DIETRO LE QUINTE

Markgräfliches Opernhaus, Bayreuth

«Smarrita nel blablà». Una volta stavamo in fila per un luogo d’arte. Una signora che era con me mi chiede se quella davanti è la professoressa C. del Giulio Cesare.
Le dico di sì e che mi onora della sua presenza.
La signora fa una smorfia.
È stata l’insegnante di ginnasio dell’adorato figlio. Che trattava da «braccia rubate alla terra».
Ho pensato che evidentemente aveva ragione.
Non ho potuto dirlo perché quel cuore di madre ancora sanguinava.
E al cuore non era venuto in mente (del resto, se è cuore, che volete che mente abbia) che fosse vero.
E vero lo era senz’altro. Lo penso ormai anch’io della maggioranza dei miei studenti, le ultime generazioni potrebbero serenamente darsi all’agricoltura senza che l’arte ne soffra.
Ieri un ragazzo cui ho chiesto come si chiamava la strada in cui abitava mi sono accorta che non sapeva chi fosse San Rocco.
Se non abitano in corso Garibaldi o piazza Dante, cascano tutti sulla mia domanda.
Sulla quale cascano tutti i somari.
Quello della peste, delle piaghe e del cane, no, vero?

Continua a leggere

IN TROMBA

In. Il copione è sempre il medesimo.
Suona il citofono, prende l’ascensore, evito che suoni il campanello, le apro, si toglie le scarpe, la mascherina e i guanti, va in bagno a lavarsi le mani.
«Caffé?» le chiedo.
«Sì, grazie», mi risponde.
Sento il rumore dello sciacquone.
Quando entra in cucina, le ho già preparato sul tavolo la tazzina di ceramica inglese, il cucchiaino d’argento vecchio e un po’ sbilenco che è diventato suo, qualche dolce che ho preso al supermercato.
Io quella roba non la mangio, ma da qualche tempo visito gli scaffali inorridendo, c’è in vendita una quantità inesauribile e sempre nuova di merendine e spuntini, tutti colorati, avvolti nel cellophane come i fiori per i  morti, profumati alla vaniglia e al cioccolato, ovetti, biscottini, pacchettini di nocciole che chissà poi se sono tali, ci sono muffin, toffolette, barrette, tavolette, cupcake, un mondo riportato a un’infanzia con la carie ai denti da latte.
Compro quello che mi sembra meno orrendo. Ma perché non vi fate una bella fetta di pane e olio.

Continua a leggere

POST-POST

Emile Auguste Pinchart, Lady con maschera, part.

Per vivere felici, viviamo nascosti

post ‹póust› s. ingl. (propr. «posta, corrispondenza»; pl. posts ‹ póusts›), usato in ital. al masch. – Nel linguaggio di Internet, messaggio (un articolo vero e proprio o un breve intervento), lasciato dai frequentatori di blog.

pòst- [dal lat. postpost– «dopo, dietro»]. – Prefisso di molte parole composte, derivate dal lat. o, più spesso, formate modernamente, nelle quali indica per lo più posteriorità nel tempo, col senso quindi di «poi, dopo, più tardi».

(Quelli che al sud chiamano) Servizi. Esco. Mi dimentico la mascherina e mi rifaccio tutte le scale a piedi.
Porto alla signora Anna l’altro lenzuolo da stirare, ieri era ancora umido. Le chiedo anche di svelarmi un arcano. Perché le lenzuola che le porto piegate per il lungo lei me le ridà piegate per il largo.
Da sotto la mascherina mi guarda stupefatta.
Le dico che piegare è un’arte e una cultura, che io ho una logica, piegato per il lungo, il lenzuolo posso collocarlo esattamente a metà del letto, basta seguire la piega. Piegato per il largo, tutte le mattine mi tocca prendere le misure, tanto a destra, tanto a sinistra.
Qual è la logica sua?

Continua a leggere

AFFETTI INSTABILI

Atena malinconica, 470 a. C.

Incubo Numero Zero. Sono di quelli che dormono in (quasi) totale isolamento sensoriale.
Persiane e tende oscurantine chiuse; soffitto della camera da letto insonorizzato; tappi di cera nelle orecchie, qualche volta.
E telefono acceso. Come quasi tutti.
Perché altrimenti non suona la sveglia, contrariamente ai cellulari precedenti, che si svegliavano pure loro così come svegliavano gli altri e che evidentemente erano smart in qualche modo anch’essi.
Tanto lo smartphone, almeno il mio, è un po’ come un animale, anche se non saprei dire quale, che si rimette in vita solo quando lo tocchi, nel senso che è come se a notte fonda riposasse e poi, appena sfiorato, scatenasse il finimondo: il paese dei campanelli.
Stamattina mi sono svegliata e ho visto sul display che erano le cinque e tre minuti. E mi sono detta speriamo di riaddormentarci.
E sono andata a fare una lezione e per arrivare c’era un viale e in Saletta c’era già gente, ma nessuno aveva preparato.
Allora ho aperto io stessa lo schermo per la proiezione e ho anche infilato il tubo di sostegno nel treppiedi e ho visto che aveva perso una vite.
L’ho aperto comunque.
Poi però mi sono accorta con orrore che avevo dimenticato di portare il computer.

Continua a leggere

VADO AL MASSIMO

E questo chi è.
Il mio parrucchiere.
Come si chiama.
Massimiliano detto Massimo.
Come si chiama il negozio.
I Ribelli.
Quanto tempo è che vado da lui.
Parecchio. Lui era ragazzino e io ero una giovane signora.
Che cosa fa lui.
Il creativo.
Che cosa fa della mia testa.
Quello che gli pare.
Gli sono fedele.
Quasi del tutto. L’ho tradito un numero di volte che si contano sulle dita di una mano, sapete, quelle che si chiamano avventure senza domani e mai per una cosa seria. Sempre cosette, un po’ di colore una volta che volevo fare l’esperienza del coiffeur in Francia, una pettinatura diversa in estate.

Continua a leggere

CORONA BLUES, 30: TEMPI MODERNI

Rievoca. Insegna. Diverte.

Un respiro profondo.
Anzi, due.
Sono superconcentrata.
Superpreparata.
Superfelice.
Mi dico che se sono felice in questa situazione e quasi mai in altre è perché ho qualche svalvolamento.
Mi rispondo fatti i fatti tuoi e non commentare i miei stati d’animo.
Se sei capace di mettere a tacere te stesso, stai già un pezzo avanti.
Ho lanciato Zoom trenta minuti fa, il tempo di fare qualcosa se qualcosa non va.
Alle 18:29 clicco Start This Meeting.
Mi compare una schermata che mi chiede pochi secondi perché si sta aggiornando.
Non mente, lo fa davvero in un attimo.
Clicco Zoom Launcher.
Si apre, morbidamente.
Share Screen.
Condivido, dunque, il mio schermo.
Mi compare la barra dalla quale vedo uno degli spettacoli più belli del mondo: nel mio piccolo studio di 11 mq entrano come un fiotto tutte quelle persone.
Qualcuno mi ha detto che sono io ad andare da loro.
Sono due immagini entrambe belle, loro che vengono da me, l’arte che va da loro.

Continua a leggere

CORONA BLUES, 29: IMPARA L’ARTE

Hugo Simberg, L’angelo ferito, 1903

Elogio del maquillage. Ieri ho lavato i miei pennelli da trucco. Sono professionali, giapponesi, ce li ho da un sacco di anni ed era vero che sarebbero stati un investimento.
In questo periodo mi sono truccata solo quando sono uscita in modo serio.
Per andare a fare la fila al supermercato non mi sono truccata.
La pelle sta bene, respira, ma sta bene pure quando mi trucco, anzi, quando mi trucco finisce che la curo di più, metti, togli, idrata eccetera.
Comunque il fatto di aver provveduto al grand nettoyage mi ha dato sia il senso della primavera che quello della vita che riprende.
Ma è poi vero che la vita riprende?
La mia trasmissione di lirica sta andando in replica da due mesi. Niente male, hanno fatto una selezione delle puntate più belle, certe volte certe repliche sono degli autentici autogol, ti rendi conto che l’impressione che prima la radio fosse meglio è giusta, facevano cose di qualità superiore, con più idee dentro.
Adesso, lasciamo perdere.
L’unico problema della replica di stamattina è che c’era una lunga intervista a un soprano anche con brani di ascolto.
E la signora però è morta quattro anni fa, relativamente giovane, per una malattia breve e fulminante.
Sentirla ridere, analizzare la parte tecnica del canto, raccontare spettacoli e aneddoti mi ha dato il senso di un tempo ormai senza senso.
Passato e presente si mescolano, tutto è sospeso, non trovo più punti di riferimento.
E il futuro, pure il futuro non ha quasi più senso.

Continua a leggere

CORONA BLUES, 28: TUTTA UN’ALTRA MUSICA

Qui prenderete solo dei buoni libri. La vostra libreria si prende cura di voi

Agilità. Audacia. Qualità. Solidarietà
(Casa editrice Les Arènes, parole d’ordine)

Ouverture. Lunedì sono andata a vedere come era iniziata la Fase 2. Sono scesa alla metropolitana, ma mi sono ben guardata dal passare il tornello. Non passerò un tornello della metropolitana per i prossimi sei mesi, almeno.
Deserto.
Sono andata a Villa Lazzaroni. Fuori, i due punkabbestia sempre più luridi ma con le mascherine.
Dentro, una popolazione strana, bambini bianchissimi, pallidi come se non avessero visto la luce per due mesi. Ma non è possibile, da casa, mettere un bambino al sole? Si fa con il bucato, con i materassi, uno mette in finestra il bambino e gli fa prendere un po’ d’aria.
Molti padri. I padri, a Villa Lazzaroni, con i bambini non ci stanno mai.
Ci voleva la pandemia a proporre l’accoppiata.
Mi piacciono gli uomini con i bambini? Direi di no, tranne eccezioni, di persone e di momenti, per esempio mi divertono quando padre e figlio giocano a pallone e se tu chiedi chi è più bravo, è il padre a rispondere «Io».
Bene così, siano ben chiare gerarchie e precedenze.

Continua a leggere

CORONA BLUES, 27: PROGETTI?

La Barcaccia, la casa di Keats, la scalinata di piazza di Spagna al tempo del COVID 19

Il catodico. Non so rispondere a nessuna delle sue domande.
Quanti pollici.
Che modello.
Come faccio a saperlo.
Il modello è scritto dietro.
Allora ci sentiamo domani perché devo girarlo.
Il tecnico viene a prendersi il mio televisore rotto da 30 giorni e lo porta via.
Mi ha detto che io non devo giustificarmi perché voglio provare a ripararlo.
Gli ho detto che ha colori bellissimi e una magnifica profondità di campo.
Poi, se pure avessi avuto un dubbio, e stavolta ce l’ho avuto, ci ha pensato il mio collega che fa cinema a fugarlo.
Lui dice che televisori così sono superiori a quelli nuovi, mi ha consigliato di fare il possibile per recuperarlo.
Il tecnico ha detto può essere, comunque lo schermo era tutto bianco, si sentiva solo l’audio.
Dice però che ora c’è il 4k.
Lo so, il mio odontoiatra ha messo schermi così in sala d’aspetto e negli studi.
Quando ho visto il primo, sono rimasta interdetta. Che meraviglia.

Continua a leggere

CORONA BLUES, 26: CANZONETTA SULL’ARIA

Frecce Tricolori in volo su Roma il 25 aprile 2020

Irina/Irene. La ragazza ha trent’anni. È molto bionda e ha gli occhi azzurro chiaro, troppo chiaro perché siano espressivi.
Sono gli occhi scuri a essere pozzi senza fondo di sentimenti.
Ma lei è espressiva perché è vivace.
Mi chiede di continuo se secondo me lei è cicciottella.
Come con tutti i cicciottelli che te lo domandano, uno non sa mai come rispondere.
E se poi si risentono.
Allora una volta, un martedì, le ho detto ragioniamo insieme.
Tu sei alta diciotto centimetri meno di me e pesi quanto me.
Io non sono denutrita.
Quindi, tu sei cicciottella.
Potresti cambiare un po’ la dieta, non è che ti devi sacrificare, devi solo evitare di mangiare la lasagna tutti i giorni.
Quando è tornata il venerdì, le ho fatto il caffè e lei si è seduta in cucina sul mio sgabello.
Le ho chiesto se voleva mangiare qualcosa, mi ha detto no, sono piena.
«Che cosa hai mangiato ieri sera?».
«Lasagna».

Continua a leggere