LA DOMENICA DELLA ROSA GALLICA

Rosa Gallica

Rosa gallica. Arbusto, a foglia caduca. Fioritura: VI-VIII. Altezza: m 1-1,85
Originaria dell’Europa centrale e meridionale. È una R. antichissima, capostipite di molti ibridi, che ha giocato un ruolo importante nella creazione delle R. moderne…
Ippolito Pizzetti, Enciclopedia dei Fiori e del Giardino, 1998

Rosa Gallica Officinalis. Peggio delle logopediste, chissà poi perché tutte donne, ci sono solo gli psicologici, questi, di genere misto.
Ma, almeno, dallo psicologo non ti ci manda nessuno, ci vai da solo in un momento di confusione, che lui, svelto, ti accentua.

Rosa Gallica Officinalis

Dalla logopedista, no, ti ci manda il foniatra, quando non sa più che pesci prendere e quando già ti ha dato il cortisone e l’integratore (da cui la rosa officinale, dunque, anch’essa farmaceutica).
Lui pensa proviamo pure questa ed eccoti infilato in un guaio.
Ed è stato così che un paio di giorni fa mi sono sentita dire che potevo pure continuare la mia vita sociale con gli aperitivi, a patto di berli non alcolici.
Lì ho dovuto chiarire che a. non faccio vita sociale; b. l’unica cosa interessante dell’aperitivo è l’alcol.
È evidente che dopo questa mia uscita il colloquio con la logopedista è stato tutto un capitombolo, con divieti, proibizioni, prospettive che più deprimenti non si può, voi non sapete quanto può essere noiosa questa categoria di gente, che torture può inventarsi, secondo me questi dovrebbero leggere più romanzi (ammesso che ne leggano qualcuno) e vedere qualche  bel film.
Capirebbero, almeno un po’, come si sta al mondo e come aiutare il paziente.
Che poi dovrebbe essere, questo, il motivo per cui stanno lì, si impancano e danno consigli.
Del resto, se una persona la prima volta che mi vede pensa che io sia una vita sociale e aperitivi, non è che sia un campione di intuizione, pure il parrucchiere, quando è bravo, capisce in dieci secondi fin dove arrivare con la nuova cliente, se rimanere conforme o uscire di testa.

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DESIDERIO AL DESIDERIO

Tel-Aviv, anni ’30-’40

ISRAELE È ATTUALMENTE CHIUSO PER I (sic) STRANIERI

Sito della EL AL, compagnia di bandiera di Israele, novembre 2021

La signorina non le manda a dire.
chagallantonella Che costume da truzza
carlottavagnoli @chagallantonella non sai quanto vorrei che tu potessi guardarmi ora, mentre indico la vastità del cazzo che me ne frega.

charlypal98 “Lo spazio ed il tempo”??? Ma come scrive?
carlottavagnoli @charlypal98 tendenzialmente come cazzo mi pare.

(Notare la presenza sempre del punto fermo alla fine della frase).
C’è una generazione di donne, ma forse sono più di una generazione, diciamo che sono donne fra i trenta e i quarant’anni, che abbraccia uno stile espressivo aggressivo e disinvolto, che si mostra molto, come sempre fanno le donne, che ha molti tatuaggi, che pubblica molte foto di sé in biancheria intima, costume da bagno, durante servizi fotografici, insomma, scatti in cui il corpo deve vedersi.
Sono arrabbiate.
E come sempre accade con tutti gli arrabbiati, non si capisce mai del tutto con chi e con che cosa ce l’hanno.
Qui tornano alcuni motivi: gli stereotipi di genere; la violenza; il femminicidio, che io chiamerei diversamente, come concordava pure un amico mio, avvocato penalista, che ho incontrato brevemente; il femminismo.
Eccetera.
Lei ha un aspetto fisico destabilizzante.

Carlotta

Volto intenso e corpo minutissimo, ossuto e ricoperto di tatuaggi.
Poi, non so, non l’ho mai vista di persona.
Nonostante io non apprezzi il turpiloquio, di cui fa libero e frequente uso, lei mi sta molto simpatica, questo botta e risposta su Instagram fa un po’ sceneggiatura cinematografica, i post sono spesso belli, romantici, poetici.

Da Instagram

Lei racconta di avere crisi di ansia, di bere molto, di andare con molti uomini.
Praticamente fa quello che fanno le donne quando si arrabbiano.
Lei di lavoro fa la sex-columnist, che poi sarebbe uno (una) che scrive su argomenti che hanno a che fare col sesso.
Ho letto un paio di cose, ma preferisco i post Instagram, sarà che gli altri sono pieni di grassetto e di asterischi, che hanno scopi opposti, il primo, evidenzia, i secondi, nascondono.
Mi infastidiscono tutti, non riesco a leggere, inciampo di continuo, con questi che prima mi fanno notare trattandomi da scema e poi mi celano quello che stanno dicendo.
Inoltre, le monoculture sono tutte a rischio.
Di noia.
Infatti, se il vino è destinato, in questo modo, ovvero sui blog specializzati, solo agli addetti ai lavori, viticultori, commercianti, ristoratori, sommelier, titolari di enoteche e tutti gli altri si possono pure tenere fuori, parimenti il sesso, così narrato, dovrebbe interessare solo i registi, i produttori e gli attori di film porno.
Tutti gli altri ci si augura che abbiano con il sesso un rapporto più variato, proprio come hanno le persone normali con il vino.
Ogni volta che incontro una donna così, mi viene voglia di chiedermi come sarei se avessi la sua età.
Forse come lei.
Ma senza parolacce.
E senza tatuaggi.

Ce li avevo in mente ma non li avevo espressi.
I carrelli da bar.

Carrello metà secolo XX, Francia

Che meraviglia.
Questo è un extra ordinary pezzo della metà del secolo scorso.
«Stylish, elegant of high quality brass with stunning details. She has il at all; Mademoiselle Parisienne».
Uno se lo mette in salotto, lo allestisce e comincia il cinema.
E arriva il sogno.

 

Panettone

A giudicare dagli altri carrelli, quelli del supermercato, è già Natale. Ed ecco i panettoni tutti i giorni in tavola, a € 1,95 al chilo, mi chiedo che cosa ti metti in corpo.
Un mondo completamente schizzato, chi mangia solo bio, chi non tocca una goccia di vino perché un insetto si sarebbe potuto posare su un acino d’uva, anzi, sicuramente lo ha fatto.
E vorrei pure aprire un tavolo, anzi, casomai tutta una mobilia, per vedere chi è peggio: chi mette l’ananas sulla pizza o chi aggiunge la panna al pesto.

Pizza all’ananas, detta Hawaiana

Non capisco questa specie di integralismo in chi, casomai, già mangia la capricciosa o la quattro formaggi, che io considero delle aberrazioni, e poi si scandalizza di fronte a questa invenzione fresca come un fiore, con poche calorie e pure antinfiammatoria.
È che non vi sta mai bene niente.
E casomai mettete la panna nel pesto, stravolgendo un condimento leggero a base di olio e trasformandolo in un cataplasma.
Il problema vostro è che avete la trave nell’occhio.
Il problema vostro è che non sapete stare al mondo.

La mela cotta.
Il dessert ideale.

Le mele del mio contadino Marco: la limoncella e l’annurca, cotte al forno

E non è vero che fa ospedale, magari.
Con la cannella e la vaniglia giuste, senza un grammo di zucchero, con solo l’aiuto di un levatorsoli e trenta minuti in forno a duecento gradi, fa casa che si riempie di profumi, inverno, tana calda, rifugio, fuga dal mondo.

Il film è pesante, lento, fatto di numerosi piani sequenza.
Gli uomini sono brutti, uno ha i peli sulla schiena che lo fanno assomigliare a un lupo, tutti mettono i piedi con le scarpe sul letto, tutti mangiano in modo imbarazzante, la forchetta sbattuta sui denti, il brodo sorbito con un risucchio.

Amos Gitai, Devarim, 1995

Non sono belle nemmeno le donne, vestite con degli straccetti, un po’ tutte uguali, al punto che non ho capito chi fosse a tradire chi, la mia impressione è che tutte tradiscano.
Tradiscono pure gli uomini, che c’entra.
Il regista Amos Gitai, che è anche attore e che è un architetto, figlio di un altro architetto, stavolta del Bauhaus, è brutto pure lui.

Amos

Brutto come Almódavar.
Con la differenza che però gli piacciono le donne.
Nonostante tutto questo, il film è bellissimo, non solo, esso porta aria fresca, singolarità, uno sguardo nuovo, nuovi sentimenti.

Adesso vi racconto.

Voglio andare a Tel-Aviv.
Da un pezzo.
Perché io abbia desiderio di Tel-Aviv, me lo chiedo pure io, visto che è una città non nelle mie corde.
Mediorientale, festaiola, anni luce lontana dalla Gerusalemme religiosissima, insolente, quattordici chilometri di spiagge dove bagnarsi tutto l’anno, notti infiammate, anarchica.
Un terzo di abitanti che hanno fra i 18 e i 35 anni, una specie di Ibiza messa da un’altra parte.
Cento soli anni di storia, essendo essa un sogno urbano nato dalle dune di sabbia con una lotteria.
Vi mostro la foto di Avraham Soskin, scattata l’11 aprile 1909, che ritrae i rappresentanti di sessantasei famiglie riuniti su una spiaggia che tirano a sorte gli appezzamenti di terreno che hanno comprato e sui quali si installeranno.

Avraham Soskin, 11 aprile 1909

Sembra di stare sulla luna.
Un po’ diversa, come nascita, da quella di Roma.
Anche un po’ più recente.
Tel-Aviv da un pezzo nutre i miei fantasmi, nel senso che già avevo avuto una stagione a essa dedicata.
Ci ero andata? Assolutamente no. Avevo deciso di andarci due giorni fa, ma sul sito della compagnia aerea EL AL ho letto che Israele è chiuso agli stranieri.
Tutto si tiene e tutto torna, perché un fantasma deve rimanere tale, poi, chissà.
Rimettendo a posto alcune riviste, avevo trovato un vecchio numero di un periodico francese di decorazione d’interni che mi ero messa da parte.

La casa di Shifra Shalit

Fotografata, la casa del 1924 di una gallerista, rimasta miracolosamente nel suo stato originario, con una distesa di pavimenti in cemento, uno diverso dall’altro, che sono stati il motivo del suo coup de foudre.
Lei ha lasciato tutto ed è ripartita da zero.
Dell’appartamento vi mostro il corridoio, che nelle case della borghesia dell’epoca significava denaro.
Sul corridoio dovremo ritornare.
Io vivo in una casa del 1937 in cui c’è un corridoio. Fatto a L, è diviso concettualmente dalla ragazza che fa le ore (si definisce lei così) in corridoio grande e corridoio piccolo.
Laddove la differenza delle due parti è poca, ma credo che lei colga l’intimità della seconda parte, che apre, anzi, congiunge, la camera da letto, il guardaroba e il salotto, mentre quella iniziale corrisponde all’accoglienza e ai servizi.
Per inciso, il mio studio è il primo ambiente sul quale il corridoio introduce.
Un corridoio come quello della foto è capace di mettere in moto la mia fantasia e di portarla lontano.
A Tel-Aviv, a dirla tutta.
Nella rivista ho ritrovato anche alcune pagine che avevo preso da un’altra pubblicazione, con una serie di indirizzi, fra cui quello dell’albergo in cui andrò a stare durante il mio soggiorno.
Nella mia infatuazione per la città, avevo anche cominciato a vedere i suoi film. Infatti avevo un cofanetto di Amos Gitai, una cosa raffinatissima, versione originale con sottotitoli in francese e in inglese, che sono andata a ripescare l’altro giorno.
Perché, l’altro giorno che è successo.
È successo che mentre leggevo il libro di Rebecca Benhamou dedicato alla storia del rossetto, di cui vi ho parlato qui, ho visto che lei aveva vissuto un anno a Tel-Aviv e che le aveva dedicato un Dictionnaire insolite.

Rebecca Benhamou, Dictionnaire insolite de Tel-Aviv, 2015

Ho fatto quello che avrebbe fatto chiunque, ho ordinato pure quello e mi sono messa a leggerlo subito.
Da lì a ritornare al film di Gitai, c’è voluto solo un passo.
Dunque, stavamo dicendo.
Certo, che mi ricordavo poco o niente. Avevo conservato nella memoria il ritmo lento e la presenza del cibo.
Tutta la narrazione è percorsa da cerimonie, da cui la dilatazione dei tempi.
E nelle cerimonie il cibo trionfa.
Dunque, tazze da tè e da caffè, grandi vassoi, primi piani sulla carota sbucciata, sul peperone aperto e tagliato, sulla pentola nella quale cuoce la pietanza.
I pasti, quelli privati e quelli al bancone della trattoria, molti bicchieri di alcol diversi, un vino di un rosa carico, un altro rosso.
Al punto che a metà film mi sono dovuta alzare dalla mia poltrona e sono andata a ordinare un Pinot nero e un Sauvignon di una cantina della Galilea.
Mentre ordinavo, avevo anche trovato un paio di ristoranti kosher che stanno a Roma e mi ero fatta un menu.
Così, per dare un po’ di ritmo al ritmo.
Devarim in ebraico ha molti significati: cose, parole, memoria delle cose, memorandum, testamento, inventario.
Nei pasti, uomini-orco e donne sottomesse, che servono a tavola.

Devarim è un film paradossale, che descrive il disincanto di un gruppo di uomini fra i trenta e i quarant’anni, che non capiscono più la storia delle loro famiglie, che non hanno più i valori tradizionali e sono scontenti di come vivono.
Si trascinano, provano un diffuso senso di vuoto e di malessere, la malinconia diventa tristezza.
Il paradosso nasce dalla formidabile sensazione di vitalità che si respira in ogni scena, ovviamente nel cibo, poi nell’alcol, poi nelle relazioni sessuali, che sembrano quelle che io mi immagino hanno i naufraghi su una zattera.
I personaggi sono inerti, ma l’inerzia che li attanaglia non impedisce loro di muoversi.
Quindi, di vivere.

Poi c’è la città, che ha ancora i segni di un’utopia, quella, appunto, del Bauhaus, che ha rappresentato il sogno di uno stato moderno e umanista.
Un sogno che deve essersi infranto brutalmente sulla realtà, visto che il regista filma appartamenti, scale, balconi, comunque, ambienti, sporchi, scrostati e in rovina.

Ieri, nel tardo pomeriggio, ho sentito alla radio un’intervista a un cineasta che ha presentato un suo lavoro al Torino Film Festival, attualmente in corso.
Avevano mandato un pezzetto del film, una cosa incresciosa, attori cani che dicevano stupidaggini.
Ma non era finita, perché il regista ha poi dichiarato che alla sceneggiatura aveva collaborato uno scrittore. E si è messo a raccontare la trama del film.
Una cosa secondo lui originale e inaudita: una coppia in crisi dopo dieci anni di matrimonio.
Ma non è il soggetto, perché pure Bergman ha dedicato un’attenzione ossessiva all’argomento.
Era il modo.
Italiano e nell’aria del tempo, ovvero privo di qualunque spinta, idea creativa, abilità espressiva da parte di chiunque.
Un abisso fra il disincanto del film israeliano e la pochezza di quello italiano.
E qui non è un problema di anni che sono passati fra l’uno e l’altro.
Qui il nodo è il desiderio, che il cinema italiano in me non è capace di suscitare.
Mia madre, come tutte le madri, ripeteva incessantemente frasi fatte.
Dopo la sua morte, avvenuta precocemente, sono tornata a pensare a quello che lei diceva, trovandolo di rado saggio o utile.
Un ritornello, poi, era continuo: «dai tempo al tempo», che rivolto a un’impaziente come me, suonava come una beffa.
Ebbene, sono riuscita a mandare giù il concetto, come si fa con un cibo indigesto, cucinandolo diversamente.
Ovvero, trasformandolo.
Ho capito che bisognava dare attenzione all’attenzione; cura alla cura; amore all’amore.

Uno dei nodi di Devarim è il desiderio, che i protagonisti esprimono con le scarpe sul letto, la sporcizia, lo spleen, i progetti interrotti, l’indecisione dei sentimenti.
E che vanno cercando, sperando che la vita possa coinvolgerli di nuovo, ovvero attendendo disperatamente che al desiderio sia dato altro desiderio.

LA DOUDOUNE

Saint-Sever, Manufacture de Plumes et Duvets

Furba.
La lineetta del gallio segna 38,4 a tre giorni dalla partenza.
Il tutto dopo più di un mese trascorso in reclusione, parlando niente, poco o male, aspettando che la voce tornasse e si mettesse a posto.
Il corpo, quello di cui discorrono sempre coloro che si sono messi in fase con l’universo, che hanno fiducia nel loro cammino di illuminazione interiore, che hanno deciso di rallentare, di vivere in piena coscienza, meditando e mangiando sano, diventando, già che ci sono, astemi e, con un po’ di buona volontà, pure santi, insomma, il corpo, per me rappresentato dal termometro che mi bolliva in mano, aveva un suo punto di vista.
«Ci vai tu, a sbatterti fra macchina, aerei e treni; a farti a piedi quindici chilometri al giorno di passaggi sotterranei della metropolitana; a dormire nell’albergo del decoratore inglese; a vedere mostre e musei con l’obbligo di osservare tutte le disposizioni sanitarie; a passare in rassegna bar à cocktail, bistrot, ristoranti; a scapicollarti in quella fila di negozi che hai messo uno dopo l’altro insieme alla lista acquisti. Io faccio altro. E sai che faccio: mangio e dormo, poi dormo e mangio e quando ho finito di mangiare e di dormire, ricomincio a dormire e a mangiare».

Mi arrendo.

Cancello tutto e aspetto di sfebbrare.
E mentre aspetto, controllo febbrilmente la mia Home di Instagram, a scorrere la quale si sarebbe detto che tutto il mondo dormiva nel mio albergo, visitava le mie mostre, mandava giù il mio cocktail, beveva il mio vino, mangiava nel mio piatto.

Furba.

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LO SCHELETRO NELL’ARMADIO

Tim Burton, La Sposa Cadavere, 2005

ELVIRA Mio tesoro!
LEPORELLO Mia Venere!
ELV.  Son per voi tutta foco
LEP. Io tutto cenere

Wolfgang Amadeus Mozart – Lorenzo Da Ponte, Don Giovanni, Atto II, Scena III

Ieri sono andata a portare le lenzuola da stirare alla signora Anna della lavanderia e ho trovato la saracinesca calata.
Sopra, un foglio scritto a mano, che diceva che avrebbero aperto nel pomeriggio.
Quando sono ripassata, lei mi ha detto che la mattina c’era stato il funerale della suocera.
Cominciamo a mettere sul nostro tavolo alcune carte.
La suocera della signora Anna è morta all’età di centodue anni, non si alzava dal letto da un pezzo e non ragionava più.
L’abnegazione della nuora, che l’ha assistita e organizzata in tutto e per tutto per anni, si è spinta fino ad andare ad abitare due mesi fa nel medesimo appartamento, che poi, per inciso, è di sua proprietà.
Di proprietà di Anna.
Questo trasloco, che io non ho capito fino in fondo sebbene me lo sia fatta spiegare, ha comportato la coabitazione con il corpo della defunta, durata tre giorni.
Io sarei andata a stare in albergo.
La signora Anna mi ha detto che ha aperto le finestre, ha chiuso la porta e che ogni tanto guardava la lama di luce che passava dalla soglia: la lampada del tavolino da notte era accesa perennemente.
Io mi sono già occupata qui dell’umanissimo tema della morte.
Oggi voglio andare oltre e provo a riflettere con voi su alcune pratiche nostre, contemporanee, che mi lasciano perplessa, come se la nostra società, stranita e in punto di svolta, non avesse affatto le idee chiare su parecchi argomenti.

Statemi a sentire.

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MAI PIÙ SENZA

Pamela Hanson, Untitled, London, 1988

Ci vuol passione / Molta pazienza / Sciroppo di lampone / E un filo di incoscienza / Ci vuol farina / Del proprio sacco / / Sensualità latina / E un minimo di stacco / Si fa così / Rossetto e cioccolato /
Che non mangiarli sarebbe un peccato / Si fa così / Si cuoce a fuoco lento /

Mescolando con sentimento…. 
(Oscar Avogadro, Ornella Vanoni, Roberto Pacco, «Rossetto e cioccolato», 1995)
Nella mia prima Accademia avevo una collega a fine carriera che era una gran signora.
Allieva di Roberto Longhi, il più grande storico dell’arte italiano di ogni tempo, lei sfidava tutti i trenacci (dico: i trenacci) che prendevamo insieme al ritorno con i suoi tailleur di taglio superbo.
In vista di Roma, più o meno, diciamo, all’altezza di Ciampino, lei tirava fuori dalla borsa il rossetto e se lo metteva.
Raccontava spesso la storia della scialuppa dei naufraghi che avevano perso la speranza.
Fra loro c’era pure un’infermiera, che a un certo punto aveva preso dalla tasca della divisa un rossetto sopravvissuto alla catastrofe e si era dipinta le labbra.
Tutti avevano ritrovato il coraggio.
E io presi dunque l’abitudine, ogni volta che il treno si avvicinava alla Stazione Termini, di pescare il rossetto dal mio astuccio e di usarlo.
Come in un rituale, non sono mai venuta meno a questa abitudine, certe volte arrivando anche a fare una visita ai truccatori della profumeria della stazione per salutarli, farmi dare una sistemata se avevo un appuntamento, provare un nuovo colore.

Qualche tempo fa, qui noi avevamo già parlato di labbra.

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DIMMI QUEL CHE MANGI

Lili Barbery, Pimp my Breakfast

Rieuse, m’apporta des tartines de beurre, / Du jambon tiède, dans un plat colorié / Du jambon rose et blanc parfumé d’une gousse  / d’ail, – et m’emplit la chope immense, avec sa mousse / Que dorait un rayon de soleil arriéré

Sorridente, mi portò delle tartine di burro, / Del prosciutto tiepido, in un piatto colorato / Del prosciutto rosa e bianco profumato di uno spicchio / d’aglio, – e mi riempì il boccale immenso, con la sua schiuma / Che  un raggio di sole tardivo indorava

Arthur Rimbaud, Au cabaret-vert, cinq heures du soir (Alla locanda verde, alle cinque della sera)

Il quiz.
Indovinate che cosa sono queste tre diete.

  1. Colazione: pudding di semi di chia (1 porzione)
    Pranzo: insalata di polpo + carciofi + 1 frutto
    Cena: pesce al forno + bieta all’agro, olio evo + 1 frutto
    Spuntini: noci, pistacchi e mandorle, parmigiano, rotolini di pancetta con formaggio
  2. Colazione: muesli + yogurt magro + frutta fresca
    Pranzo: zuppa di lenticchie con quinoa + 2 fette di pane + una
    porzione di verdura + 1 frutto
    Cena: calamari in umido + insalata
    Spuntini: 150 gr di yogurt greco senza grassi + frutta
  3. Colazione: tè con cinque fette biscottate + 1 frutto
    Pranzo: gr 70 di pasta con sugo di pomodoro e basilico + gr 100 di formaggio (parmigiano o emmenthal) + 1 frutto
    Cena: carne (manzo, pollo, maiale) ai ferri; oppure pesce; oppure uova, anche in omelette bella baveuse, in numero di tre, disfatte e non sbattute; verdura stufata; 1 frutto
    Oppure, a capriccio: pizza, patatine fritte, salumi
    Pane a piacere
    Sono consentiti olio e burro
    Mai cibi 0% grassi
    Niente dolci
    Niente spuntini
    Mai superalcolici (con l’eccezione di un cocktail quando la situazione è sufficientemente letteraria o cinematografica per consigliarlo)
    Vino solo dopo le 18:00

Bravi.
La dieta n° 1 è la chetogenica, basata sul principio che per sottrarre grasso all’organismo, quindi per dimagrire, devi indurlo a consumare i grassi che già hai in corpo. Quindi, niente carboiadrati, ovvero niente pane e niente pasta; pochissima frutta.
La dieta n° 2 è la Weight Watchers, che comporta l’attribuzione di punti a ogni alimento che ingerisci, riunioni settimanali peggio degli Alcolisti Anonimi, calcoli continui.
Anche se non ti affama.
In effetti, nessuna dieta dovrebbe affamarti.
«Il nome DIETA deriva da una parola greca che significava ‘modo di vivere’ e nella medicina antica indicava quello che oggi si chiama stile di vita, vale a dire l’insieme di alimentazione, attività fisica, riposo, adatto a mantenere lo stato di salute».

Ah. La dieta numero 3 è quella che seguo io.
Che non faccio nessuna dieta, ma non mangio mai fuori pasto perché altrimenti mi passa l’appetito, non mangio dolci perché i dolci non mi interessano.
Alcolici: chissà com’è che non compaiono nelle diete 1, 2, forse perché apportano calorie, forse perché sono proibiti, come in ospedale e se tu domandi il perché a quello che ti serve la cena non ti sa rispondere.
Secondo me perché siamo al mondo per soffrire e la vita è una valle di lacrime.
Resta che io mi scelgo sempre e solo medici non astemi, uno è pure sommelier, e tutti tendenzialmente edonisti e disposti a farsi, e a farmi, tutte le concessioni possibili.

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SULLA PELLE

Faccio attenzione a posare sul mondo uno sguardo d’artista, questo mi permette di trascendere il banale, di renderlo bello.
Ciò presuppone di essere attenti e sensibili quando si cammina, quando si cucina, e là, allora, tutto può diventare ispirazione

Golshifteh  Farahani, attrice

Avevo visto passando in macchina il fornaio di via Fabio Numerio, illuminato a festa come una baracchetta della fiera.
Ci sono andata stamattina.
L’odore dentro era buono.
Non avevano le rosette. La ragazza, straniera, mi ha detto che avevano le tartarughe.
Secondo me le tartarughe già sono delle rosette pervertite e non le compro mai perché mi infastidiscono.
Quelle, poi, erano tartarughe fatte come i panini da hamburger, larghe e basse, con la parte superiore lavorata a quadratini.
Ho chiesto se avevano finito le rosette.
La ragazza mi ha risposto che loro proprio non le facevano.
Se a Roma il fornaio non fa il pane di Roma, mi insospettisco.
Ho preso una cosa a caso, non vedevo l’ora di uscire.
Lei mi ha offerto una fetta di panettone.
Sono riuscita a superare il Natale dello scorso anno senza mangiare nemmeno un pezzetto di panettone, figuriamoci se ne mangio una fetta la mattina del quindici novembre, quando posso ancora salvare la faccia.
Lei ha insistito, sono i giorni della degustazione del panettone.
Ho detto no grazie, non mangio dolci.
Insomma, non ci siamo prese.

Certe volte faccio tanta fatica a prendermi con le donne.

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A CONTI FATTI

Damiano Damiani, La Noia, 1963

Questo post parla di denaro, quindi, se voi pensate che esso sia lo sterco del diavolo (certe volte lo penso pure io, ma poi come fai), vi invito a passare oltre.

Io seguo sempre i consigli di Umberto Eco su come si scrive.
Qui, però, mi permetto di fare di testa mia.
«Non usate troppe cifre in numeri arabi», dice lui, a meno che non stiate scrivendo di matematica.
Mi dispiace che non abbia contemplato la possibilità di un post di un blog che parla di soldi, ma secondo me è successo solo perché non ha fatto in tempo.
E sono sicura che il grande semiologo, secondo me l’uomo più intelligente d’Italia, da dove sta, sia d’accordo su quello che sto facendo.

Andiamo allora a cominciare.
Con qualche nota che vale come introduzione.

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LA COSCIA DELLA NINFA E QUELLA DEL VINO

Rosa Cuisse de nymphe émue

Ho comprato su Amazon un nuovo tappetino yoga.
Ho scelto quello più costoso. Niente di che, il prezzo di una cena in un locale normale, però, per un tappetino, con quella cifra si ha diritto a un oggetto solido, antiscivolo, di fascia alta, pesante.
Se non te lo devi portare in giro (non me lo devo portare in giro), pesante è meglio, non scappa da tutte le parti, sta incollato al pavimento, quando lo arrotoli, sta in piedi da solo.
Quello vecchio ormai era tutto scollato.
Con un tappetino, un paio di pesetti, detti manubri, e uno smartphone, tu hai la palestra in casa.
Ti scegli l’istruttore.
Io ho tutte istruttrici, che cambio a seconda dell’umore. Esse sono tutte americane e tutte brave, molto più brave di tutti gli istruttori che ho incontrato in vita mia.

Juliana, una delle mie istruttrici (con tappetino)

Io con la palestra e gli istruttori ho fatto quello che tanta gente che conosco ha fatto con la scuola e i professori: non ci siamo presi.
Quello che non si capisce mai è di chi è la colpa.
Io ho incontrato solo istruttori che non avevano voglia di stare dove stavano, io li capisco, povere creature, loro, che si destinavano a una carriera di atleta di alto livello, ridotti a una palestra di quartiere sporca e male insonorizzata, spesso in corsi femminili, che si chiamavano proprio così e che loro non amavano e allora vai con le battute, il gineceo, il pollaio, l’ultimo dei miei istruttori scherzava sempre in questo modo e intanto si guardava allo specchio.
La caratteristica comune di tutti gli istruttori di palestra che ho avuto era che si guardavano allo specchio come ossessi, guardavano solo se stessi, mai che dessero un’occhiata al corso, io li capisco, povere creature, sei così ben fatto e così pieno di muscoli, che perché dovresti guardare altrove oltre che nello specchio.
Ovvio, che se tutti facessero così, professori in aula scocciati, cassiere al supermercato scocciate, medici in ospedale scocciati, autisti della metropolitana scocciati, camerieri in pizzeria scocciati, donne delle pulizie scocciate, il mondo sarebbe ancora peggio di quello che è.

Un tappetino, fra l’altro grigio e rosa, quindi, elegante, due pesetti, detti manubri, uno smartphone e exit tutti gli istruttori.

Se si potesse fare lo stesso coi professori, le cassiere, i medici, gli autisti, i camerieri e le donne delle pulizie, la vita sarebbe fantastica.

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L’ERBA DEL VICINO

E soprattutto ricordarsi che far poesie è come far l’amore: non si saprà mai se la propria gioia è condivisa.

Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, 17 novembre 1937

Ci sono quelli che scrivono bene ma che non hanno niente da dire.
Ci sono quelli che hanno delle cose da dire ma che scrivono male.
Ditelo con i fiori. Se fosse possibile, come per i suddetti, fare degli innesti, saremmo a posto.
Quelli che scrivono bene ma non hanno niente da dire riscriverebbero gli scritti di quelli che hanno delle cose da dire ma scrivono male e saremmo tutti contenti.
Ma non è così facile.
Più volte nella vita mi è capitato di sentirmi chiedere di leggere qualcosa che qualcuno aveva scritto.
La volta più surreale fu quella in cui mio fratello, prima più piccolo, ora più giovane, mi mise sulla scrivania i due tomi appena rilegati della sua tesi di laurea e mi disse: «Leggi».
L’unico problema è che era una tesi in Ingegneria dei trasporti e che dovetti stare attenta a non confondere le virgole della grammatica con quelle della matematica.
Tutta la tesi era fatta solo di formule e di qualche frasetta qui e là, sulla quale mi concentrai.
Per un paio di decenni ho riletto tutto quello che scriveva una persona a me molto vicina, che faceva ricerca.
Chissà le cose che avrai imparato.
No.
Il diritto costituzionale è una disciplina super sofisticata e super specialistica, praticamente fra il diritto costituzionale e l’ingegneria dei trasporti c’è poca differenza.
Di senso.
Ma ho letto tutto e tutto corretto quando c’era da correggere.

La responsabilità del primo lettore è grande, quindi il lavoro va fatto responsabilmente.

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