Ispirazione (page 1 of 5)

Mi ispirano molte cose, alcune persone, città, film, romanzi, riviste, luoghi, umori. Ve li racconto, in modo che possiate trarre anche voi ispirazione da tutto ciò che aiuta a stare al mondo.

TANA LIBERA TUTTI

 

Il suicidio è sempre un atto complesso, non è mai un solo fattore a provocarlo.
Io sono sempre molto attenta ai modi, per esempio Alexander McQueen, che cuciva per professione, si è impiccato, dunque si è dato la morte con un nodo.
D’accordo, prima si era riempito di alcol e di antidolorifici e di chissà che altro, però il gesto finale è stato quello.
Che il cattivo russo finisse per suicidarsi, lo avevamo capito tutti.
Sì, ma come.
Io avrei scommesso su un colpo di pistola.
Invece si è buttato dalla finestra, una brutta morte, ingombrante e nemmeno certa.

Le Bureau des Légendes, 5/9

Con la moglie e il figlio sconvolti. Giustamente, ma mi meraviglia come le mogli cadano sempre dalle nuvole, fanno una vita agiata e protetta e non si chiedono mai come il marito porti a casa i soldi.
A me il dubbio sarebbe venuto, con i mariti, i dubbi è sempre meglio averceli.
Che c’entra, pure con le mogli.
Insomma, un po’ di dubbi ci vogliono.
Poi, l’impatto con le cose è meno violento.
Comunque mi sono lasciata da parte l’ultimo episodio. Mi sono forzata a vedere il penultimo perché mi sembrava cretino mollare lì e l’ho trovato bellissimo, si sente la mano di un grande regista, di un autore, ho letto un po’ di proteste e non ero per niente d’accordo.
Ma lasciateli esprimere, gli artisti.

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IL BATTESIMO DI EVELYNE

Altro che fate buone.
Non c’è stato nemmeno bisogno di invitarle, è bastato decidere il menu e già qui c’era tutto l’augurio.
Si comincia con Les Bouchées à la Reine che, d’accordo, sono dei vol-au-vent con farcitura, ma il nome evoca anche altro: i morsi, o bocconcini, come se li avesse confezionati la regina.
Segue Le Pâté de Lapin Maison, che è un paté di coniglio fatto in casa.
Poi Le Colin Mayonnaise, il nasello alla maionese.
Queste prime portate sono servite con il Mâcon Viré, che è un vino di Borgogna che ha cambiato nome nel 1999 e che ora si chiama Viré-Clessé.
(Se c’è una cosa affatto semplice in Francia sono i vini. Ma i vini sono complessi dappertutto).
Seguono le carni: Le Gigot Haricots Verts e Le Poulet Rôti au Cresson, ovvero il coscio di agnello con contorno di fagiolini e il pollo arrosto al crescione.
Qui il vino è il Rochdale, di cui non trovo notizie.
Arriva La Salade du Jardin, che è un’insalata di contorno ma che però, come la presentano loro, sembra ben altro.
Les Fromages assortis sono accompagnati dalla Pelure d’Ognon, un vino rosé.
Segue il trionfo dei dolci.

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MUSICA DOLCE

– Monsieur Hamil, si può vivere senza amore?
Non mi ha risposto.

– Monsieur Hamil, si può vivere senza amore?
– Sì, disse lui, e abbassò la testa come se avesse vergogna.
Mi sono messo a piangere.

Roman Gary, La vita davanti a sé, 1975

Esito.
Indugio.
Prendo tempo.
Cerco e trovo scuse.
È quando Itaca ce l’hai lì davanti, che Itaca è più lontana.
Ho avuto da fare.
Ho fatto altro.
Non ho ancora visto gli episodi 9 e 10 della stagione 5: quelli finali.
So quasi tutto.
È subentrato un altro regista-autore: «un nome simile non poteva permettersi di non proporre un’immagine clamorosa, e si è serviti».
Una rottura di stile. Molto orientato all’onirico.
Non mi mordo le mani per l’impazienza. No.
Davanti all’arte, divento paziente.
Allento la presa. Esito. Indugio. Prendo tempo.
E poi, quando ho finito, che faccio?
Come quando ti sei laureato.
Come quando hai divorziato e cambiato la targhetta del nome fuori dalla porta di casa, il giorno stesso che sei stato in tribunale.
La vita davanti a te.

Hai voglia.

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LA SORPRESA DEL FRITTO

Sono di quelli che preferiscono bere che mangiare.
Bere mi fa un altro effetto.
Sono disappetente, mi sono dovuta far spiegare la Gola perché non la capivo.
Sono una che si coltiva l’anima.
Sto attenta a quello che mi metto in corpo, in tutti i sensi, senza che diventi un’ossessione.
L’unico motivo per cui non indosso gli abiti che indossavo vent’anni fa, è che li ho buttati tutti.
Da un po’ sono anche capace di guardare senza inorridire quelli che si ingozzano di cibo.
Mi sono fatta spiegare da un medico come fanno.
Il medico me lo ha spiegato.

Resta però il fatto che quelli che si ingozzano come animali mi annoiano.

Però mi piace il fritto.
E lo mangio e lo faccio almeno una volta a settimana e lo considero uno dei raggiungimenti più alti dell’arte della cucina.

E guardo con sospetto quelli che dicono: «Fa male».

A me fanno male i dispiaceri.

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NESSUN SEGNALE

Mela Koehler, Auguri di Felice Anno Nuovo, 1919

Il titolare dell’Informatica Enea mi ha sistemato il telefono, che adesso fa di nuovo quello che non faceva da un po’, per esempio scaricare le foto sul computer.
Mi sono così ritrovata con seicentosessantotto foto in una nuova cartella, io che faccio pochissime foto, chissà con quante cartelle con quante foto dentro si ritrovano quelli che fanno foto continuamente.

Un incubo.

L’uomo è giovane. E grasso.
L’uomo non è grasso come gli uomini che ingrassano ma come quelli che nascono grassi, per intenderci quelli che nelle gite scolastiche stanno sempre alla fine del gruppo con in mano un panino imbottito.
L’uomo è grasso e porta occhiali con una montatura spessa.
Ha un neo sopra la bocca, io vedo sempre i nei, mi saltano subito all’occhio, come del resto tutti i dettagli.
Quel neo sulla bocca, che sembra quello di una damina del Settecento veneziano, lo rende un po’ goffo.
Ma l’uomo è goffo perché è grasso.
L’uomo grasso ha un look un po’ suranné, capelli con la scriminatura tirati indietro, cravatta inamovibile e gilet.
Ma l’uomo ha un’intelligenza brillante, per cui finisce che gli perdoni tutto.
Questa cosa che agli uomini grassi e con un look suranné ma con un’intelligenza brillante uno perdoni tutto mi lascia perplessa.
Mai che con una donna ci fosse un’identica capacità di perdono.
E non sto parlando solo delle donne grasse o fuori moda.

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TUONI, FENOMENI E ALTRE TEMPESTE

Capitaine Archibald Haddock

L’ennui n’est plus mon amour
La noia non è più il mio amore
(Arthur Rimbaud, Una stagione all’inferno)

L’altro giorno uno mi ha dato della fenomena.
Io gli avevo dato del cretino.
Insomma, non così chiaramente. Gli avevo detto che una persona cretina fa domande cretine e che lui faceva domande cretine.
Il passaggio successivo avrebbe fatto della mia dichiarazione un sillogismo.
Però la faccenda della fenomena mi aveva stuzzicata e allora sono saltata su e ho detto che no, io ero Tonnerre de Brest e che Phénomène stava nei guai.
Dai quali, comunque, sarebbe uscita e siccome lei alla Stagione 5 avrebbe cominciato a chiamarsi Rocambole, Phénomène ci sarei diventata io.

Quello ha pensato che mi avevano dimessa dall’ospedale psichiatrico perché incurabile e io ho raggiunto il mio scopo: quello di togliermi dai piedi uno che mi faceva domande.

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LA PUZZA DELLA VITA

…Ce so’ certe donne, no, che puzzano, de che? boh! de donna! e co’ ‘sta puzza de donna te fanno arrazzà!…A me», proclamò, «m’arrazza tutta la puzza della vita!!»

Elsa Morante, La Storia

Il più è fatto.
Dovevo trovarmi un nome e il nome me lo sono trovato.
Per trovare un nome, per primo lo ha detto Guido Ceronetti, non devi metterti a pensare, perché il nome viene da solo.
Ma stavolta ho fatto una piccola riflessione. Sarà che i nomi degli altri facevano risuonare qualcosa in me, sapete quando uno dice ma io questo l’ho già sentito.

Infatti.

Malotru (= mascalzone); Phénomène (non traduco); Moule à Gaufres (=stampo per wafer); Cyclone (vedi prima); Escogriffe (mano di velluto); Bachi-bouzouk (=soldato dell’esercito ottomano).
Vi ho elencato i nomi degli infiltrati.
E mi voglio infiltrare pure io.
E per infiltrarmi ho bisogno di un nome.

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A TUTTA BIRRA

Produzione My Dear Vagina, 2020

Le giunture delle tue cosce / Una mano d’artista le torniva / La tua vulva è un curvo alambicco / Di odoroso liquore non è mai secca / Nelle tue inguini una manata di grano / Ha un contorno di rose

(Il Cantico dei Cantici, traduzione di Guido Ceronetti)

Questa vicenda ha almeno due momenti di stupore, entrambi aventi a che fare con la consultazione di un dizionario.
Il primo è legato a quando sono andata a vedere che cosa significava galore.
Galore  come la Bond Girl di Goldfinger, che di nome fa Pussy.
Ovvero, da anni questa signora si presentava al mondo con un nome degno di una ballerina del Crazy Horse, anzi, diciamo pure che fra Rita Renoir, Bertha von Paraboumm e Rosa Fumetto, lei era capace di distinguersi.
Essendo pussy il sesso femminile, la chatte, la gattina e potendosi tradurre galore con a iosa, a bizzeffe, in abbondanza, a tutta birra.
I miei complimenti.

007 & Pussy Galore, Goldfinger, 1964

L’altro momento di stupore è stato quando mi sono resa conto che in francese vagin, ovvero, vagina, è di genere maschile.
Come sia possibile che il termine più femminile del vocabolario sia di genere maschile, mi sfugge.
Ma in tedesco il sole è die Sonne, femminile; e la luna der Mond, maschile.
Quindi, allo stupore non c’è mai fine.
Con la luna, poi, lunatica come pochi altri corpi celesti e con un ciclo di ventotto giorni.

Ma procediamo con ordine.

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FORMULE

Il fondotinta. Mi trucco da quando avevo dodici anni.
Ero fisicamente arrivata alla forma adulta che ho adesso, quindi, ci stava.
Correttore e fondotinta.
E ciò nonostante tutti gli sforzi, spesso poco gentili, fatti da mio padre per dissuadermi.
Ora, non è che mio padre pensasse che ero troppo giovane.
Mio padre non pensava.
Semplicemente, si capiva che lui riteneva che le donne dovessero essere modeste.
Anche intellettualmente.
(Stai fresco).
Superata la fase adolescenziale del fondotinta Gemey della Standa, reparto profumeria, approdai a cose più personalizzate, fino ad arrivare a quello che sarebbe stato per anni il mio prodotto.
Il solo fatto di essere giunta all’agognata marca giapponese, mi dava il senso di un traguardo.
Quando i giapponesi ebbero l’idea geniale di cambiare linea, iniziò una delle fasi più oscure della mia esistenza.
All’epoca facevo lezioni di English conversation con un tipetto americano, dal quale mi feci aiutare a scrivere una lettera di fuoco all’azienda.
Che stava a Tokyo e che non mi ricordo come raggiunsi, forse erano i primi anni di internet.
Il contenuto della mia rimostranza si basava sul fatto che la new formula del loro prodotto era una schifezza (Treccani = cosa brutta e mal riuscita), il fondotinta era trasparente, era come se non ci fosse, inoltre avevano cambiato il magnifico tubo rigorosissimo (era in stick) facendolo diventare un coso nacré con una forma svasata che appena vista già mi stava antipatica.
La lettera sortì il suo effetto e, mentre io già ero arrivata al terzo fondotinta di prova di altra marca, mi chiamò una milanese da Milano per capire che cosa mi avevano fatto di tanto cattivo.

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ONLY FOR COOL GIRLS

Scatole e scatoline,
con scrigni e cassettine,
che i bei tesor nascondono
sacri alla dèa d’amor…
L. Balocchi / G. Rossini, Il viaggio a Reims, 1825

Una volta a Napoli ho fatto fare per gli esami un manufatto dedicato al packaging.
Manufatto perché quegli studenti lì sono più bravi con le mani che con le parole.
Packaging perché continuava a sorprendermi che in una città così grande sopravvivessero pratiche altrove completamente dimenticate.

Pizza a portafoglio

Fra le più evidenti, il centro storico pieno di negozietti di alimentari, a Roma quasi impossibili da trovare nella medesima collocazione e una serie di tecniche di incarto che andavano dalla pizza a portafoglio, ovvero piegata in modo tale che tu a un certo punto ti mangiavi per forza di cose pure la carta, al cuoppo con dentro il fritto.

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