Pane e vino (page 1 of 2)

Insieme all’olio e al sale, la base della vita. Elementi cristologici per antonomasia, i primi due, che danno il titolo alla nostra Rubrica; poi, l’olio, che nei sacramenti battesimo ed estrema unzione segna il nostro inizio e la nostra fine; e il sale, cui è rimasto legato il senso di ciò che riceviamo in cambio per il nostro lavoro, il salario. Accanto a considerazioni diverse, anche i luoghi dove si beve e si mangia, poi le ricette e tutto ciò che l’appetito ci suggerisce.

CON LA CARTELLA A TRACOLLA E IN TASCA LA MELA

Amanda Sthers, Pomme au caramel

1 mela; 12,50 g di burro; 12,50 g di zucchero di canna. Per servire: Nutella, foglie di menta.
Lavate la mela e tagliatela in dodici spicchi; eliminate i semi e il torsolo; fate fondere il burro in una padella, aggiungete lo zucchero e mescolate  fino a ottenere un caramello; immergete gli spicchi di mela e fateli imbiondire rimescolando. Ricostituite la forma della mela, disponete un filo di cioccolato per disegnare il gambo e due foglie di menta per rappresentare il fogliame.
Vedrete: alla fine sembra la pochette di un disco dei Beatles. È un omaggio a New York, la Grande Mela, che potete completare con una boule di gelato alla vaniglia

A guardare un carrello del supermercato di donne che hanno figli ragazzini, c’è da farsi venire dei dubbi sulla qualità dell’amore materno: merendine, biscottini, gelatini, cioccolatini, caramelline, budinini, muffini, girelline, plumcakini, kinderini, ovettini, snackettini, fiestine, fruttini, tutta roba che io, personalmente, non considererei commestibile nemmeno su un’isola deserta e senza altro cibo a portata di mano.
Ma come si fa a dare da mangiare a un figlio in questo modo.
Qui il discorso sembra parallelo a quello che riguarda gli animali, per cui cani e gatti sono nutriti solo con croccantini e scatolette e se uno dice ma come mai, trovi pure qualcuno che ti risponde che è solo così che i cani e i gatti arrivano all’età veneranda che consente loro di stare a fare compagnia ai padroni per un sacco di tempo.
Io ho avuto due gatte in tempi successivi, non mangiavano solo croccantini e scatolette, mangiavano pesce surgelato, fatto bollire con qualcosa dentro, carne di pollo, a una piacevano gli asparagi, me ne accorsi una volta che li lasciai, appena bolliti, a freddare su un canovaccio sul tavolo della cucina, quando rientrai le punte erano scomparse ed erano rimasti solo i gambi, tutti belli allineati, i gatti, si sa, sono animali ordinati.
Se in natura essi mangiano topolini, uccellini, insetti e lucertole, ti viene il dubbio che in casa non possano solo gradire i croccantini.
Insomma, non dico di fare come quelli che hanno il pitone e tengono in freezer i sorcetti che scaldano al microonde perché altrimenti, se sono freddi, la loro bestiola non li riconosce come commestibili.
Però.

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LA SOLITUDINE DELLA LASAGNA

Quel che va bene non risiede nel veloce o nel lento ma nel giusto mezzo

(Aristotele,  «Retorica», ma  anche e soprattutto Francesca Rigotti,  «La filosofia in cucina», 1999)

È il trentaduesimo piercing che si era fatto in faccia una mia studentessa. Trentadue buchi in faccia.
Allora intervenni, anche se di solito mi faccio i fatti miei.
Lei già mi aveva detto che aveva problemi in famiglia (e chi non ne ha).
Le chiesi se aveva voglia di parlare di come si stava conciando, le dissi che i buchi non si chiudevano e che, almeno, questo avrebbe dovuto saperlo.
È l’ennesimo tatuaggio, al punto che non hai più un centimetro di pelle libera, manco fossi il carcerato che deve stare dentro fino alla fine dei suoi giorni o il marinaio, inchiavardato all’albero della sua nave, che poi, nella sostanza, è la medesima condanna.
Sono i seni della sesta misura chiesti al chirurgo, perché quelli della quarta, che già sono ingombranti, sembrano piccoli.
È il pene ingrossato, ancora una volta chirurgicamente, fino a comprometterne la funzionalità.
È l’ennesima iniezione in viso o in bocca, per la quale non sai se mettere la camicia di forza alla paziente o mettere al gabbio chi gliel’ha fatta, cancellandole i lineamenti e riducendo una donna che aveva avuto bellezza e sensualità a una zampogna quando il montanaro ci soffia dentro.
È il tiramisù, il dolce più idiota che ci sia sulla faccia della terra, lo sa fare anche un impedito culinario ed è soprattutto il responsabile della scomparsa dai frigoriferi dei supermercati delle vaschette piccole di mascarpone: che da solo è buonissimo e che la mia compagna di banco delle elementari mangiava a ricreazione messo dentro la rosetta, stando sazia fino all’ora di pranzo.
Se vuoi comprare il mascarpone, oggi ti devi accollare il mezzo chilo abbondante.
È il Montblanc, al quale non bastano le castagne, che già riempiono, ma che deve ornarsi pure delle meringhe e della panna.
È l’ottavo matrimonio della diva, come se un matrimonio da solo non bastasse per farti capire che aria ci tira dentro.
È la Nutella mangiata oltre la pubertà, che per i maschi arriva in media a undici anni e mezzo.
Primo segno: l’ingrossamento dei testicoli. Segnale che significa alcune cose molto chiare, per esempio che quel barattolo con quella roba dentro, molle e vischiosa, lo devi mettere da parte e prepararti, nel giro di qualche tempo, a mordere una tavoletta di cioccolato autentico e fondente, casomai direttamente dalla bocca di una donna.

È il troppo che stroppia, è il limite superato.
È il pesante, l’indigeribile, l’eccesso.

È la lasagna.

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IN TUTTE LE SALSE: LE DELIZIE DELLE MUSE E LA DOLCEZZA D’AMARE

Cena del 13 dicembre 1924

La congiura sembra ben orchestrata: questi non ti lasciano in pace nemmeno a tavola.
Questi, chi.
Questi che tutto analizzano e mettono sotto la lente, questi che fiutano il simbolico anche negli atti più normali del quotidiano.
(Senti chi parla).
Dunque, cerco e trovo che in parecchi hanno idee sul numero ideale dei commensali, in tanti dicono delle cose, suggeriscono, prescrivono.
La congiura riguarda soprattutto l’atto del mangiare da soli, la cui possibilità sembra a tanti remota e ripugnante, come se poi non fosse una condizione moderna, nella più tenera delle ipotesi, contingente (per esempio, in viaggio di lavoro), che rientra se non in una normalità, almeno in una delle tante eventualità che ti propone l’esistenza.
No.
Mangiare da soli sottintende un «manger fonctionnel», ovvero un mangiare pratico ed efficiente, cosa che a me non sembra colpevole ma anche una «regressione narcisistica» e un egocentrismo accettato.
(Quanto mi annoiano questi psicoanalisti. E allora perché li leggi. Per il medesimo motivo per cui sto sui social: perché una volta ogni cento, pagine o post, esce una cosa interessante).

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L’UOMO CAVATAPPI

Gli uomini sono come i cavatappi.
Ce ne fosse uno atto ad assolvere tutte le funzioni di un uomo, scusate, di un cavatappi.
Vi presento la mia dotazione, e sto parlando di cavatappi.
Il primo a sinistra me lo ha regalato un amico produttore di vino quando ho visitato la sua cantina: a doppia leva, funziona perfettamente.
Da un pezzo mi chiedo perché sono andata a cercarne altri.
Di cavatappi.
Il secondo, ancora da sinistra, l’ho comprato a Parigi, perdendoci mezzo pomeriggio appresso.
Avrei potuto visitare un museo.
Se devo essere sincera, la cosa che fa meglio è togliere la capsula, nel senso che è tagliente, incisivo, quindi, lascia il segno.
Poi però mi sfinisce quando arriviamo al dunque.
Estrarre il tappo.

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RIMEDI, 1. POLPETTE PER CUORI INFRANTI

Le mie polpette per cuori infranti

Solo alla morte non c’è rimedio

Esami, la sessione più recente.
Quale sia stato il motivo per cui l’atmosfera è diventata confessionale, non è dato saperlo. Fatto sta che gli studenti, praticamente tutti, sono venuti a raccontarmi i fatti loro.
Prima non era successo.
Delle due, l’una: 1. La responsabilità (il merito, la colpa) era dell’aula nuova dove ci eravamo sistemati. 2. Avevano avuto bisogno di tempo per fidarsi.

Una ragazza dice subito di essere bulimica.
Si alza di notte e vuota il frigorifero. Ma non finisce lì, perché il vero problema è la zia, sorella della madre, cui lei assomiglia molto.
La donna, quarantenne, vive da sempre fra problemi di cibo e di uomini.
Cibo e uomini, come è noto, fanno da sempre bon ménage.

Io sono di quelli che cercano soluzioni.
Io sono di quelli che credono più nella letteratura che nella psicologia.
Quindi le dico proviamo ad approfittare dell’ossessione, canalizziamo tutto il cibo con cui vieni a contatto, fatti un corso di cucina ad alto livello e comincia a cucinare professionalmente.

Quanto alla zia, falla fuori.
È difesa.
Ed è legittima.
Non puoi vivere avendo davanti un uccello del malaugurio che ti dice che fra vent’anni tu continuerai ad avere problemi di cibo e di uomini.
Non so se la studentessa abbia seguito i miei consigli, fosse solo in parte.

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SE FOSSI UN CIBO SAREI

Salvador Dalì, Cestino del pane, 1926

Primi risultati della mia inchiesta o, se preferite, raccolta di informazioni sull’identità, tema sul quale lavorerò nei prossimi mesi.
Ah, ma vedi tu, che idea straordinaria. Capisco che non lo è, figuriamoci, ma io lavoro sul tema identità/cibo, con risultati che da subito sembrano molto interessanti.
Ecco dunque alcune note aurorali, la mia inchiesta è partita da quattro giorni.

Dunque: se fossi un cibo sarei. Con qualche cenno di presentazione (riportato così come scritto).

Io: un oeuf mollet, cioè una via di mezzo fra l’uovo à la coque, troppo infantile, e l’uovo sodo, troppo definitivo.
Uovo in quanto femmina, fertile, creatrice, ho studiato il tema dell’uovo nell’arte e ho pubblicato un piccolo saggio sull’argomento.
L’oeuf mollet si cuoce in acqua salata e io sono salata. Non mi piace il dolce e sono una piagnona. Le lacrime sono salate, lo dice pure la canzone.

(Video imperfetto, ma perfetta atmosfera anni ’70. Vi piacciono gli anni ’70? A me, per niente).

Inoltre. L’oeuf mollet, una volta sgusciato, ha l’albume che si è rappreso ma che ancora lo tiene insieme e il tuorlo che invece rimane morbido, untuoso e che è capace di colare, graziandola, anche sull’insalata più insulsa.

Oeuf mollet

Sono così: una dura dal cuore tenero, che davanti a qualunque insalata che incontra nella vita, pensa di potercisi riversare sopra per darle un po’ più di sostanza.
(Poi, mica sempre mi riesce).

Donna, adulta, molto intelligente, vita ricca e complessa. Pasta e fagioli. Perché semplice, prodotti che vengono dalla terra, un po’ piccante.

Donna, adulta, generosa, disponibile, affettuosa. Tagliatelle con il ragù. Colore: rosso. Sapore: succulento e pastoso.

Donna, adulta, ottimo carattere di ferro, intelligenza superiore alla media, bella, capace di gestire vita e affetti. Brava in matematica. Piemontese. Il riso. Sono una persona semplice e mi identifico anche per il suo doppio significato. Si accompagna facilmente con tanti altri alimenti e si potenzia.

Donna, adulta, elegante, astratta, divertente, le ha fatto la corte Alain Delon. Filetto saignant (ovvero al sangue). Sono concentrata, forte e sanguinaria. Non soggiogo ma non amo prevaricazioni.

Donna, adulta, simpatica, divertente, intelligente, golosa, ha fame di vita e di arte. Una parmigiana. Si può mangiare fredda, se di malumore e con impellenza; e calda, se si ha più tempo e si è più disponibili.

Donna, adulta, sempre molto abbigliata, sempre molto generosa. Un sughetto piccante. Perché ho bisogno di essere sostenuta. Gnocchi, fettuccine, pasta corta. Umano-dipendente.

Donna, adulta, la conosco da poco, sempre gentile e allegra. Una patata. Sbucciata, cotta calda e condita, sono buona!

Uomo, adulto, serio, posato, gli piace fare ricerca, è un esperto di cinema e di Roma. Un melograno. Per i molti semi, tutti diversi, che lo compongono.

Donna, giovane, esile, elegante, disponibile intellettualmente, affettuosa, molto brava nel suo lavoro. Uno yogurt zero grassi, acido. (Quando le ho detto almeno completo, ha risposto non se ne parla, acido e senza grassi).

Donna, adulta, brava nel fare i conti. Un limone. Un po’ aspro, con la buccia che, grattata, profuma. Pieno di succo.

Uomo, frate carmelitano scalzo, una delle persone più interessanti che abbia conosciuto in vita mia, intelligente, delicato, pieno di attenzioni. Intellettuale. Pane. Mi piace da morire nella varietà delle sue realizzazioni, sempre (quasi) gustoso e con carattere. E poi mi ricorda Gesù, mio modello di vita. Sono un pane ancora in fase di produzione anche se altri già mi mangiano. (Si scusa per il suo italiano, lui è croato, ma a me il suo italiano sembra bellissimo).

Questi i primi risultati a oggi, anche i miei studenti ci stanno lavorando ma loro produrranno non una semplice scheda, bensì un manufatto.
Comunque anche così la visione che ciascuno ha di sé mi sembra parecchio interessante, si possono incrociare i dati, dire a un altro ma secondo te che cibo sono, tornarci sopra a seconda del tempo e dell’umore.
Resta il fatto che, nella durissima difficoltà a conoscere se stessi, forse il cibo aiuta, perché è sempre mezzo di comunicazione e di conforto e perché parla a noi un linguaggio comprensibile.

Ci si ritrova presto per altri dati e notizie.
Contribuite se vi fa piacere con il vostro punto di vista su voi stessi.

Grazie.

L’INVENTARIO, 6. CHE SI BEVE STASERA?

Cartolina postale, Anonimo, Rokoko, Vienna, 1911

 

Ma il vino…è un milieu (un medium) molto complesso del quale possiamo dire che l’essenziale sfugge alle nostre investigazioni

(Jules Chauvet,  vinificatore, chimico, negoziante di vini, degustatore brillante. Il generale de Gaulle è stato un suo grande estimatore)

Giorni fa incontro un collega nel mio supermercato (sono una donna moderna, quindi, solitaria, urban e territoriale. Dunque, qualunque invasione del mio supermercato mi mette in allarme)
Ha nel cestino una bottiglia di vino bianco e una birra.
Ci mettiamo a parlare.
Io voglio parlare di vino.
Lui vuole parlare di Accademia.
Dice che l’Accademia è molto migliorata negli ultimi tempi.
Dico che lo so perché ci sono già passata anni fa e vedo la differenza.
Dico che i nostri studenti non sanno niente.
Ogni volta che dico che i nostri studenti non sanno niente, il collega di turno conferma entusiasticamente.
I nostri studenti non sanno niente né di arte né di vino.
I nostri studenti sono lo specchio perfetto dell’Italia dei nostri giorni.
E allora proviamo a fare qualcosa, con il vino e con l’arte.
Per gli studenti e per l’Italia.

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LA PRIMA MELA

La mia prima mela nel piatto di Blanche Patine ‘Lucy’, fine sec. XIX

Ieri sera, in zona Cesarini, quindi, alle ore 20:25 quando chiudono alle 20:30, ho trovato al supermercato le prime mele.
Amando i cibi semplici, apprezzo molto le mele. Potrei vivere di spaghetti al pomodoro, petto di pollo ai ferri, due foglie di insalata e mele.
Più vino ottimo e variato, e vorrei pure vedere.
Le mele nuove sono buonissime, belle croccanti e piene di promesse.
Ho espresso un desiderio.

La mela più singolare che ho mangiato in vita mia stava in un mese di agosto sulla tavola della cena di un albergo orrendo in Val Senales.
La farmacia più vicina era a 32 chilometri. Se ho resistito è stato solo perché avevo un magnifico romanzo da leggere e perché avevo fatto un patto: una settimana dove piace a te; una settimana dove piace a me.

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QUESTO SENTIMENTO DELL’ESTATE, 7: UNA FREDDURA

«Il vetro rivela in fretta passando
due persone ferme una gelateria

La paletta azzurra lui la avvicina
piena alle labbra di lei, la crema nelle pieghe
del rossetto sfumato. Gli sorride….» (Claudia Crocco, Vetrina)

In vita mia avrò mangiato, sì e no, un paio di gelati.
Anzi, a dirla tutta, ho fatto finta.
Cioè ho fatto in modo, a un certo punto, di liberarmi del bicchierino senza farmi troppo accorgere, certo non del cono, davvero mai mi sarebbe passato per la mente di mettermi a leccare un cono in pubblico.
Ho buttato il bicchierino e ho detto bene, possiamo andare.
Fino alla prossima volta, fino a quando qualcun altro non mi dirà, certe volte dandomi di gomito, altre addirittura strizzandomi l’occhio, «e adesso ti offro un megagelato».

Io odio il gelato.
Ecco,  l’ho detto.

Odio quell’alimento pesante, appiccicoso, quel gelo pastoso prima in bocca, poi giù fino allo stomaco.
A me il gelato me lo offre chi non mi conosce; a me, chi mi conosce mi offre un bel calice di un freddissimo Franciacorta. E se davvero mi vuole bene, mi propone tutta la bottiglia.
Io, del gelato, odio tutto.

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PANEGIRICO DEL PETTO DI POLLO

Sano, semplice, più economico di una bistecca di manzo, con il termine francese che lo indica, blanc de poulet, che contiene la magica parola bianco, il petto di pollo è quello che ci vuole per far felice una donna. Almeno, una donna del mio genere, di quelle che, come la Tosca di Puccini, vivono d’arte e di amore e si interessano al cibo soprattutto in senso estetico e concettuale.
Voi dite che è un piatto da malati? Forse, però tutta la dieta della persona delicata è suggestiva, minestrina in brodo con dentro un pezzetto di stracchino, riso all’inglese, prosciutto crudo, due foglie di lattuga, tre zucchine lesse.
A proposito di verdure lesse, ora vi racconto brevemente la storia delle mie tre vaporiere, tutte appartenenti alla mia età adulta, quindi a una vita che, finalmente, si era fatta interessante.
Statemi a sentire.

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