Ispirazione (page 1 of 2)

Mi ispirano molte cose, alcune persone, città, film, romanzi, riviste, luoghi, umori. Ve li racconto, in modo che possiate trarre anche voi ispirazione da tutto ciò che aiuta a stare al mondo.

DELLO STUPORE

Jean-Auguste-Dominique Ingres, La Grande Odalisca, 1814, part.

Ogni volta che dico che sono favorevole al doping, saltano tutti.
Saltano se stanno seduti sulla sedia.
Saltano se stanno all’impiedi.
Siccome non vedo che cosa ci sia da saltare, cerco di spiegarmi.
E dico che nessuno si sposta più di tanto, e tantomeno salta, quando il jazzista o il cantante che fa blues, rock, pop o quello che vi pare sale sul palco un po’ high.
Tutti pensano, al contrario, che sia normale.
Cioè il pubblico sta lì che applaude e si scalda e nemmeno si scoccia se aspetta e lui esce fuori dal camerino solo quando è pronto ad affrontare quella folla essendo entrato in uno stato di qualche alterazione dovuta a qualche sostanza.

Lo stesso vale per l’artista, se è un po’ sopra le righe, tanto meglio, fa più irregolare.

Allora non capisco perché non possa doparsi il ciclista, lui sarebbe condannabile se mettesse un motorino nascosto nella bicicletta.
Né capisco perché non possa doparsi l’atleta che corre i 100 metri, a me sembra che stia già in un’altra dimensione, uno che li copre in 9,58 secondi ha in sé, basta guardarlo, qualcosa di non umano.
La risposta che mi danno di solito è che lo sport deve essere eticamente immune da queste contaminazioni.
Per esempio il calcio.
E come no.

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COME IL MARE ALL’ISOLA COME IL BOTTONE ALL’ASOLA

Dal catalogo Merchant & Mills  

Mais oui. Si sa, tutto quello che è francese è aggraziato e allusivamente sexy, vere nuziali, scarpe, culotte.
Tutto quello che è americano è pratico, semplificato, facile da gestire.
Oh Yeah.
Ed è stato così che i letti, certo, non il mio, hanno perso i bottoni.
O meglio, le federe dei loro cuscini, ritrovatesi con una chiusura «a busta», cioè senza asole e senza quei deliziosi dischetti di madreperla a quattro buchi che, d’accordo, ogni tanto si staccavano e bisognava riattaccare.
Ma se non sei capace di attaccare un bottone, al mondo, che ci stai a fare.

Ricominciamo.
Avevo messo da parte tutta la mia vicenda con i bottoni, che a un certo punto si era delineata chiaramente e sulla quale ho lavorato per un pezzo.
Poi, lo sappiamo, le cose cambiano e pure noi non siamo più gli stessi.
In seguito, però, c’è stato l’acquisto.
E tutto è ritornato fuori e pure con prepotenza.
Adesso vi racconto.

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L’INVENTARIO, 21. IL GENIO DEI MEZZI DI BORDO

Claes Oldenburg, Il corso del coltello, 1985

Un esempio interessante ce lo offre subito l’Artusi.
La ricetta numero 384 si chiama Fagiuoli a guisa d’uccellini. Il grande cuoco, unificatore della lingua italiana attraverso la gastronomia, racconta di aver sentito chiamare a Firenze in  questo modo dei fagiuoli di cui ci dà la ricetta.
Sarà utile dire che, di uccelli, nemmeno l’ombra, e che uccellini e uccelletti «erano la preda ambita di ricchi e di poveri. Li si catturavano con le reti e con i richiami, o con trappole di ogni genere, archetti e lacci. Rappresentando un boccone gustoso, facile da arrostire…».
In mancanza di uccelli, rimane il loro fantasma.
Nello stesso modo, sono diffusi dappertutto gli «uccelli scappati», dagli oseleti scampai veneziani fino ad arrivare alle sarde a beccafico, pesci notoriamente poveri preparati come l’uccello da cui prendono il nome, goloso di fichi.
Aggiungo anche una zuppa di pesce, di cui parlava un antropologo napoletano, fatta con i sassi raccolti nel mare, dunque, anche qui, niente pesce ma solo il suo odore.
Praticamente, piatti che sono un cenotafio, sapete, quelle sepolture senza le spoglie mortali, che sono un inno all’assenza e che temperano la mancanza.
Una cucina messa insieme con ciò che si ha sottomano, quello che possiamo fare anche noi se ci viene a trovare all’improvviso un amico e non abbiamo più nemmeno un barattolo di pomodoro: un piatto di spaghetti aglio e olio esce sempre, e non è detto che la serata vada malamente.
Anzi, in questi giorni mi viene da pensare che i mezzi di bordo non siano una limitazione ma una risorsa.
È dal bisogno che nasce il movimento, almeno così dovrebbe essere.

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L’INVENTARIO, 17. COME VENIRE BENE IN FOTO: IL GRUPPO

Rembrandt, La lezione di anatomia del dottor Tulp, 1632

Meglio mi sento.
Qui di solito il paragone migliore è con il banco del pesce, zona ancora da dissalare e ammollare.
Sto parlando del baccalà.
Che è in vendita anche in quei negozi che sembrano la morgue, pieni solo di contenitori gelidi, con all’interno tocchi di roba che, se spostata, emette suoni legnosi, toc toc, di rado connessi con il cibo.
Niente di lusinghiero, insomma, vi ricordo che, durante il loro duello, Peter Pan sconfigge Capitan Uncino obbligandolo a definirsi un «baccalà», cosa nemmeno troppo fuori luogo per un pirata abituato ai sette mari.

Le foto di gruppo, se possibile, sono ancora più difficili da riuscire rispetto alle foto di coppia, là si trattava di sistemare solo due persone, qui c’è una piccola folla, dunque, ci vuole un regista, ci vuole un artista.
In una parola, ci vuole la storia dell’arte.

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L’INVENTARIO, 14. UN ANGOLO TRANQUILLO

Carl Larsson, L’angolo del farniente, 1894-97

Appena mi vedono si mettono nell’angolo.
Fanno cose incredibili, si agitano, si spintonano, si sovrappongono.
I miei pesci rossi hanno deciso che io sono il loro cibo, quindi, il motivo della loro esistenza.
(Immagino anche della mia).
Hanno capito che il loro posto più vicino al mio posto a tavola è l’angolo anteriore destro della loro vasca: da qui guardano il mondo.
E mi dicono che è ora di pranzo.
Per loro è continuamente ora di pranzo, o di colazione, o di cena.
A guardarli infilati nel loro angolo prediletto mi è tornata in mente una mostra che ho visto tempo fa, piccolina, intelligente, per tanti versi sorprendente.
Le mostre dovrebbero servire a un sacco di cose, non solo a passare un paio d’ore diverse. Una mostra dovrebbe farti pensare.
Ricordavo di aver messo da parte del materiale. Sono andata nel mio studio, ho rivoltato quello che dovevo rivoltare, ho riempito due sacchi condominiali della spazzatura con carte che non mi servivano più, ho trovato quello che cercavo in due cartelle diverse.
E, nel frattempo, ho pensato.

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1° MAGGIO: GUIDA PRATICA ALL’USO DI COLORO CHE NON SANNO CHE COSA METTERSI

August Sander, Lavoratori della costruzione di strade, 1927

Il mio nonno materno, il piemontese, era un uomo alto e forte come una quercia. Trebbiatore di mestiere, di pochissime parole, sobrio all’eccesso, elegantissimo la domenica quando indossava l’abito scuro per la messa e inforcava la sua bicicletta per recarsi nella chiesa distante qualche chilometro, mi faceva paura. Soprattutto per i racconti di mia madre, alla quale lui, quando lei era ragazza, proibiva qualunque uscita, addirittura presidiando personalmente il cancello della cascina.
Per il resto, quando mia madre alla fine della scuola prendeva tutti e tre i figli e li imbarcava su una serie infinita di treni per portarli a lavare l’accento romano dalle sue parti, in un suo privato ritorno alle origini che durava per tutte le vacanze e che ricordo con piacere per via degli animali, della mia prima bicicletta e anche di qualche ballo serale all’aperto, che mi sembrava una delle avventure più eccitanti che potessero capitare a una ragazzina, il nonno, poco me lo ricordo.
Quello che mi ricordo è che rientrava nel tardo pomeriggio, si lavava, si cambiava, a tavola diceva quattro parole e poi si addormentava davanti a un bicchiere di vino, rigorosamente rosso.
Le parole divennero otto quando io, adolescente, cominciai a presentarmi alla cascina con i miei primi blue jeans.
Che, secondo lui, non erano adatti a una signorina di città che, fra l’altro, studiava, essendo quello indossato da me, e a ben guardare era vero, il suo abito da lavoro.   Continua a leggere

SENTI COME BATTE IL CUORE DELL’ARTE

ITguides è un’app che vi guida in quattro lingue attraverso le città più importanti e i siti archeologici più suggestivi d’Italia.
A essa ha lavorato e lavora una squadra di professionisti, ciascuno dei quali ha dato e dà il suo contributo di creatività e conoscenza.
Io ho messo a disposizione la mia pluridecennale esperienza di storico dell’arte e di professionista della divulgazione.
Abbiamo cercato un linguaggio nuovo, lontano dalla retorica, svelto, accessibile, caldo e capace di coinvolgere il viaggiatore che vuole capire dove si trova e che desidera fare dell’arte un’esperienza di vita.
L’app si rivolge anche a coloro che vogliono sapere di più della città in cui vivono, che vogliono essere guidati da una voce esperta che sa dove condurli.
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VERSO LE GUIDE, 7. IN LOVING MEMORY: ROMA, IL CIMITERO DEGLI INGLESI

William Wetmore Story, L’Angelo del Dolore, 1894

L’altro giorno a via Due Macelli mi ricordo che mi servono calzettoni per il loisir e la libera uscita.
Entro nel negozio di guanti, saluto (anche se dovrebbero essere loro a prendere l’iniziativa) e vado verso l’espositore di calze che hanno il mio medesimo nome (e viceversa).
Controllo la misura, scelgo e chiedo di pagare.
Il titolare del negozio mi guarda sgomento.
La cosa è così evidente che gli chiedo che cosa gli è successo.
«Ha già fatto?» mi fa lui.
«Sì, perché?» gli faccio io.
«Perché i clienti impiegano sempre almeno venti minuti e poi cambiano parere prima di arrivare alla cassa».
Ah, io no. A me tutte quelle righe mica mi imbrogliano.
Io sono una con le idee chiare, io ho una capacità di decisione rapida, al punto che dico sempre che sarei capace di comandare un esercito in battaglia.
(Nel mio immaginario è, quella, la situazione in cui bisogna prendere le decisioni più rapide).
E inoltre.
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VERSO LE GUIDE, 6. A ROMA NATA E IN SAN PIETRO BATTEZZATA

Odiavo le domeniche.
Odiavo la casa piena di gente, non c’era un solo posto dove io volevo stare che non fosse già occupato.
Odiavo il sugo che stava sul fornello da ore, che riempiva tutta la casa del suo odore e che mi stomacava.
Odiavo le scarpe riservate alla domenica, quelle piccole calzature di vernice nera, acquistate nel negozio con il commesso seduto sullo sgabello di prova e il calzante in mano che mi infilava nel piede, che numero sarà stato, 23, 26, quelle delizie, che però erano proibite, perché erano riservate alla domenica.

Tali e quali al sugo stomacante.

Appena ho potuto, ho lavorato tutte le domeniche e, volendo, ho fatto, nei giorni feriali, festa: completa di scarpe lucide ma sprovvista di pastasciutta e di gente.
La cosa che ancora non manca di stupirmi è perché io non abbia tolto di mezzo tutti con il veleno per i topi.
Secondo me, è stato solo perché non sapevo che era possibile.
Ero analfabeta, quindi non avevo letto Madame Bovary, che con il veleno dei topi si suicida. Meglio avrebbe fatto, la poveretta, a usarlo per liberarsi di tutte le presenze indigeste della sua vita, a cominciare dal marito, quello con la conversazione «piatta come un marciapiede», che le fa trovare nella stanza da letto la prima notte di nozze il bouquet rinsecchito della prima moglie, che era morta. Continua a leggere

VERSO LE GUIDE, 5. FRA ZATTERE, ZITELLE E INCURABILI: VENEZIA

Francesco Guardi, Gondole sulla laguna, 1770

Per prima cosa, i nomi.
Calle del Volto: il punto di incontro fra la nostra anima e il mondo.
Corte de le Candele: romanticissima.
Calle del Forno: l’odore più buono, sempre.
Calle de la Testa: una cosa da intellettuali.
Corte Stupenda: voglio abitarci.
Riva del Vin: sì, sì.
Corte Spechiera: una sola «c», ma ci basta per guardarci.
Calle della Toletta: con la «spechiera» è perfetta.
Canale della Grazia: serve sempre, quella privata e quella divina. La grazia apre tutte le porte.
Rio dell’Orso: immancabile.
Ruga Bella: sarà d’accordo il mio medico estetico, che dice che sono le imperfezioni a fare la bellezza.
Rio Terà dei Assassini: mai passarci la sera tardi.
Calle del Cafetier: anche se non bevo caffè, un nome straordinario.
Calle del Frutariol: sano e pieno di vitamine.
Calle del Perdon: indispensabile. Il mio motto: «Forgive and Forget».
Ponte delle Tette: piuttosto, un monumento. Ai seni delle donne dovrebbe rendere omaggio l’intero mondo.

Calle de la Rosa: è urgente che affacci su di essa una mia finestra.

Calle de la Pegola: ovvero, della pece. Noè la impiegò per chiudere le fessure del fasciame della sua arca e da sempre essa si utilizza per questo scopo.
Poi, però, si dice pure «impegolarsi», ovvero «cacciarsi in un imbroglio».
E io, con la Guida di Venezia, in un imbroglio mi sono cacciata.
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