IL TEMPO DELLA ROTTAMAZIONE

Alla fine è successo.
Avrei voluto salutarla.
Avrei voluto ringraziarla.
Non ho potuto.
Lo faccio adesso, che viene a mancare uno dei punti fissi della mia esistenza.
Perché avevo detto che mi sarei portata la mia lavatrice nella tomba, e invece nella tomba la mia lavatrice c’è andata senza di me.
E sarà così anche viceversa.
Sono una sentimentale, dunque ci ho pianto.
E fra l’altro mi sono anche infilata in un tunnel di invenzioni, approssimazioni, narrazioni fantasiose; ho potuto dare un’occhiata a come è la visione della cucina secondo il design contemporaneo; ho conosciuto gente.
E sono diventata proprietaria di una lavatrice nuova, supertecnologica, superchic, supersleek che, però, non è ancora in mio possesso.

Adesso vi racconto, cercando di non piangere.

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IL SENTIMENTO DELL’AUTO-RECLAME

Fortunato Depero, Pubblicità per una fabbrica di matite, 1926

Ero inoltre convinto, nella mia eccitazione, che mi sarei presto rivelato come il migliore regista cinematografico del mondo

Ingmar Bergman, Lanterna magica, 1987

Non mi riascoltavo mai.
Mi sarà capitato di riascoltarmi un paio di volte, nemmeno mi ricordo quando.
E ho sempre guardato con simpatia un po’ distratta un certo traffico di cassette audio con le mie lezioni, che passavano di mano in mano e certe volte venivano ascoltate stirando.
(Lo so perché me lo raccontavano).
Meglio della televisione, comunque, se ascolti e basta, non rischi di ustionarti col ferro.
Piuttosto di recente sono anche venuta a sapere che alcune cassette erano sopravvissute a anni di lontananza ed erano state utilizzate, per esempio, durante una visita a un luogo di cui avevo parlato.
Tutto questo mi faceva piacere, ben inteso.
Tutti vogliamo, per quello che facciamo e se ce la facciamo, lasciare un segno.
Poi, però, è arrivata l’ipertecnologia dell’ultimo anno.
Io clicco su un comando e compare il bottone rosso che mi dice che il computer sta registrando.
Tutto.
Video e audio.
A fine collegamento, il computer converte da solo il file e lo va a mettere in una certa cartella che lui riconosce, sulla quale intervengo poi io per mia organizzazione personale.
A quel punto uno clicca e tutto quello che è accaduto mezz’ora prima ricompare, pulito, preciso, lo posso rivedere subito sul mio schermo, oppure inviarlo, dopo averlo compresso, al mio smartphone o al mio tablet.
Non ho mai provato con la TV, però il mio tecnico mi dice che è possibile.

A quel punto, grazie tante che mi riascolto.

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IL SENSO DELLA PEZZETTA DEGLI OCCHIALI

L’architetto Filippo Brunelleschi si rifiutò di pagare i tributi all’Arte de’ maestri di pietra e legnami, cui appartenevano tutti i lavoratori edili.
Fu gettato in prigione.
Ma il capitolo del duomo intervenne in sua difesa e undici giorni dopo egli fu liberato: doveva costruire la cupola, la seconda più bella al mondo (la prima è quella mia).
Il senso della sua disobbedienza era che lui non apparteneva a quella corporazione: lui era un uomo libero, un artista.
E questa è una.
Quando poi gli operai che lavoravano con lui si ammutinarono per questioni che oggi chiameremmo sindacali, Brunelleschi li licenziò tutti in tronco.

Filippo Brunelleschi, Cupola di Santa Maria del Fiore

Per assumerli nuovamente poco dopo, sì, ma con una paga dimezzata.
Quando si dice, avere le idee chiare sul senso dell’organizzazione del lavoro.

La cattiva fede, totale. Nessuno ha scritto sui giornali che prima di Amazon procurarsi il catalogo di una mostra che stava altrove significava aspettare un mese e mezzo e certe volte doverselo andare a prendere di persona.
Invece così: manco ventiquattro ore e ce l’hai sulla tua scrivania.

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LA SOLITUDINE DELLA LASAGNA

Quel che va bene non risiede nel veloce o nel lento ma nel giusto mezzo

(Aristotele,  «Retorica», ma  anche e soprattutto Francesca Rigotti,  «La filosofia in cucina», 1999)

È il trentaduesimo piercing che si era fatto in faccia una mia studentessa. Trentadue buchi in faccia.
Allora intervenni, anche se di solito mi faccio i fatti miei.
Lei già mi aveva detto che aveva problemi in famiglia (e chi non ne ha).
Le chiesi se aveva voglia di parlare di come si stava conciando, le dissi che i buchi non si chiudevano e che, almeno, questo avrebbe dovuto saperlo.
È l’ennesimo tatuaggio, al punto che non hai più un centimetro di pelle libera, manco fossi il carcerato che deve stare dentro fino alla fine dei suoi giorni o il marinaio, inchiavardato all’albero della sua nave, che poi, nella sostanza, è la medesima condanna.
Sono i seni della sesta misura chiesti al chirurgo, perché quelli della quarta, che già sono ingombranti, sembrano piccoli.
È il pene ingrossato, ancora una volta chirurgicamente, fino a comprometterne la funzionalità.
È l’ennesima iniezione in viso o in bocca, per la quale non sai se mettere la camicia di forza alla paziente o mettere al gabbio chi gliel’ha fatta, cancellandole i lineamenti e riducendo una donna che aveva avuto bellezza e sensualità a una zampogna quando il montanaro ci soffia dentro.
È il tiramisù, il dolce più idiota che ci sia sulla faccia della terra, lo sa fare anche un impedito culinario ed è soprattutto il responsabile della scomparsa dai frigoriferi dei supermercati delle vaschette piccole di mascarpone: che da solo è buonissimo e che la mia compagna di banco delle elementari mangiava a ricreazione messo dentro la rosetta, stando sazia fino all’ora di pranzo.
Se vuoi comprare il mascarpone, oggi ti devi accollare il mezzo chilo abbondante.
È il Montblanc, al quale non bastano le castagne, che già riempiono, ma che deve ornarsi pure delle meringhe e della panna.
È l’ottavo matrimonio della diva, come se un matrimonio da solo non bastasse per farti capire che aria ci tira dentro.
È la Nutella mangiata oltre la pubertà, che per i maschi arriva in media a undici anni e mezzo.
Primo segno: l’ingrossamento dei testicoli. Segnale che significa alcune cose molto chiare, per esempio che quel barattolo con quella roba dentro, molle e vischiosa, lo devi mettere da parte e prepararti, nel giro di qualche tempo, a mordere una tavoletta di cioccolato autentico e fondente, casomai direttamente dalla bocca di una donna.

È il troppo che stroppia, è il limite superato.
È il pesante, l’indigeribile, l’eccesso.

È la lasagna.

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SÌ NO NON SO

Geoffrey Roberts, La Ruota dei Sentimenti

Forse non è un caso, che abbia cominciato a sognare la mia casa.
Non sogno più treni, che pure ho sognato per anni, anche se come fai ad aver buttato fuori una volta per tutte tutti quegli anni di andirivieni.
Sogno la mia casa, che però non è la mia casa.
L’altra notte era una casa più grande, che in comune con la mia aveva le mezze finestre, che però io ho solo in  cucina e in bagno, come si usava nelle case vecchie.
E da quelle mezze finestre, che io mi rimproveravo di non aver chiuso a dovere, da tutte loro, sono cominciati a entrare uomini armati fino ai denti, quelli con i caschi, i mitra, i guanti, i passamontagna, mi hanno invasa e io ho cominciato ad avere paura.
Ho capito che era accaduto qualcosa nella casa vicino alla mia e che loro si stavano appostando e io ho cominciato a dire «ho paura», ma nessuno di loro mi rispondeva e si sono tutti acquattati in una stanza, protetti da un tavolo, che forse era il mio perché io in salotto ho un grande e bellissimo tavolo déco che una volta volevo vendere e meno male che un’amica mi ha chiesto se ero diventata matta e sotto al tavolo hanno trascinato anche me e io li sentivo violenti ed estranei.
Fino a quando non ho guardato oltre la maschera e lo schermo facciale l’uomo che mi era acquattato vicino e non gli ho detto «ho paura» e allora lui ha allungato e strisciato  una mano sul pavimento ed era una mano normale di uomo, non aveva guanti, non impugnava armi e me l’ha tesa e allora io mi sono fatta coraggio e ho allungato la mano mia, che si è andata a depositare in quella mano come un uccello nel nido.
E lui la mano me l’ha stretta.
Mi sono svegliata di botto.
Proprio sul più bello.

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VI PRESENTO HENRY

Mariana e il suo manichino, Medianeras, Gustavo Taretto, 2014

Apprezzo le donne che scrivono.
Apprezzo le donne che fanno fotografie.
Apprezzo le donne che fanno cinema.
Credo che le donne che scrivono, che fanno fotografie e che fanno cinema non abbiano niente da invidiare agli uomini che fanno le medesime cose.
Ho già avuto modo di dire che ci ho riflettuto e che secondo me le donne scrivono bene tanto quanto gli uomini perché scrivere è un’attività che costa poco o niente, un pezzo di carta e un mozzicone di matita; che puoi svolgere pure se sei inchiavardata al tavolo della cucina; che nessuno ti insegna, perché la scrittura è un dono e se hai il dono, ti basta una scuola che ti insegni la grammatica, che è una cosa diversa dalla scrittura.
E a scuola, più o meno, le donne ci vanno.
Poi, sempre secondo me, fotografia e cinema sono arti nuove, quindi le donne non devono confrontarsi con secoli di cultura maschile che, ammettiamolo, pesa altrove: la chirurgia, il taglio dei capelli, certe branche specialistiche della medicina.
Il film avrebbe potuto firmarlo una donna: è delicato, pieno di risvolti e di sentimenti, lucido, attento, disperato, fragile, ottimista.
Lo ha firmato un uomo e va bene lo stesso.
Sono di quelli che pensano che gli uomini capiscono le donne, me lo confermano i romanzi che leggo.
E i film che vedo.

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IN NOME DELL’ARTE, DELLA POESIA E DELLA BELLEZZA

Roland Penrose, Lee Miller, Ady Fidelin, Leonora Carrington e Nusch Éluard, 1937

Le donne hanno tutte i seni piccoli.
È l’estate del 1937, loro sono in Costa Azzurra, al di là di ogni sospetto di turismo di massa.
Le donne nel 1937 hanno tutte i seni piccoli, proprio come nel 1950 le donne hanno tutte i seni grossi.
Come questo sia possibile, in epoca non ancora soccorsa dalla chirurgia estetica, per me rimane un mistero.
Forse c’era una selezione naturale: nel senso che le donne che non erano conformi, ovvero che non avevano nel 1937 i seni piccoli e nel 1950 i seni grossi, se ne stavano a casa a piangere sulla loro difformità fisica.
Ma torniamo all’estate del 1937. Che deve essere stata allegra e, diciamo così, disinvolta, se è vero quello che vediamo in foto.
L’immagine è famosa e ritrae un gruppo di amici che fanno un picnic.

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CAVE CANEM

Jeff Koons, Puppy, 2004

Conosco persone che hanno un cane.
Conosco persone che hanno due cani.
Conosco persone che hanno tre cani.
Quando i cani cominciano a essere tre, mi viene sempre da chiedere come mai, un po’ come mi viene da chiedere come mai a quelli che hanno quattro figli, casomai tutte femmine.
Se posso chiedere, chiedo. Se posso, nel senso se sono in rapporti tali da poter fare questo tipo di domanda: come mai questa cupidigia in fatto di cani.
O di figli.
Comunque, le persone sono sempre molto contente di raccontarti il perché e il percome dei cani.
(Anche il perché e il percome dei figli).
Per esempio, l’ultimo in ordine di tempo, il mio nuovo idraulico, che ha sostituito il mio idraulico storico quando questo ha deciso di smettere di lavorare. A ottantadue anni.
Il mio nuovo idraulico l’ho conosciuto tramite il tecnico dei rubinetti in una prima emergenza.
Piccola.
E mi è sembrato uno perbene, simpatico e bravo.
Adesso, poi, che l’ho visto sul campo alle prese con un’emergenza grande.

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OLTRE LE NAVI DA COMBATTIMENTO IN FIAMME AL LARGO DEI BASTIONI DI ORIONE

Blade Runner, 1982

Primo tempo. Tutto è cominciato con la separazione di Al Bano e Romina.
Non riuscivo a crederci.
Mi ero pure fatta una serie di ipotesi, anche se, si sa, fra moglie e marito.
Lei, una delle donne più aggraziate che ci fossero sulla faccia della terra, diventata inguardabile.
Lui, inguardabile, che tale era rimasto.
Un caso di coerenza di tutto rispetto.
Ma, dicevamo, tutto è cominciato da lì.
E mai avrei pensato che da lì in poi sarebbe accaduto di tutto.
Che ben altri matrimoni sarebbero andati a gambe all’aria.
Che a Venezia non ci sarebbe più stata la bassa stagione.
Che avrei interrotto l’abitudine di andare almeno tre volte l’anno a Firenze a vedere questo e quello. Cose d’arte, ma anche certi negozi, che non erano male.
Che gli studenti, che sono sempre stati una pluricoltura, bravi, meno bravi, attenti, distratti, presenti, assenti, casomai andando ad annate, un po’ come il vino, si sarebbero trasformati, come è successo per le terre del vino, in una monocoltura: tutti somari.
Che è l’equivalente del tutto prosecco.

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DELLA SEDUZIONE

Félix Vallotton, La visite, 1899

«- Raccontatemi.
– Vi interessa?
– No, ma mi piace molto il suono della vostra voce.»

(Christian Estèbe, La vita fuggitiva ma reale di Pierre Lombard, VRP)

È la più bella scena di seduzione degli ultimi tempi. E una delle più belle cui abbia assistito in vita mia.
Fra l’altro, inattesa. Insomma, non me l’aspettavo.
Questo è uno dei motivi per cui è bella, anche se non è il solo.
Ci mancherebbe.
Non è un romanzo erotico, i romanzi erotici sono noiosissimi, non sono mai riuscita a leggerne uno oltre le prime venti pagine, nemmeno i superclassici, mi fanno il medesimo effetto dei video porno, ai quali, nella sostanza, assomigliano.
Noiosissimi pure quelli, solo che, dalla loro parte, c’è una durata limitata e ci sono le immagini.
Ma romanzi erotici e porno condividono la medesima anima, non c’è racconto, oppure la trama è esile e prevedibile, e sempre lì finisce.
Sono i luoghi del nichilismo, come il solo calcio, i soli soldi, la sola droga, i soli figli, i soli cani, la sola televisione, il solo cibo, il solo vino.
Ma, stavamo dicendo: la seduzione imprevista.

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