A MANI BASSE, TERZA E ULTIMA PARTE

Gian Lorenzo Bernini, Gabriele Fonseca, 1674, part.

Che gelida manina!
Se la lasci riscaldar.
Cercar che giova? Al buio non si trova.
Ma per fortuna – è una notte di luna,
e qui la luna l’abbiamo vicina.
Aspetti, signorina,
e intanto le dirò con due parole
chi son, che faccio e come vivo. Vuole?

(Puccini, Giacosa  e Illica, La Bohème)

La crema per le mani. La prima volta. Nessuna importanza. Meglio la volta che ha fatto da detonatore.
Per il sommelier, un calice de La Tunella, me l’ha detto lui in un messaggio vocale che ho ascoltato più e più volte.
Per me, al primo anno di università, la prima lezione di Storia dell’arte moderna.
Per il frate, la vocazione.
Come per il matematico.
E per il fisico.
Il colpo di fulmine.
Le prima volta, quella vera.

E la mia prima volta con una serie è stata con The Leftovers.
Il 2% della popolazione mondiale è scomparsa.
Il 2%, e che vuoi che sia.
Semplicemente, 140 milioni di persone.
Ne sento parlare alla radio mentre stavo in macchina. Il tono è di quello che sta in una fascinazione profonda.
Mi compro il dvd.
Fascinazione pure io.

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A MANI BASSE, seconda parte

Le mani di Glenn Gould

Ho orrore di tutti i mestieri. Padroni e operai, tutti contadini, ignobili. La mano da penna vale la mano da aratro. – Che secolo di mani! – Io non avrò mai mani.

Arthur Rimbaud, Una stagione all’inferno,  1873

Le mani degli studenti. I miei studenti si mangiano le unghie.
Se le mangiano oltre ogni limite. Alcuni scendono oltre la parte ungueale, attaccano la pelle delle dita, sanguinano.
Mi porto in borsa cerotti per medicarli, li finisco spesso.
Mi fanno pensare a quei morti apparenti che si svegliano nella bara, si accorgono di come stanno messi, urlano, implorano, bussano e passano gli ultimi brandelli di vita ritrovata divorando se stessi a cominciare dalle mani.
Li scoprono mezzi spolpati quando arriva l’esumazione.
(La mia fantasia gotica fa il paio con quella di Poe e da lui deriva).
Vado da una femmina e dico ma guarda come sei conciata, le mani in una donna sono importantissime.
Quella si nasconde le mani dietro la schiena e si avvita in una crisi in cui femminilità e unghie si mescolano senza possibilità di soluzione.
Vado da un maschio e dico che alle donne piacciono le mani degli uomini e guarda tu le tue come te le conci.
E a quello, casomai, le donne manco piacciono.
Con gli studenti non sai mai come fare, come fai, fai male.

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A MANI BASSE, prima parte

Berenice Abbott, Le mani di Jean Cocteau, 1927

…la sua mano sinistra che afferrava la bottiglia d’acqua, la sua mano destra che svitava il tappo.

Adeline Dieudonné, Chelly, nella Raccolta di racconti  «13 a tavola», pronta per il 2020

Credo di essere sopravvissuta alle interminabili riunioni nella stanza della Direzione in Accademia solo perché passavo il tempo guardando le mani dei colleghi.
Dei colleghi uomini, perché le mani delle colleghe donne avevano un differente impatto sulla mia fantasia.
1. Le mani del Direttore: eleganti, da intellettuale, esperte di origami, di cui vedevo i risultati
2. Le mani dell’artista, mobili, eloquenti, con all’anulare una fascetta in argento un po’ alta, che stava lì dall’altra parte della fede nuziale. Negli uomini non apprezzo nessun gioiello oltre a un orologio rigoroso e di pregio. Forse posso fare un’eccezione per dei braccialetti. Talvolta
3. Le mani del ghiottone, paffute, un po’ disarticolate, che volteggiavano nell’aria
4. Le mani dell’altro intellettuale, più asciutte, forse nodose, mi accorgo che non me le ricordo
5. Le mani dell’artista dei fumetti, lui sembrava Nettuno, avrebbero potuto benissimo impugnare un tridente

Alle donne piacciono le mani degli uomini.
Le capisco e sono pure d’accordo.

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SCRIVERE, FORSE. CHISSÀ

Robert Braithwaite Martineau, Kit’s Writing Lesson, 1852

Ho fatto sette anni di analisi.
Grammaticale, logica e del periodo.
Nemmeno mi dispiaceva, anzi, mi sembrava un po’ una caccia al tesoro.
Quando con l’analisi del periodo non si capiva che proposizione fosse, era sicuramente un’interrogativa indiretta.
Quante cose, nella vita, non si capiscono.
Quando un paio di colleghi di Accademia, con i saggi per la rivista, mi avevano chiesto di dare un’occhiata a quello che avevano scritto, di fronte al loro sconcerto al mio appunto «qui la consecutio non funziona e bisogna metterci un congiuntivo», ho capito che questa faccenda dell’analisi non era comune patrimonio.
Correggi, mica possiamo entrare nei dettagli.
Ho imparato a scrivere alle elementari, nessuno si era preoccupato di istruirmi precedentemente.
E, non so come sia stato, da subito ho trovato bellissime le parole.
E. soprattutto, le parole, le ho trovate.

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SE FOSSI UN CIBO SAREI

Salvador Dalì, Cestino del pane, 1926

Primi risultati della mia inchiesta o, se preferite, raccolta di informazioni sull’identità, tema sul quale lavorerò nei prossimi mesi.
Ah, ma vedi tu, che idea straordinaria. Capisco che non lo è, figuriamoci, ma io lavoro sul tema identità/cibo, con risultati che da subito sembrano molto interessanti.
Ecco dunque alcune note aurorali, la mia inchiesta è partita da quattro giorni.

Dunque: se fossi un cibo sarei. Con qualche cenno di presentazione (riportato così come scritto).

Io: un oeuf mollet, cioè una via di mezzo fra l’uovo à la coque, troppo infantile, e l’uovo sodo, troppo definitivo.
Uovo in quanto femmina, fertile, creatrice, ho studiato il tema dell’uovo nell’arte e ho pubblicato un piccolo saggio sull’argomento.
L’oeuf mollet si cuoce in acqua salata e io sono salata. Non mi piace il dolce e sono una piagnona. Le lacrime sono salate, lo dice pure la canzone.

(Video imperfetto, ma perfetta atmosfera anni ’70. Vi piacciono gli anni ’70? A me, per niente).

Inoltre. L’oeuf mollet, una volta sgusciato, ha l’albume che si è rappreso ma che ancora lo tiene insieme e il tuorlo che invece rimane morbido, untuoso e che è capace di colare, graziandola, anche sull’insalata più insulsa.

Oeuf mollet

Sono così: una dura dal cuore tenero, che davanti a qualunque insalata che incontra nella vita, pensa di potercisi riversare sopra per darle un po’ più di sostanza.
(Poi, mica sempre mi riesce).

Donna, adulta, molto intelligente, vita ricca e complessa. Pasta e fagioli. Perché semplice, prodotti che vengono dalla terra, un po’ piccante.

Donna, adulta, generosa, disponibile, affettuosa. Tagliatelle con il ragù. Colore: rosso. Sapore: succulento e pastoso.

Donna, adulta, ottimo carattere di ferro, intelligenza superiore alla media, bella, capace di gestire vita e affetti. Brava in matematica. Piemontese. Il riso. Sono una persona semplice e mi identifico anche per il suo doppio significato. Si accompagna facilmente con tanti altri alimenti e si potenzia.

Donna, adulta, elegante, astratta, divertente, le ha fatto la corte Alain Delon. Filetto saignant (ovvero al sangue). Sono concentrata, forte e sanguinaria. Non soggiogo ma non amo prevaricazioni.

Donna, adulta, simpatica, divertente, intelligente, golosa, ha fame di vita e di arte. Una parmigiana. Si può mangiare fredda, se di malumore e con impellenza; e calda, se si ha più tempo e si è più disponibili.

Donna, adulta, sempre molto abbigliata, sempre molto generosa. Un sughetto piccante. Perché ho bisogno di essere sostenuta. Gnocchi, fettuccine, pasta corta. Umano-dipendente.

Donna, adulta, la conosco da poco, sempre gentile e allegra. Una patata. Sbucciata, cotta calda e condita, sono buona!

Uomo, adulto, serio, posato, gli piace fare ricerca, è un esperto di cinema e di Roma. Un melograno. Per i molti semi, tutti diversi, che lo compongono.

Donna, giovane, esile, elegante, disponibile intellettualmente, affettuosa, molto brava nel suo lavoro. Uno yogurt zero grassi, acido. (Quando le ho detto almeno completo, ha risposto non se ne parla, acido e senza grassi).

Donna, adulta, brava nel fare i conti. Un limone. Un po’ aspro, con la buccia che, grattata, profuma. Pieno di succo.

Uomo, frate carmelitano scalzo, una delle persone più interessanti che abbia conosciuto in vita mia, intelligente, delicato, pieno di attenzioni. Intellettuale. Pane. Mi piace da morire nella varietà delle sue realizzazioni, sempre (quasi) gustoso e con carattere. E poi mi ricorda Gesù, mio modello di vita. Sono un pane ancora in fase di produzione anche se altri già mi mangiano. (Si scusa per il suo italiano, lui è croato, ma a me il suo italiano sembra bellissimo).

Questi i primi risultati a oggi, anche i miei studenti ci stanno lavorando ma loro produrranno non una semplice scheda, bensì un manufatto.
Comunque anche così la visione che ciascuno ha di sé mi sembra parecchio interessante, si possono incrociare i dati, dire a un altro ma secondo te che cibo sono, tornarci sopra a seconda del tempo e dell’umore.
Resta il fatto che, nella durissima difficoltà a conoscere se stessi, forse il cibo aiuta, perché è sempre mezzo di comunicazione e di conforto e perché parla a noi un linguaggio comprensibile.

Ci si ritrova presto per altri dati e notizie.
Contribuite se vi fa piacere con il vostro punto di vista su voi stessi.

Grazie.

AMA E RIDI SE AMOR RISPONDE

Antonio Canova, Amorino alato, 1797, part.

In giro è pieno di uomini effemminati.
Che poi finisce che sono più virili di quelli che sembrano maschi sul serio.
Oddio, come diceva il mio studente, poi bisogna vedere da vicino.
Un mio dermatologo, di cui ero paziente tre dermatologi fa, aveva in proposito una sua teoria, che adesso vi espongo.
Lui sosteneva che la colpa o, se volete sfumare, la responsabilità, era degli omogenizzati, che sono pieni di ormoni. A un certo punto i bambini hanno cominciato a mangiarne ed è stato così che i maschi sono diventati morbidi e le femmine aggressive.
Ammetto che la teoria ha il suo fascino, anche se una volta che la esposi in aula davanti ai miei studenti, in tanti ci rimasero malissimo.
Ai ragazzi non era piaciuta la possibilità che le loro vite fossero state indirizzate dai vasetti.
Come se i sentimenti non dipendessero dagli ormoni, maschi e femmine.

Comunque io ormai mi sono fatta l’idea che proprio per colpa o, se volete, responsabilità di quegli alimenti, stia succedendo qualcos’altro nei nostri ventenni. Che non si innamorano e che spesso non si sono mai innamorati in vita loro.
Come è risultato evidente giorni fa in aula quando io ho posto la domanda di rito di inizio corso: «Chi di voi è innamorato?».
Noi stiamo a scuola, quindi funzioniamo per alzata di mano.
Uno alza la mano se deve intervenire per dire qualcosa o se dobbiamo contarci.

Ebbene, mercoledì scorso, alle ore 16:00, nell’aula 207 dell’Accademia di Belle Arti di Roma, ad alzarsi è stata una sola mano.
La mia.

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COME SI FA UNA LEZIONE (LA PROVA DEL BUDINO)

Odio il tumulto, le aggressività, le esplosioni emotive. Una prova è per me  un’operazione eseguita in uno spazio attrezzato allo scopo. Vi devono regnare autodisciplina, pulizia, luce, tranquillità…

Ingmar Bergman, Lanterna magica

(Prova a pensare alla scuola in questi medesimi termini, che per il regista sono teatrali).
Il ragazzo del mio parrucchiere gode del medesimo vantaggio di Rossini: è nato il 29 febbraio.
A occhio e croce, dunque, ha fra i sei e i sette anni.
Ci stiamo simpatici e forse ci vogliamo bene. Quando lui si è fatto i capelli Magenta, io gli ho spiegato che il nome di quel colore (i colori e i loro nomi fanno parte del mio mestiere) è anche il nome di una città e che derivava dal rosa che aveva assunto l’erba, verde, al contatto con il sangue versato durante la battaglia che in quella città si era combattuta nel 1859.
Lui mi ha spiegato fatti relativi all’intelligenza animale; agli effetti delle sostanze illecite (parecchie di esse); ai tatuaggi.
Il ragazzo del mio parrucchiere è sveglio, intelligente, sensibile.

Ha ripetuto la terza media tre volte.

Gli ho detto non è possibile, uno come te, non è possibile che non ci sia stato a scuola un professore capace di venirti incontro, di darti una mano in un momento difficile della tua vita, di rimetterti in carreggiata, di evitare che tu ti trovassi in quell’età di crescita nella medesima classe di ragazzini che erano anni luce più piccoli di te.

È stato possibile.

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COME SI PREPARA UNA LEZIONE

Il frutto del bergamotto è chiamato esperidio: ha una forma sferica schiacciata ai poli, è di medie dimensioni e ha una buccia color giallo

Mi sono fatta arrivare una cassetta di bergamotti.
Ricavarne una spremuta è difficile, hanno poco succo e molta fibra, per non parlare dei semi.
Ma l’odore che si sprigiona grattando con l’unghia la buccia è impagabile, ho portato più di un profumo che aveva nella sua composizione il bergamotto e tutti quei profumi mi sono tornati in mente.
Ho comprato al supermercato un sacchetto da due chili di mele rosse. Piccolette, compatte, secondo me sono migliori pure di quelle grandi lucidate con la cera che sembrano pronte per Biancaneve.
La consegna del vino è in ritardo, dovrò mettere mano alla scorta delle grandi occasioni.
Sai che dispiacere.
Mi serve solo una pagnottina di pane fresco, con tutto il resto sto a posto.

La settimana prossima ho in tutto cinque lezioni, due delle quali sono una prima volta.
Il venerdì, che è festa, mi siedo per tempo alla mia scrivania e attacco la mia maratona.

Ve ne racconto un pezzo, come dopo una maratona vera si racconta un tratto del percorso.

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CHI DI SPADA FERISCE

Le sabrage

Una volta faccio una lezione in un’aula che stava praticamente piegata in due dal ridere.
Tutto perché mi ero messa a raccontare di una mia fantasia riguardo un ipotetico e auspicabile invito a cena da parte dell’Achille di Troy.
E avevo elencato alcuni miei dubbi.
Li elenco anche a voi:
1. Che mi metto, con uno che arriva conciato in quel modo
2. E se i cavalli mi fanno la cacca davanti al passo carrabile, che racconto ai condomini
3. Lui è anche uno iracondo. Cantami o Diva del pelide Achille l’ira funesta. E se mi fa un guaio al ristorante per una questione di prenotazione o di tavolo

Quello che allora non mi era venuto in mente è stato l’ingombro della spada.
Mi è venuto in mente adesso, quindi, messi da parte i consigli sull’abbigliamento (in peplo non mi ci vedo più di tanto) e risolto il problema dei cavalli, che potrebbero stazionare più in là, una buona idea sarebbe evitare i luoghi pubblici e formulare un invito a casa mia.
E qui mi è venuto in soccorso il mio galateo, al quale ormai mi attengo scrupolosamente.

Ora vi racconto.
Questo e altro.

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UNA RECENSIONE, seconda parte

Nisida dalla discesa di Coroglio, Napoli

Il comandante mi sorride e il cielo si pulisce. Se fosse una vita normale scenderemmo fino ai tavolati, dentro l’orlo spento del vulcano, dove l’acqua è fosforescente e mi farei abbracciare forte e ci farei l’amore.

Valeria Parrella, Almarina, 2019

Alcune delle mie cartine di tornasole:
1. Mi piace un uomo quando voglio rivederlo
2. Un film è buono quando mi dimentico dove sto, cinema o casa mia, e sto nel film
3. Un’opera d’arte è tale quando mi apre nuovi orizzonti
4. Una serie è buona quando, arrivata all’ultimo episodio dell’ultima stagione, ricomincio a vederla dal primo episodio della prima
5. Un vino è buono se la mattina dopo non ha lasciato segni

Un romanzo è buono se non riesco a staccarmi e se mi tira fuori mille idee e mille ricordi.

E questo è quello che è successo con Almarina di Valeria Parrella.

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