NEI PANNI DI UN GATTO

Gaetano Gravina, Nerone, Colonnese Editore, 2019

Lui ha tutte le carte in regola per essere un artista.
Fuma, ragiona diversamente da come ragiona il mondo, pensa in termini di libertà e poesia.
Seduce.
Glielo dico sempre: quando una donna parla con lui si sente avvolta da un filo di seta.

Da bozzolo si trasforma in farfalla, e se campa una sola settimana, non fa  niente. Intanto ha provato che significa trasformarsi.
Non è forse questo che vorrebbero fare continuamente le donne?
Gaetano Gravina, di Napoli, è artista e grafico pubblicitario.
Si è misurato anche con la scrittura, pubblicando racconti e due romanzi, uno giallo, Alter Egon, e uno nero, Animali fragili.
Sempre, con lui, il colore.
Stavolta ripassa dal nero, ma diversamente.
Si occupa, infatti, di un gatto firmando per Colonnese Editore un librino che pesa 57 grammi.
Lo so perché l’autore me l’ha mandato via corriere e, nonostante i capricci del corriere, il librino è arrivato e io l’ho pesato sulla bilancia della cucina.

Continua a leggere

VOLANO STRACCI, prima parte

Cominciamo dalla carne, che è sempre eloquente.
Guardate il quadrante del vostro orologio: alle nove c’è Canova, che ha inventato una carne che non esiste al mondo, pura e priva di muscoli e tendini, che della carne fanno sempre parte.
Carne come materia liscia, liscia come il marmo quando il marmo è liscio come solo Canova sa lisciarlo.
Alle dodici c’è Courbet, che, se lo diceva da solo, è un realista.
Quindi la sua è carne vera e le sue donne sono palpitanti di vita e accendono il desiderio.
Alle tre, al polo opposto di Canova, c’è Freud, che all’apogeo di Courbet ha fatto seguire la caduta, il degrado, l’indagine ravvicinata.
La sua è una carne lubrica, oscena, imbarazzante, più vera della carne vera.
Sembra che gridi la sua sofferenza.
Dunque, quando la carne di Freud nidifica negli stracci, è come se trovasse un rifugio e finalmente fosse accolta.

Continua a leggere

LA VITA SEGRETA DEI SENTIMENTI

Houdini, uno dei suoi trucchi

Da un pezzo ho adottato l’aggettivo parasentimentale.
Non è mio, bensì di un, chiamiamolo, amico, un pilota professionista, che così definiva ogni sua uscita con una donna.
Un po’ disilluso, ma eloquente.
Il termine l’hanno capito perfino i miei studenti, oddio, mica tutti, comunque, una delle ragazze, sveglia anche se da sgrossare, che si illuminò mentre spiegavo e disse «Sì, sì, come la parafarmacia».
Nella parafarmacia, tutto è organizzato come con i farmaci, ordine alfabetico, scatole, colori, tutto è liscio, ordinato, comprensibile, ma con niente ricetta medica, effetti collaterali ridotti e bel pacchetto, certe volte pure a pois o con motivo decorativo analogo.
Nei parasentimenti, tutto è un riflesso dei sentimenti veri, non sto dicendo una parodia, però ciascuno di essi, ciascun sentimento, è sostituibile con uno simile, ma privo di intensità e di sostanza.
Per niente impegnativo, transeunte, caduco, il più delle volte ben confezionato.
Su, su, che vuoi di più.

Continua a leggere

DELLO STUPORE

Jean-Auguste-Dominique Ingres, La Grande Odalisca, 1814, part.

Ogni volta che dico che sono favorevole al doping, saltano tutti.
Saltano se stanno seduti sulla sedia.
Saltano se stanno all’impiedi.
Siccome non vedo che cosa ci sia da saltare, cerco di spiegarmi.
E dico che nessuno si sposta più di tanto, e tantomeno salta, quando il jazzista o il cantante che fa blues, rock, pop o quello che vi pare sale sul palco un po’ high.
Tutti pensano, al contrario, che sia normale.
Cioè il pubblico sta lì che applaude e si scalda e nemmeno si scoccia se aspetta e lui esce fuori dal camerino solo quando è pronto ad affrontare quella folla essendo entrato in uno stato di qualche alterazione dovuta a qualche sostanza.

Lo stesso vale per l’artista, se è un po’ sopra le righe, tanto meglio, fa più irregolare.

Allora non capisco perché non possa doparsi il ciclista, lui sarebbe condannabile se mettesse un motorino nascosto nella bicicletta.
Né capisco perché non possa doparsi l’atleta che corre i 100 metri, a me sembra che stia già in un’altra dimensione, uno che li copre in 9,58 secondi ha in sé, basta guardarlo, qualcosa di non umano.
La risposta che mi danno di solito è che lo sport deve essere eticamente immune da queste contaminazioni.
Per esempio il calcio.
E come no.

Continua a leggere

SUL CORPO

Henri Matisse, Nudo rosa, 1935

Ho conosciuto donne che si trovano molto brutte e donne che si trovano molto belle…donne che hanno paura d’essere troppo grasse e donne che hanno paura d’essere troppo magre…

Natalia Ginzburg, Discorso sulle donne, 1992

L’altro giorno, per fare un esperimento, ho deciso di ossessionarmi con il corpo.
Per cominciare, mi sono pesata dieci volte, in ore diverse.
E già questo è demente, perché qualunque medico, dietologo, nutrizionista, ti dice di pesarti una volta a settimana o due volte al mese, se tu ti mangi un piatto di zucchine, quelle sono piene di acqua, quindi il peso aumenta ma si tratta di un effetto che definisco qui ottico, anche se ottico, scientificamente, non è.
Ma ci siamo capiti.
Comunque già tenere sotto controllo il peso ti porta all’ossessione del corpo.

Poi sono andata sul sito di una modella che seguo.
Uno dice perché segui una modella.

Continua a leggere

VOCE DEL VERBO: LEGGERE

Félix Vallotton, Ex Libris F. Raisin, 1893

Personalmente uso tutti i Diritti imprescrittibili del lettore.
E di tutti abuso.
Messi a punto da Daniel Pennac, rieccoveli:

  1. Il diritto di non leggere
  2. Il diritto di saltare le pagine
  3. Il diritto di non finire un libro
  4. Il diritto di rileggere
  5. Il diritto di leggere qualunque cosa
  6. Il diritto al bovarysmo (malattia testualmente trasmissibile)
  7. Il diritto di leggere non ha importanza dove
  8. Il diritto di prendere qui e là
  9. Il diritto di leggere a voce alta
  10. Il diritto di stare zitti

Continua a leggere

IL GUSTO DEL SUPERFLUO

Praticamente,  un incubo.
Una mattina mi alzo e trovo uno dei miei pesci rossi con la pinna dorsale divorata. Dal compagno, evidentemente, visto che non ce ne era traccia nella vasca e che lui se ne stava spezzato in due sul fondo.
Li separo.
Aspetto che muoia in giornata e non muore. Anzi, dopo una settimana è diventato grigiastro, sembra un gamberetto di fiume, però viene ancora a galla a chiedere il cibo.
Faticosamente.
Mi informo, prendo la vasca, la metto in macchina e alla velocità di cinque chilometri all’ora, stando bene attenta alle curve, lo porto da un veterinario per gli animali singolari.
Entro e mi siedo nella sala d’aspetto, la vasca tra le gambe, il mio pesciolino spezzato dentro.
Intorno a me, è ancora più incubo.
C’è un ragazzo con un boa.
Ci parlo e lui mi racconta quello che mangia. Topi surgelati che lui riscalda nel microonde, del resto se la preda (la preda) non è calda, il boa non si muove.
C’è una ragazza che sembra Jack Sparrow, ha un pappagallo sulla spalla, lui le ha mangiato un orecchino, gli hanno dato una purga e aspettano che lo restituisca.
Ce ne è un’altra abbracciata a un furetto.
Davanti a quest’ultima comincio a provare, con il mio pesciolino spezzato in vasca e la vasca messa a terra fra le gambe, un senso violento di scollamento.
Non avrei dovuto dirlo, ma l’ho detto.
«Ma perché, se ti piace il pelo, non ti fai un fidanzato, sai uno di quegli uomini-lupo, ce ne sono tanti. Ci dormi abbracciata ed eviti di girare con attaccata al collo questa bestia puzzolente».

Continua a leggere

WORKERS

Lewis Hine, Workers on the Empire State Building, 1930

Avevo uno zio, marito della sorella di mia madre, simpatico e possibilista.
Chirurgo in una cittadina della provincia piemontese, divertente, generoso, invitava tutte le estati i nipoti nella sua bella casa al mare sulla riviera ligure.
Lì, tutto era possibile.
Tutto quello che era vietato a Roma: fumare, andare a ballare, uscire con i ragazzi più carini della spiaggia.
A Roma la spiaggia non c’è, ma avete capito il concetto.
Lui raccontava spesso una storiella esemplare.
Una signora, un po’ corrucciata, dice: «I muratori non sono più quelli di una volta. Trent’anni fa, quando passavo, mi fischiavano tutti dietro».
Più complessa di quanto non sembri, la piccola narrazione non trova del tutto riscontro nella realtà.
Sto dicendo che i muratori non smettono di guardare le donne.
Che le donne sorridono ai muratori, buttano lì un «Ciao, come va» e che con loro scambiano quattro chiacchiere.
E i muratori lanciano loro occhiate eloquenti.

Altro che fischi.

Continua a leggere

PICCOLA STORIA DI UNA SAPONETTA E DI UN NASTRO

La mia storia con le mie saponette cominciò molto tempo fa.
Me ne tirò fuori una da sotto il bancone Lola, che faceva la vendeuse in una profumeria storica a via de’ Condotti.
Con Lola attraversai tutta la fase dell’alta bigiotteria.
Prendevo orecchini e spille da lei, in America in un certo negozio newyorkese e da un’hostess, simpatica e un po’ svampita, che ne faceva commercio, vantando una qualche superiorità morale rispetto ai colleghi, che invece commerciavano in occhiali da sole.
In effetti.
Lei portava in Italia pezzi vintage, che cercava nei mercatini assecondando il gusto delle sue clienti.
Fra di esse, io primeggiavo. Amo da sempre gli orecchini ed ero nella fase tailleur, per cui ogni spilla era una nuova avventura.
Poi mi scoppiò un’allergia.
Gli orecchini divennero importabili, mi provocavano escoriazioni ai lobi delle orecchie.
Quasi in contemporanea mi scocciai del tailleur, che non mi rappresentava per niente, e tornai a vestirmi come mi vestivo da ragazza, chissà che mi era venuto in mente di abbandonare quella vecchia immagine di me stessa.
Feci un passaggio non del tutto indolore agli orecchini di antiquariato in materiale nobile e chiusi con le spille.
Ne indosso ancora una su un giubbino jeans perché mi piace il contrasto.
Tutto il resto sta in una grossa scatola in uno sportello del mobile della mia camera da letto.
Ogni tanto apro il mio scrigno e penso guarda tu, come sono stata sbrilluccicosa e demente.

La mia saponetta, però, no, non l’ho mai abbandonata.
E ora che sono costretta a farlo, sono in uno stato d’animo compassionevole.

Continua a leggere

COME IL MARE ALL’ISOLA COME IL BOTTONE ALL’ASOLA

Dal catalogo Merchant & Mills  

Mais oui. Si sa, tutto quello che è francese è aggraziato e allusivamente sexy, vere nuziali, scarpe, culotte.
Tutto quello che è americano è pratico, semplificato, facile da gestire.
Oh Yeah.
Ed è stato così che i letti, certo, non il mio, hanno perso i bottoni.
O meglio, le federe dei loro cuscini, ritrovatesi con una chiusura «a busta», cioè senza asole e senza quei deliziosi dischetti di madreperla a quattro buchi che, d’accordo, ogni tanto si staccavano e bisognava riattaccare.
Ma se non sei capace di attaccare un bottone, al mondo, che ci stai a fare.

Ricominciamo.
Avevo messo da parte tutta la mia vicenda con i bottoni, che a un certo punto si era delineata chiaramente e sulla quale ho lavorato per un pezzo.
Poi, lo sappiamo, le cose cambiano e pure noi non siamo più gli stessi.
In seguito, però, c’è stato l’acquisto.
E tutto è ritornato fuori e pure con prepotenza.
Adesso vi racconto.

Continua a leggere