Pane e vino

Insieme all’olio e al sale, la base della vita. Elementi cristologici per antonomasia, i primi due, che danno il titolo alla nostra Rubrica; poi, l’olio, che nei sacramenti battesimo ed estrema unzione segna il nostro inizio e la nostra fine; e il sale, cui è rimasto legato il senso di ciò che riceviamo in cambio per il nostro lavoro, il salario. Accanto a considerazioni diverse, anche i luoghi dove si beve e si mangia, poi le ricette e tutto ciò che l’appetito ci suggerisce.

LA PRIMA MELA

La mia prima mela nel piatto di Blanche Patine ‘Lucy’, fine sec. XIX

Ieri sera, in zona Cesarini, quindi, alle ore 20:25 quando chiudono alle 20:30, ho trovato al supermercato le prime mele.
Amando i cibi semplici, apprezzo molto le mele. Potrei vivere di spaghetti al pomodoro, petto di pollo ai ferri, due foglie di insalata e mele.
Più vino ottimo e variato, e vorrei pure vedere.
Le mele nuove sono buonissime, belle croccanti e piene di promesse.
Ho espresso un desiderio.

La mela più singolare che ho mangiato in vita mia stava in un mese di agosto sulla tavola della cena di un albergo orrendo in Val Senales.
La farmacia più vicina era a 32 chilometri. Se ho resistito è stato solo perché avevo un magnifico romanzo da leggere e perché avevo fatto un patto: una settimana dove piace a te; una settimana dove piace a me.
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QUESTO SENTIMENTO DELL’ESTATE, 7: UNA FREDDURA

«Il vetro rivela in fretta passando
due persone ferme una gelateria

La paletta azzurra lui la avvicina
piena alle labbra di lei, la crema nelle pieghe
del rossetto sfumato. Gli sorride….» (Claudia Crocco, Vetrina)

In vita mia avrò mangiato, sì e no, un paio di gelati.
Anzi, a dirla tutta, ho fatto finta.
Cioè ho fatto in modo, a un certo punto, di liberarmi del bicchierino senza farmi troppo accorgere, certo non del cono, davvero mai mi sarebbe passato per la mente di mettermi a leccare un cono in pubblico.
Ho buttato il bicchierino e ho detto bene, possiamo andare.
Fino alla prossima volta, fino a quando qualcun altro non mi dirà, certe volte dandomi di gomito, altre addirittura strizzandomi l’occhio, «e adesso ti offro un megagelato».

Io odio il gelato.
Ecco,  l’ho detto.

Odio quell’alimento pesante, appiccicoso, quel gelo pastoso prima in bocca, poi giù fino allo stomaco.
A me il gelato me lo offre chi non mi conosce; a me, chi mi conosce mi offre un bel calice di un freddissimo Franciacorta. E se davvero mi vuole bene, mi propone tutta la bottiglia.
Io, del gelato, odio tutto.
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PANEGIRICO DEL PETTO DI POLLO

Sano, semplice, più economico di una bistecca di manzo, con il termine francese che lo indica, blanc de poulet, che contiene la magica parola bianco, il petto di pollo è quello che ci vuole per far felice una donna. Almeno, una donna del mio genere, di quelle che, come la Tosca di Puccini, vivono d’arte e di amore e si interessano al cibo soprattutto in senso estetico e concettuale.
Voi dite che è un piatto da malati? Forse, però tutta la dieta della persona delicata è suggestiva, minestrina in brodo con dentro un pezzetto di stracchino, riso all’inglese, prosciutto crudo, due foglie di lattuga, tre zucchine lesse.
A proposito di verdure lesse, ora vi racconto brevemente la storia delle mie tre vaporiere, tutte appartenenti alla mia età adulta, quindi a una vita che, finalmente, si era fatta interessante.
Statemi a sentire.
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MEGLIO UN UOVO OGGI

A dare un’occhiata intorno, un blog di successo ha caratteristiche precise.
Fa vedere borse e scarpe, cosa che a me non passa nemmeno per la testa, uso una sola borsa, seppure piuttosto bella e non sono una maniaca delle scarpe; mostra continuamente vestiti diversi e io sto sempre vestita nel medesimo modo; pubblica le foto delle vacanze in posti esotici e io non sono mai stata in un posto cosiddetto esotico in vita mia.
Ma, come tutte le blogger che si rispettino, ho anch’io il mio asso nella manica e colgo al volo un’altra possibilità.
Dunque, eccomi a darvi alcune delle mie ricette di cucina, cominciando da quella che realizzo più spesso e con un certo talento, forte anche del fatto che il mio piatto può essere servito a tutti e tre i pasti principali della giornata, per non parlare di quanto sia opportuno portarselo in viaggio o gustarlo in mezzo alla natura per una di quelle occasioni che i pittori ci hanno insegnato a chiamare déjeuner sur l’herbe.

Ecco, dunque, per voi, il mio: uovo sodo.
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SAPER CUOCERE UN UOVO: PICCOLA STORIA DELL’ARTE VISTA DALLA PARTE DEL ROSSO E DEL BIANCO

(Questo piccolo saggio, in realtà un divertissement, è già apparso nella rivista ‘Zeusi’. Ho tolto le note e aggiunto un po’ di immagini in modo da renderlo più digeribile. Visto che parla di uova e che in tanti ne diffidano perché dicono che fanno male a questo e a quello, pure se non è vero, è meglio andarci cauti)

Piero della Francesca, Pala di Brera, 1472

  «Non sapete come quietare un bambino che piange perché vorrebbe qualche leccornia per colazione? Se avete un uovo fresco sbattetene bene il torlo in una tazza in forma di ciotola con due o tre cucchiaini di zucchero in polvere, poi mescolate soda la chiara ed unitela in modo che non ismonti. Mettete la tazza davanti al bambino con fettine di pane da intingere, colle quali si farà i baffi gialli e lo vedrete contentissimo» (Pellegrino Artusi, Ricetta 719. Un uovo per un bambino, La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, 1910)

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LE SERE IN TRASPARENZA

Con Montale, ‘praticammo con cura il carpe diem’.
Nel senso che decidemmo di chiedere tutto e subito. E di tutto vivere e utilizzare: soprattutto i sentimenti, nel senso che volevamo sentirli appieno.
C’è qualcuno che ha qualcosa in contrario?
Oddio, non sempre fu possibile. Per esempio, le scarpe nuove. E se viene a piovere?
E, poi, le bottiglie di vino.
E se succede qualcosa di ancora più importante?
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Fin ch’han del vino

«Fin ch’han del vino»: storie enologiche fra arte, vita e territorio*

 «Vini del Capo dopo la minestra, vino bianco secco con il pesce, tranne che il pesce non sia cotto nel vino rosso, ché allora un Ravello rosa è l’ideale per fargli compagnia, Borgogna, Lambrusco o Corato per l’arrosto, Falerno o Alicante con il dessert, champagne, dopo. In Francia uno sbaglio nella scelta dei vini suscita sdegno; mal elevé è l’aggettivo più benigno con cui si definisce l’inesperto»

Voi fateci caso: se pure le persone che siedono al vostro tavolo al ristorante o quelle che vi hanno invitato a cena e fatti accomodare in sala da pranzo rientrano nella categoria, aliena e vagamente triste, degli astemi, in giro c’è un sacco di gente che beve. Continua a leggere