LA PERSECUZIONE DEL BAMBINO GRASSO

Semel in anno, quello significa.
Una sola volta l’anno.
E poi dice in anno, mica in settimana, oppure in giorno.
Quindi, solo una sola volta l’anno è lecito andare a letto senza struccarsi.
Tutte le altre notti, pure se una ha ballato sui tavoli di un locale fino all’alba, oppure ha lavorato perché era di turno, o è stata magnetizzata dalle pagine di un romanzo o da un uomo meglio (peggio) di Romeo, che proprio non si decide ad andarsene («I would I were thy bird», W. Shakespeare, Romeo and Juliet, 2, 2. Esplicito, il ragazzo), una donna, prima di appoggiare il capo sul cuscino, deve procedere a quell’operazione che si chiama struccatura.
Complessa, lunga, fondamentale per mantenere sana la pelle.

Baudelaire ha scritto un bellissimo Eloge du maquillage.
All’elogio del démaquillage, ci penso io.

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DELL’OTTIMISMO E DI CHI CE L’HA

 

Ieri ho messo la sveglia alle 5:30.
L’ora era infame per due motivi sostanziali: perché era notte fonda e perché alla radio c’era solo una replica di una trasmissione di scienze e non c’era nemmeno un umano a dirti buongiorno.
Avevo un impegno di lavoro presto e i tempi della mia preparazione mattutina si attestano fra quelli di Napoleone quando stava a Sant’Elena, due ore e mezza e quelli di Victoria Beckham,  quattro ore.
Escludo che l’Imperatore tenuto al confino in mezzo al nulla si comportasse nel medesimo modo quando stava sul campo di battaglia e dormiva in un lettuccio di ferro, ma non ho notizie certe.
Di Victoria Beckham non so altro, comunque, la capisco.
Lei vuole uscire di casa in forma e io lo stesso.

La conseguenza della levataccia è stata che alle ore 11:00 avevamo finito e un mio squisito amico e collega, pure con una bella macchina nuova, mi depositava a piazzale Flaminio.
Praticamente mettevo piede a piazza del Popolo, la mia piazza prediletta, passando come sempre sotto la Porta, proprio come fece Goethe arrivando dalle mie parti, con quattro ore di anticipo rispetto alla mia lezione delle 15:00.

Quando si dice, il décalage e tutte le sue conseguenze.

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FENOMENOLOGIA DELLA DOMESTICA, 6: dove sono gli uomini? DULCIS IN FUNDO, 2

Ildebrando D’Arcangelo, Don Giovanni, a sinistra e Erwin Schrott, Leporello, Mozart/Da Ponte, Don Giovanni

La nobiltà ha dipinta  negli occhi l’onestà
(Mozart/Da Ponte, Don Giovanni)

Gli uomini, dipende da quando li incontri
Non so se sia quella cosa che si chiama tempistica. Non è un calcolo semplice, dipende da loro e da te, cioè dalla fase della vita nella quale stanno loro e dalla fase della vita nella quale stai tu.
Ne parlavo l’altro giorno con una cassiera del supermercato che, durante la pausa, prendeva il caffè al tavolo del bar con uno dei ragazzi.
Avevo fatto la spesa e mi sono fermata a salutarli.
Lei diceva che lui le sembrava suo figlio, io dicevo che a me sembrava un uomo giovane, certo, ma adulto, insomma, lui non suscitava in me nessun sentimento materno.
Il giovane uomo adulto (trentuno anni) ci guardava un po’ imbarazzato e un po’ incuriosito. Non so se aveva voglia di squagliarsi o di stare a vedere dove saremmo andate a parare.
Io ho fatto tutto un ragionamento secondo il quale ci sono uomini che una donna dovrebbe cogliere il più presto possibile, perché poi si guastano.
Altri che, invece, acquisiscono spessore con il tempo.
E poi dipende dalla fase esistenziale nella quale sta una donna.
In tutto questo, ha ragione il mio medico di riferimento, che usa spesso metafore e paragoni e che una volta mi ha parlato del tè, ovvero di un’infusione, che ha un sapore diverso a seconda di quando lo bevi.
Per esempio, quello che prendo io la mattina, sempre il medesimo perché sono una persona abitudinaria, sta in infusione quattro minuti.
Misurati con il timer che poi fa clic e suona.
Come dice il mio medico, se tu bevi il tuo tè troppo presto, non sa di niente.
Se aspetti troppo, diventa amaro perché il tannino è uscito fuori.
Ma sempre del medesimo tè si tratta.
Pure certe persone diventano amare se aspetti troppo. E un attimo prima erano insipide, dunque, imbevibili.
E sempre delle stesse persone si tratta.

Comunque, con tutti i calcoli e tutta la tempistica possibili, valutando tutto, troppo presto, troppo tardi, il momento è propizio, anzi, non lo è per niente, vi dico che io non ho mai incontrato in nessuna fase della vita mia o della vita sua e in nessuna età, né mia né sua, un uomo come Don Giovanni.

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FENOMENOLOGIA DELLA DOMESTICA, 5: dove sono gli uomini? DULCIS IN FUNDO, 1

Gustave Caillebotte, Le déjeuner, 1876

Uno dice e che ci vuole.
Beh, insomma.
Per prima cosa, il treno.
Un espresso che sembrava quello sul quale mia madre caricava alla fine della scuola i tre figli per portarli nel Piemonte natale perché lavassero nei fossi che abbondavano da quelle parti l’eventuale accento romanesco, come se là parlassero meglio, con tutte quelle e aperte, il Gigi e la Gabriella, andiamo, su, però c’erano i conigli nella stalla della cascina del nonno, e le galline che facevano le uova.
E poi c’era la bicicletta.
Comunque, ciao neh.
Dicevo, l’espresso. Che secondo me era rimasto quello, la linea corrisponde.
Solo che io mi fermavo prima e scendevo a Massa.
Scendevo a Massa perché un anno ho insegnato all’Accademia di Carrara.
Uno dice Massa-Carrara.
E che ci vuole.
Ci vuole che fra Massa e Carrara ci sono sette chilometri e che non c’era nessun mezzo per farli.
Un collega mi dette un consiglio: «Tu ti porti la macchina alla stazione di Massa e fai avanti e indietro».
L’unico problema era che poi sarei rimasta senza macchina a Roma.
E che ci vuole.

Fatto sta che non seguii il consiglio.

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FENOMENOLOGIA DELLA DOMESTICA, 4: dove sono gli uomini? seconda parte

James Bond e Oddjob in Goldfinger, 1964

Il guardaroba maschile è difficile da cambiare perché esso si iscrive nel reale. Si spiega, ha un senso, corrisponde a dei bisogni. Il jeans è un vestito da lavoro. L’abito intero è stato per molto tempo la tenuta della rispettabilità, in senso largo. Ma è stato rimpiazzato negli open spaces da altre uniformi, come jeans-baskets. Oggi un uomo porta un abito intero nei momenti di fragilità, come per meglio affermarsi: durante un colloquio di lavoro, davanti a un giudice.
Ma più che la rimessa in discussione del maschile, ci si può anche leggere la ricerca del confort.

Marc Beaugé, direttore di redazione della rivista di moda maschile L’Etiquette

Se non ce ne fossimo accorti, gli uomini indossano tutti un’uniforme, cosa che li rende riconoscibili al volo, basta saper guardare.
Il creativo, il giurista, il commerciante, l’intellettuale, l’artista, lo scienziato, il ladro di polli.
E ciò diversamente dalle donne, che confondono le tracce, per cui, per esempio, un paio di giorni fa sono andata a farmi visitare da una signora con una pettinatura spiritosa, i tacchi troppo alti per la mattina e una maglia in lurex: che poi fosse un medico, lo si capiva solo per dove stava.
Nemmeno un camice a salvare il salvabile.

Poi dice che uno ha dei dubbi.
Pure sulla diagnosi.

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FENOMENOLOGIA DELLA DOMESTICA, 3: DOVE SONO GLI UOMINI? prima parte

Mandrake e Lothar

«Che cosa comporta, esattamente, essere un uomo, uno vero? Repressione delle emozioni. Far tacere la propria sensibilità. Avere vergogna della propria delicatezza, della propria vulnerabilità…Non domandare aiuto. Dover essere coraggioso…Dare prova d’aggressività. Riuscire socialmente, per pagarsi le donne migliori…».
Se lo dice lei, Virginie Despentes, scrittrice e punk, avrà ragione. Ho un po’ pulito queste sue dichiarazioni, anche perché di altro, come, per esempio, di dimensioni e capacità performative, lascio discutere lei, omosessuale e femminista, che avrà senz’altro fatto l’esperienza di ciò di cui parla.
Siamo in King Kong théorie, e siamo ai nostri giorni.
Ma che relazione hanno gli uomini fra di loro quando la storia li porta a essere uno padrone e l’altro servo?

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FENOMENOLOGIA DELLA DOMESTICA, 2: le relazioni pericolose

Jean-Etienne Liotard, Dama vestita alla turca e cameriera, 1742

Relazioni morbide, quelle che intrattengono fra loro le donne.
Anche nel senso originario del termine, malsano, da morbus, perfettamente conservato, per esempio in francese, morbide.
Relazioni mai statiche, in spostamento continuo, madre e figlia, sorelle, cognate, amiche.
Serva e padrona.
Qui, poi.
Alleate o rivali, a turno e a seconda di come tira il vento.
E ciò soprattutto fino a quando il padrone di casa, marito della signora, poteva permettersi di prendersi con il personale di servizio delle libertà oggi diventate, per forza di cose, meno frequenti.
Vediamo di mettere nero su bianco qualche appunto.

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FENOMENOLOGIA DELLA DOMESTICA, 1: primi appunti

Alfredo Annina, donde vieni?
Annina  Da Parigi.
Alfredo Chi tel commise?
Annina Fu la mia signora.
Alfredo Perchè?
Annina Per alienar cavalli, cocchi,
E quanto ancor possiede…
Alfredo  Che mai sento!
Annina Lo spendio è grande a viver qui solinghi…
Alfredo E tacevi?…
Annina Mi fu il silenzio imposto.

(Giuseppe Verdi, Francesco Maria Piave, La Traviata)

Da un capo c’è la servetta così ben descritta dal mio galateo degli anni ’50. Si chiama Assuntina o Erminia, a una certa ora domanda se può scendere a comprare il latte; è tentata «dall’intero corpo dei vigili urbani allogati nella caserma di fronte»;  ama la saponetta alla rosa, la Nuit de Pompei, non gradita alla signora, che le procura, in alternativa feriale, «un sapone igienico, di modesto ma pulito profumo», consentendo che il sentore suddetto rimanga «per la ragazza quello inebriante della libertà e della domenica»; è distratta e, a fine faccende, dimentica lo strofinaccio su un vassoio e la scopa dietro la porta; ha nostalgia delle fiere paesane e «allinea i soprammobili come cianfrusaglie su quegli allettanti e confusionari banchi di vendita».

Dall’altro capo, c’è Mr Carson, il maggiordomo di Downton Abbey.

In mezzo, fra un capo e l’altro, c’è tutto il personale domestico, che potete chiamare come più vi piace e che, da che mondo è mondo, si prende cura di una casa e delle persone che ci abitano.

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SEMPLICE: LA CAMICIA BIANCA

Cary Grant in Intrigo internazionale, Alfred Hitchcock, 1959

È così facile: gli uomini vedono quello che hanno.
Le donne non vedono quello che hanno.
Ed è questo il motivo per cui gli uomini hanno pochi problemi di guardaroba e le donne, invece, non sanno mai che cosa mettersi.
Non sto parlando solo di quello che hanno appeso nell’armadio.
Gli uomini se la sbrogliano facilmente anche al cinema, per esempio uno come Cary Grant, in questo caso Roger Thornhill, riesce a farsi tutto il film, inseguito, perseguitato, sbattuto sui giornali in prima pagina, indossando semplicemente una camicia bianca.
Che si cambia a metà film, tirandone una nuova fuori dalla scatola: tale e quale.
Ora vi racconto.

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ME, MYSELF AND I

Lorenzo Lotto, Triplice ritratto di orefice, 1530

Potessi un giorno
camminare da solo
ma solo solo
non come vado adesso
solo
ma solo solo
senza me stesso

(Antonio Delfini)

«Il termometro adotta una lega di gallio, indio e stagno, assolutamente atossica ed ecologica, che consente di smaltire senza controindicazioni il termometro».
Faccio colazione, prendo il pennarello rosso e segno con un cerchietto il secondo termometro.
Un pronome, no, eh, in due righe ci piazzate una ripetizione. E avete pure fatto disegnare da qualcuno lo scatolino, con la marca e il resto.
Il termometro è ecologico, quindi non si muove da dove sta, a dar retta a lui ho 35,9, dunque sono un cadavere.
E tale mi sento.
Se il termometro funzionasse, avrei la febbre.
Ma poco importa.
Importa che al primo freddo abbia avuto subito problemi di voce, quindi sospendo tutta l’attività professionale da qui a data da destinarsi.

Devo decidermi, cambiare mestiere e andare a fare la cameriera in una pizzeria. Lì, la voce, la usi poco o niente.
Prendi le ordinazioni, sorridi, assegni le pizze, quando c’è, intaschi la mancia.
E hai fatto.

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