DEL COMPUTER COME ELETTRODOMESTICO

Voi avete la lavastoviglie?
Se non ce l’avete, potete leggermi ugualmente.
Se però ce l’avete, leggetemi sul serio.
Vi chiedo se la usate.
Se usate la lavastoviglie.
Sì, perché spesso mi sento dire ma a che ti serve; io la uso solo per metterci i piatti, quelli che non uso; la mia è rotta e ancora non ho trovato il tempo per chiamare il tecnico.
Non hai trovato il tempo.
Laddove io, quando ne ho bisogno, comincio letteralmente a circuirlo, il tecnico, appena lui viene a casa mia mandato dalla ditta, io lo aggancio, riesco a farmi dare il suo numero privato, gli dico quelle cose alle quali gli uomini sono così sensibili, lei mica vorrà lasciarmi in questo stato, lei sì, che sa come fare felice una donna.
Il fatto è che io la uso, la lavastoviglie.
Ce l’ho e la utilizzo.

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ONLY FOR COOL GIRLS

Scatole e scatoline,
con scrigni e cassettine,
che i bei tesor nascondono
sacri alla dèa d’amor…
L. Balocchi / G. Rossini, Il viaggio a Reims, 1825

Una volta a Napoli ho fatto fare per gli esami un manufatto dedicato al packaging.
Manufatto perché quegli studenti lì sono più bravi con le mani che con le parole.
Packaging perché continuava a sorprendermi che in una città così grande sopravvivessero pratiche altrove completamente dimenticate.

Pizza a portafoglio

Fra le più evidenti, il centro storico pieno di negozietti di alimentari, a Roma quasi impossibili da trovare nella medesima collocazione e una serie di tecniche di incarto che andavano dalla pizza a portafoglio, ovvero piegata in modo tale che tu a un certo punto ti mangiavi per forza di cose pure la carta, al cuoppo con dentro il fritto.

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DI QUELLO DELL’OPERA E DI ALTRI FANTASMI

Sing once again with me our strange duet
My power over you grows stronger yet

1/4. A dirla tutta, il primo sentimento che suscita in me non è esattamente il ribrezzo.
Trentacinque anni; ancora due centimetri e arriva a un metro e novanta; voce bellissima; indossa mantello, guanti e regala fiori, sempre e solo una rosa rossa; infinitamente atletico, salta giù da tombe innevate e da macchine teatrali che sembrano uscite dalla mente pazza di Piranesi; tira di spada che è una meraviglia; abita in sotterranei infilandoti nei quali non è che non capisci che stai andando incontro all’avventura; esige che gli venga lasciato per intero un palco all’Opera, sempre il medesimo: il numero 5.
Insomma, a farla breve, se il Fantasma vuole rapirmi e portarmi laggiù dove vive lui e darmi lezioni di musica a lume di candela, io ci sto.
E il fatto che abbia mezza faccia deturpata, con la maschera manco si nota tanto.

Ma procediamo con ordine.

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SENTI L’ESTATE CHE TORNA

Mino Delle Site, Estate in Italia, 1952

Solstizio d’estate 2020: 20 giugno ore 23:43

ore 15:25. Mi sono comprata dei dentifrici fantastici. È una confezione da tre, sono piccoli, 25 ml, ho provato anche la confezione grande ma non mi piace il tappo.
Per me il tappo del dentifricio deve essere a vite, altrimenti come te lo perdi.
Le confezioni piccole hanno il tappo a vite. Quelle grandi, no.
I dentifrici si chiamano: Villa Noacarlina, menta & cannella; Back to Pampelonne, mango & menta; Tropical Crush, menta, ananas & rooibos, quest’ultimo è un tè rosso africano.
Siccome questa marca mi sembrava troppo estetizzante, ho chiesto al mio odontoiatra.
Caschi bene.
Lui i dentifrici li colleziona, quello che gli avevo portato perché leggesse gli ingredienti era alla liquirizia, quando l’ha visto ha fatto un salto, non lo conosceva e la liquirizia gli piace tantissimo.
Risultato: mi ha detto che potevo lavarmi i denti con quello che mi pareva e, appena ho potuto, gli ho regalato una confezione di Une piscine à Antibes.
Chi ha detto che a fare toletta non si deve estetizzare.

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DIALOGHI

Andreas Gursky, 99 Cent, 1999

«Massimiliano».
Si chiamano tutti Massimiliano.
Il mio parrucchiere.
Il mio unico nipote (carinissimo).
Il direttore del supermercato.
La colpa è di quella e sottolineo se. È stata lei per prima a chiamare il figlio Massimiliano.
Comunque questo Massimiliano qui è il direttore del supermercato.
Io  vedo lui, sta da solo a sistemare i barattoli di marmellata.
Mi dico adesso vado a farci due chiacchiere.
Lui vede me e comincia a battere con l’indice sul polso e mi fa: «È un po’ che non ci vediamo, mica va bene».
«Sono venuta quando lei non era di turno», butto lì.
In cattiva fede totale, visto che sono andata in un altro supermercato.
Ma come fai a dire a un uomo, così su due piedi, «Ti ho tradito».

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POP

La casa è bellissima.
Su come la voleva, lei era stata molto chiara: «mediterranea ma non rustica, femminile ma non girly, minimalista ma non fredda».
La ricetta, stiamo parlando di ricetta, non sembra nemmeno male per tanto altro.
Si tratta di una five-bedroom Victorian terrace, dunque di una dimora prestigiosa che, stando pure a Londra, ha certamente avuto costi all’altezza.
La casa ha una tavolozza chiara con squilli di rosso e di rosa, design industriale con note giocose, ha curve, forme astratte e la camera da letto è introdotta da una tenda scarlatta lunga fino a terra.
Come ha potuto una giovane donna permettersi un simile appartamento?
Semplice, vendendo popcorn.

Ora vi racconto.

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LONTANO DAGLI OCCHI

Variabile. Esco dall’albergo.
Mi sono un po’ coperta, il piumino leggero va bene, è primavera inoltrata ma la sera qui fa fresco.
Linea 2 a Pigalle.
Direzione Nation.
Pigalle, scultore, Jean-Baptiste.
Per la precisione, scultore del Settecento.
Non capisco come si possa non amare l’odore della metropolitana di Parigi.
Qualcosa di simile alle noccioline tostate.
Anvers.

Barbès-Rochechouart, ci hanno girato un film di Marcel Carné, figuriamoci se non l’ho visto.
La Chapelle.
Scendo a Belleville.
Al numero 63 della via omonima c’è il bar à cocktails Combat, che prende il nome da quello antico della piazza non distante, dove avevano luogo le battaglie di animali nel secolo XVIII.
Poi, combat come il combattimento che hanno affrontato le due ragazze che hanno messo su il locale: lo raccontano, fra bancari che chiedono loro se per caso non sia meglio aprire un salon de thé e loro infantilizzazione perenne da parte dei fornitori.

Combat

Il locale è piccolo, curatissimo, dietro il bancone ci sono le mattonelle gialle che ho visto in foto.
Le bottiglie sono tutte ben allineate.
Bicchieri, piattini e tutta l’attrezzatura ossessiva del cocktail: shaker, strainer, macchina del ghiaccio, muddler, colino, pinze, cucchiai, misurini, dosatori, tutto deve essere preciso.
Mi siedo à la terrasse, benedico il mio piumino leggero, ordino un Frais Maison, vodka, gin, sciroppo di bergamotto fatto in casa, succo di limone e anguria.

Il mio Frais Maison

Ordino anche una terrina con cetriolini e pane di campagna.
Nel giro di poco, riesco a fare quello che volevo fare: ubriacarmi.
Di visioni, sapori, odori.
La sera diventa morbida, i cocktail sono di una bellezza che da sola basta a suggerire un’altra ordinazione.
Ah, Parigi.
Che voglia.

Ventoso. Faccio una prova. Compro una scatola di fazzoletti nel posto dove vendono casalinghi. In fila alla cassa, conto le volte che il logo è ripetuto da tutti i lati.

Il costo è la metà di quello dei Kleenex che compro di solito.
Rientro.
Mi fa orrore la confezione.
Prendo dal mio contenitore il nastro con infilati dentro tutti i rotoli di masking tape che posseggo e copro tutte le scritte.
Metto la scatola sulla mensola del lavandino di destra (il mio è quello di sinistra).
Quando sfilo la prima velina perché ne ho bisogno, mi accorgo che non mi sbagliavo: la qualità è mediocre, come è mediocre la confezione.
Decido di consumare tutto presto.
Poi di tornare alla mia marca prediletta.
Tentativi di risparmio sulla fornitura di carta: è l’ultima volta.

Pioggia. Vorrei sapere, e vorrei pure avere una risposta in proposito, perché l’insalata che compro in busta al supermercato quattro giorni prima della scadenza è immangiabile.

Capisco il carpe diem, ma questi esagerano.

Bel tempo. Torno dal mio parrucchiere, non faccio nemmeno il marciapiede, tutto è più calmo. Gli chiedo se per favore mi taglia un po’ la frangia.
Mi ceca.
La volta passata, dopo che eravamo stati lontani tanto tempo, lui si era rifiutato di toccarla.
Lui è uno gelido.
Io sono una calda.
Io ho capito che lui, gelido, era geloso perché qualcun altro, durante il confinamento, mi aveva toccato la frangia.
Aveva toccato la frangia, che mi cecava, a me, calda.
Ora mi osserva con occhio clinico. Mi dice che la frangia sta bene lunga, ma che, d’accordo, me la sfilza.
Nel senso che ha superato il tradimento.
Prima di asciugarmi i capelli va a prendere le forbici dal fornetto nel quale mette a sanificare tutta l’attrezzatura.
Non indossa più i guanti, fase 3, quindi sfilza liberamente.
Finisce che la frangia, comunque magnifica, continua a cecarmi, ma in leggerezza.

Umido.  Mi ero iscritta a una lezione di degustazione di vini rossi. A marzo l’appuntamento è saltato causa pandemia.
A giugno, causa prudenza.
Il sommelier che avrebbe dovuto istruirmi mi chiede se voglio aspettare ancora o se preferisco spendere la quota in bottiglie di vino.
Seguendo la regola del meglio un uovo oggi, ordino il vino e dico a lui tanto non ci perdiamo.
Seguo una degustazione on line, lo facevano anche lo scorso anno, stavano su una terrazza metropolitana che mi piaceva molto, erano simpatici, e dicevano cose semplici.
Lo spostamento di condizione cambia anche il risultato.
Ci sono tre persone in collegamento: il fondatore dell’azienda, il sommelier, il produttore.
Il fondatore dell’azienda è uno bravo, con un approccio al vino a tratti irrituale, butta lì cose interessanti, ieri per esempio diceva che se sei triste, la magnum te la fai pure da solo.
Vino & sentimenti.
Lui è milanese e sta a Milano.
Il sommelier è piemontese.
Ieri il produttore stava in Alto-Adige e parlava come parlano quelli, mezzo tedesco.
L’altra volta c’era un produttore siciliano che più siciliano di così non sarebbe potuto essere.
La cosa che più mi colpisce in queste presentazione sono questi uomini così diversi fra loro, che hanno culture regionali forti, accenti, ambienti e appartamenti di conseguenza.
Per esempio, il milanese stava con dietro una parete con delle stampe con cornici molto asciutte e lineari.
Il siciliano stava con dietro una parete con quadri con cornici dorate barocche.
L’altoatesino stava con dietro la sua cantina.
Quindi, il centro del mondo.

Molto secco. Incontro per le scale la condomina di sopra, tutta bardata.
Si ferma a quattro metri e mi dice che sta male, è stressata, ha paura.
Dice che ha perso due chili.
Siccome è secca come la commare, non me ne ero accorta.
Dice che l’ascensore è sporco, che lei non lo prende.
Ovvero, stando lei al quarto piano, lo prende solo quando è carica.
Evito di dirle che prenderlo qualche volta vanifica il non prenderlo quasi mai.
Lei mi dice che sanifica tutto al mille per mille.
Mi riservo di non crederle.
Inoltre queste percentuali strambe mi irritano.
Se è percentuale, significa che deve esserci un cento.
Mi è tornato in mente quel politico e qualcosa d’altro che distrusse la carriera, la famiglia e se stesso incontrandosi poco discretamente con un transessuale.
Disse poi in un’intervista che un transessuale è donna al 130 %.
Mi ricordo che in quel periodo tentai un discorso con qualche persona in questo senso. Da donna, mi ponevo l’interrogativo.
Reazioni, quasi nulle.
Come se superare così tanto il cento in una percentuale non avesse senso.
Come se una definizione così limpida, dolorosa e sincera della femminilità, per quanto mi riguarda una delle più lucide che abbia sentito in vita mia, non fosse degna di attenzione.
Più dell’episodio di cronaca.
In sé, goffo, mal gestito, con note di disperazione nella narrazione di quanto un uomo abbia bisogno di accoglienza e la vada cercando in chiunque sia capace di dargliela.

Tempesta. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore?
Balle.
Semplicemente.

SORBETTHOLOGY*

*Se c’è Ornithology, ci può pure stare Sorbetthology.
L’unico mio dubbio è sull’h.
Ornithology viene dal fatto che Charlie Parker era chiamato «Bird».
Penso che la freschezza dell’improvvisazione jazz possa ogni tanto fare da bella colonna sonora alla storia dell’arte.
Per non parlare di quanto la freschezza faccia bene ai Sorbetti.

 

Autoradio. Ieri in macchina, imprecando. Uno dei sedicenti storici dell’arte della radio aveva attaccato un bottone su un monastero fiorentino, farcendolo di nomi e date. In più, lui toscano, con un accento ostentato. Quando andavo a scuola mi dicevano sempre lingua toscana in bocca romana, non lingua toscana in bocca toscana, si vede che a lui non l’hanno mai detto. Mentre pensavo a come cucinare le melanzane e le zucchine che avevo preso a piazza Vittorio, mi facevo due conti sulle famiglie numerose: una bistecca, euro 7,50; due bistecche, euro 15,00; tre bistecche, euro 22,50; quattro bistecche, euro 30,00.
Oltre non sono andata perché più di quattro persone in famiglia secondo me sono un’abiezione esistenziale, e abbiano pazienza quelli che apprezzano la stanza da bagno sempre occupata da qualcun altro.
Facevo pensieri di verdure spadellate e di portafogli e quello citava Ruskin a proposito di Perugino.
Ma fammi il piacere.
È ora di pranzo e poi, se non ti sopporto io, che pure dovrei essere interessata, figurati come ti sopportano gli altri.
Ma inventati un’altra storia dell’arte.
Se ne sei capace.

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DIETRO LE QUINTE

Markgräfliches Opernhaus, Bayreuth

«Smarrita nel blablà». Una volta stavamo in fila per un luogo d’arte. Una signora che era con me mi chiede se quella davanti è la professoressa C. del Giulio Cesare.
Le dico di sì e che mi onora della sua presenza.
La signora fa una smorfia.
È stata l’insegnante di ginnasio dell’adorato figlio. Che trattava da «braccia rubate alla terra».
Ho pensato che evidentemente aveva ragione.
Non ho potuto dirlo perché quel cuore di madre ancora sanguinava.
E al cuore non era venuto in mente (del resto, se è cuore, che mente volete che abbia) che fosse vero.
E vero lo era senz’altro. Lo penso ormai anch’io della maggioranza dei miei studenti, le ultime generazioni potrebbero serenamente darsi all’agricoltura senza che l’arte ne soffra.
Ieri un ragazzo cui ho chiesto come si chiamava la strada in cui abitava mi sono accorta che non sapeva chi fosse San Rocco.
Se non abitano in corso Garibaldi o piazza Dante, cascano tutti sulla mia domanda.
Sulla quale cascano tutti i somari.
Quello della peste, delle piaghe e del cane, no, vero?

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IN TROMBA

In. Il copione è sempre il medesimo.
Suona il citofono, prende l’ascensore, evito che suoni il campanello, le apro, si toglie le scarpe, la mascherina e i guanti, va in bagno a lavarsi le mani.
«Caffé?» le chiedo.
«Sì, grazie», mi risponde.
Sento il rumore dello sciacquone.
Quando entra in cucina, le ho già preparato sul tavolo la tazzina di ceramica inglese, il cucchiaino d’argento vecchio e un po’ sbilenco che è diventato suo, qualche dolce che ho preso al supermercato.
Io quella roba non la mangio, ma da qualche tempo visito gli scaffali inorridendo, c’è in vendita una quantità inesauribile e sempre nuova di merendine e spuntini, tutti colorati, avvolti nel cellophane come i fiori per i  morti, profumati alla vaniglia e al cioccolato, ovetti, biscottini, pacchettini di nocciole che chissà poi se sono tali, ci sono muffin, toffolette, barrette, tavolette, cupcake, un mondo riportato a un’infanzia con la carie ai denti da latte.
Compro quello che mi sembra meno orrendo. Ma perché non vi fate una bella fetta di pane e olio.

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