JOURNAL, 4: IL CIELO CON UN DITO

Frammento del Colosso di Costantino, sec. IV

Tre zollette di zucchero in una tazza di tè sono troppe.
Pure se la vita è amara.
Comunque è una vita, se non semplice, semplificata, i bisogni sono quelli base e animali, per quanto le bestie ancora non reclamino l’aria condizionata.
Il cibo straripa su tutto, non ho mai visto donne così fameliche, immagino il banchetto di nozze, quello che dura due giorni e che vede sedute a tavola anche cinquecento persone.
Lì c’è una logica, che è quella del denaro: ogni invitato è tenuto a versare una certa somma, che si moltiplica per ogni componente della famiglia.
Al momento del conto, se tutti si sono comportati bene, è possibile che agli sposi al netto delle spese rimanga un bel gruzzolo.
L’esperienza antropologica delle donne rumene che si alternano in questo mese di agosto nella cura della mia casa è talmente totalizzante che mi sono rapidamente rassegnata. Non discuto e non rilancio, gli uomini sono dei mascalzoni e non si perdona loro niente, l’esistenza è quella roba lì, gli stracci, i detersivi, gli autobus, la metropolitana, il pranzo, non ci sono altri orizzonti oltre quelli della famiglia, quella della cerchia ristretta e quell’altra, amplissima.
In quest’ottica e in quest’atmosfera non ci penso più a insegnare a Irina o a Marlena i nomi delle dita della mano.
Anche se mi sembra una conoscenza importante nella comunicazione: con l’indice indichi e ti metti un anello all’anulare, per non stare a ricordare che già i latini chiamavano il medio impudicus e che il pollice è, secondo qualcuno, il vero motivo dell’evoluzione dell’uomo, visto che è opponibile e ti dà la possibilità di fare tante cose.
Come sa bene la spia di nome Caravaggio nel mediocre film Il paziente inglese, che viene punita con il taglio di entrambi i pollici.
Prova a non poterli usare e ti accorgi che significa.

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JOURNAL, 3: SOLEGGIATO

Stazione meteo Foresta Nera

In estate mi chiedo sempre chi sia il cretino che nel mio palazzo ha un orologio a cucù.
È probabile che non stia nemmeno nel mio palazzo, ma in uno dei palazzi dell’intercondominio, che affacciano tutti sul giardino, quello negletto ma con un maestoso cedro del Libano che arriva fino al settimo piano.
Quale sia il gusto che ti porta a metterti in casa a Roma una cosa del genere, mi sfugge.
Uno dovrebbe saperlo, che le cose di montagna vanno lasciate alla montagna, di tutto quello che mi è capitato di comprarmi durante le vacanze estive di quando facevo le vacanze, credo di aver indossato solo una giacca di lana cotta grigia, che riusciva quasi a passare inosservata.
Fuori contesto.
Dépaysement.
Meglio, acquisti sbagliati.
In tutti i sensi.
Che ne so dell’orologio a cucù.
Indovinate.

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JOURNAL, 2: ON VACATION

Carl Larsson, Model Writing Postcards, 1906

Radio Days. La radio non dovrebbe farlo.
La radio non dovrebbe mandare repliche.
Dopo due mesi di repliche, alla radio hanno annunciato tutti contenti che cominciavano le repliche.
Mi sfugge la logica, credo che non ne abbiano una, i programmi sono comunque, con poche eccezioni, inascoltabili.
Una redazione di sette persone e nemmeno un’idea.
Laddove la radio, per definizione, è uno che fa tutto da solo, solo con la voce. D’accordo, poi c’è un tecnico. Ma quello fa, appunto, il tecnico.
Non fa mica la redazione.

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JOURNAL, 1: POSTACOVID

Io mi sono detto cento volte che la pittura, vale a dire  la pittura materiale,  non era che il pretesto, che il ponte fra lo spirito del pittore e quello dello spettatore

Eugène Delacroix, Journal , 1932

Attacco oggi 27 luglio un Diario che chiamo Journal, come quello di Delacroix.
Attacco ma non è vero manco per niente, sto sul mio Journal da 39 (trentanove) taccuini, quello color azzurro turchese o come vi pare che vedete nella foto è quello in corso.
A ritmo di due taccuini, due Journal l’anno, fate voi il conto, vi metto in guardia, dovete fare una divisione.
Qual è la differenza fra il Journal che vedete in foto e questo che leggete.
Poca roba.
I sentimenti sono i medesimi.
Il turpiloquio, qui non lo trovate, non lo apprezzo e lo evito fino a che posso.
Poi, che c’entra, il mio Journal, quello di colore azzurro che l’azienda chiama diversamente, di parolacce è pieno.
Perché è privato.
Perché ogni tanto ci vuole.
Perché se uno mette il turpiloquio sul suo Journal, comunque si chiarisce le idee e si sfoga.
E il mondo resta libero.
Non dico leggiadro e poetico. Ma, almeno, vivibile.

Laddove se tu il turpiloquio lo usi nel mondo, lo infanghi, d’accordo, lo definisci, però poi è anche colpa tua se esso è invivibile.

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IN CARNE E IN DISINCARNE

Damien Hirst, Anatomy of an Angel, 2008

In carne, 1. Appena sono abbastanza in confidenza, domando a quelle donne che cambiano spesso colore di capelli loro come si sentono: brune o bionde.
Le rosse sono un altro discorso, le rosse sono sempre un caso a parte.
Alcune fanno finta di non capire, altre capiscono al volo.
Per esempio, io sono una mediterranea fino all’osso, mai in vita mia mi è passato per la testa di schiarirmi.
Tutto questo è sempre molto interessante, vedere come si vedono gli altri è come stare al cinema.
Io faccio m 1,68 di altezza per kg 58.
Nella mia testa, per esempio, io starei meglio con cinque chili di meno, ma sembra che io sia l’unica a pensarlo, appena perdo un po’ di peso, e per me è facile, sono una disappetente, tutti cominciano a compatirmi, a dirmi ma poverina, come sei sciupata.
Ora, è pure giusto che le donne debbano piacere soprattutto a se stesse.
Però, piacere agli altri, soprattutto a chi piace a te, mica guasta.
Devo ricordarmi di dirlo, alle donne.

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LA PALMA CALMA

Palma alle Maldive

Stupenda l’isola è,
il clima è dolce intorno a me,
ci sono palme e bambù,
è un luogo pieno di virtù.
Steso al sole ad asciugarmi corpo e viso,
guardo in faccia il paradiso…

Paolo Conte, Onda su onda

Sola, perduta.
Peggio di me stanno messe solo la Traviata e Manon Lescaut.
Che pure stavano messe maluccio.
La seconda più della prima.
È che il grande sogno degli italiani è andare alle Maldive.
Laddove io le Maldive non so manco dove stanno e l’ultimo posto (uno degli ultimi posti) al mondo dove vorrei andare è proprio quello.
Ma che ti hanno fatto le Maldive.
Niente.
Però hanno le palme.
Appena vedo le palme, mi viene voglia di scappare.
Peggio del paesaggio con le palme, c’è solo il paesaggio del Chianti, quello che ti fanno vedere ogni volta che parlano di vino, tutto uguale, tutto pieno di vigne.
Manco fossi un turista inglese, che abbocca.
Il turista inglese con il Chianti abbocca sempre.
Mentre gli italiani sempre abboccano con le Maldive.

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FORMULE

Il fondotinta. Mi trucco da quando avevo dodici anni.
Ero fisicamente arrivata alla forma adulta che ho adesso, quindi, ci stava.
Correttore e fondotinta.
E ciò nonostante tutti gli sforzi, spesso poco gentili, fatti da mio padre per dissuadermi.
Ora, non è che mio padre pensasse che ero troppo giovane.
Mio padre non pensava.
Semplicemente, si capiva che lui riteneva che le donne dovessero essere modeste.
Anche intellettualmente.
(Stai fresco).
Superata la fase adolescenziale del fondotinta Gemey della Standa, reparto profumeria, approdai a cose più personalizzate, fino ad arrivare a quello che sarebbe stato per anni il mio prodotto.
Il solo fatto di essere giunta all’agognata marca giapponese, mi dava il senso di un traguardo.
Quando i giapponesi ebbero l’idea geniale di cambiare linea, iniziò una delle fasi più oscure della mia esistenza.
All’epoca facevo lezioni di English conversation con un tipetto americano, dal quale mi feci aiutare a scrivere una lettera di fuoco all’azienda.
Che stava a Tokyo e che non mi ricordo come raggiunsi, forse erano i primi anni di internet.
Il contenuto della mia rimostranza si basava sul fatto che la new formula del loro prodotto era una schifezza (Treccani = cosa brutta e mal riuscita), il fondotinta era trasparente, era come se non ci fosse, inoltre avevano cambiato il magnifico tubo rigorosissimo (era in stick) facendolo diventare un coso nacré con una forma svasata che appena vista già mi stava antipatica.
La lettera sortì il suo effetto e, mentre io già ero arrivata al terzo fondotinta di prova di altra marca, mi chiamò una milanese da Milano per capire che cosa mi avevano fatto di tanto cattivo.

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IL GRANDE COCOMERO

Intrasportabile.
Ingestibile.
Indigeribile.
Il cocomero.
Autentico concentrato degli orrori estivi.
Serate sulla terrazza che hanno il loro acme nel cocomero, vuotato e riempito di altro cocomero, tagliato a tocchi o fatto a palline, un cocomero elevato all’ennesima potenza, con dentro gli stecchi sui quali è infilzato ancora cocomero, un incubo che dura tre mesi, dove ti giri, c’è cocomero.
Peggio del gelato, c’è solo il cocomero.

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GIOVEDÌ: SORBETTI

Siate regolari e ordinati nella vostra vita, in modo da essere violenti e originali nel vostro lavoro

Gustave Flaubert

Indicativo presente. Mi sfiniscono, quelli che a tavola devono cambiare continuamente.
Una volta sono incappata in una vecchia pubblicità delle minestre in busta, con lui che diceva a lei «È così che mi piace mangiare, cambiare ogni sera menu».
È questo che ti meriti di mangiare, la minestra Arlecchino dal delicato sapore tradizionale nella quale non si capisce bene che cosa ci trovi.
La medesima punizione dei vegetariani che non vogliono cucinare le verdure e si mettono nel piatto la zuppa cosiddetta fresca, cosiddetta buona come fatta in casa, cosiddetta preparata secondo tradizione, che è poi immangiabile, pure se la addizioni con l’olio buono e se copri il sapore di mensa scolastica con una macinata di pepe.
Mi sfinisce Irina/Irene.
Dopo la cerimonia del caffè quando arriva, le prendo qualcosa da mangiare a metà mattina, però si annoia, per cui mi devo ricordare che la volta passata le ho dato la merendina ripiena di marmellata di ciliegia e che stavolta preferisce quella con il cioccolato a pezzi.
Poi i dolcetti incartati individualmente.
E le patatine in busta, quelle piccole da 25 g.
E oggi pure il bocconcino di formaggio fun con la pelle sopra che cambia di colore a seconda del sapore, sapore, poi, tu valli a distinguere, il cheddar dall’emmental e dall’edam.
Ce n’è anche uno alla mozzarella.

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ÉGALITÉ

Se avessi avuto una sorella gemella, l’avrei strozzata in culla

I Puffi sono tutti uguali.
Solo il grande Puffo ha la barba e si distingue per questo.
Anche se a me sembrano tutti uguali gli uomini con la barba.
(Con un paio di eccezioni).
«Quello con la barba», in effetti, ti confonde le idee.
L’uguaglianza dei Puffi è il principio base della loro società. A detta di Peyo, il loro inventore, ciò rende indispensabile concentrarsi sui sentimenti di ciascuno di loro in modo da poterli riconoscere.
Pensiero poetico, che chissà se è esportabile.
Una volta un amico mi raccontò che la Puffetta aveva avuto un’avventura con uno dei Puffi ma non si ricordava più quale.
Secondo me lui mi stava facendo un discorso allusivo e io avevo pure capito dove voleva andare a parare.
Ciò non toglie che da allora la Puffetta cominciò a sembrarmi una Puffa di facili costumi.

Quando io telefono al tecnico della televisione mi presento anche con l’indirizzo.

Da quando il ragazzo che ha cominciato da poco a lavorare in garage mi ha confessato che con la mascherina faceva fatica a distinguere i clienti, ogni volta che chiamo per dire che voglio uscire e mi risponde lui, a scanso di equivoci, mi presento con nome, cognome, tipo e colore di macchina.
L’altro giorno lui mi ha detto che a me mi riconosce benissimo e meno male, non sopporto di essere confusa con un’altra.

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