IL PRIMO E L’ULTIMO (SARAI PER ME): 007 LICENZA DI UCCIDERE (1962)

Se non credi a quello che vedi, perché vai al cinema?

(citato da Paolo Mereghetti, critico cinematografico)

Forse il trucco è tutto lì.
Tu vedi lui e ci credi.
Perché lui è l’uomo più convincente che io abbia (più o meno) incontrato in vita mia.
Ed è anche il più seducente e tutti gli altri uomini che mi sono sembrati e che mi sembrano seducenti, in confronto a lui, sono dei dilettanti.
Proprio perché lui ti ci fa credere.
Dopo aver sistemato per le feste la fauna maschile contemporanea, occupiamoci di quella estinta.
E procediamo con ordine.

Per prima cosa, James Bond, quello autentico, il primo e l’unico, è elegantissimo.
Non a caso il suo sarto è a Savile Row, la leggendaria strada di Londra, lo dichiara a metà film ma non avevamo dubbi.
(Anche Alexander McQueen si è formato lì).

Alexander

Lui esordisce in smoking al tavolo dello Chemin de fer, poi indossa abiti leggeri dal taglio perfetto, sventolandosi leggermente col cappello perché siamo in Giamaica e capiamo così che fa caldo.
Insomma, lui non è di quelli che quando vanno ai Caraibi si conciano da turisti, lui è sempre in abito e cravatta e lo vediamo più décontracté solo quando va in perlustrazione notturna sull’isola di Crab Key, dove c’è il solito scienziato pazzo, stavolta alle prese con il nucleare.
Ma a noi della trama, almeno qui, interessa poco o niente.
A noi interessa avvicinarci, per quello che è possibile, ai motivi del fascino dei primi film di 007, che continuano a brillare per inventiva e stile, soprattutto a confronto dell’ultimo uscito, che, per pura noia di un pomeriggio, sono andata a vedere nel cinema qui sotto.

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FRA IL BEH E IL SEH

Lucas Cranach il Vecchio, La Fontana della Giovinezza, 1546

Tre volte di fila, beh
Sei sicura che quello che ho preso era solo aspirina, seh
La notte continua…
(Simonetta, Lucia, D’Amico, De Marinis, «Mille», 2021)

Mangiare cibo sano.
Mangio cibo sano.
Non fumare.
Non fumo.
Non bere caffè.
Non bevo caffè.
Non prendere il sole.
Non prendo il sole e uso tutto l’anno un filtro solare, totale per il viso. In estate, uso un filtro in tutte le parti del corpo esposte.
Dormire almeno otto ore.
Dormo otto ore a notte e in questo periodo mi capita di dormirne un altro paio il pomeriggio.
Struccarsi sempre prima di andare a dormire.
Mi strucco sempre prima di andare a dormire, praticamente mi capiterà una o due volte l’anno di andare a dormire senza struccarmi.

Non bere alcolici.
Bevo alcolici.

Quindi è probabile che tutto il resto sia vanificato dall’alcol, però, come ho letto da qualche parte, «alle domande serie, certe volte è meglio dare risposte etiliche».
Naturalmente l’elenco di ciò che bisogna fare per avere una bella pelle interessa solo le donne, quindi gli uomini possono pure fumare e prendere il sole e fare tutto il resto.

Perché a loro le rughe stanno bene, fanno vissuto e esperienza.
E le donne ancora stanno lì a insistere con l’avvocata e la ministra, laddove secondo me sarebbe più utile insistere sul fatto che pure una donna può stropicciarsi un po’ senza perdere la faccia.

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MORIR D’AMORE (ADDIO, FRATELLO CRUDELE)

Soranzo, Annabella, Giovanni, Addio, fratello crudele, 1971

Baciami. – Se mai avvenga che le età future
Odano di questo nostro vincolo, può darsi
Che le leggi morali e del viver civile
Debbano biasimarci…ma non appena sappiano
Del nostro amore, basterà quello a cancellar l’orrore,
Che rende abominevoli gli incesti.

(John Ford, Peccato che sia una puttana, 1630)

Chissà com’è, avere (avuto) tutti i numeri per diventare lo Sean Connery italiano ed essere finito nella casa del Grande Fratello.
VIP, d’accordo.
Evidentemente qualche numero mancava.
Del resto lo si capisce pure dal film, perché se un attore italiano non si doppia da solo, qualche problema ce l’ha, laddove Sean Connery è un artista completo, corpo, anima, voce e il resto.
(Fabio Testi è doppiato da Corrado Pani e mi sento di dire che la metà del suo fascino viene da questa voce altra. Da qui e da cui, il Grande Fratello. VIP, d’accordo).
Comunque l’attore veneto a trent’anni era sbalorditivo, anche come portamento.

Soranzo

E la recitazione era ottima.
Dietro c’è, evidentemente, un grande regista come Giuseppe Patroni Griffi, che si è dedicato prevalentemente al teatro (e si vede), ma che ha fatto anche incursioni nel cinema.
Comunque sbaglia, e sbaglia di grosso, la mia enciclopediola (enciclopediucola) di cinema, che definisce gli attori di Addio, fratello crudele «inadeguati o ridicoli», tutti tranne Charlotte Rampling e il film una «versione non soltanto mercantile, ma inetta» della tragedia di John Ford Peccato che sia una puttana, andata in scena a Londra nel 1630.
Castronerie, tutte, perché invece il film è bellissimo, raffinato, pieno di citazioni, un po’ astratto nella narrazione di sentimenti terribili, con delle magnifiche ambientazioni e abiti sontuosi, un po’ ruvidi, come è ruvida tutta l’atmosfera, gelida, con il fuoco sempre acceso nel camino e la campagna del nord Italia, intirizzita e spoglia.
Certi critici sono veramente irritanti, casomai dovrebbero riflettere un momento prima di distruggere un film pieno di elementi squisiti.
Ma non sono bastati la fotografia di Vittorio Storaro, le musiche di Ennio Morricone, i costumi di Gabriella Pescucci.
Chissà com’è che, di botto, tutti questi grandi professionisti, nel pieno della loro attività, prendono una cantonata collettiva e si sbagliano.

Infatti, non si sono sbagliati per niente.

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CADONO, GLI DEI

Luchino Visconti, La caduta degli dei, 1969

Mica ce l’hanno raccontata giusta.
Non è vero che Visconti era un perfezionista, con le lenzuola d’epoca negli armadi d’epoca anche se gli armadi erano chiusi e le lenzuola non si vedevano.
Così, per fare meglio atmosfera.
Se fosse stato un  perfezionista, le ragnatele del palazzo del Principe di Salina nel Gattopardo non sarebbero sembrate quelle del tunnel dell’orrore al luna park.
Se fosse stato un perfezionista, rivedendo la Caduta degli dei non si sarebbe diffuso nel mio salotto l’odore di naftalina che veniva dagli abiti che indossavano i protagonisti.
La macchine non sarebbero sembrate quelle della Mille Miglia, simpatiche, sì, ma pure loro con sulla carrozzeria l’aria della fiera di paese e della baracchetta con le bandierine per metterle in mostra.
Se Visconti fosse stato un perfezionista, non sarei rimasta sulla mia poltrona a vedere le cose dall’esterno, pensando ma guarda questi che caricature che sono, guarda le bambine quanto sono petulanti, la casa quanto è finta, senti tu le voci come suonano male.
Se Luchino Visconti fosse stato un perfezionista, avrei partecipato torcendomi le mani alle vicende di una potente famiglia tedesca di industriali metallurgici alle prese con la salita del nazismo.
Ce n’era, di abbondanza di argomenti, buona per più stagioni di una serie, di quelle che ti incollano alla poltrona, allo schermo e al salotto.
E invece ne è uscito un film che non è un capolavoro, come ci avevano fatto credere e come anch’io ho creduto per un sacco di tempo.

Ma che succede al cinema.
Oppure, che succede a me che alle prese con certo cinema non sono più contenta.

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GIRLS JUST WANT TO HAVE FUN: THELMA & LOUISE

Thelma & Louise, Ridley Scott, 1991

Per trenta minuti ho pensato ma tu guarda quanto è brutto questo film.
Mica me ne ero accorta: come ero scema.
Come eravamo scemi.
Come eravate scemi.
Trenta minuti sono un’eternità, anche se il film è lungo (poco più di due ore), però uno se ne accorge, che non va, due matte, una un po’ più matta, sgangherate, conciate da fare paura, che strillano continuamente, vizio che non si tolgono e che va avanti fino alla fine.
Un marito agghiacciante.
Una provincia americana che francamente a me dell’Arkansas, l’ultimo posto al mondo dove vorrei andare, meglio, uno degli ultimi, la mia lista di ultimi è infinita.
E ho pure pensato ma il regista è quello che nove anni prima ha fatto Blade  Runner, che continua a essere un film bellissimo, tutte le volte che lo vedo penso che sia il film della mia vita.
La mia enciclopediola del cinema definisce Thelma & Louise «uno dei film più euforicamente femministi mai arrivati da Hollywood».
E allora mi sono detta ecco perché è brutto, perché è «euforicamente femminista».
Francamente a me del femminismo.
Poi, resti fra noi, francamente, a me, pure dell’euforia.
Se non ho tolto il dvd dal lettore è stato solo perché mi è preso un attacco di pigrizia, però ho continuato a pensare quanto ero scema.
Avevo visto il film al cinema e fin qui ci siamo, e avevo il dvd, quindi lo avevo anche rivisto e allora, che cosa mi era preso, prima o dopo?
E, soprattutto, che cosa era preso al regista?

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POUR L’AMOUR

Lauro

Quanto è brutto il diario di Chiara Ferragni.
Un mattone.
Come un mattone, pesante.
Sedici mesi.
Praticamente, dentro niente di niente, tutte pagine uguali, io mi ricordo che quando andavo a scuola, e ancora adesso con l’agenda, quella di carta, che continuo a usare (e ne ho una raffinatissima, francese, con il filo delle pagine d’oro), il lato più divertente era ed è andare a vedere le diverse sezioni, ci fu il periodo della Quo Vadis, non so perché usavamo tutti quella, che aveva solo lo spazio degli appuntamenti, figuriamoci, per gente come noi che sull’agenda ci scriveva, che te ne facevi di quel francobollo, dunque, si metteva tutto nella Dominante.
Poi sono arrivate le Moleskine, praticamente le pagine bianche di cui tutti andavamo in cerca.
Io sono al numero quaranta (40) del mio Journal.
L’altro giorno, visto che sono in fase liberatoria, ho detto adesso butto al secchio le prime venti (20), però poi ne ho aperta una, c’era il diario di un viaggio in America, nemmeno scemo, ho detto non è che sono scema adesso, quindi, se proprio voglio fare pulizia, butto uno scaffale di cataloghi d’arte fatti male e mi tengo le memoria della vita mia.

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IL PASSO VERDE

Dal profilo Instagram La Maison du Pastel  

Il segreto, è di scrivere qualunque cosa, perché quando si scrive una cosa qualunque, si cominciano a dire le cose più importanti

(Julien Green, citato da Jean Clair)

La madre di un’amica chiama il Green Pass Green Park e a me sembra un’ottima idea, è anche una stazione della metropolitana di Londra, dà immediatamente un senso di aria fresca e poi il verde, si sa, è riposante.
Ne parlo per la prima e l’ultima volta.
Sono di quelli che sono stati male con il vaccino.
Sei ore dopo la somministrazione, mi sono messa a letto e ci sono stata tre giorni.
Dopo una settimana ancora non capivo dove infilare le chiavi nel quadro della macchina e ho avuto altri strascichi, che forse non sono finiti.
Fatico a pensare che va bene così e comunque trovo irritante che mi dicano di vaccinarmi un cantante che con i mezzi vocali che ha avrebbe potuto fare una carriera ben più insigne, uno chef nemmeno simpatico o un velocista, che di virus e di vaccini ne sanno quanto me: praticamente niente.
Trovo non del tutto ragionevole assumersi questa responsabilità anche da parte di tante altre persone, comunque per ora è andata e mi vorrei occupare di altro.
Se ci riesco.

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TALIS MATER

Anthony Perkins in Psycho, Alfred Hitchcock, 1960

La differenza fra uno zombi e un revenant è che uno è uno zombi, l’altro, un revenant.
Dopo aver dato prova di questa limpida logica femminile, cerco di spiegarmi.
Uno zombi è uno che è stato sottoterra e al quale possono mancare dei pezzi. Come dice la Treccani, c’è anche l’uso di definire uno zombi un «individuo in uno stato fisico e psichico di estremo decadimento, stralunato e malvestito».
Un revenant è tutt’altro, è uno che sta bene in salute, che di solito troviamo in cucina che mangia, che è esattamente come ce lo ricordiamo.
Solo che era morto.
E che ha deciso di ritornare: pure dopo anni, quando le cose di solito sono cambiate perché, come si dice, la vita continua.
Il revenant, no, ha la medesima età di una volta, i medesimi sentimenti e pure le medesime pretese.

A me i revenants fanno paura, ma paura vera, quindi sono riuscita a vedere solo tre episodi della serie francese, fra l’altro molto bella, a loro intitolata, che però non ho potuto proseguire perché ero perseguitata da incubi.

Les Revenants

Le ho provate tutte. Non era possibile vederla di mattina perché mi faceva ospedale, anzi, magari in ospedale fosse possibile vedere una serie; ho provato il pomeriggio presto, con il sole ancora alto, per darmi il tempo di distrarmi prima che facesse notte; ho tenuto tutte le luci accese.
Niente.
Non me li toglievo dalla testa, soprattutto il ragazzino con la faccia da impunito, e poi l’ambiente gelido del lago, e poi la diga, e poi la sigla, che da sola bastava e avanzava.

Insomma, per colpa della mia paura dei morti, mi sono giocata la possibilità di vedermi una delle serie più interessanti degli ultimi tempi.

E dove si colloca Psycho in quest’ottica?

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ORNITHOLOGY

Alfred Hitchcock, 1963

– Che cosa l’ha segnata personalmente in questi ultimi vent’anni?
– La scomparsa degli uccelli, la rarefazione del silenzio, l’inquinamento dell’aria

Blandine Rinkel, Tutto trema, 2021

Una volta, anni fa, organizzai uno Zombi Day.
Sono una donna metodica e tutte le volte che da ragazza ho lavorato come segretaria, quando ho lasciato per occuparmi dei fatti miei, sono stata rimpianta.
E vorrei vedere, siamo in Italia, dove uno dei nodi è l’organizzazione, che a me, invece, riesce benissimo.
Dunque, mi organizzai pure con i morti viventi: un film al cinema e due dvd del noleggio, prenotati il giorno prima.
(C’era ancora il noleggio all’angolo dove adesso c’è un negozio di mozzarelle).
Per inciso, il film che riportò la palma fu quello più vecchio, i più recenti, carichi di effetti speciali, erano solo disgustosi.
Quello, faceva paura.
Ma la faccio breve: andai a dormire deprecando la cattiva abitudine che c’è a casa mia di avere, sì, scorte di fazzoletti di tutti i generi (sono una piagnona e mi piace piangere comodamente), ma non una scorta equivalente di assi per inchiodare dall’interno le finestre.
Scorta che invece ha il protagonista di The Birds, di Alfred Hithcock, un avvocato penalista che si chiama Mitch Brenner, che non guarderei nemmeno se fosse l’unico uomo presente su un’isola deserta, un po’ quadrato e con gli occhi azzurri.
Ma forse il fisico tarchiato gli è venuto dalla mia televisione nuova, sulla quale non è che tutti i miei film si vedano benissimo.
Insomma, anch’io provo un sentimento di rimpianto, per quanto mi riguarda a causa della nuova tecnologia e nei confronti dell’altro televisore, sentimento tale e quale a quello che hanno provato quando me ne sono andata coloro ai quali ho fatto da segretaria.

(Adesso, la segretaria la faccio solo per me stessa).
(E comunque non posso ricomprarmi tutti i dvd che ho già, ma questo è un altro discorso).

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CON LA CARTELLA A TRACOLLA E IN TASCA LA MELA

Amanda Sthers, Pomme au caramel

1 mela; 12,50 g di burro; 12,50 g di zucchero di canna. Per servire: Nutella, foglie di menta.
Lavate la mela e tagliatela in dodici spicchi; eliminate i semi e il torsolo; fate fondere il burro in una padella, aggiungete lo zucchero e mescolate  fino a ottenere un caramello; immergete gli spicchi di mela e fateli imbiondire rimescolando. Ricostituite la forma della mela, disponete un filo di cioccolato per disegnare il gambo e due foglie di menta per rappresentare il fogliame.
Vedrete: alla fine sembra la pochette di un disco dei Beatles. È un omaggio a New York, la Grande Mela, che potete completare con una boule di gelato alla vaniglia

A guardare un carrello del supermercato di donne che hanno figli ragazzini, c’è da farsi venire dei dubbi sulla qualità dell’amore materno: merendine, biscottini, gelatini, cioccolatini, caramelline, budinini, muffini, girelline, plumcakini, kinderini, ovettini, snackettini, fiestine, fruttini, tutta roba che io, personalmente, non considererei commestibile nemmeno su un’isola deserta e senza altro cibo a portata di mano.
Ma come si fa a dare da mangiare a un figlio in questo modo.
Qui il discorso sembra parallelo a quello che riguarda gli animali, per cui cani e gatti sono nutriti solo con croccantini e scatolette e se uno dice ma come mai, trovi pure qualcuno che ti risponde che è solo così che i cani e i gatti arrivano all’età veneranda che consente loro di stare a fare compagnia ai padroni per un sacco di tempo.
Io ho avuto due gatte in tempi successivi, non mangiavano solo croccantini e scatolette, mangiavano pesce surgelato, fatto bollire con qualcosa dentro, carne di pollo, a una piacevano gli asparagi, me ne accorsi una volta che li lasciai, appena bolliti, a freddare su un canovaccio sul tavolo della cucina, quando rientrai le punte erano scomparse ed erano rimasti solo i gambi, tutti belli allineati, i gatti, si sa, sono animali ordinati.
Se in natura essi mangiano topolini, uccellini, insetti e lucertole, ti viene il dubbio che in casa non possano solo gradire i croccantini.
Insomma, non dico di fare come quelli che hanno il pitone e tengono in freezer i sorcetti che scaldano al microonde perché altrimenti, se sono freddi, la loro bestiola non li riconosce come commestibili.
Però.

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