CARTOLINE DAL PONTE, 3: LA RESURREZIONE E LA TOMBA DEL FORNAIO

La tomba del fornaio Eurisace

Ieri l’ho lavata.
Il giorno prima il mio garagista, quello che mi usa centinaia di cortesie ed è l’unica persona al mondo che mi fa domande personali (alle quali io rispondo sempre mentendo. Ma la cosa importante è che lui domandi e che io risponda), le ha gonfiato le gomme.
E oggi ho rimesso su pista la mia bicicletta, una bellissima Lazzaretti nera a sette marce.
Fedeltà del veicolo. Se avessi lasciato ferma la macchina un anno, non sarebbe ripartita.
La bicicletta no, tutto in ordine, freni, catena, luci, pure il campanello aveva la voce di sempre.
E me ne sono andata a spasso, in un tempo perfetto, cocoon, né freddo, né caldo, peccato il traffico, sempre ingombrante.
E ho fatto quello che volevo fare da un pezzo: sono andata alla tomba del fornaio.
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CARTOLINE DAL PONTE, 2: IL NOBEL ALLE SERIE

Versailles

Ma che ci state ancora a pensare?
Adesso vi dico io a chi dare il Nobel: alle serie.
Ma a quale serie, scusa? E che ne so, a quella che sto vedendo io al momento, in questo caso a Versailles.
Ma, scusa, quale Nobel?
Ma che razza di domanda: tutti, tutti i premi.
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CARTOLINE DAL PONTE, 1: LE UOVA DI FATMA

Ieri sono stata a tavola tre ore.
Uno dice chissà quanto hai mangiato e invece no, ho mangiato quello che mangio normalmente, forse poco più del solito anche se certamente più esotico, perché ho mangiato tutta una serie di antipasti egiziani, che erano però in porzioni piccole, colorate, tutte messe con molta eleganza nei piatti, c’era anche di lato un piccolo tavolino di servizio dove ne sono arrivate altre.
Alla fine ho mangiato pure una Tarte Tatin calda che, al contrario di come è di regola questo dolce, basso, con fette larghe, era un parallelepipedo alto, con sopra le mele caramellate.
Cioè, non ho mangiato un intero pezzo di Tarte Tatin perché ci siamo fatti portare una sola porzione, con due forchette.
Allora uno dice per tre ore che hai fatto.
Ho parlato.
Parlato e ascoltato parlare, in una di quelle situazioni che certe volte si creano e altre no e poi tu va’ a capire come e perché con qualcuno funziona e, con qualcun altro, no.

E di che cosa hai parlato. Continua a leggere

CANTICO DEI SENI, seconda parte

«…impudiche “paste delle Vergini”. Di queste  Don Fabrizio si fece dare due e tenendole nel piatto sembrava una profana caricatura di Sant’Agata esibente i propri seni recisi. “Come mai il Santo Uffizio, quando lo poteva, non pensò di proibire quei dolci? I ‘trionfi della Gola’ (la gola, peccato mortale!), le mammelle di S. Agata vendute dai monasteri, divorate dai festaioli! Mah!”».
Il ballo dai Ponteleone è il più importante di quella breve stagione di mondanità a Palermo; è importante per lo splendore del casato e del palazzo e per il numero degli invitati. Inoltre il principe di Salina deve presentare in società la bella Angelica, promessa al nipote Tancredi, e quella sera l’occasione è perfetta. C’è stato il colpo di teatro della coppia Angelica-Don Fabrizio impegnati in un valzer, con tutte le altre coppie che hanno smesso di danzare e stanno a guardare loro e, durante quel ballo, per un attimo «la morte fu di nuovo ai suoi occhi, “roba per gli altri”».
Poi il Gattopardo entra da solo nella sala del buffet. E lì, in una gloria di colori, odori, sapori, arrivano le paste delle Vergini, quelle che in Sicilia si chiamano minne di Sant’Agata.
Le minne: cioè le tette, le zizze, le mammelle, insomma: i seni di Sant’Agata.
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CANTICO DEI SENI, prima parte

Nel film di François Truffaut Domicile conjugale (di cui non do il titolo italiano perché non se ne capisce il senso), uno dei personaggi maschili dice che se avesse dei seni, li accarezzerebbe tutto il giorno.
Non dico che cosa accarezzerei io tutto il giorno se lo avessi, perché ritengo questa comunicazione troppo confidenziale.
Del resto stiamo parlando di cose che si gonfiano e si sgonfiano continuamente, un po’ come il naso di Pinocchio.
E così siamo entrati nell’argomento.
Siccome l’elogio dei seni che attraversa i secoli è fatto dagli uomini (a loro sia resa gloria), mi metto un po’ in pari e aggiungo il mio punto di vista.
La vita di una donna, gratta gratta, ruota tutta intorno ai suoi seni.
Scoperti, nascenti, crescenti, graditi, apprezzati, sopportati, odiati, strizzati dentro il push up, murati dentro guaine che sembrano uscite dalla mente di un torturatore, stanno comunque lì.
Voi domandate a una donna che cosa pensa dei suoi seni e lei vi aprirà il suo cuore.
Perché tutto sta da quelle parti, come da quelle parti stanno i sentimenti.
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«torrei le donne giovani e leggiadre»: IL COLORE DEL TEMPO

Le età della donna, 1900

L’uomo ha occhi spiritati, una barba incolta con troppi peli bianchi per essere tale ad arte, orecchie evidenti che, se fossero ancora più pronunciate, lo farebbero assomigliare a un cartone animato.
La cosa che più mi colpisce è la profonda ruga orizzontale che segna un solco alla radice del naso, che ha largo e corto.
Non conosco la sua altezza né il suo modo di camminare (la sua allure), però non mi viene difficile pensare che se fosse alla guida di un taxi da me preso nottetempo, mi inquieterebbe per tutto il tragitto con la sua presenza e non vedrei l’ora di essere davanti al giardino di casa.
Trattandosi di uno scrittore e di un autore, balzato di recente alla cronaca per le sue dichiarazioni, vado a leggerlo.
Dice da subito di essere stupefatto per le polemiche che ha suscitato.
Siccome succede, a lui mi dedico con ancora più attenzione.
Dichiara di avere rapporti dolorosi con le donne.
Di essere stato martirizzato dalla madre, che definisce con il termine Folcoche, parola a me ignota e che vado a cercare e che ha a che fare con  una matrigna crudele.
Dice di essere stato picchiato con una prolunga elettrica.
Di essere stato un «bambino battuto, maltrattato, umiliato, martirizzato».
Dice di provocare lui stesso in amore delle rotture che lo fanno atrocemente soffrire per ricreare le sue vicissitudini.

A questo punto e con un po’ di sensibilità, si capisce che quando lui dichiara di non apprezzare le donne della sua età, bisogna avere un po’ di pazienza, fargli la tara, casomai, meglio, non prenderlo alla lettera.
E invece, no.
Invece, è scoppiato il putiferio.
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TANGO DELLA GELOSIA, seconda parte

Danzatrici del Bolshoi

Succede.
E, quando succede, io dico a me stessa quello che direi e dico a un collega e a chiunque altro faccia il mio medesimo mestiere.
Lascia perdere, il momento sacro del nostro lavoro, anche se si tratta della punta dell’iceberg perché di lavoro, sotto, ce ne è tanto altro, è quando ci chiudiamo la porta dell’aula alle nostre spalle e lasciamo il mondo fuori.
Davanti a noi, i nostri studenti.
Fuori dalla porta, tutto il resto. E, talvolta, pure la gelosia professionale.

Brutta bestia, anche se comprensibile.
Sentimento molto umano di insufficienza, che si traduce in piccoli atti immondi, dispetti, chiacchiere fuori posto, un accerchiamento di cui si può pure sentire il fiato sul collo.
Niente, comunque, lo dico a me stessa e lo dico al collega con cui parlo, rispetto a quello che subiscono le danzatrici del Bolshoi o le atlete del pattinaggio artistico, talvolta, ma non raramente, azzoppate dalle rivali attraverso l’intervento di un mandatario che, semplicemente, rompe loro un ginocchio mediante un corpo contundente. Un atto grave, che, nel caso di un’atleta, diventa gravissimo, visto che le stronca la carriera.
Noi, almeno, non abbiamo mai subito aggressioni del genere.
Almeno, dico, finora.
Chiamiamolo un eccesso di zelo.
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TANGO DELLA GELOSIA, prima parte

Vittorio Corcos, In lettura al mare, 1910

«Ti ho cercato ospite nelle immagini
di tutti negli amici comuni le foto,
sempre quelle, i profili aperti le donne che scopi
nella mia testa e non importa se è vero».

Claudia Crocco, Ancora Skype

«Quell’uomo mi pare simile agli dei, che ti siede di fronte e da presso t’ascolta dolcemente parlare e ridere amorosamente». Questa è Saffo «la bella», come la definisce Platone e questa è la grande ode della gelosia.
«Come ti vedo, non mi viene più la voce, ma la lingua mi si spezza, e subito un fuoco sottile mi corre sotto la pelle, e non vedo più con gli occhi, e mi rombano gli orecchi, e il sudore gocciola, e un tremore mi prende tutta…».
Trattandosi di Saffo, dobbiamo fare un po’ di ordine.
Vissuta fra la fine del VII e la prima metà del VI, ebbe un marito e una figlia, ma è ricordata soprattutto per il suo tiaso (che è una specie di associazione) di ragazze, «che esercitavano la poesia, la musica e la danza».
Nei confronti di queste giovani donne Saffo prova ardenti sentimenti di amore e, come abbiamo visto, anche di gelosia.
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INNO ALL’AMORE, seconda parte

Franz von Stuck, Cupido al ballo mascherato, 1888

«La strategia amorosa si sa adoperare soltanto quando non si è innamorati» (Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, 24 ottobre 1940)

«Le strategie per intortare l’altro non funzionano se non quando non si accorda nessuna importanza alla relazione» (Sophie Cadalen, psicoanalista dei nostri giorni. Articolo del luglio 2011 strappato dalla mia rivista settimanale francese, ritrovato in un romanzo che avevo sospeso di leggere e che ho ripreso)

(Non c’è niente di nuovo sotto il sole).

Non si scappa.
Pure lui.
Quando Amore si innamora, anche lui si comporta da fantasma.
Ce lo narra Apuleio in una favola contenuta nel suo L’asino d’oro, nota con il nome dei due protagonisti e mai raccontata a sufficienza.
Dunque, c’era una volta un re che aveva tre figlie belle. Belle erano le prime due, ma la bellezza della «più giovane era così straordinaria, così fuori del comune, che le parole apparivano insufficienti e povere non solo per descriverla, ma perfino per lodarla».
Adorata come Venere, la fanciulla bellissima irritò la dea. Che volle punirla, mandando da lei il suo figliolo  «alato e scanzonato…sfrenato e insolente» comandandogli di farla innamorare dell’uomo più vile che c’era sulla terra.
La ragazza, che si chiamava Psiche, intanto se ne stava a piangere in solitudine perché tutti l’ammiravano ma nessuno l’aveva chiesta in isposa.
L’oracolo, consultato dal padre, stabilì che lei dovesse essere esposta su una rupe e preparata per il suo funerale, pronta per essere preda di un mostro viperino. Lui sarebbe stato il suo sposo e così si sarebbe consumata la vendetta degli dei. Ma accade qualcosa di inatteso e lei è trasportata da Zefiro in un prato, finalmente si riposa, poi va verso un palazzo incantato pieno di tesori, dove invisibili ancelle le servono « vini profumati come il nettare e vassoi pieni di vivande prelibate».
E adesso arriva il bello.
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INNO ALL’AMORE, prima parte

L’Eros di Piccadilly Circus, Londra

Chi l’avrebbe mai detto: «…povero, sempre; e non è affatto delicato e bello, come per lo più si crede; bensì duro, ispido, scalzo, senza tetto; giace per terra sempre, e nulla possiede per coprirsi; riposa dormendo sotto l’aperto cielo nelle vie e presso le porte».
Bel ritratto, eh, quello di Eros fatto da Diotima nel Convito di Platone. Il fanciullo è infatti figlio di Penia, la Povertà, che va a mendicare al banchetto in onore della nascita di Venere e si fa venire la brillante idea di giacere con Poros, l’Espediente.
E ci riesce, anche perché lui è ebbro di nettare («vino ancora non ce n’era»).
Da questa coppia così bene, o male, assortita nasce il dio dell’Amore, certo il primo e il più importante dei sentimenti.
Dunque, cominciamo da lui.
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