Arte e cinema (page 1 of 4)

Insieme perché hanno entrambi a che fare con l’immagine. L’arte, semplicemente, il mio lavoro, la professione amatissima, ciò cui mi dedico in modo completo e totale. Vi racconto la mia arte, così come la vivo, la studio, la diffondo. Il cinema, ve lo dico subito, ciò che farò nella mia prossima vita, non appena mi sarà data la possibilità di scegliere: critico o sceneggiatore, poco importa, l’importante sarà stare in una sala buia, accomodata in una accogliente poltrona, con fuori il mondo con tutti i suoi fastidi. Oppure davanti a uno schermo o a una pagina bianca, inventando situazioni e vite alternative, per me e per gli altri.

L’INVENTARIO, 6. CONCIATA PER LE SERIE

L’amica geniale.
Le posto una richiesta sul suo Profilo FB.
Le chiedo, per favore, consigliami una serie.
Lei sa.
Io sono una principiante, con quella attuale ho al mio attivo solo sette serie: due abbandonate perché mi avevano annoiata; una lasciata alla prima stagione su suo consiglio, per fare una pausa; una vista due volte di seguito; due divorate; quella in corso.
Lei mi risponde che ci pensa; ci pensa; mi risponde.
L’elenco è sobrio, circostanziato, finissimo.
A un secondo contatto mi rendo conto che c’è un penchant, ovvero una simpatia molto evidente, per The Killing.
E  allora mi metto a cercare The Killing.
Sembra facile.
Non è facile per niente.

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L’INVENTARIO, 4: LA SVIOLINATA

Man Ray, Le Violon d’Ingres, 1924

No, non è un’opera difficile.
No, non è un artista ostico.
Le opere difficili e gli artisti ostici sono ben altri.
Forse non conosci il senso di tutte le parole che sono scritte sul manuale.
Forse non sai fare i collegamenti.
Forse ti mancano i dati per farli, i collegamenti.
È vero, però, che è un’opera fatta di più livelli, o gradi, e, se non li conosci tutti, non la capisci.
Allora ricominciamo daccapo, però tu mi stai a sentire attentamente.
D’accordo?

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CINQUE BACI LARGO E DIECI BACI LUNGO È IL SUO COLLO

Dante Gabriel Rossetti, Jane Morris, 1865

Per cominciare, una storietta.
Un giorno mi telefona orripilata la mia migliore amica dall’università e per i quindici anni successivi e mi dice che il suo petit ami si è tagliato la barba.
E che gli è uscito fuori un collo tozzo, taurino, dell’esistenza del quale nessuno aveva mai aveva sospettato niente.
Ma non era lei quella che sosteneva che gli uomini con la barba hanno sempre qualcosa da nascondere e che un uomo bello la barba non la porta?
Finì che quando fu ora di convolare a nozze, lei sposò un altro.
Non ho mai capito se perché lui era poco affidabile o per via del collo.

Voi chiedete a una donna che cosa le piace in un uomo e quella vi risponde «le mani».
Posso anche essere d’accordo, però volendo fare un po’ diverso, vi dico che in un uomo io guardo subito il collo.

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SULLE MIE LABBRA

Man Ray, A l’heure de l’Observatoire o Les Amoureux, 1934-36

L’amore-ossessione è probabilmente, fra tutte le forme e le possibilità di amore, la più remunerativa.
Ossessione nel senso di ossessione.
Remunerativa nel senso di una passeggiata in montagna così come c’è scritto sulle guidine locali, quando ti fai un’arrampicata faticosa e poi, in cima, hai un bel panorama da guardarti.
Contenti voi.
Per gli artisti funziona un po’ diversamente dall’escursione, ma solo perché i risultati sono più duraturi, al punto di passare alla storia, laddove la visione naturalistica è per definizione legata all’esperienza personale e contingente. A meno che non entri anch’essa nell’arte, la pittura di paesaggio essendo un genere diffuso e storicamente ricco di significato, che al momento, però, poco ci interessa.
A noi interessa, oggi, arrivare a raccontare come fu che la bocca di Lee Miller diventò per Man Ray un’ossessione, al punto di ritrovare le labbra di lei che fluttuano su un paesaggio crepuscolare con piccole nuvole che si arrampicano in cielo.
Labbra grandi, smisurate, che hanno preso il suo posto e che denunciano lo strazio della sua assenza.
L’ossessione della memoria che avvampa.
Ma procediamo con ordine.

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GLI ABITI NUOVI DEL RE

Alexander Vlahos (@vlavla)

«Oh, dio, enormemente! I costumi e la parrucca, e i tacchi. Tu arrivi con i tuoi jeans e la tua t-shirt…e un’ora e mezzo più tardi tutti appariamo come se fosse la Francia del XVII secolo.  È pazzesco. La parrucca cambia la forma del viso e cambia anche il modo in cui ti muovi…»
(Alexander Vlahos,  alias Philippe d’Orléans, in un’intervista del 2016)

Il mio studio è una stanza di 11 mq con una finestra che affaccia su un cortile molto Rear Window di Hitchcock. Ha tre librerie; una sedia; una scrivania con tiretto e segreto che, volendo, blocca con una leva nascosta tutti i cassetti;  tre tavoli di appoggio; uno sgabello che mi sono portata in aereo dalla Finlandia; computer; fotocopiatrice; una scala rossa.
In questo spazio mette piede solo chi, i piedi, li ha già messi entrambi nel mio cuore: perché ne sono gelosissima.
In esso sono collegata al mondo via internet e in rapporto, se serve, con i miei due giovani grafici e con un paio di angeli custodi, che mi aiutano tecnologicamente.
Mi capita di lavorare in gruppo, cosa che apprezzo molto per l’arricchimento e lo scambio reciproco, ma il cuore della professione, ricerca, studio, organizzazione, creazione, si svolge in solitudine radicale.
Dunque, mi domando come sia, se eccitante, stimolante, vincolante, disturbante, normale, lavorare in trenta, tutti insieme, facendo in pratica una cosa sola.
Per esempio cucendo gli abiti per il re e per la sua corte.
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HO VISTO UN RE

Con il cuore in gramaglie e il mio immaginario, già lo so, che sarà ridotto a uno straccio, mi avvio alla conclusione dell’avventura.
Che è stata bellissima e che mi ha portato in giro per il palazzo e i giardini di Versailles, che per me non sono più quella specie di prigione aristocratica e noiosissima come ritenevo da sempre, ma che sono diventati lo scenario di ogni avventura possibile.
Si impone un punto della situazione, per salutare, ringraziare, imprimere nella memoria.

Andiamo a cominciare. E cominciamo dall’inizio.

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CANZONETTA MESTA DI UN SABATO DI PIOGGIA

Fabien Marchal

Come già accennato, sono una piagnona.
L’ho ammesso qui, quando mi sono occupata del sapore del sale (e le lacrime sono salate, quindi, ci siamo) e qui. A proposito di Six Feet Under, la serie dei becchini di Los Angeles, vi raccontavo di come un paio di estati fa avessi ingoiato cinque stagioni e sessantatré episodi in venticinque giorni, arrivando una volta a battere ogni mio record personale con cinque episodi in un sola giornata ma, nello specifico e perché è qua che voglio andare a parare, vi dicevo di come avessi cominciato a piangere nella terzultima puntata, raggiungendo il climax nell’ultima, per scrivere la quale, del resto, il creatore stesso si era infilato in una sua casa a 1.500 metri di altezza in un posto in California, piangendo pure lui dall’inizio alla fine della scrittura.
Io piango, ma solo su cose serie.
Per esempio, oltre che sui casi miei, piango sulla morte di Violetta nella Traviata e su quella di Mimì della Bohème  e piango sempre, pure se so quello che succede e se conosco l’opera a memoria, piango ogni volta come se fosse la prima, piango come una fontana, se sono a teatro portandomi un’adeguata scorta di fazzoletti, se sono a casa mia, predisponendo un efficiente lacrimatoio, completo pure di impacchi di ghiaccio per gli occhi perché poi mi secca andare in giro malconcia.

Su Versailles, però, non c’è niente da piangere.

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MERDE!

Voi credete nella fortuna?
Io, un po’. Conosco pure un paio di persone fortunate, di quelle che, quando grattano, vincono. Sono due giovani uomini, il mio parrucchiere e il mio unico nipote, cui la vita sorride e che possono vantare una brillante riuscita professionale.
È pur vero che forse la vita sorride loro perché loro sorridono alla vita, come si dice Oltralpe, «non si prendono le mosche con l’aceto», ma questa è una storia che conosciamo tutti. Solo, non è facile raccontarla a se stessi.

Questa settimana, in cerca di fortuna per motivi tutti legittimi, ho fatto due lezioni sul medesimo tema davanti a persone diverse, quelle perbene della mia Associazione culturale e i miei studenti dell’Accademia di Belle Arti. Le reazioni stampate sulle facce sono state analoghe.
Dicevo che, in cerca di fortuna, ho fatto due lezioni sugli escrementi nell’arte, limitandomi a quella contemporanea, sebbene con dei riferimenti. Questo perché, se mi fossi allargata anche al passato, mi sarei dovuta orientare in una montagna di sterco.
Ora vi racconto. Poi vediamo le reazioni stampate sulle facce vostre.
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E GUANTO DI VELLUTO

Max Klinger, Un guanto: Amore, 1881

Lo dico sempre, che l’arte ci tende uno specchio nel quale guardarci.
(Forse per questo certe volte ci disturba tanto).
Ma talvolta la contemplazione di noi è una consolazione, dunque: eccoci.
Moderni, feticisti, più capaci di concentrarci su un oggetto che su una persona, vittime dei nostri sogni e dei nostri incubi.
Quando Max Klinger, tedesco di Lipsia, si trova a raccogliere un guanto perduto da una sconosciuta su una pista di pattinaggio di Berlino, ha ventun anni.
L’ossessione comincia e poco dopo, siamo nel 1878, espone un’affascinante serie di disegni nei quali racconta il fatto.
Ma procediamo con ordine e vediamo che cosa sono, nella sostanza, i guanti.
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TRE DONNE, TRE FANTI, SEI CUORI

Touchée.
Tempo fa faccio una visita guidata alla mostra di Dürer alle Scuderie del Quirinale per un gruppo di giuristi a Roma per un convegno. A esso volevano aggiungere qualcosa di culturale.
Alla fine della visita un giovane avvocato mi prende in disparte e mi fa: «Ma dottoressa, lei questo Dürer lo ama di amore carnale».
Se fossi timida, sarei sprofondata all’istante.
Non sono timida, dunque risposi in qualche modo, non mi ricordo come, fatto sta che mi resi conto che la mia tresca era venuta alla luce e che tutti  ormai sapevano.
Da allora, excusatio non petita, premetto il raccontino ogni volta che affronto il discorso dell’immenso artista tedesco.
Pura legittima difesa.
Come si dice dalle mie parti, chi mena per primo, mena due volte.
E chiudiamo questa parte del discorso.
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