Ispirazione (page 1 of 4)

Mi ispirano molte cose, alcune persone, città, film, romanzi, riviste, luoghi, umori. Ve li racconto, in modo che possiate trarre anche voi ispirazione da tutto ciò che aiuta a stare al mondo.

DIETRO LE QUINTE

Markgräfliches Opernhaus, Bayreuth

«Smarrita nel blablà». Una volta stavamo in fila per un luogo d’arte. Una signora che era con me mi chiede se quella davanti è la professoressa C. del Giulio Cesare.
Le dico di sì e che mi onora della sua presenza.
La signora fa una smorfia.
È stata l’insegnante di ginnasio dell’adorato figlio. Che trattava da «braccia rubate alla terra».
Ho pensato che evidentemente aveva ragione.
Non ho potuto dirlo perché quel cuore di madre ancora sanguinava.
E al cuore non era venuto in mente (del resto, se è cuore, che volete che mente abbia) che fosse vero.
E vero lo era senz’altro. Lo penso ormai anch’io della maggioranza dei miei studenti, le ultime generazioni potrebbero serenamente darsi all’agricoltura senza che l’arte ne soffra.
Ieri un ragazzo cui ho chiesto come si chiamava la strada in cui abitava mi sono accorta che non sapeva chi fosse San Rocco.
Se non abitano in corso Garibaldi o piazza Dante, cascano tutti sulla mia domanda.
Sulla quale cascano tutti i somari.
Quello della peste, delle piaghe e del cane, no, vero?

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AFFETTI INSTABILI

Atena malinconica, 470 a. C.

Incubo Numero Zero. Sono di quelli che dormono in (quasi) totale isolamento sensoriale.
Persiane e tende oscurantine chiuse; soffitto della camera da letto insonorizzato; tappi di cera nelle orecchie, qualche volta.
E telefono acceso. Come quasi tutti.
Perché altrimenti non suona la sveglia, contrariamente ai cellulari precedenti, che si svegliavano pure loro così come svegliavano gli altri e che evidentemente erano smart in qualche modo anch’essi.
Tanto lo smartphone, almeno il mio, è un po’ come un animale, anche se non saprei dire quale, che si rimette in vita solo quando lo tocchi, nel senso che è come se a notte fonda riposasse e poi, appena sfiorato, scatenasse il finimondo: il paese dei campanelli.
Stamattina mi sono svegliata e ho visto sul display che erano le cinque e tre minuti. E mi sono detta speriamo di riaddormentarci.
E sono andata a fare una lezione e per arrivare c’era un viale e in Saletta c’era già gente, ma nessuno aveva preparato.
Allora ho aperto io stessa lo schermo per la proiezione e ho anche infilato il tubo di sostegno nel treppiedi e ho visto che aveva perso una vite.
L’ho aperto comunque.
Poi però mi sono accorta con orrore che avevo dimenticato di portare il computer.

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CORONA BLUES, 24: L’ARIA DEL SORBETTO

Sorbet is usually served in a small chilled glass to cleanse the palate between courses. Eat it with a small spoon

Il sorbetto si serve di solito in un bicchierino ghiacciato per pulire il palato fra portate. Si mangia con un cucchiaino

Debrett’s New Guide to Etiquette & Modern Manners, John Morgan, 1996

La ricetta. Per due. (Le ricette per sei mi sfiniscono).

  • 250 ml di acqua
  • 100 ml di succo di limone
  • 100 gr di zucchero
  • Portare a bollore l’acqua e lo zucchero a fiamma bassa. Il composto deve raggiungere la consistenza di uno sciroppo
    Far freddare a temperatura ambiente
    Aggiungere allo sciroppo il succo di limone appena spremuto. Amalgamare il tutto e versarlo in un contenitore
    Mettere il contenitore in freezer per 24 ore. Prima di servirlo, mettere il sorbetto nel bicchiere del frullatore (che deve essere stato refrigerato). Frullare per circa un minuto
  • Il sorbetto si serve in bicchierini monoporzione, ben freddi. Deve essere spumoso. Si può cospargere di scorza di limone grattugiata

Presto fatto. Acqua, zucchero, succo di limone. Niente a che vedere con l’allappante gelato.
Il sorbetto, sì, che è geniale.

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CORONA BLUES, 22: COL FISCHIO

Psi, psi, signore maschere;
Psi, psi…
Via rispondete.
Psi, psi…
Cosa chiedete

Mozart / Da Ponte, Don Giovanni

Sul libretto non c’è scritto.
Eppure più di una volta a teatro il cantante lo ha fatto.
Ossia, quando Leporello dice a Don Giovanni, e sono entrambi alla finestra, di guardare le «maschere galanti» che stanno fuori dal palazzo, maschere in bautta, è detto chiaramente e Don Giovanni dice al servo  di farle passare avanti, il servo, ovvero Leporello, fischia.
Ma fischia proprio come un pecoraro, ovvero si mette le dita in bocca ed  emette un fischio vigorosissimo.

Non sono capace di fare un fischio alla pecorara, capisco che per una donna non stia bene e forse per questo ho omesso un passaggio nella mia formazione che adesso mi dispiace aver omesso.
E poi, se lo fa un baritono di razza in scena, dove ha imparato a farlo?
Ci sono dei tutorial.
Quasi quasi ci provo.

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VARIANTI DA UNA NEWSLETTER

Il mio giorno preferito della settimana è il lunedì.
Sono nata di lunedì e poi per me il lunedì è un inizio.
Sono anche nata all’inizio della primavera, quindi amo l’inizio.
Se non vi piace il lunedì perché si ritorna al lavoro, è il caso che riflettiate sul vostro lavoro. Io capisco l’umore nero della domenica sera, però è un umore del tutto diverso da quello del lunedì nero.
La domenica è il giorno che viene dopo il sabato del villaggio, non devo stare a raccontare le delusioni che porta con sé, da sempre.
Comunque, da che ho memoria, io la domenica studio o lavoro, dunque, faccio cose che amo fare e la domenica la tengo sotto controllo.

Ma ormai aspetto il venerdì.
Non perché, come potrebbe pensare qualcuno, è Thank God, it’s Friday, non ci penso per niente.

Anzi.

Se voi pensate, sempre, Thank God, it’s Friday, è bene che riflettiate sul vostro lavoro.

Per esempio, mi ricordo con orrore una volta a Londra, con una specie di mandria di bestie selvagge il venerdì sera, tutti ubriachi, ma un po’ troppo, uno pensa, ma perché non vi ubriacate un po’ tutte le sere, chi ve lo fa fare a diventare così animali una sera sola.

Io aspetto il venerdì perché il venerdì ricevo due Newsletter.

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HAIR, 7: BARBER SHOP, seconda parte

Auriga di Delfi, 475 a. C., part.

I tuoi capelli grigi, i tuoi zigomi alti
splendono come una luna nella memoria vicina…
Segni astrali, zodiaci, amuleti e segnali
si occupano comunque di noi due.
Due, numero magico che con violenza mi strappa
al soliloquio pallido in cui da sei anni mi avvolgo.

Maria Luisa Spaziani, da La traversata dell’oasi,  Poesie d’amore 1998-2001

Uno prende la Bibbia,  per la precisione il suo primo libro, la Genesi, e capisce subito che cosa deve fare:
1. Organizzare.
2. Separare le cose che vanno separate.
3. Dare alle cose un nome.
4. Creare.
E non venitemi a dire che il Padreterno non è un buon modello. E se non è un modello lui.
Dunque, le donne, che già organizzano, separano quando è il caso, danno un nome alle cose e, soprattutto e per definizione, creano, le donne, non fanno forse le uova, non sono esse feconde, le donne devono semplicemente mettere in pratica l’insegnamento.
E mettersi lì e creare.
Che cosa le abbia trattenute per secoli, ho detto secoli, lo sappiamo. È stato l’immaginario maschile, e posso pure capirlo.
Adesso però andiamo a vedere quello femminile, di immaginario, che cosa è capace di fare.

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HAIR, 6: BARBER SHOP, prima parte

Hypnos o Sonno, sec. IV a. C.

Era bruna, anzi nera, un nero deciso e naturale. I capelli erano tagliati corti, un po’ più corti  di quelli degli uomini che li portano lunghi, se poi costoro sono uomini, ma un po’ meno corti di quelli degli uomini che li portano normali e che visitano il parrucchiere ogni quindici giorni. Capelli corti da donna, a lui piacevano i capelli lunghi, ma convenne che a lei stavano bene così.

Giorgio Scerbanenco, Venere privata, 1976

Se permettete, stavolta parliamo di uomini.
Per la precisione di uomini visti dalla parte dei loro capelli, di quello che la loro capigliatura suscita in me come considerazioni, curiosità, riflessioni, gioco, sentimento.
Percorso impervio, di solito praticato, dall’altra parte, dagli uomini che, come detto, da sempre danno forma al mondo attraverso il loro immaginario.
E, nel loro immaginario, le donne ci stanno sempre, spesso con il corpo e con i capelli, che del corpo sono l’incarnazione, il simbolo, la metafora.
Donne e capelli sono una cosa sola.
Proviamo a vedere se con gli uomini riusciamo a fare qualcosa di simile.
Seppure con la limitatezza di chi arriva per ultimo, colui che viene quasi sempre messo da parte con un’alzata di spalle e con sufficienza.
E questo qui che vuole.

Se è una donna che parla dei capelli degli uomini, poi.

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HAIR, 5: COIFFEUR POUR DAMES, seconda parte

Lee Miller, Powering Hairdryers at Salon Gervais, Paris, 1944

Ma femme à la chevelure de feu de bois
Aux pensées d’éclairs de chaleur…

La mia donna dai capelli di fuoco di legna
Dai pensieri a lampi di calore…

André  Breton, L’Union Libre, 1931

Sono andata dal mio parrucchiere e ho visto che aveva un nuovo tatuaggio: due grandi rose rosse sul collo, con sopra la scritta in oro Ribelle.
Uno dei suoi ragazzi maschi dopo lo shampoo mi ha fatto vedere che pure lui aveva quasi il medesimo tatuaggio, con una sola rosa rossa e senza la scritta, sul dorso della mano destra.
L’altro ragazzo maschio mi ha detto che adesso pure lui si tatua le mani, tutte e due. E ha aggiunto che c’è un fondotinta fatto apposta per nascondere i tatuaggi.
(Ma se già pensi di nasconderli, allora perché te li fai, i tatuaggi).
A me, nel 2020, i tatuaggi sembrano un po’ vieux jeu.
Però, contenti loro.
Una volta ho chiesto al mio parrucchiere se sarebbe andato da un odontoiatra conciato come lui, tatuaggi e piercing,  a curarsi un dente.
Lui lì per lì mi ha risposto certo. Con baldanza.
Allora gli ho chiesto, visto che ha accumulato molto denaro e che il denaro per lui è un argomento sensibile, se sarebbe andato da un commercialista conciato come lui, tatuaggi e piercing, a farsi fare la contabilità.
Lì ha esitato.
Ma l’abito non fa il monaco.
Ma poi vesti un ciocco e pare un fiocco.
E il mio odontoiatra ha bellissimi capelli, che quando lavora raccoglie nella cuffia chirurgica.
Quindi tutto si incrocia e tutto si tiene.
Però un odontoiatra è un odontoiatra e un parrucchiere è un parrucchiere.

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HAIR, 4: COIFFEUR POUR DAMES, prima parte

La duchessa Beatrice Sforza ogni venerdì si schiariva i capelli…La tintura, composta di decotto di grano, radici di noce, bile di bue, guano di rondine e zafferano, era opera di una vecchia vedova Sidonia di lingua lunga come un moderno parrucchiere. «Madonna Filiberta inganna suo marito con un nobile spagnolo di passaggio».
«Non si vergogna?»
«No. Anzi prima era triste e adesso canta come un uccello, perché tra i baci di un marito e quelli di un amante corre gran differenza.»

Elena Canino, La Vera Signora, 1952

Mia madre andava dal parrucchiere a farsi i capelli.
Anche la mia migliore amica all’università andava dal parrucchiere a farsi i capelli.
Questa locuzione mi è sempre sembrata un po’ vieux jeu.
Che ne so, io vado dal parrucchiere a tagliarmi i capelli, a farmi il trattamento, il colore, a sistemarmi la frangia, a mettermi qualche extension, loro scrivono sull’agenda taglio e piega, però questa faccenda della piega, la messa in piega, cioè il farsi i capelli, sembra una di quelle cose di cui si è perso il senso, come dice Primo Levi delle immagini e delle metafore di cui tutti i linguaggi sono pieni, ventre a terra, mordere il freno, con l’equitazione che è decaduta «al rango di sport costoso», queste espressioni sono inintelligibili.
Anche se dal parrucchiere vedo donne che vanno a farsi la messa in piega, con la ragazza, quella femmina, che è bravissima e lavora di phon e di spazzola per venti minuti e fa un lavoro che ti credo che dà soddisfazione immediata.
Poi chissà perché quelle signore non si fanno i capelli da sole e mi domando sempre se prendono un acquazzone o se si sporcano la testa mentre friggono le polpette, come si regolano, si tengono lo sporco sui capelli fino a che non hanno un altro appuntamento.

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HAIR, 3: TUTTI PAZZI PER LIZZIE

Dante Gabriel Rossetti, Lizzie Siddal, 1860

Tu sei sopra di me
e sei rovesciamento: il gran mare dell’essere –
mi anneghi e mi dai forma, forma che non sapevo
(e allora sarò qui, sempre come un devoto,
a omaggiarti i capelli, e le dita e la pelle…

Andrea Donaera, VII; Quoddam pelagus

 

L’uomo è alto e indossa stivali di gomma.
In mano ha un falcetto.
Abbiamo appuntamento al cancello. Ho preso per tempo la Northern Line e l’atmosfera da subito si è fatta gotica.
Di solito si impara a proprie spese. Qui sto imparando a mio vantaggio che ci sono luoghi al mondo in cui, se sei uno studioso e hai bisogno di qualcosa, informazioni, libri, immagini, trovi chi ti aiuta.
Pure se chiedi che ti aprano un cimitero.
Quello di Highgate, a Londra, è diviso in due parti, East e West, la prima, quella orientale, la più antica, fu inaugurata nel 1839 e divenne presto alla moda, ci furono investimenti, fu disegnato il suo paesaggio con piante esotiche.
Interessanti interventi architettonici gli assicurarono presto la fama di principale camposanto della città.

Qui, nella notte del 4 ottobre 1869, illuminata da un falò che era stato acceso per disperdere esalazioni malsane, si consumò uno degli episodi più inquietanti e struggenti della decadenza.
La tomba numero 5779 fu riaperta per recuperare un manoscritto.
Quello delle poesie di Dante Gabriel Rossetti, che lui aveva deposto nella bara della moglie Lizzie Siddal, morta suicida per avere ingerito una dose massiccia di laudano una sera del febbraio del 1862, quando lui l’aveva lasciata sola, trattandola brutalmente, e se ne era andato a cena in un ristorante di Leicester Square, in compagnia di amici e modelle.

Ma procediamo con ordine.

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