Arte e cinema (page 1 of 4)

Insieme perché hanno entrambi a che fare con l’immagine. L’arte, semplicemente, il mio lavoro, la professione amatissima, ciò cui mi dedico in modo completo e totale. Vi racconto la mia arte, così come la vivo, la studio, la diffondo. Il cinema, ve lo dico subito, ciò che farò nella mia prossima vita, non appena mi sarà data la possibilità di scegliere: critico o sceneggiatore, poco importa, l’importante sarà stare in una sala buia, accomodata in una accogliente poltrona, con fuori il mondo con tutti i suoi fastidi. Oppure davanti a uno schermo o a una pagina bianca, inventando situazioni e vite alternative, per me e per gli altri.

GLI ABITI NUOVI DEL RE

Alexander Vlahos (@vlavla)

«Oh, dio, enormemente! I costumi e la parrucca, e i tacchi. Tu arrivi con i tuoi jeans e la tua t-shirt…e un’ora e mezzo più tardi tutti appariamo come se fosse la Francia del XVII secolo.  È pazzesco. La parrucca cambia la forma del viso e cambia anche il modo in cui ti muovi…»
(Alexander Vlahos,  alias Philippe d’Orléans, in un’intervista del 2016)

Il mio studio è una stanza di 11 mq con una finestra che affaccia su un cortile molto Rear Window di Hitchcock. Ha tre librerie; una sedia; una scrivania con tiretto e segreto che, volendo, blocca con una leva nascosta tutti i cassetti;  tre tavoli di appoggio; uno sgabello che mi sono portata in aereo dalla Finlandia; computer; fotocopiatrice; una scala rossa.
In questo spazio mette piede solo chi, i piedi, li ha già messi entrambi nel mio cuore: perché ne sono gelosissima.
In esso sono collegata al mondo via internet e in rapporto, se serve, con i miei due giovani grafici e con un paio di angeli custodi, che mi aiutano tecnologicamente.
Mi capita di lavorare in gruppo, cosa che apprezzo molto per l’arricchimento e lo scambio reciproco, ma il cuore della professione, ricerca, studio, organizzazione, creazione, si svolge in solitudine radicale.
Dunque, mi domando come sia, se eccitante, stimolante, vincolante, disturbante, normale, lavorare in trenta, tutti insieme, facendo in pratica una cosa sola.
Per esempio cucendo gli abiti per il re e per la sua corte.
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HO VISTO UN RE

Con il cuore in gramaglie e il mio immaginario, già lo so, che sarà ridotto a uno straccio, mi avvio alla conclusione dell’avventura.
Che è stata bellissima e che mi ha portato in giro per il palazzo e i giardini di Versailles, che per me non sono più quella specie di prigione aristocratica e noiosissima come ritenevo da sempre, ma che sono diventati lo scenario di ogni avventura possibile.
Si impone un punto della situazione, per salutare, ringraziare, imprimere nella memoria.

Andiamo a cominciare. E cominciamo dall’inizio.

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CANZONETTA MESTA DI UN SABATO DI PIOGGIA

Fabien Marchal

Come già accennato, sono una piagnona.
L’ho ammesso qui, quando mi sono occupata del sapore del sale (e le lacrime sono salate, quindi, ci siamo) e qui. A proposito di Six Feet Under, la serie dei becchini di Los Angeles, vi raccontavo di come un paio di estati fa avessi ingoiato cinque stagioni e sessantatré episodi in venticinque giorni, arrivando una volta a battere ogni mio record personale con cinque episodi in un sola giornata ma, nello specifico e perché è qua che voglio andare a parare, vi dicevo di come avessi cominciato a piangere nella terzultima puntata, raggiungendo il climax nell’ultima, per scrivere la quale, del resto, il creatore stesso si era infilato in una sua casa a 1.500 metri di altezza in un posto in California, piangendo pure lui dall’inizio alla fine della scrittura.
Io piango, ma solo su cose serie.
Per esempio, oltre che sui casi miei, piango sulla morte di Violetta nella Traviata e su quella di Mimì della Bohème  e piango sempre, pure se so quello che succede e se conosco l’opera a memoria, piango ogni volta come se fosse la prima, piango come una fontana, se sono a teatro portandomi un’adeguata scorta di fazzoletti, se sono a casa mia, predisponendo un efficiente lacrimatoio, completo pure di impacchi di ghiaccio per gli occhi perché poi mi secca andare in giro malconcia.

Su Versailles, però, non c’è niente da piangere.

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MERDE!

Voi credete nella fortuna?
Io, un po’. Conosco pure un paio di persone fortunate, di quelle che, quando grattano, vincono. Sono due giovani uomini, il mio parrucchiere e il mio unico nipote, cui la vita sorride e che possono vantare una brillante riuscita professionale.
È pur vero che forse la vita sorride loro perché loro sorridono alla vita, come si dice Oltralpe, «non si prendono le mosche con l’aceto», ma questa è una storia che conosciamo tutti. Solo, non è facile raccontarla a se stessi.

Questa settimana, in cerca di fortuna per motivi tutti legittimi, ho fatto due lezioni sul medesimo tema davanti a persone diverse, quelle perbene della mia Associazione culturale e i miei studenti dell’Accademia di Belle Arti. Le reazioni stampate sulle facce sono state analoghe.
Dicevo che, in cerca di fortuna, ho fatto due lezioni sugli escrementi nell’arte, limitandomi a quella contemporanea, sebbene con dei riferimenti. Questo perché, se mi fossi allargata anche al passato, mi sarei dovuta orientare in una montagna di sterco.
Ora vi racconto. Poi vediamo le reazioni stampate sulle facce vostre.
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E GUANTO DI VELLUTO

Max Klinger, Un guanto: Amore, 1881

Lo dico sempre, che l’arte ci tende uno specchio nel quale guardarci.
(Forse per questo certe volte ci disturba tanto).
Ma talvolta la contemplazione di noi è una consolazione, dunque: eccoci.
Moderni, feticisti, più capaci di concentrarci su un oggetto che su una persona, vittime dei nostri sogni e dei nostri incubi.
Quando Max Klinger, tedesco di Lipsia, si trova a raccogliere un guanto perduto da una sconosciuta su una pista di pattinaggio di Berlino, ha ventun anni.
L’ossessione comincia e poco dopo, siamo nel 1878, espone un’affascinante serie di disegni nei quali racconta il fatto.
Ma procediamo con ordine e vediamo che cosa sono, nella sostanza, i guanti.
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TRE DONNE, TRE FANTI, SEI CUORI

Touchée.
Tempo fa faccio una visita guidata alla mostra di Dürer alle Scuderie del Quirinale per un gruppo di giuristi a Roma per un convegno. A esso volevano aggiungere qualcosa di culturale.
Alla fine della visita un giovane avvocato mi prende in disparte e mi fa: «Ma dottoressa, lei questo Dürer lo ama di amore carnale».
Se fossi timida, sarei sprofondata all’istante.
Non sono timida, dunque risposi in qualche modo, non mi ricordo come, fatto sta che mi resi conto che la mia tresca era venuta alla luce e che tutti  ormai sapevano.
Da allora, excusatio non petita, premetto il raccontino ogni volta che affronto il discorso dell’immenso artista tedesco.
Pura legittima difesa.
Come si dice dalle mie parti, chi mena per primo, mena due volte.
E chiudiamo questa parte del discorso.
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L’ISOLA CHE NON C’È

Arnold Böcklin, L’Isola dei morti, 1880

Cominciamo dal nome, che è spettacolare, quindi ben trovato, dunque, che funziona a meraviglia.
Poi diciamo subito che le versioni del dipinto L’Isola dei morti di Arnold Böcklin, il più grande artista dei paesi di lingua tedesca dell’Ottocento, sono cinque. La terza è appartenuta a Hitler. La quarta è andata distrutta durante l’ultima guerra.
Si tratta di varianti, dunque di opere che presentano delle differenze, anche di formato e di tecnica.
E fin qui ci siamo.
E passerei ora all’isola, che è già come concetto un luogo esclusivo, appunto, isolato.
C’è una tradizione secondo la quale i morti riposano in luoghi differenti: la massa, nel regno sotterraneo di Ade.
Gli eletti, quelli che gli dei prediligono, dormono invece il loro sonno su un’isola.
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SE SI SCATENA IL PANICO

Pan e la capra, I secolo, part.

Ci invidiano, gli dei.
Lo sa, per esempio, Achille, che, se non fosse stato per la sventatezza della madre Teti, che lo teneva per un tallone quando lo immerse nello Stige per dargli l’immortalità, sarebbe stato invulnerabile.
(Peccato quel dettaglio).
E Achille sa che gli dei ci invidiano per prima cosa perché siamo mortali, quindi sottoposti a una fine di cui ignoriamo, fra l’altro, il momento.
(Come diceva uno in un film, eh, siamo messi peggio dei replicanti di Blade Runner).
E, come sappiamo, è proprio la morte, paradossalmente ma fino a un certo punto, a dare un senso alla vita.
Gli dei ci invidiano anche per i nostri affanni, per quel nostro sbatterci qui e là continuamente, è probabile che gli dei ci invidino anche per i sentimenti che proviamo, con tutto che pure loro, al riguardo, mica scherzano.
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THE MOST HAPPY

Enrico VIII e Anna Bolena

Ieri è stata giustiziata Anna Bolena.
Io lo sapevo, che sarebbe finita così, conosco un po’ la storia inglese, però ho sperato fino alla fine, e ho sperato fortemente, che ci fosse una deviazione, che la sceneggiatura contemplasse un’altra possibilità, che so, non dico che lei rimanesse sul trono d’Inghilterra (Enrico VIII ha avuto sei mogli e lei è solo la seconda, quindi, ce n’è ancora, di strada), ma che almeno le fosse risparmiata quella fine così cruenta.
Mandiamola in convento, no?
Ci sperava pure lei.
E, invece, niente.
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UOMINI SENZA DONNE

Stuart Davis, Men Without Women, 1932

Vediamo se ci siamo: una spider decappottabile; una pompa di benzina; un pacchetto di sigarette; sigari; barca a vela; tabacco e un sacchetto di tabacco; carte da gioco; fiammiferi; insegna di barbiere; campana di una nave.
Questo è un uomo.
Almeno secondo la visione che di un uomo ha Stuart Davis, insieme a Hopper, l’altro grandissimo artista americano degli anni ’30.
Tutto il contrario di Hopper, visto che Davis è estroverso, loquace, spiritoso, ottimista.
Sensibile al Cubismo, anticipatore della Pop Art per via della sua passione per gli oggetti, uno cui dovrebbero guardare tutti coloro che si occupano di pubblicità, visto che il suo catalogo è pieno di dipinti nei quali compaiono prodotti che per noi diventano subito desiderabili.
Ma oggi Davis ci interessa per il murale che gli venne commissionato nel 1932 per il lounge riservato ai fumatori (maschi) nel Radio City Music Hall, quel tempio dello spettacolo del Rockefeller Center nel quale, se ricordate, finisce anche il giovane Holden durante le sue peregrinazioni newyorkesi, scocciandosi a più riprese, per il varietà e per il film di quell’Alec vattelappesca che aveva perso la memoria.
Eccetera.
Ma il giovane Holden arriva una ventina di anni dopo.
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