarà pure rozzo, ma che tiene il calice proprio come un sommelier.

Biglietto n° 24. L’Arianna addormentata (sec. II d. C.). Solo per motivi di veniale campanilismo scelgo la versione dei Musei Vaticani dell’opera protagonista del biglietto di oggi.
Perché c’è una statua del tutto simile anche agli Uffizi, che vi mostro, in modo che possiate fare un confronto.

Arianna addormentata, Uffizi, Firenze

Comunque, mia nascita a parte, l’Arianna romana è la migliore delle repliche di un originale ellenistico perduto.
E non stupisce, davanti a un soggetto così suggestivo, che esso sia stato  più volte replicato e che il modello in bronzo della scuola di Pergamo, databile al sec. II a. C., diventi per noi un fantasma e un oggetto di desiderio.
Arianna è addormentata in una posizione elegante e scomoda, il viso appoggiato al dorso della mano sinistra, il braccio destro sopra la testa, l’abito che le è scivolato scoprendo un seno, il panneggio annodato, ripreso, sontuoso, che ci riporta alla bella descrizione che Giovanni Becatti fa di quelli raffinatamente virtuosistici di centri fra cui lo studioso comprende anche Pergamo: «i panneggi… acquistano un complesso fluire di pieghe profonde, di lembi fastosi, di plastici rotoli, di groppi, di nodi».
Quasi un guscio, una corazza che pure rivela lo splendore del corpo, che la replica degli Uffizi spoglia un po’ di più.
Dunque, vulnerabilità e sensualità, con l’offerta di sé che esprime qualunque creatura addormentata.
Ritenuta a lungo una Cleopatra per via del bracciale con il motivo del serpente che indossa su un braccio, e la regina d’Egitto si suicidò facendosi mordere da un aspide, Arianna nei secoli è stata oggetto di molte attenzioni.
La replica degli Uffizi, per esempio, è stata pesantemente restaurata, con aggiunte, integrazioni, sostituzioni, addirittura entrate e uscite nelle collezioni museali fiorentine, delle quali non fu ritenuta degna «per quel poco che ha d’antico».
Ma così come era uscita dagli Uffizi nel 1794, Arianna ci ritorna nel 2012.
Evidentemente, in questi nostri tempi in cui non si capisce perché su un corpo femminile tutto debba essere autentico e in situ fin dalle origini, anche lei è stata presa così com’è, pure con qualche rilettura e revisione.
Ma qui non parliamo solo di restauri e occupiamoci quindi dell’attenzione che le hanno riservato artisti che a lei si sono ispirati.
Per esempio Tiziano, che cita la sua posizione e il suo splendore fisico nel dipinto del Prado Il baccanale degli Andri, dove vediamo l’isola prediletta da Bacco, Andros, nelle Cicladi, dove si celebrano il vino e i suoi effetti.

Tiziano, Baccanale, 1526

La ninfa nell’angolo inferiore destro, esausta e voluttuosa, deriva evidentemente dal modello del nostro biglietto di oggi, forse desunto da un sarcofago sul quale pure compariva e che era stato disegnato e riprodotto da artisti del Nord Italia.

Tiziano, Baccanale, 1526 part.

Per non parlare di De Chirico, greco di nascita e di educazione, per il quale il mito di Arianna sembra essere stato un filo conduttore di molta della sua produzione.
Vi propongo come esempio la Malinconia del 1912, che introduce anche il nostro MaxiSorbetto di aprile,  Il sapore dello spleen.

Giorgio De Chirico, Melancolia, 1912

Perché tutte queste donne sembrano più malinconiche che disperate, e noi sappiamo quanto uno stato d’animo differisca dall’altro e soprattutto quanto la malinconia sia il luogo della creazione, l’invaso all’interno del quale si trovano la forza e le vie d’uscita che sono estranee alla disperazione.

Le notizie. Il lunedì abbiamo ormai lanciato il nostro corso di storia dell’arte Fare ordine nel disordine: Suprematismo (Russia); De Stijl (Olanda); Bauhaus (Germania), quest’anno una Stagione unica con 11 Episodi, tutti irresistibili.
Giovedì 24 marzo con il Sorbetto op. 70 Primavera non bussa degustiamo una stagione che è l’incarnazione medesima del concetto dei Sorbetti: nuova, fresca, aperta alle innumerevoli possibilità che ci sono in ogni inizio.

Il titolo. Tutte queste donne, ciascuna a modo suo, abbandonate, suscitano la mia simpatia e mi fanno venire in mente una cosa che ho letto in un’intervista a una brava scrittrice italiana dei nostri giorni.
Lei ha raccontato di aver visto in un ospedale di Roma questa scritta: «Se non potete guarire, curate; se non potete curare, consolate».
Non potendo io per via della lontananza nel tempo e nello spazio né guarire, né curare, mi trasformo a modo mio in Zerbinetta e scelgo per cullare il loro sonno la più bella barcarola che mai sia stata composta, quella che con due note e due voci è capace di creare l’incanto.
Ed ecco per loro, ma anche e soprattutto per voi, il brano de Les Contes d’Hoffmann (I Racconti  di Hoffmann) di Jacques Offenbach/Jules Barbier interpretato qui da Anna Netrebko e Elīna Garanča, vestite da libera uscita.
«Belle nuit, ô nuit d’amour / Souris à nos ivresses / Nuit plus douce que le jour / Ô, belle nuit d’amour! / Le temps fuit et sans retour / Emporte nos tendresses / Loin de cet heureux séjour / Le temps fuit sans retour  / Zéphyrs embrasés / Versez-nous vos caresses / Zéphyrs embrasés /Donnez-nous vos baisers!»
Stavolta però vi traduco io le parole:
« Notte bella, o notte d’amore / Sorridi alle nostre ubriacature / Notte più dolce del giorno / O bella notte d’amore! / Il tempo fugge e senza ritorno / Porta via le nostre tenerezze / Lontano da questo soggiorno felice / Il tempo fugge senza ritorno / Zefiri incendiati / Versateci le vostre carezze / Zefiri incendiati / Dateci i vostri baci».
La barcarola è una melodia cullante che si ispira al canto dei gondolieri e che si affaccia tutte le volte che in una scena compare Venezia oppure un altro luogo d’acqua.
Qui l’azione si situa in diversi posti nei primi anni del XIX secolo.
Nell’atto IV siamo appunto nella città lagunare e due interpreti cantano la barcarola del titolo: la cortigiana Giulietta, soprano; l’amico del protagonista (Hoffmann, poeta) Nicklausse, contralto.
Il contralto è una donna.
Ovvero, qui siamo davanti a un ruolo en travesti, «quel personaggio d’opera che richiede una voce di sesso diverso da quello rappresentato».
Se state pensando che l’argomento è tremendamente attuale, siete nel giusto. E come sempre, l’arte, in questo caso la musica, la sa molto più lunga della cronaca e del contingente.
Perché, altrimenti, che arte sarebbe.

State bene e fate cose belle che, pure se non vi guariscono, e spero che una guarigione non vi serva, vi consolano.
E poi aprite tutte le porte chiuse che volete aprire.
Tranne casi disgraziati che stanno soprattutto nelle favole (vedi Barbablù), le porte chiuse sono fatte per essere aperte.
E entrate prendendo esempio dalla primavera: sicuri. Stavolta non c’è bisogno di bussare.

*L’illustrazione di apertura è di Lorenzo Rocco


** L’assistenza tecnica, attenta e solerte, ovvero impagabile e consolatoria, è di Virgilio Piccardi
*** Dalla #80 della scorsa settimana, ritorno a pubblicare le Newsletter sul mio blog, con il décalage che giustamente richiede l’invio settimanale agli abbonati. Rubrica: Ispirazione. E ci mancherebbe

NEWSLETTER #80 Sottovoce. Biglietto n° 23: il gruppo marmoreo di Pan con la capra, sec. I d. C.

Pan e la capra, sec. I d. C., part.

Le intenzioni. Ho lavorato a una versione spigliata, scapricciata e alleggerita, insomma: marzaiola, della Newsletter.
Solo biglietto e notizie.
(Io come zodiaco sono tutta marzaiola, segno e ascendente, quindi so di che parlo).
Ma, come dice la bella introduzione di un bel libro che sto leggendo, «Si è fatto tardi. Andiamo».
Dunque, seguitemi.

Biglietto n° 23: il gruppo marmoreo di Pan e la capra (sec. I d. C.). Una volta sono andata per il mio viaggio di studio estivo a Bordeaux.
La mia idea era di vedere tutti i luoghi d’arte e di bere benissimo.
Stavo in una grange un po’ fuori città.
La grange sarebbe in teoria un fienile o un granaio, ma può essere ristrutturata, con dei risultati che, almeno quella volta, erano di un’eleganza impeccabile.
Una mattina, aprendo la finestra della mia camera, e tutte le camere erano al piano terra, con una situazione indipendente, una mattina, dicevo, mi sono trovata davanti due pavoni che mi guardavano.
Lui, bellissimo; lei, un po’ meno.
Io non penso male dei maschi vanitosi, anzi, se non superano i limiti, li trovo divertenti.
Avevo noleggiato una macchina, rigorosamente francese per intonarmi allo spirito del luogo, uscivo la mattina e rientravo per cena.
Sulla strada c’era un boschetto e già il primo giorno mi ero fermata a guardare delle caprette che pascolavano.
Una di esse mi venne incontro, decisa e diretta, mi dette una testatina e io capii che voleva essere grattata fra le corna.
Cosa che feci volentieri.
Strappai anche un po’ di erba dal prato e gliela porsi.
Lei scacciò tutte le compagne e si mise a mangiare dalla mia mano, cosa quasi insensata, visto che l’erba era tutta a sua disposizione.
Ho detto quasi, perché pure le caprette capita che siano sentimentali.
Due volte al giorno, andata e ritorno, mi fermavo da lei e sono sicura che lei riconosceva il motore della macchina, perché mi veniva incontro trotterellando ad andatura sostenuta e mi porgeva subito la testa da grattare.
Gli addii furono strazianti, ammetto che pensai anche di trasferirmi a Bordeaux, la città è bella, aristocratica, un po’ fuori dai circuiti turistici.
E si beve benissimo.
Però, con quello che avevo da fare in Italia.
Pensavo però alla capretta che mi aspettava e questa cosa mi faceva stare male.
Quando sarò (molto) vecchia, me ne andrò a vivere in campagna e mi prenderò una capretta, un po’ nello spirito della pastorelleria rococò.
Nel frattempo ho sviluppato una simpatia per questi animali e non sfugge alla mia attenzione il bellissimo gruppo di Pan con la capretta sua, esposto nel cosiddetto Gabinetto segreto del Museo Archeologico di Napoli.
Che io continuo a chiamare così e non MANN, perché trovo demente questa cosa di chiamare i musei con un acronimo (***), se non si cambia il nome alle barche e ai cani dell’allevamento, tantomeno il nome andrebbe cambiato a queste istituzioni insigni.
A Napoli, poi, bastava dire Museo, pure al tassista, e tutti capivano.
Adesso, chissà.
Ma chi è Pan.

Pan e la capra, sec. I d. C., part.

«Divinità greca dei boschi e dei prati, delle greggi e delle mandrie», il greco Πάν (= tutto) permea di sé ogni cosa.
Vive in Arcadia, un po’ la regione del Peloponneso, un po’ di più il paradiso romantico dei poeti pastorali. Questo luogo è abitato da ninfe e da pastori e, evidentemente, anche da animali, visto che nell’opera del biglietto di oggi egli si intrattiene con una capretta.
Si intrattiene nel senso che ci fa l’amore, in un’atmosfera squisita di complicità e di languore, con lui che tiene lei per la barbetta, i due, che non è che siano del tutto umani, anzi, che sono però disposti come gli umani sono disposti spesso, vis-à-vis.
Se lei non avesse gli occhi socchiusi, i loro sguardi sarebbero fissati l’uno nell’altro.

Pan e la capra, sec. I d. C.

Il dio ha il volto caprino, orecchie a punta e corna e ha ereditato da Dioniso i piedi, anch’essi caprini.
Perché Pan fa parte del suo seguito, in compagnia di satiri, menadi, di Sileno, Priapo e di centauri.
Si capisce al volo, no?: tutta brava gente.
La composizione di Pan con la capra è come chiusa in un parallelepipedo e misura cm 44, 2 x cm 47,5, è cioè piccola ma non è un soprammobile.

Pan e la capra, sec. I d. C.

Viene dalla Villa dei Papiri di Ercolano e viene dal grande peristilio, tutto articolato intorno al tema dionisiaco.
Guido Piovene, nel suo Viaggio in Italia compiuto fra il 1953 e il 1956, racconta di aver incontrato a Napoli l’indimenticato archeologo Amedeo Maiuri, che gli ha fatto da mentore per la sua personale scoperta della città partenopea e dei luoghi sepolti dall’eruzione del Vesuvio del 79 d. C.: «Ercolano distrutta dalla lava, che essendo di passo più lento, permise agli abitanti la fuga», lava che però poi, pietrificata, ostacolò gli scavi.
Quando il gruppo scultoreo venne ritrovato, considerato subito «cosa lascivissima», fu chiuso nell’armadio del restauratore Canart.
L’inaugurazione nel 2000 del Gabinetto segreto gli ha restituito una piena visibilità, anche se il turbamento non è cessato.
Basta dare un’occhiata all’account Instagram del Museo, dove un post del 18 marzo del 2020 è commentato dal pubblico in modo salace o scandalizzato, anche con invocazioni alla censura.
Cosa che lascia i due innamorati del tutto indifferenti, indaffarati come sono, lui, ghignante, lei, belante, a conoscersi, frequentarsi, dimostrare al mondo che in amore tutto è possibile.
Ma che volete di più.

Le notizie. Lunedì 14 marzo alle 18:00 ho ripreso il superclassico Corso di storia dell’arte, seppure con un ritardo epocale.
Dunque, la Stagione stavolta è unica, con soli 11 Episodi e il titolo è Fare ordine nel disordine: Suprematismo (Russia); De Stijl (Olanda); Bauhaus (Germania).
Giovedì 17 marzo è la volta dell’op. 69, il Sorbetto erotico.
Ripeto e confermo che il numero è venuto fuori da solo, perché da soli si fanno i Sorbetti, che sono fra le cose migliori che io abbia prodotto in professione.
Stavolta, guidati da Platone e da Roland Barthes, che sono coloro che meglio hanno raccontato Eros in tutte le sue forme, andiamo alla ricerca dell’espressione intima e privata dei nostri artisti, occidentali e orientali.
Non potevo non introdurre il Sorbetto con l’Amor di Caravaggio, impertinente, impudente, sfrontato, divertito: vincitore.
Qui, un particolare.

Caravaggio, Amor vincitore, 1603, part.

Per l’insieme e il resto, venite a degustare con me, in diretta o in replay, il Sorbetto.

Il titolo. Le logopediste dicono che fa male parlare sottovoce.
Che fa male parlare a voce alta.
Che fa male il fumo, l’alcol e il raclage e che, se ti devi schiarire la voce, è meglio un colpo di tosse.
Ma fa male anche la tosse.
A me fanno male le logopediste.
Per dimostrare, però, che non ce l’ho con loro, dedico alla categoria, ma dedico soprattutto a voi, Parla più piano, dall’immortale colonna sonora del Padrinoqui nell’interpretazione di Jonas Kaufmann.
A me i cantanti lirici alle prese con la musica leggera non piacciono.
Troppo melodrammatici.
(Appunto).
Pure stavolta non faccio eccezione.
E Kaufmann lo preferisco quando canta Verdi o Puccini.
Però lui è sempre un gran bel vedere e la faccia invasa dallo stupore di quella ragazza in platea, catturata dal regista, è impagabile e lo stupore è sempre un gran bel sentimento.
E lei è costretta anche a riprendere fiato, come se lui il fiato glielo avesse tolto.
Del tutto d’accordo.

State bene e fate cose che possiate raccontare sottovoce, di solito sono le cose più belle che si possano fare.

* L’illustrazione di apertura è di Lorenzo Rocco


** L’assistenza tecnica è di Virgilio Piccardi
*** «L’Italia di Mussolini e la Germania di Hitler moltiplicano questi acronimi dove l’individuo sparisce nella sigla del corpo di cui formava il tessuto. L’acronimo è la forma attenuata della matricola, che si tatuerà sull’individuo deviante», Jean Clair, Journal atrabilaire, 2006
**** Il Museo di Napoli compare nel Viaggio in Italia (1954) di Rossellini.

Roberto Rossellini, Viaggio in Italia, 1954

Certo che Ingrid Bergman, svedese, alta come spesso sono alti i nostri uomini e vestita da Fernanda Gattinoni, nell’incendio di umori partenopeo sembra una presenza un po’ stranita. Però proprio da questo contrasto esce fuori il senso del film: il confronto fra una coppia in crisi amorosa e i legami che nemmeno la catastrofe dell’eruzione del Vesuvio è riuscita a sciogliere. Tipo il legame di Pan con la sua capretta

IL BELLO DELLA LAMPADA CON LA LAMPADA

Edi (Little Helper), Walt Disney

Da ragazza, un uomo così non lo avrei degnato di un’occhiata.
Adesso mi piacerebbe conoscerlo.
Che diceva quella canzone, ah, sì: come si cambia.
Se gli togli gli scarponcini con i lacci e il giubbotto di pelle, potrebbe stare bene nella Bibbia, nel ruolo di un profeta o di un apostolo.

Michael

È giovane ma non giovanissimo, essendo un progettista, è nella sua fase d’oro, talento e esperienza.
(Prima o poi dobbiamo parlare dell’età degli uomini, e che solo quella delle donne).
Così mediterraneo, scuro, nato a Cipro, mi chiedo come stia nel grigio di Londra, se ogni tanto sente la mancanza del suo mare e dei suoi colori.
Ha studiato da ingegnere civile al London’s Imperial College of Science Technology and Medicine, poi ha conseguito un masters degree, che è la nostra laurea magistrale, in industrial design al Royal College of Art.
Insomma, è una persona seria.

Michael Anastassiades è entrato nella mia vita il 2/02/2022 perché mi sono comprata una sua creazione: la nuova lampada per il mio salotto.

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SUL MARE LUCCICA: QUATTRO ANNI DI BLOG

Sul mare luccica la  nostra barca
Tesa nel vento il suo nome è sentimento
Stella d’argento sono contento
Tu m’hai portato nella mano in cima al mondo
Stiamo a vedere quando uscirà
Con gli occhi cosa ci domanderà

Piccola Orchestra Avion Travel, Sentimento, 2000

Quattro anni di blog, tempo di bilanci.
Invece no, solo il piacere di avere un luogo che è un confessionale, che è sempre accogliente qualunque cosa accada fuori, che è frequentato oltre che da me da persone evidentemente affini.
È l’ultimo anniversario che festeggio, l’età ormai è adulta, l’esperienza è fatta, anche se l’esperienza non basta mai, il gusto della scrittura è intatto, spero che il mondo continui a ricordarsi di noi.

Grazie a tutti.

FIAT LUX

Giacomo Balla, Lampada ad arco, 1909-11

A questo punto io feci osservare che tutti i linguaggi sono pieni di immagini e di metafore la cui origine si va perdendo, insieme con l’arte cui sono state attinte…scomparsi i mulini a pietre sovrapposte, dette anche palmenti, in cui per secoli si era macinato il grano…ha perso ogni riferimento la frase “macinare” o “mangiare a quattro palmenti”, che tuttavia viene ancora meccanicamente ripetuta…

Primo Levi, Cromo, Il sistema periodico, 1975

Aveva ragione quell’amico mio, fotografo e artista, che una volta mi disse tu mi mandi una mail e io mi aspetto una lettera, con la busta e il francobollo, altrimenti si dovrebbe trovare un nome nuovo per questa cosa diversa.
Lo stesso per il film, che se diventa digitale, come fa a chiamarsi ancora così, chiedetelo alla gente del cinema, che cambiamenti ci sono stati, dall’impossibilità per la troupe di rivedere la sera tutti insieme il girato, che in inglese e in francese si chiama rushes, visto che il girato si rivede individualmente sul proprio computer, al fatto che prima la pellicola costava, quindi si stava attenti, e adesso si gira senza farci più caso.
Del resto stamattina, io, che evidentemente non è che sia del tutto sveglia, a un semaforo ho impiegato almeno dieci secondi a capire che cosa fosse quella specie di alfabeto Morse che si illuminava su una macchina che stava davanti a me.
Che doveva, evidentemente, girare a sinistra, e quella era una delle tante forme che ha assunto il lampeggiatore, che io mi ostino, come tanti, a chiamare freccia perché lampeggiatore mi fa strano.
E mi fa strano anche freccia, visto che qualunque lampeggiatore, tanto meno l’alfabeto Morse di stamattina, sembra tale.
Però:  «(freccia indica anche) il dispositivo (propriam. fdi direzione) che negli autoveicoli si alzava manualmente a destra o a sinistra per segnalare il cambio di direzione di marcia, ora sostituito da apparati luminosi lampeggiatori».
Insomma, nelle prime automobili, la freccia c’era davvero.
Aggiungo che, in tutto questo lampeggiare, al semaforo successivo, dove avevo una macchina davanti a me che era come la mia, mi sono intenerita sull’indicatore di direzione: limpido, chiaro, funzionale.

Sembrava proprio quello che era.

Ma è giunto il momento di parlare di qualcosa che non è più.
Ovvero della lampada che è scomparsa dalla lampada.

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QUEL CHE RESTA DI MATRIX

Trinity & Neo, Matrix, 1999

Ieri mi è andata di traverso la prima parte della giornata.
(E non vi sto a dire della seconda).
Prima parte. Appuntamento delle 13:00 saltato, ma saltato lì sul posto, non mezz’ora prima, dunque, un viaggio attraverso Roma senza scopo.
Da là, in centro per tre servizi, ovvero, commissioni.
Due andate in porto, della terza dovremo parlare perché sto cercando una lampada da terra per il mio salotto e da Flos a via del Babuino ho capito che ormai le lampade sono quasi tutte a LED integrati.
Ossia, se prima ti si fulminava la lampadina e tu la sostituivi, adesso la lampadina non esiste più, c’è una fonte di luce che non si capisce dove sta e se essa si rompe, tu la lampada, tutta, la devi rimandare in azienda.

Jasper Morrison, Superloon, 2015

E qui voglio capire come fai, per esempio, la Superloon di Jasper Morrison, che è uno che mi sta pure simpatico, è alta cm 1,97,  ha il disco diffusore con un diametro di cm 75 e pesa al netto kg 12.
E nemmeno mi piace.
E poi non mi voglio mettere in casa un oggetto suscettibile di creare una crisi istituzionale, voglio una lampada da terra, non una minaccia perenne.

Rientro, intercetto il corriere che aveva già provato a consegnarmi il vino, gli dico che se sta ancora dalle mie parti, me lo porto su da sola.
Finalmente ci vediamo dopo mesi di contatti.
È esattamente come me l’ero immaginato dalla voce, un ragazzetto con una dolce disponibilità nei confronti del mondo.
Casa.
Mi lavo le mani con l’acqua bollente.
Alle ore 16:00, a parte il vino, ho quasi buttato la giornata.
Quasi, perché con un po’ di organizzazione, riesco a recuperarla.
Decido che ho tutto il tempo per un film, che avevo messo in calendario.

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ANTOLOGIA

Objet trouvé

J’ai tant rêvé de toi que tu perds ta réalité…

(Ho sognato talmente di te che tu perdi la tua realtà)

Robert Desnos, Corps et Biens, 1922-1930

(Il  caso del ginnasta intellettuale). Non so se sia più brutta Villa Lazzaroni o Villa Lais.
Nell’altra casa avevo vicino Villa Torlonia, tutta un’altra musica.
Anche se a me francamente di andare a passeggiare in villa.
Mi capita di attraversare le prime due perché ci passo in mezzo quando ho una destinazione.
Passo da Villa Lais in bicicletta, quando vado al Mandrione.
Passo da Villa Lazzaroni quando vado dal mio parrucchiere, che sta esattamente dall’altra parte. Prima aveva il negozio nella mia medesima strada, adesso è un po’ più lontano.
Inutile dire che lo raggiungerei in capo al mondo.
Nella villa c’è una pista di pattinaggio, dove capita di vedere una lezione di ginnastica all’aperto in cui l’istruttore insegna agli istruendi a toccare con la punta delle dita della mano la punta del piede.
Che, se non ci riesci, conviene che cambi istruttore.
Stamattina c’era una signora anziana con il carrello della spesa che stava fuori dalla pista e che poi se ne è andata, passandomi accanto.
E borbottando: «Redivivo ci sarai tu».
A me è venuto da ridere, perché evidentemente lui l’aveva apostrofata in questo modo e lei si era offesa, anche se secondo me redivivo è meglio di zombi, che poi ha il medesimo senso.
Allora ho detto alla signora: «Casomai non sa che significa», ma lei ha continuato a borbottare e ha detto che come non sapeva che significava: «Lui è uno molto colto».
Per la prima volta in vita mia avevo intravisto un istruttore di palestra che era pure un intellettuale.

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