CORONA BLUES, 19: I NODI AL PETTINE

Edward Hopper, Room in Brooklyn, 1932

Per il resto, chiuso in casa, scriveva i suoi romanzi, leggeva, ascoltava la musica e qualche volta andava a nuotare nella piscina del quartiere. A parte qualche rara conversazione con i colleghi della scuola, non parlava quasi con nessuno. E non era affatto scontento di quella routine. Anzi, si avvicinava molto al suo ideale di vita.

Murakami Haruki, 1Q84

Questo è solo l’inizio. Io li capisco, quelli che scappano.
Che cercano di raggiungere la seconda casa.
Che escono di notte sull’autostrada in macchina per andare da un’altra parte.
Io li capisco, quelli che hanno voglia di mare.
Pure se ho una casa sola; pure se appena posso evito l’autostrada; pure se non vado mai al mare.

Però li capisco, perché mi sono stufata anch’io, che pure sono una solitaria, che non mi faccio l’aperitivo con gli amici, la degustazione di vino settimanale, la cena obbligata con quelli che frequenti.

Credo che per una persona mediamente vacanziera, festaiola, che va ai convegni, alle fiere e alle terme, stare confinata dentro casa a un certo punto diventa insopportabile.
E ci sono pure quelli che vanno in crociera.

Che ne sarà di noi?

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CORONA BLUES, 18: DIECI RAGAZZI PER ME (POSSON BASTARE)

Vorrei sapere chi ha detto
Che non vivo più senza te
Matto
Quello è proprio matto perché forse non sa…

Mogol-Battisti, Dieci ragazze

Rimbalzare:  v. intr. [comp. di rin– e balzare] (aus. essere e anche avere). – Balzare all’indietro, in direzione opposta, oppure in alto, riferito a oggetti che vengono lanciati o battono con forza contro una superficie.

La notizia che il re di Thailandia si era autoisolato in Baviera, in un albergo di lusso, con venti concubine è rimbalzata da tutte le parti, nel senso che, all’indietro, in direzione opposta e pure in alto, uomini rispettabili e spesso padri di famiglia si sono dati di gomito e hanno detto prendilo per scemo.
Come se fosse normale per loro esprimere senza nemmeno mezzi termini questo desiderio, intero intero.

Ora, premesso che per me il re di Thailandia (dal nome impossibile) può fare quello che gli pare e che ritengo la Baviera talmente noiosa che forse nemmeno venti concubine possano cambiarla di segno, mi veniva da pensare a che putiferio si sarebbe scatenato se fosse stata una donna a autoisolarsi in termini simili.

Apriti cielo.

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CORONA BLUES, 17: GIÙ LA MASCHERA

Il Fantasma dell’Opera

«Ecco, è per via del palco…».
«Che palco?»
«Quello del fantasma!»>
«Il fantasma ha un palco?»

Gaston Leroux, Il Fantasma dell’Opera

Mi trucco.
Base. Primer. Correttore. Fondotinta. Cipria (trasparente). Ancora correttore.
Mi faccio di occhi: matita marrone. Ombretto chiaro. Ombretto marrone. Sfumo tutto con i pennelli.
Mascara.
Riga nera di kajal.
Mi rifaccio la bocca: plumper, rossetto e lucido.

Indosso la mascherina.
Non ci siamo.
Il trucco si appiccica, i laccetti si imbrogliano con gli orecchini, mi si appannano gli occhiali.
Qui dobbiamo trovare una soluzione.
Se dobbiamo vivere mascherati, una via di uscita dovrà pur esserci.
Per il maquillage e per il resto.

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CORONA BLUES, 16: L’ARTE CONFINATA

Sono una persona adulta.
Ho molta esperienza.
Non ho nessun problema a parlare in pubblico, anzi, è una cosa che amo fare.
Capisco quelli che si sentono morire, ma io non mi sento morire, anzi.
Quando parlo in pubblico sono nel mio vero elemento.
Sono accurata, aggiornata, attenta ai dettagli, sono una sentimentale ma professionalmente non sono divorata dai sentimenti.
E professionalmente non ho paura di niente.
Credo in quello che faccio e mi piace farlo.
Da che ho memoria, studio tutti i giorni.
Mi sembra normale: il pianista suona; l’atleta si allena.
Io studio.

Eppure ieri, alle 16:30, ovvero un’ora prima della mia prima lezione on line, ho pensato ecco, questo è il trac, mi sento male, perché mi sento male, che ne so, e se non mi ricordo la sequenza, eppure l’abbiamo simulata cento volte e ho anche preso appunti, e se il mio fedelissimo computer mi tradisce, e se salta la corrente, e se il microfono non funziona.

E se non c’è nessuno dall’altra parte.

L’incubo di chi parla in pubblico.

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CORONA BLUES, 15: IL DILEMMA DELLA MOSTARDA

La mia dotazione di cucchiaini da mostarda

Abbiamo tanto bisogno delle cose di cui non abbiamo bisogno (senza fonte, ma ben chiara nella mia mente)

Oggi una persona mi ha telefonato e mi ha chiesto come stavo.
Io lavoravo a una lezione, quindi, stavo benissimo.
E gliel’ho detto.
Pausa di incredulità e incertezza.
«E tu?».
La domanda di ritorno è pericolosa perché di solito apre la chiusa della diga.
«Insomma».
Se uno domanda perché insomma, escono sempre fuori cose interessanti. A questa persona, che non esce da casa per una serie di motivi opinabili, mancano gli amici.
A me gli amici non mancano, nemmeno so più chi sono, la modernità è frantumata, noi siamo dei prismi, facciamo una cosa con l’uno e una con l’altro, così come le facce del prisma aderiscono un po’ qui e un po’ là.
Mai totalmente a una sola superficie, piatta.
Quindi, io non sento la mancanza di nessuna faccia del poliedro, casomai mi porrò il problema quando (e se) il confinamento sarà finito.
Anche perché io, da casa, esco.
Moderatamente e seguendo le indicazioni del Viminale che, al riguardo, è molto dettagliato.
Posso uscire per fare la spesa, buttare la spazzatura, comprare in edicola le riviste.

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CORONA BLUES, 14: PETS

Sembra che i più contenti del confinamento siano gli animali domestici.
Posso capire.
I padroni, sempre a disposizione.
Oddio, tu prova a essere padrone di un gatto.
Io ho avuto due gatte importanti, poi ho deciso: mai più.
Il «gatto da interno» che, a sentire la pubblicità di alcune scatolette, sembra una pianta, no grazie.
Ora ho due pesci rossi.
Dopo i gatti, sono passata ai pesci rossi per via di Matisse, che a loro ha dedicato una parte della sua produzione.
Nel 1913 l’artista si installa in un palazzo che dà sul quai Saint-Michel e lì dipinge l’opera che vi mostro.
Al di là di quello che vediamo tutti, come sempre accade con l’arte, tante sono le riflessioni che ci vengono in mente.

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CORONA BLUES, 13: #STATEACASA

Senza il tuo amore

Murakami Haruki, 1Q84, capitolo 13. Aomane

Con il 50% di probabilità di azzeccarci, sbaglia.
Succede.
Anche se non mi sembra così difficile da capire.
La griglia della cucina a gas si sovrappone ai fuochi, quindi le aperture dell’una e il diametro degli altri corrispondono.
I fuochi sono due grandi, uno medio, uno piccolo.
Se la griglia è messa con le parti invertite, la padella con dentro l’olio che frigge traballa.
Dopo averlo sfilato, non capisce come si rinfila nel supporto uno degli specchi del bagno, quello che mi porto in viaggio per truccarmi.
A occhio e croce mi sembrerebbe un’operazione nelle corde di un bambino di cinque anni.
Volendo proporre un parallelo, è come non capire qual è la scarpa destra e quale la sinistra. Se pure non lo vedi, te ne accorgi quando te le infili.
Le scarpe non sono come i guanti usa e getta, ambidestri. Se fossi mancina salterei su per la discriminazione, chiamateli ambisinistri.
Non sono mancina.
E i guanti veri si distinguono.
Per capire quanto è difficile stare al mondo, basta vedere come l’altra tenta di cambiare il sacchetto dell’aspirapolvere, che ha due versi, di cui uno dovrebbe prendere mentalmente nota, se non basta mentalmente, farsi una foto col telefono o scrivere la nota su un pezzo di carta.
Se si mette il sacchetto dalla parte sbagliata, il coperchio dell’elettrodomestico non si chiude o, se si chiude, la polvere finisce nel motore.
Un’altra ancora, che pure stira bene e fa camicie come corazze, non distingue il dritto dal rovescio, uno dice, guardi, la prego, qui c’è la cucitura.
Se c’è la cucitura, a meno che non sia una creazione di Sonia Rykiel, che aveva questo vizio, o di quella marca di T-shirt che gioca al ribasso sul medesimo campo, siamo al rovescio.

Una casa ha il suo carattere, la sua storia, le sue fisime e le sue trappole.
Qualunque persona se ne occupi, va seguita passo passo, perché altrimenti ti crea qualche guaio.

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CORONA BLUES, 12: TEMPO AL TEMPO

Linda Lomelino

…le petit génie de son métier
(il piccolo genio del suo mestiere)
Marie Ndiaye, La Cheffe, roman d’une cuisinière

Nevermore.  Tre giorni fa ha chiuso il mio albergo, che vi avevo raccontato qui.
Lo ha annunciato su Instagram il giovanissimo staff, tutti così in gamba.
Dopo aver fatto un lavoro costante di comunicazione, foto delle camere, gli esterni, i tetti di Parigi, le belle ragazze a letto con la prima colazione la domenica mattina, è arrivato il momento di tirare giù la serranda.
Del resto un albergo ha senso solo se ci sono gli ospiti.
Anche se quello esordiva con una presenza spiccata nel quartiere, dandoti il benvenuto e poi infilava  tutta una serie di feste, dalla cena libanese, alla lap dance, arrivando fino alla sfilata di biancheria intima, ça c’est Pigalle era la risposta a ogni interrogativo.
Infatti.
Il post di chiusura aveva un tono consapevole e mogio, STAY HOME STAY SAFE, pensano a tutti coloro che fanno parte del corpo medico, ai viaggiatori, ai vicini, ai colleghi, ai confratelli.
L’albergo è «provvisoriamente chiuso fino a nuovo ordine», stringeva il cuore non il provvisoriamente, ma il nuovo ordine.
Quell’ordine, chissà quando sarebbe arrivato.

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CORONA, 11. IL RHYTHM & IL BLUES

Yves Klein, IKB 79, 1959

King Size. Non apprezzo il formato famiglia, soprattutto, mettiamo, nel detersivo per la lavatrice, il fustino mi fa squadra di pallavolo, con tutti che dormono e sporcano sotto il mio tetto.
Compro le confezioni da quindici lavaggi, mi durano poco e le ricompro, fra l’altro l’odore del detersivo si sparge dappertutto e non è che sia sempre un odore buono,  voi pensatelo sui fazzoletti di carta.
Non compro i fazzoletti di carta in un certo negozio di detersivi perché secondo me li tengono accanto ai fustini, così tu ti fai un bel pianto liberatorio, che però è guastato dall’odore del detersivo per i panni.

Roy Lichenstein, Washing Machine, 1961

Per un periodo mi andavo addirittura a comprare dei pacchetti per pochi lavaggi, li vendevano in un paio di supermercati accanto alla stazione, mi ero fatta l’idea che fossero per i turisti, che ne so, uno sta a Roma in un appartamento per tre giorni e si compra quello. Mi faccio scorte, certamente, olio, carta di tutti i generi, scatole di pomodoro.
La scorta del vino, non lo so com’è, non riesco mai a farmela, i consumi a casa mia vanno a velocità superiore alla possibilità di fare scorta. Una specie di décalage.
Per i cosmetici mi piacciono le confezioni grandi solo del latte detergente, così uno è incentivato a struccarsi.
Dunque è stato un po’ controvoglia che ho comprato il mio shampoo in offerta, ml 400, che è una quantità da parrucchiere, in più anche superconcentrato.
A me delle offerte non interessa niente.

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CORONA BLUES, 10: DELL’ARTE DELLA GIOIA

La Hakusan Maru

Le bonheur se cultive

(La felicità si coltiva)

Charlotte Perriand, Une vie de création

Ingoiare il rospo.
È difficile. Lo fa Don Fabrizio, «la testa e gli intestini maciullati scendevano giù per la sua gola: restavano ancora da masticare le zampe ma era roba di poco conto in confronto del resto; il più era fatto».
Il Gattopardo deve semplicemente accettare il pensiero «di un matrimonio meditato fra un Principe di Falconieri e una nipote di Peppe ‘Mmerda».
Quel matrimonio, quello fra Tancredi e Angelica, che salverà tutto.
A noi ci tocca accettare il pensiero che gli ottimisti si sono sbagliati, che avevano ragione i paranoici, gli ipocondriaci, quelli che vedevano nero.
Quelli che sostenevano che due mesi di isolamento sarebbero bastati, allora.
Adesso è tardi e chissà quali saranno i nostri tempi.
Ieri, munita di auto e di autocertificazione, sono andata a comprarmi le riviste estere all’edicola di via Veneto.
I grandi alberghi hanno chiuso tutti e ho scambiato due chiacchiere con un valletto in redingote e cappello a cilindro che passava l’aspirapolvere nell’atrio, dietro una saracinesca.
Una visione stranissima.
Come è strana la città divenuta spettrale e fantasma.
Accanto alla Caritas, un’altra scena inusuale: alcuni senza fissa dimora che facevano un picnic sull’erba rinsecchita vicino all’Arco di Sisto V.
Al semaforo di Santa Croce in Gerusalemme mi ha attraversato davanti un uomo vestito di stracci, coi piedi nudi, capelli e barba che erano tutto un groviglio, ho pensato un attimo ma che gli fa il virus, a uno come questo.
Poi mi sono mortificata per quel pensiero più miserabile del miserabile stesso.

Comunque, ingoiare il rospo è proprio difficile.

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