SE SI SCATENA IL PANICO

Pan e la capra, I secolo, part.

Ci invidiano, gli dei.
Lo sa, per esempio, Achille, che, se non fosse stato per la sventatezza della madre Teti, che lo teneva per un tallone quando lo immerse nello Stige per dargli l’immortalità, sarebbe stato invulnerabile.
(Peccato quel dettaglio).
E Achille sa che gli dei ci invidiano per prima cosa perché siamo mortali, quindi sottoposti a una fine di cui ignoriamo, fra l’altro, il momento.
(Come diceva uno in un film, eh, siamo messi peggio dei replicanti di Blade Runner).
E, come sappiamo, è proprio la morte, paradossalmente ma fino a un certo punto, a dare un senso alla vita.
Gli dei ci invidiano anche per i nostri affanni, per quel nostro sbatterci qui e là continuamente, è probabile che gli dei ci invidino anche per i sentimenti che proviamo, con tutto che pure loro, al riguardo, mica scherzano.
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LA VESTAGLIA DI DIDEROT: UN VIAGGIO SENTIMENTALE IN GUARDAROBA

Louis-Michel Van Loo, Denis Diderot, 1767

Al filosofo, ed enciclopedista, il ritratto non piacque e accusò l’amico Van Loo di averlo fatto «ammiccante, sorridente, affettato, con l’aria di una vecchia coquette che fa ancora l’amabile».
A me invece sembra un bel ritratto, realistico, intimo, che ci mette davanti al lavoro quotidiano di questo intellettuale proteiforme. Mi dispiace, però, che lui, qui piuttosto elegante, non abbia addosso la sua vieille robe de chambre, ovvero quella vestaglia  che, ci ricorda l’amata Francesca Rigotti, anche lei filosofo, lui utilizzava per scopi diversi: spolverare i libri, asciugare l’inchiostro, stare vestito e, se serviva, al caldo.
Sappiamo che l’indumento non gli dava alcun fastidio.
Ma, evidentemente, doveva essere molto rovinato se un giorno Madame Geoffrin, donna brillante che animava un salotto molto frequentato dagli enciclopedisti, gli regalò una nuova vestaglia.
Diderot doveva fidarsi della signora, al punto  da sostituire la vecchia giacca da camera con quella nuova.
Non l’avesse mai fatto.
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THE MOST HAPPY

Enrico VIII e Anna Bolena

Ieri è stata giustiziata Anna Bolena.
Io lo sapevo, che sarebbe finita così, conosco un po’ la storia inglese, però ho sperato fino alla fine, e ho sperato fortemente, che ci fosse una deviazione, che la sceneggiatura contemplasse un’altra possibilità, che so, non dico che lei rimanesse sul trono d’Inghilterra (Enrico VIII ha avuto sei mogli e lei è solo la seconda, quindi, ce n’è ancora, di strada), ma che almeno le fosse risparmiata quella fine così cruenta.
Mandiamola in convento, no?
Ci sperava pure lei.
E, invece, niente.
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BUONA FINE E BUON PRINCIPIO

Ammetto di aver passato giorni fa mezza serata a cercare nel mio calice di Falanghina, girandolo e rigirandolo da tutte le parti, i «luminosi riflessi verdolini» di cui parlava la scheda del sito di acquisizione.
Niente.
Al punto che ho cominciato a pensare alla faccenda del raggio verde del film di Rohmer, che tutti i protagonisti cercano per tutto il film e che compare per una frazione di secondo alla fine.
Ed è il riflesso del sole al suo tramonto.
Almeno così dicono, perché ho visto il film un certo numero di volte e sul verde della scena finale continuo a nutrire dei dubbi.
Questa ricerca del riflesso verde nel «bel giallo paglierino», che invece si vedeva benissimo, mi è sembrata simile a quella del Graal, in fondo era un calice pure quello, gli sono stati appresso in tanti per secoli, l’hanno raccontato come si racconta un fantasma in letteratura e in musica e tutti abbiamo fatto il tifo per questo e per quello, divertendoci pure, in certi casi, parecchio.
Chissà se nel 2019 riesco a occuparmi finalmente e in pieno della relazione arte-vino.
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IL NATALE DEL GIOVANE WERTHER, 2: NELLA CALMA AMOREVOLE DELLE TUE BRACCIA

 

Henri Matisse, Pasiphae, 1944

Nella puntata numero 1 del nostro racconto di Natale, quindi, qui, abbiamo presentato la figura di Werther.
Che si è già innamorato di Charlotte, che ha incontrato nella cittadina di Wetzlar, dove è andato a rifugiarsi in cerca di solitudine e di ispirazione, inebriandosi della natura dei dintorni, «di bellezza indicibile».
Con Lotte deve essere successo qualcosa, ben al di là dello scambio intellettuale, delle letture comuni e di una frequentazione in apparenza innocente.
In apparenza.
Perché lei lo ha allontanato, imponendogli  di non ritornare prima della vigilia di Natale.
Ma lei, che pure aveva pensato di dargli in moglie una delle sue amiche, senza trovarne però una all’altezza, si rende conto, nell’assenza, di quanto lui le sia diventato «indicibilmente caro».
Difficile per la donne, soprattutto all’epoca, fare chiarezza nei propri sentimenti.
Werther ritorna: «Che importa tutto questo…eccomi».
E, al ritorno di Werther, ecco presentarsi per la prima volta nella tragedia che si sta delineando il tema dell’abbraccio.
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IL NATALE DEL GIOVANE WERTHER: 1. LE LACRIME IN TASCA

Werther e Charlotte

Per molto tempo, i doganieri per me sono stati solo quelli della casa della poesia di Montale:
Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto…
E ciò fino a che non cominciarono a infilarsi nella mia vita i doganieri quelli veri.
Che mi chiedevano, con aria inquisitoria e accento lombardo, che cosa c’era nel pacchetto a me destinato che veniva dall’Australia e che era stato evidentemente fermato a Malpensa.
Per scendere fino a Roma il prezioso involucro ha bisogno di una mia dichiarazione nella quale confermo qual è il suo contenuto e a quanto ammonta il suo valore. Cerco sempre di farla breve, ammetto che lì dentro
ci sono due (certe volte, dipende da come sto messa a soldi, tre) flaconi  di gel per il contorno occhi.
(Sul valore della merce scivolo sempre via, intenerita dalla perenne ingenuità maschile sui costi di gestione della cosmesi femminile: «Scrivo meno di euro 100,00?». «Infatti, proprio come dice lei»).
I gel mi servono come routine.
E poi, lei deve capire, certe volte mi servono pure in emergenza, perché io sono, a tutti gli effetti, una piagnona. Continua a leggere

UOMINI SENZA DONNE

Stuart Davis, Men Without Women, 1932

Vediamo se ci siamo: una spider decappottabile; una pompa di benzina; un pacchetto di sigarette; sigari; barca a vela; tabacco e un sacchetto di tabacco; carte da gioco; fiammiferi; insegna di barbiere; campana di una nave.
Questo è un uomo.
Almeno secondo la visione che di un uomo ha Stuart Davis, insieme a Hopper, l’altro grandissimo artista americano degli anni ’30.
Tutto il contrario di Hopper, visto che Davis è estroverso, loquace, spiritoso, ottimista.
Sensibile al Cubismo, anticipatore della Pop Art per via della sua passione per gli oggetti, uno cui dovrebbero guardare tutti coloro che si occupano di pubblicità, visto che il suo catalogo è pieno di dipinti nei quali compaiono prodotti che per noi diventano subito desiderabili.
Ma oggi Davis ci interessa per il murale che gli venne commissionato nel 1932 per il lounge riservato ai fumatori (maschi) nel Radio City Music Hall, quel tempio dello spettacolo del Rockefeller Center nel quale, se ricordate, finisce anche il giovane Holden durante le sue peregrinazioni newyorkesi, scocciandosi a più riprese, per il varietà e per il film di quell’Alec vattelappesca che aveva perso la memoria.
Eccetera.
Ma il giovane Holden arriva una ventina di anni dopo.
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A PERDITA D’OCCHIO: 13 DICEMBRE SANTA LUCIA

Francesco Del Cossa, Santa Lucia, 1472-73

Basta avere un seppur lieve difetto di vista (io, per esempio, sono miope), o aver sofferto, o visto qualcuno soffrire, di una patologia oculistica, ed ecco che si diventa devoti a Santa Lucia.
Pure se non si è credenti, pure se  si crede in altro, eppure il fascino dei santi, e di lei in particolare, è irresistibile.
Cominciamo con il dire che Lucia è una figura storica, vissuta e morta a Siracusa sotto Diocleziano.
Quello che sappiamo di lei è che, riconoscente per la guarigione della madre, miracolosamente avvenuta al santuario di Sant’Agata, decise di donare tutti i suoi beni ai poveri, attirandosi così l’ira del suo promesso sposo, che, evidentemente, era dotato di un forte senso, chiamiamolo, pratico.
Lui, allora, andò dal giudice Pascasio e la denunciò come cristiana. I tempi erano quelli che erano, e lei fu trascinata davanti a lui. Si rifiutò, però, di abiurare.
Fu dunque condannata a essere trascinata in un bordello.
(Le donne, si sa come punirle).
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WHATSAPP IN FORMA DI HAIKU

Per prima cosa, le spunte.
Così ce le togliamo di mezzo.
Ho chiesto ai miei due contatti, che poi solo contatti non sono, perché sono entrambi miei studenti, quindi sono qualcosa di più di uno sfioramento, che hanno  disattivato le spunte, perché lo avevano fatto.
Ora, secondo me, WhatsApp senza le spunte è come la carbonara senza il guanciale e senza l’uovo; come il Natale senza regali; come la cena senza vino; come la mostra multimediale senza opere vere.
Una cosa in bilico fra l’assurdo e la perversione.
No, dico, se tu usi WhatsApp, ti prendi pure le spunte.
E se non sopporti il confronto con le spunte (e ti capisco), allora trova un altro dispositivo veloce di messaggistica. Questo qui è istantaneo per nascita e vocazione.
Quindi, se fai vedere che hai ricevuto (spunte blu) dopo due ore e mezzo o se non fai vedere niente (spunta grigie)  costantemente, facciamo che comunichiamo in altro modo.
Oppure, che non comunichiamo per niente.
La vita è stramba, illogica, priva di senso, non vedo perché aggravarne la percezione via WhatsApp.
Lo so, che non ci capiamo.
Peggio sarebbe se non avessimo niente da dirci.
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BUONA DOMENICA

Paul Signac, Un dimanche, 1888-1890

Voi la domenica che fate?
Io da un pezzo, anzi, da sempre, la domenica faccio la medesima cosa: studio.
Studiavo già da ragazzetta, alle scuole medie, quando però la domenica mattina aveva un  momento elettrizzante, quello che seguiva alla parrocchia e che sfociava clandestinamente nell’autoscontro allestito non lontano dalla chiesa, a Trionfale.
(Sospetto da tempo che una stagione di miei terribili mal di schiena, intorno ai trent’anni, abbia tutta avuto origine proprio lì. Quelle macchinette erano indemoniate e le più ricercate erano le botte frontali. Le conseguenze non avrebbero tardato a manifestarsi).
Al ginnasio, proprio non se ne parlava.
L’uscita del sabato pomeriggio, per tre ore di cinema o, sempre più clandestinamente, in discoteca, con la necessità subito dopo di togliersi di dosso l’odore di fumo, dalla faccia, il trucco e dagli abiti la provocazione, l’uscita del sabato pomeriggio, dicevo, si scontava con un’adesione totale, che durava dalle 9 alle 21 con pausa pranzo, alla scrivania, la domenica.
Insomma, una vita in décalage.
Che in francese è quella cosa che mi fa stare tanto male che è il fuso orario.
Ma che è anche la possibilità di vivere senza fare del tutto quello che fanno gli altri.
Proviamo a ragionarci.
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