Ispirazione (page 2 of 5)

Mi ispirano molte cose, alcune persone, città, film, romanzi, riviste, luoghi, umori. Ve li racconto, in modo che possiate trarre anche voi ispirazione da tutto ciò che aiuta a stare al mondo.

HAIR, 7: BARBER SHOP, seconda parte

Auriga di Delfi, 475 a. C., part.

I tuoi capelli grigi, i tuoi zigomi alti
splendono come una luna nella memoria vicina…
Segni astrali, zodiaci, amuleti e segnali
si occupano comunque di noi due.
Due, numero magico che con violenza mi strappa
al soliloquio pallido in cui da sei anni mi avvolgo.

Maria Luisa Spaziani, da La traversata dell’oasi,  Poesie d’amore 1998-2001

Uno prende la Bibbia,  per la precisione il suo primo libro, la Genesi, e capisce subito che cosa deve fare:
1. Organizzare.
2. Separare le cose che vanno separate.
3. Dare alle cose un nome.
4. Creare.
E non venitemi a dire che il Padreterno non è un buon modello. E se non è un modello lui.
Dunque, le donne, che già organizzano, separano quando è il caso, danno un nome alle cose e, soprattutto e per definizione, creano, le donne, non fanno forse le uova, non sono esse feconde, le donne devono semplicemente mettere in pratica l’insegnamento.
E mettersi lì e creare.
Che cosa le abbia trattenute per secoli, ho detto secoli, lo sappiamo. È stato l’immaginario maschile, e posso pure capirlo.
Adesso però andiamo a vedere quello femminile, di immaginario, che cosa è capace di fare.

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HAIR, 6: BARBER SHOP, prima parte

Hypnos o Sonno, sec. IV a. C.

Era bruna, anzi nera, un nero deciso e naturale. I capelli erano tagliati corti, un po’ più corti  di quelli degli uomini che li portano lunghi, se poi costoro sono uomini, ma un po’ meno corti di quelli degli uomini che li portano normali e che visitano il parrucchiere ogni quindici giorni. Capelli corti da donna, a lui piacevano i capelli lunghi, ma convenne che a lei stavano bene così.

Giorgio Scerbanenco, Venere privata, 1976

Se permettete, stavolta parliamo di uomini.
Per la precisione di uomini visti dalla parte dei loro capelli, di quello che la loro capigliatura suscita in me come considerazioni, curiosità, riflessioni, gioco, sentimento.
Percorso impervio, di solito praticato, dall’altra parte, dagli uomini che, come detto, da sempre danno forma al mondo attraverso il loro immaginario.
E, nel loro immaginario, le donne ci stanno sempre, spesso con il corpo e con i capelli, che del corpo sono l’incarnazione, il simbolo, la metafora.
Donne e capelli sono una cosa sola.
Proviamo a vedere se con gli uomini riusciamo a fare qualcosa di simile.
Seppure con la limitatezza di chi arriva per ultimo, colui che viene quasi sempre messo da parte con un’alzata di spalle e con sufficienza.
E questo qui che vuole.

Se è una donna che parla dei capelli degli uomini, poi.

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HAIR, 5: COIFFEUR POUR DAMES, seconda parte

Lee Miller, Powering Hairdryers at Salon Gervais, Paris, 1944

Ma femme à la chevelure de feu de bois
Aux pensées d’éclairs de chaleur…

La mia donna dai capelli di fuoco di legna
Dai pensieri a lampi di calore…

André  Breton, L’Union Libre, 1931

Sono andata dal mio parrucchiere e ho visto che aveva un nuovo tatuaggio: due grandi rose rosse sul collo, con sopra la scritta in oro Ribelle.
Uno dei suoi ragazzi maschi dopo lo shampoo mi ha fatto vedere che pure lui aveva quasi il medesimo tatuaggio, con una sola rosa rossa e senza la scritta, sul dorso della mano destra.
L’altro ragazzo maschio mi ha detto che adesso pure lui si tatua le mani, tutte e due. E ha aggiunto che c’è un fondotinta fatto apposta per nascondere i tatuaggi.
(Ma se già pensi di nasconderli, allora perché te li fai, i tatuaggi).
A me, nel 2020, i tatuaggi sembrano un po’ vieux jeu.
Però, contenti loro.
Una volta ho chiesto al mio parrucchiere se sarebbe andato da un odontoiatra conciato come lui, tatuaggi e piercing,  a curarsi un dente.
Lui lì per lì mi ha risposto certo. Con baldanza.
Allora gli ho chiesto, visto che ha accumulato molto denaro e che il denaro per lui è un argomento sensibile, se sarebbe andato da un commercialista conciato come lui, tatuaggi e piercing, a farsi fare la contabilità.
Lì ha esitato.
Ma l’abito non fa il monaco.
Ma poi vesti un ciocco e pare un fiocco.
E il mio odontoiatra ha bellissimi capelli, che quando lavora raccoglie nella cuffia chirurgica.
Quindi tutto si incrocia e tutto si tiene.
Però un odontoiatra è un odontoiatra e un parrucchiere è un parrucchiere.

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HAIR, 4: COIFFEUR POUR DAMES, prima parte

La duchessa Beatrice Sforza ogni venerdì si schiariva i capelli…La tintura, composta di decotto di grano, radici di noce, bile di bue, guano di rondine e zafferano, era opera di una vecchia vedova Sidonia di lingua lunga come un moderno parrucchiere. «Madonna Filiberta inganna suo marito con un nobile spagnolo di passaggio».
«Non si vergogna?»
«No. Anzi prima era triste e adesso canta come un uccello, perché tra i baci di un marito e quelli di un amante corre gran differenza.»

Elena Canino, La Vera Signora, 1952

Mia madre andava dal parrucchiere a farsi i capelli.
Anche la mia migliore amica all’università andava dal parrucchiere a farsi i capelli.
Questa locuzione mi è sempre sembrata un po’ vieux jeu.
Che ne so, io vado dal parrucchiere a tagliarmi i capelli, a farmi il trattamento, il colore, a sistemarmi la frangia, a mettermi qualche extension, loro scrivono sull’agenda taglio e piega, però questa faccenda della piega, la messa in piega, cioè il farsi i capelli, sembra una di quelle cose di cui si è perso il senso, come dice Primo Levi delle immagini e delle metafore di cui tutti i linguaggi sono pieni, ventre a terra, mordere il freno, con l’equitazione che è decaduta «al rango di sport costoso», queste espressioni sono inintelligibili.
Anche se dal parrucchiere vedo donne che vanno a farsi la messa in piega, con la ragazza, quella femmina, che è bravissima e lavora di phon e di spazzola per venti minuti e fa un lavoro che ti credo che dà soddisfazione immediata.
Poi chissà perché quelle signore non si fanno i capelli da sole e mi domando sempre se prendono un acquazzone o se si sporcano la testa mentre friggono le polpette, come si regolano, si tengono lo sporco sui capelli fino a che non hanno un altro appuntamento.

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HAIR, 3: TUTTI PAZZI PER LIZZIE

Dante Gabriel Rossetti, Lizzie Siddal, 1860

Tu sei sopra di me
e sei rovesciamento: il gran mare dell’essere –
mi anneghi e mi dai forma, forma che non sapevo
(e allora sarò qui, sempre come un devoto,
a omaggiarti i capelli, e le dita e la pelle…

Andrea Donaera, VII; Quoddam pelagus

 

L’uomo è alto e indossa stivali di gomma.
In mano ha un falcetto.
Abbiamo appuntamento al cancello. Ho preso per tempo la Northern Line e l’atmosfera da subito si è fatta gotica.
Di solito si impara a proprie spese. Qui sto imparando a mio vantaggio che ci sono luoghi al mondo in cui, se sei uno studioso e hai bisogno di qualcosa, informazioni, libri, immagini, trovi chi ti aiuta.
Pure se chiedi che ti aprano un cimitero.
Quello di Highgate, a Londra, è diviso in due parti, East e West, la prima, quella orientale, la più antica, fu inaugurata nel 1839 e divenne presto alla moda, ci furono investimenti, fu disegnato il suo paesaggio con piante esotiche.
Interessanti interventi architettonici gli assicurarono presto la fama di principale camposanto della città.

Qui, nella notte del 4 ottobre 1869, illuminata da un falò che era stato acceso per disperdere esalazioni malsane, si consumò uno degli episodi più inquietanti e struggenti della decadenza.
La tomba numero 5779 fu riaperta per recuperare un manoscritto.
Quello delle poesie di Dante Gabriel Rossetti, che lui aveva deposto nella bara della moglie Lizzie Siddal, morta suicida per avere ingerito una dose massiccia di laudano una sera del febbraio del 1862, quando lui l’aveva lasciata sola, trattandola brutalmente, e se ne era andato a cena in un ristorante di Leicester Square, in compagnia di amici e modelle.

Ma procediamo con ordine.

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HAIR, 2: UNITED COLORS

Gian Lorenzo Bernini, Apollo e Dafne, 1622, part.

La sua testa è oro puro
Un mare d’onde come  corvi neri i suoi capelli

Il Cantico dei Cantici

Gli uomini sono proprio bravi.
Infatti da sempre raccontano il mondo attraverso il loro immaginario.
Per esempio, hanno inventato il fascino delle tempie grigie.
E, secondo il medesimo criterio e con abilità analoga, hanno diffuso la diceria secondo la quale la perdita dei capelli è segno di virilità.
Non mi sembra che esistano statistiche al riguardo, e poi come fai, mica puoi provarli tutti per vedere se è vero.

(Però una nuca con qualcosa che la orna è sempre bella da stringere in certe situazioni di vicinanza).

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HAIR, 1: RACCOLGO LE IDEE

Auguste Rodin, Danaïde, 1890

Dans l’ardent foyer de ta chevelure, je respire l’odeur du tabac mêlé à l’opium et au sucre ; dans la nuit de ta chevelure, je vois resplendir l’infini de l’azur tropical …

Nell’ardente focolare dei tuoi capelli, respiro l’odore del tabacco mescolato all’oppio e allo zucchero; nella notte dei tuoi capelli, vedo risplendere l’infinito dell’azzurro tropicale…

Charles Baudelaire, Un emisfero in una chioma,  Lo Spleen di Parigi,  1869

Cose che invidio agli uomini.
Le scarpe con i lacci; la prepotenza; la libertà.
D’accordo, ci sono anche scarpe con i lacci da donna molto belle, ma vuoi mettere.
Per tutto il resto, lo capisco da sola, che faccio ragionamenti insensati, ma è come se avessi questi sentimenti, prepotenza e libertà, stampati in testa da qualche parte con l’etichetta Appannaggio maschile.
Con tutto che.

Agli uomini, invece, non invidio i capelli, nei confronti dei quali, se fossi maschio, avrei preoccupazioni costanti, perderli, non più riconoscerli, insomma, starei continuamente in ansia.
Alle donne questo stare continuamente con le mani nei capelli è risparmiato, è facile che una donna si porti in testa la sua capigliatura dall’infanzia più tenera alla tomba, anzi, secondo qualche episodio narrato nella decadenza, anche oltre.
Ma ne parleremo più in là.
Adesso, proviamo a  procedere con ordine.

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VI RACCONTO UNA STORIA: GETTONI

Eppure sono una persona attenta.
Non ho capito come sia potuto accadere.
L’ho perso.
Anzi, oggi posso finalmente dire che l’ho smarrito, a dare ascolto a una collega degli inizi della mia carriera in Accademia, toscana e attenta alle sfumature, è tutta un’altra cosa.
Ci tenevo per tutta una piccola serie di motivi: me lo aveva dato la mia cassiera prediletta e lo trovavo così comodo.
Inoltre ne avevo già un altro e l’idea della coppia mi piaceva.
Adesso vi racconto come è andata.

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RIMEDI, 4. LA MAGLIA NERA

Ritaglio con scritta che sta sullo specchio del mio guardaroba da un pezzo

Quadro I.  Per prima cosa Venezia, che ormai per me rientra nel novero dei luoghi pornografici.
Mi spiego.
La definizione più bella di pornografia l’ho sentita alla radio in una piccola serie a essa dedicata.
Un uomo, alla domanda «che cos’è la pornografia», risponde: «Non saprei spiegarmi, ma quando la vedo, la riconosco».
Io ho cercato di essere più precisa. E considero pornografiche le città votate a una monocultura. Dunque, è pornografico il quartiere a luci rosse di Amsterdam, nessuno potrebbe avere dubbi in proposito; ma è pornografica anche Las Vegas: solo gioco d’azzardo; è pornografica L’Aquila: solo studenti; sono pornografiche Firenze e Venezia: solo turismo.
Pornografico nel senso di maniaco, frammentato, inquadrato in primo piano, ripetitivo, noioso.
Ecco, Venezia.
L’ho amata per Corto Maltese e per Brodskij, prendevo un treno, avevo una stanza più o meno riservata in un hotel magnifico, arrivavo, sprofondavo in una di quelle loro poltrone di velluto rosa che erano uno dei principali motivi per cui amavo quell’albergo e mi mettevo a leggere Fondamenta degli Incurabili.
«Viaggiare sull’acqua, anche per brevi distanze, ha sempre qualcosa di primordiale. Senti che non dovresti essere lì, e a dirtelo non sono tanto gli occhi, gli orecchi, il naso, il palato o il palmo della mano quanto i piedi, i quali assumono, stranamente, la funzione di un organo dei sensi. L’acqua mette in discussione il principio di orizzontalità, specialmente di notte, quando la sua superficie somiglia a un selciato. ».

E a Venezia si viaggia costantemente sull’acqua.
Si viaggiava perché, per quanto mi riguarda, io a Venezia non ci vado più.
Perché la considero pornografica e la pornografia non mi diverte.
Anche se ho tenuto attaccato sullo specchio del guardaroba il mio ritaglio che dice Quando lui mi ha detto Venezia, ho realizzato che non avevo niente da mettermi.
L’ho tenuto per simpatia, certo non nei confronti di Venezia.

E, comunque, io, da quando ho smesso di pensare che non avevo niente da mettermi, so sempre che cosa indossare.

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LA PERSECUZIONE DEL BAMBINO GRASSO

Semel in anno, quello significa.
Una sola volta l’anno.
E poi dice in anno, mica in settimana, oppure in giorno.
Quindi, solo una sola volta l’anno è lecito andare a letto senza struccarsi.
Tutte le altre notti, pure se ha ballato sui tavoli di un locale fino all’alba, oppure ha lavorato perché era di turno, o è stata magnetizzata dalle pagine di un romanzo o da un uomo meglio (peggio) di Romeo, che proprio non si decide ad andarsene («I would I were thy bird», W. Shakespeare, Romeo and Juliet, 2, 2. Esplicito, il ragazzo), una donna, prima di appoggiare il capo sul cuscino, deve procedere a quell’operazione che si chiama struccatura.
Complessa, lunga, fondamentale per mantenere sana la pelle.

Baudelaire ha scritto un bellissimo Eloge du maquillage.
All’elogio del démaquillage, ci penso io.

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