Ispirazione (page 1 of 5)

Mi ispirano molte cose, alcune persone, città, film, romanzi, riviste, luoghi, umori. Ve li racconto, in modo che possiate trarre anche voi ispirazione da tutto ciò che aiuta a stare al mondo.

FORMULE

Il fondotinta. Mi trucco da quando avevo dodici anni.
Ero fisicamente arrivata alla forma adulta che ho adesso, quindi, ci stava.
Correttore e fondotinta.
E ciò nonostante tutti gli sforzi, spesso poco gentili, fatti da mio padre per dissuadermi.
Ora, non è che mio padre pensasse che ero troppo giovane.
Mio padre non pensava.
Semplicemente, si capiva che lui riteneva che le donne dovessero essere modeste.
Anche intellettualmente.
(Stai fresco).
Superata la fase adolescenziale del fondotinta Gemey della Standa, reparto profumeria, approdai a cose più personalizzate, fino ad arrivare a quello che sarebbe stato per anni il mio prodotto.
Il solo fatto di essere giunta all’agognata marca giapponese, mi dava il senso di un traguardo.
Quando i giapponesi ebbero l’idea geniale di cambiare linea, iniziò una delle fasi più oscure della mia esistenza.
All’epoca facevo lezioni di English conversation con un tipetto americano, dal quale mi feci aiutare a scrivere una lettera di fuoco all’azienda.
Che stava a Tokyo e che non mi ricordo come raggiunsi, forse erano i primi anni di internet.
Il contenuto della mia rimostranza si basava sul fatto che la new formula del loro prodotto era una schifezza (Treccani = cosa brutta e mal riuscita), il fondotinta era trasparente, era come se non ci fosse, inoltre avevano cambiato il magnifico tubo rigorosissimo (era in stick) facendolo diventare un coso nacré con una forma svasata che appena vista già mi stava antipatica.
La lettera sortì il suo effetto e, mentre io già ero arrivata al terzo fondotinta di prova di altra marca, mi chiamò una milanese da Milano per capire che cosa mi avevano fatto di tanto cattivo.

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ONLY FOR COOL GIRLS

Scatole e scatoline,
con scrigni e cassettine,
che i bei tesor nascondono
sacri alla dèa d’amor…
L. Balocchi / G. Rossini, Il viaggio a Reims, 1825

Una volta a Napoli ho fatto fare per gli esami un manufatto dedicato al packaging.
Manufatto perché quegli studenti lì sono più bravi con le mani che con le parole.
Packaging perché continuava a sorprendermi che in una città così grande sopravvivessero pratiche altrove completamente dimenticate.

Pizza a portafoglio

Fra le più evidenti, il centro storico pieno di negozietti di alimentari, a Roma quasi impossibili da trovare nella medesima collocazione e una serie di tecniche di incarto che andavano dalla pizza a portafoglio, ovvero piegata in modo tale che tu a un certo punto ti mangiavi per forza di cose pure la carta, al cuoppo con dentro il fritto.

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DIALOGHI

Andreas Gursky, 99 Cent, 1999

«Massimiliano».
Si chiamano tutti Massimiliano.
Il mio parrucchiere.
Il mio unico nipote (carinissimo).
Il direttore del supermercato.
La colpa è di quella e sottolineo se. È stata lei per prima a chiamare il figlio Massimiliano.
Comunque questo Massimiliano qui è il direttore del supermercato.
Io  vedo lui, sta da solo a sistemare i barattoli di marmellata.
Mi dico adesso vado a farci due chiacchiere.
Lui vede me e comincia a battere con l’indice sul polso e mi fa: «È un po’ che non ci vediamo, mica va bene».
«Sono venuta quando lei non era di turno», butto lì.
In cattiva fede totale, visto che sono andata in un altro supermercato.
Ma come fai a dire a un uomo, così su due piedi, «Ti ho tradito».

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POP

La casa è bellissima.
Su come la voleva, lei era stata molto chiara: «mediterranea ma non rustica, femminile ma non girly, minimalista ma non fredda».
La ricetta, stiamo parlando di ricetta, non sembra nemmeno male per tanto altro.
Si tratta di una five-bedroom Victorian terrace, dunque di una dimora prestigiosa che, stando pure a Londra, ha certamente avuto costi all’altezza.
La casa ha una tavolozza chiara con squilli di rosso e di rosa, design industriale con note giocose, ha curve, forme astratte e la camera da letto è introdotta da una tenda scarlatta lunga fino a terra.
Come ha potuto una giovane donna permettersi un simile appartamento?
Semplice, vendendo popcorn.

Ora vi racconto.

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SORBETTHOLOGY*

*Se c’è Ornithology, ci può pure stare Sorbetthology.
L’unico mio dubbio è sull’h.
Ornithology viene dal fatto che Charlie Parker era chiamato «Bird».
Penso che la freschezza dell’improvvisazione jazz possa ogni tanto fare da bella colonna sonora alla storia dell’arte.
Per non parlare di quanto la freschezza faccia bene ai Sorbetti.

 

Autoradio. Ieri in macchina, imprecando. Uno dei sedicenti storici dell’arte della radio aveva attaccato un bottone su un monastero fiorentino, farcendolo di nomi e date. In più, lui toscano, con un accento ostentato. Quando andavo a scuola mi dicevano sempre lingua toscana in bocca romana, non lingua toscana in bocca toscana, si vede che a lui non l’hanno mai detto. Mentre pensavo a come cucinare le melanzane e le zucchine che avevo preso a piazza Vittorio, mi facevo due conti sulle famiglie numerose: una bistecca, euro 7,50; due bistecche, euro 15,00; tre bistecche, euro 22,50; quattro bistecche, euro 30,00.
Oltre non sono andata perché più di quattro persone in famiglia secondo me sono un’abiezione esistenziale, e abbiano pazienza quelli che apprezzano la stanza da bagno sempre occupata da qualcun altro.
Facevo pensieri di verdure spadellate e di portafogli e quello citava Ruskin a proposito di Perugino.
Ma fammi il piacere.
È ora di pranzo e poi, se non ti sopporto io, che pure dovrei essere interessata, figurati come ti sopportano gli altri.
Ma inventati un’altra storia dell’arte.
Se ne sei capace.

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DIETRO LE QUINTE

Markgräfliches Opernhaus, Bayreuth

«Smarrita nel blablà». Una volta stavamo in fila per un luogo d’arte. Una signora che era con me mi chiede se quella davanti è la professoressa C. del Giulio Cesare.
Le dico di sì e che mi onora della sua presenza.
La signora fa una smorfia.
È stata l’insegnante di ginnasio dell’adorato figlio. Che trattava da «braccia rubate alla terra».
Ho pensato che evidentemente aveva ragione.
Non ho potuto dirlo perché quel cuore di madre ancora sanguinava.
E al cuore non era venuto in mente (del resto, se è cuore, che mente volete che abbia) che fosse vero.
E vero lo era senz’altro. Lo penso ormai anch’io della maggioranza dei miei studenti, le ultime generazioni potrebbero serenamente darsi all’agricoltura senza che l’arte ne soffra.
Ieri un ragazzo cui ho chiesto come si chiamava la strada in cui abitava mi sono accorta che non sapeva chi fosse San Rocco.
Se non abitano in corso Garibaldi o piazza Dante, cascano tutti sulla mia domanda.
Sulla quale cascano tutti i somari.
Quello della peste, delle piaghe e del cane, no, vero?

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AFFETTI INSTABILI

Atena malinconica, 470 a. C.

Incubo Numero Zero. Sono di quelli che dormono in (quasi) totale isolamento sensoriale.
Persiane e tende oscurantine chiuse; soffitto della camera da letto insonorizzato; tappi di cera nelle orecchie, qualche volta.
E telefono acceso. Come quasi tutti.
Perché altrimenti non suona la sveglia, contrariamente ai cellulari precedenti, che si svegliavano pure loro così come svegliavano gli altri e che evidentemente erano smart in qualche modo anch’essi.
Tanto lo smartphone, almeno il mio, è un po’ come un animale, anche se non saprei dire quale, che si rimette in vita solo quando lo tocchi, nel senso che è come se a notte fonda riposasse e poi, appena sfiorato, scatenasse il finimondo: il paese dei campanelli.
Stamattina mi sono svegliata e ho visto sul display che erano le cinque e tre minuti. E mi sono detta speriamo di riaddormentarci.
E sono andata a fare una lezione e per arrivare c’era un viale e in Saletta c’era già gente, ma nessuno aveva preparato.
Allora ho aperto io stessa lo schermo per la proiezione e ho anche infilato il tubo di sostegno nel treppiedi e ho visto che aveva perso una vite.
L’ho aperto comunque.
Poi però mi sono accorta con orrore che avevo dimenticato di portare il computer.

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CORONA BLUES, 24: L’ARIA DEL SORBETTO

Sorbet is usually served in a small chilled glass to cleanse the palate between courses. Eat it with a small spoon

Il sorbetto si serve di solito in un bicchierino ghiacciato per pulire il palato fra portate. Si mangia con un cucchiaino

Debrett’s New Guide to Etiquette & Modern Manners, John Morgan, 1996

La ricetta. Per due. (Le ricette per sei mi sfiniscono).

  • 250 ml di acqua
  • 100 ml di succo di limone
  • 100 gr di zucchero
  • Portare a bollore l’acqua e lo zucchero a fiamma bassa. Il composto deve raggiungere la consistenza di uno sciroppo
    Far freddare a temperatura ambiente
    Aggiungere allo sciroppo il succo di limone appena spremuto. Amalgamare il tutto e versarlo in un contenitore
    Mettere il contenitore in freezer per 24 ore. Prima di servirlo, mettere il sorbetto nel bicchiere del frullatore (che deve essere stato refrigerato). Frullare per circa un minuto
  • Il sorbetto si serve in bicchierini monoporzione, ben freddi. Deve essere spumoso. Si può cospargere di scorza di limone grattugiata

Presto fatto. Acqua, zucchero, succo di limone. Niente a che vedere con l’allappante gelato.
Il sorbetto, sì, che è geniale.

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CORONA BLUES, 22: COL FISCHIO

Psi, psi, signore maschere;
Psi, psi…
Via rispondete.
Psi, psi…
Cosa chiedete

Mozart / Da Ponte, Don Giovanni

Sul libretto non c’è scritto.
Eppure più di una volta a teatro il cantante lo ha fatto.
Ossia, quando Leporello dice a Don Giovanni, e sono entrambi alla finestra, di guardare le «maschere galanti» che stanno fuori dal palazzo, maschere in bautta, è detto chiaramente e Don Giovanni dice al servo  di farle passare avanti, il servo, ovvero Leporello, fischia.
Ma fischia proprio come un pecoraro, ovvero si mette le dita in bocca ed  emette un fischio vigorosissimo.

Non sono capace di fare un fischio alla pecorara, capisco che per una donna non stia bene e forse per questo ho omesso un passaggio nella mia formazione che adesso mi dispiace aver omesso.
E poi, se lo fa un baritono di razza in scena, dove ha imparato a farlo?
Ci sono dei tutorial.
Quasi quasi ci provo.

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VARIANTI DA UNA NEWSLETTER

Il mio giorno preferito della settimana è il lunedì.
Sono nata di lunedì e poi per me il lunedì è un inizio.
Sono anche nata all’inizio della primavera, quindi amo l’inizio.
Se non vi piace il lunedì perché si ritorna al lavoro, è il caso che riflettiate sul vostro lavoro. Io capisco l’umore nero della domenica sera, però è un umore del tutto diverso da quello del lunedì nero.
La domenica è il giorno che viene dopo il sabato del villaggio, non devo stare a raccontare le delusioni che porta con sé, da sempre.
Comunque, da che ho memoria, io la domenica studio o lavoro, dunque, faccio cose che amo fare e la domenica la tengo sotto controllo.

Ma ormai aspetto il venerdì.
Non perché, come potrebbe pensare qualcuno, è Thank God, it’s Friday, non ci penso per niente.

Anzi.

Se voi pensate, sempre, Thank God, it’s Friday, è bene che riflettiate sul vostro lavoro.

Per esempio, mi ricordo con orrore una volta a Londra, con una specie di mandria di bestie selvagge il venerdì sera, tutti ubriachi, ma un po’ troppo, uno pensa, ma perché non vi ubriacate un po’ tutte le sere, chi ve lo fa fare a diventare così animali una sera sola.

Io aspetto il venerdì perché il venerdì ricevo due Newsletter.

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