ERRATA CORRIGE

Il sarto del Bangladesh a via Eurialo mi ha restituito i blue jeans rammendati.
Ha fatto un’operazione di altissima chirurgia, riprendendo, rappezzando, rattoppando, ricucendo strappi, squarci, buchi, laddove io pensavo che i miei pantaloni fossero irrecuperabili.
Sono i primi acquistati della marca svedese da me prediletta, già mostravano la corda, poi, praticamente non li ho tolti da quando è iniziato il confinamento, ovvero li ho sostituiti con altri blue jeans quando sono uscita per qualche occasione più interessante.
Erano già stati rammendati una prima volta, li avevo lasciati al negozio di Parigi, me li aveva ritirati un amico che va spesso su per lavoro, il rammendo era superbo, tutto il tessuto era stato ripreso filo per filo, ma la cosa più bella era stata la signorina alla quale li avevo consegnati, che li aveva abbracciati dicendomi: «Quanto erano belli, ho avuto anch’io questo modello e non li ho mai dimenticati».
Blue jeans come epoca esistenziale, prima o poi dovrò raccontarvi la storia di tutti quelli che ho in guardaroba.
Stavolta il rammendo è stato più rapido, ho detto al sarto ti do due giorni di tempo, non ho altro da mettermi (pare vero), ho pensato di portarli da lui perché viene da un paese dove alligna la miseria, loro recuperano tutto, figuriamoci se mi dice di buttarli.
Fra l’altro, ultimamente mi ha rammendato anche altro, per esempio le mie lenzuola antiche, è bravissimo, da loro si vive con l’idea che ogni pezza sia recuperabile, figuriamoci un lenzuolo ricamato, figuriamoci qualcosa da mettere addosso.
La cosa più divertente è che, quando glieli ho portati, lui ha passato in rassegna i blue jeans inventariando tutti i guasti, fra cui uno sbrego da quindici centimetri in zona sensibile, che non sta bene che una signora esponga al mondo.
Quando poi è arrivato agli strappi che stavano lungo la gamba, mi ha detto: «Questi te li lascio perché fanno moda».

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A GRATIS

La forma a gratis, attestata dalla fine dell’Ottocento e oggi comune nei livelli bassi di lingua, è sbagliata. Nella diffusione dell’errore avrà contato il parallelismo con l’espressione opposta a pagamento, ma anche la somiglianza con espressioni simili che contengono la preposizione a  (a sbafo, a scrocco, a ufo)
(La grammatica italiana, Treccani)

L’occasione, ghiotta, andò completamente buttata al secchio.
Il giornaletto con tutte le informazioni di quello che accadeva a Roma usciva ogni settimana ed era irrimediabilmente brutto.
Per dire, era più curata la grafica dello Svegliarino di Santa Maria del Tempio, località in Piemonte dove era nata mia madre, al quale lei era abbonata e che riceveva mensilmente, abbandonandosi, seduta sulla sedia della cucina e con nostalgia, alle notizie di casa, che si risolvevano in che cosa aveva fatto padre Felice, il parroco, un francescano che per davvero aveva i piedi nudi nei sandali e una lunga barba, quanti erano i nati e quanti i morti.
Ma lo Svegliarino, così fatto in casa com’era, era un prodotto onesto e affettuoso.
Il giornaletto con le notizie di Roma, no.
Nessuno si era preso la briga di chiedere a un grafico, giovane o esperto, di fare un progetto serio, la carta era misera, le rubriche avevano pure una loro logica, però si sarebbe potuto fare molto di più e meglio.
Compravo regolarmente la pubblicazione e contribuivo alle sue pagine con le notizie della mia attività professionale, mettendomi in contatto con una gentile signorina della redazione, squisita e disponibile, che non ho mai visto in vita mia e alla quale portavo un omaggio augurale a Natale, lasciandolo in portineria.

Fra le rubriche del giornaletto, ce ne era una intitolata Roma gratis o qualcosa di simile.
Ma prima devo raccontarvi un altro fatto.

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IL DESIGN SPIEGATO A IRINA

Alvar Aalto, Sgabello E60, 1933, tuttora in produzione

…come l’uccello venuto dal mare,
che tra il ciliegio salta, e non sa
ch’oltre il beccare, il cantare, l’amare,
ci sia qualch’altra felicità.

Giovanni Pascoli, Oh Valentino

Gli occhi cerulei non aiutano.
Meglio, aiutano ad avere stampata sulla faccia una perenne espressione di stupore.
Irina si stupisce di tutto: della cremonese della finestra; dei ganci della griglia della cucina a gas; della serratura della porta; dell’origano, in mazzo e non in barattolo; della noce moscata, che è una palletta e non una polvere; della grattugia per le spezie; del tegame di coccio.
Posso capire lo stupore davanti al dimmer della lampada in salotto. Stavo lavorando alla mia scrivania e lei è arrivata e mi ha detto «Si è accesa», nel senso che la lampada si era accesa mentre la stava spolverando.
Era stupita.
Mi sono alzata, le ho fatto vedere come funzionava il regolatore, le ho detto che era molto utile, se vuoi leggere, la luce deve essere più forte di quella che ti serve se sei a cena e vuoi un po’ di atmosfera.
Si è stupita.
Mentre prendeva il caffè mi ha detto che ha un cugino falegname.
Lo ho detto che bello, il mestiere del padre di Cristo.
Mi ha detto perché Cristo ha un padre.
Beh, un padre più o meno ce l’abbiamo tutti.

Allora ho ricominciato dal presepio e da quello che c’è dentro la capanna e le ho detto: «Dai, su, facciamo un elenco».

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PRESENZE

Sapete che vi dico?
Che mi avete stufato.
E che prima eravate più vigili, vivaci, divertenti.
Vi siete ridotti proprio male, state lì a fare scherzi cretini, io capisco che possiate sghignazzare di fronte a certe situazioni, tipo le due volte che ho messo le mani ieri l’altro e ieri nel secchio della spazzatura e tutto ho controllato, dalla buccia della mela al torsolo dell’insalata, però vi ricordo che in passato eravate capaci di ben altro, anzi, direi che eravate quasi brillanti, come quella volta che siete stati in grado di tirare fuori e di buttare a terra il libro di Tillmans sul Concorde quando ero indecisa se andare o no a prendere una persona in aeroporto e voi, clunk, usate il libro di foto di un aereo e il consiglio è «Vai».
Immagino pure che non sia stato facile per voi, prendere il libro, che stava dentro la libreria, tirarlo fuori e farlo cadere.
Piccoletti come siete, e fatti di una sostanza leggera, come siate riusciti in quell’impresa, ancora me lo chiedo.

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OTTOBRATA ROMANA

Roma, Villa Lazzaroni, primi di ottobre

Da Prada a via dei Condotti mi misurano la temperatura: ho 33°.
Mi faccio i complimenti, per essere vicina al rigor mortis, mi trovo piuttosto flessibile.
(Secondo me questi scanner termici non funzionano, ma guai a farlo notare).
«Mica vorrai comprarti una borsa».
«Voglio solo vedere la nuova collezione».
«Sì, ma tu non puoi comprarti una borsa in questo momento. Forse è meglio se non entri».
«Io entro dove mi pare e mi compro quello che voglio. E tu ti fai gli affari tuoi».
«Infatti: sono affari miei».
Quando discuto con me stessa, in qualche modo riesco sempre ad avere ragione.
Mi faccio mostrare da una snobissima signorina qualche modello nel loro Nylon vela, se la loro forma non durasse così poco, sarebbero borse perfette, leggerissime e capaci di farti fare una qualche figura quando ne hai bisogno.
La più economica costa la metà del mio stipendio.
Quella più costosa per via di un paio di striscioline di pelle, i tre quarti dell’ammontare, evidentemente non sufficiente a procurarsi gli accessori adatti, della mia retribuzione.
Non mi piace la chiusura lampo dorata, sarà il dettaglio rock ma la trovo troppo vistosa. Inoltre non ha la tracolla. La borsa solo con i manici come la sporta della spesa mi sta scomoda.
Ringrazio, non mi piace niente.

Almeno stavolta, mi è andata bene.

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AL CUORE, SI SA, NON SI COMANDA

Una premessa (doverosa).
Questo è un articolo che parla di costume nel senso di abbigliamento, non di altro.
Quindi, leggetelo a cuor leggero e senza cercarci dentro intenzioni che non ci stanno.

E adesso andiamo a cominciare.

Il primo matrimonio, e l’unico, che ho visto di persona di due sposi, nel senso di sposo + sposo, è stato a Londra.
Io me ne andavo a spasso per King’s Road come sempre ho fatto immediatamente dopo il mio arrivo, giusto il tempo di organizzare la stanza in albergo e di prendere la metro a Gloucester Road.
Andavo a spasso e mi dirigevo verso le mie due destinazioni consuete: lo storico negozio di articoli per artisti con una parte tutta dedicata a bicchieri d’epoca, i medesimi che si vedono al Victoria & Albert Museum, solo che i loro te li puoi portare a casa e mettere sulla tua tavola;  il negozio di decorazione d’interni, dove ho acquistato alcune delle cose più belle che ci sono da me, cuscini di seta e rugs, ovvero coperte piccole, quelle per i cavalli, invernali ed estive, che uso regolarmente e che guardo con una qualche nostalgia.
(Chissà se e quando tornerò a Londra).
Allora me ne andavo a spasso quando ti vedo questi sposi, sposo + sposo,  entrambi identici a Elton John, cicciottelli, con gli occhiali e i capelli rimediati.
Inoltre, identici fra loro: entrambi con il medesimo abito scuro, cravatta argento e fiore all’occhiello.
Uscivano da un posto che poteva essere un ufficio pubblico, tenendosi per mano, contenti, con intorno una piccola folla di amici che tirava loro riso.
L’effetto fotocopia era garantito.

Invece non mi è mai capitato di assistere a un matrimonio fra due donne.
Ne ho visti solo in fotografia.
In molte di queste cerimonie le spose, sposa + sposa, indossano il medesimo abito bianco, quello di tradizione, il desiderio del quale, è evidente, è duro a morire.
Ho visto anche due tailleur di shantung écru, identici anch’essi, su due spose, sposa + sposa, che non si distinguevano una dall’altra.

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GIOCARE. ESSERE GIOCATI.

Jean-Etienne Liotard, Nature morte à la chocolatière, sec. XVIII

Voi prendete le visite guidate. Sono la manovalanza e la gavetta dello storico dell’arte.
E ciò per motivi diversi, i principali dei quali vi elenco: 1. Vedi le opere sul campo; 2. Impari a gestire la relazione con il pubblico, ti accorgi se capiscono, se si annoiano, se ti stanno seguendo o se non vedono l’ora che finisca.
(E se non te ne accorgi, vuol dire che non capisci niente).
Io ho fatto visite guidate in quantità industriale; poi ho smesso perché mi ero stancata e ho delegato; poi ho ricominciato perché le facevo meglio io e perché non ne potevo più di sentirmi rispondere non il sabato, non la domenica. E quando le vuoi fare, le visite guidate, se non il sabato e la domenica, ovvero quando la gente può parteciparvi.
Ora tutto è sospeso.
E non mi dispiace per niente.
Anzi, credo che non farò mai più visite guidate, forse esaurirò un impegno in sospeso, ma mi sto chiedendo se c’è un motivo per cui, mettiamo, al Grand Palais di Parigi, il posto più illustre al mondo per le mostre, le visite guidate sono, con qualche rara eccezione, proibite e nelle mostre nostre ci sono praticamente solo visite guidate: per gruppi e scuole.

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TEMPERATURA

Non mi ero mai accorta di quanto la podologa fosse bassa.
Mi si para davanti con in mano una specie di pistola, le dico un momento, le chiedo che stai facendo, le dico facciamo che mi avverti se mi punti addosso questo aggeggio.
Capisco che è un termometro digitale in forma di spray per i vetri, le dico che se solo dal basso lei mi tocca la fronte, mi giro sui tacchi e me ne vado.
Lei si preoccupa, lei mi si avvicina solo quel tanto che basta, lei guarda il display.
Io le chiedo: «Quanto ho?».
Lei mi risponde: «34°».
La ringrazio per avermi dato la notizia: sono morta e non me ne sono accorta.
Le chiedo se si sente bene, le ricordo che lei è laureata, c’è scritto sulla gigantesca targa all’ingresso, e che quindi dovrebbe sapere qualcosa di fisiologia e che dovrebbe dedurre che se uno davanti a lei ha una temperatura di 34°, non è che gli fai un trattamento podologico.
Piuttosto, chiami le pompe funebri.
C’è giusto un’agenzia poco distante.
Tu li chiami e quelli si  prendono cura del cadavere.
Il mio.

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CAPUT MUNDI

Giovan Battista Piranesi, Frammenti della Forma Urbis Severiana, 1756

Mi trovo in un film di fantascienza e non so come ci sono finita dentro.
Fra l’altro, Roma non è la Los Angeles di Blade Runner, non solo non piove, ma là in alto il sole addirittura splende.
Mi deve essere successa una cosa tipo Alice quando cade nel buco, non mi ricordo mai se invece era la tana del coniglio, o come la protagonista di 1Q84, che passa da un mondo all’altro e l’altro si riconosce perché ha due lune.
Ma pure lì c’è un atto, un inizio, un segno: Aomane abbandona il taxi, imbottigliato nel traffico, sul quale si trova e si dirige verso la grande insegna pubblicitaria della Esso.
Glielo ha consigliato il tassista stesso: lì c’è una scala per scendere al livello inferiore.

A me nessuno ha consigliato niente, mi ritrovo in un film di fantascienza e non so come ci sono finita dentro.
Di uscirne, proprio non se ne parla.

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IMPRESSIONI DI SETTEMBRE

Constantin Hansen, Elise Købke, ragazzina, con una tazza davanti, 1850

Sto arrampicata sulla scala e sistemo le scatole di fazzoletti nello sportello in alto dell’armadio della cucina.
Irina/Irene, che ama farsi i fatti miei, arriva con lo straccio in mano, guarda, resta a bocca aperta e mi chiede perché ho tutte quelle scatole di fazzoletti.
«Perché sono una piagnona».
E le spiego la locuzione italiana avere le lacrime in tasca.
Io sono una con le lacrime in tasca.
Piango perché mi commuovo; piango perché sono triste; piango, ovviamente, per amore; piango perché sono preoccupata per il futuro.
(Veramente anche per il presente).
Eccetera.
A dar retta a me, la vita è una valle di lacrime.
Lei mi chiede se piangere fa bene.
Attacco una disamina del pianto, che esprime e libera le emozioni che, tenute dentro, fanno male.
Poi chioso che, potendo, io non piangerei. Per le due lacrimucce che mi scendono quando mi commuovo, faccio presto a riprendermi, basta lo stick per il contorno occhi con la biglia metallica che tengo in frigo.
Per le sere storte, impiego due giorni di impacchi di camomilla fredda cambiati ogni quindici minuti e accompagnati dalla cantilena quanto sono scema, quanto sono scema.

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