Arte e cinema (page 1 of 6)

Insieme perché hanno entrambi a che fare con l’immagine. L’arte, semplicemente, il mio lavoro, la professione amatissima, ciò cui mi dedico in modo completo e totale. Vi racconto la mia arte, così come la vivo, la studio, la diffondo. Il cinema, ve lo dico subito, ciò che farò nella mia prossima vita, non appena mi sarà data la possibilità di scegliere: critico o sceneggiatore, poco importa, l’importante sarà stare in una sala buia, accomodata in una accogliente poltrona, con fuori il mondo con tutti i suoi fastidi. Oppure davanti a uno schermo o a una pagina bianca, inventando situazioni e vite alternative, per me e per gli altri.

RIMEDI, 5. L’INDIFFERENZA

Antoine Watteau, L’indifferente, 1717

Sono padrone d’un grande arsenale di spiegazioni per ogni sentimento

Ingmar Bergman, Lanterna magica, 1987

C’è una scena in un film che mi pare sia La famiglia di Ettore Scola che ricordo terribile.
Un adulto, un nonno o uno zio, sta in una stanza e si mette a chiamare: «Paolino! Paolino!».
Paolino, un bambinetto, accorre, sgroppa, si precipita, si attacca alle gambe dell’adulto.
E l’adulto continua a chiamare: «Paolino! Paolino!».
E Paolino, sempre attaccato alle gambe, strilla: «Ma sono qui, perché non mi vedi, sono qui».
Il gioco feroce va avanti ancora un po’, con Paolino che, a un certo punto, ha una crisi terribile, di grida e di pianto.

Se volete sapere quanto male fa l’indifferenza, eccovi serviti.

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RIMEDI, 3. IMMAGINI, UN TRADIMENTO

René Magritte, Il tradimento delle immagini, 1929

La circolare faceva capolinea a piazza del Risorgimento e impiegava quarantacinque minuti ad arrivare all’università.
Bisognava partire per tempo, la lezione era alle 15:00, e tutto stava, in aula, nel sedersi in una delle tre file finali, che erano dotate di tavoli con una luce.
Se arrivavi tardi, eri costretto ad arrangiarti con le sedie che stavano più avanti, al buio (le lezioni si svolgevano e si svolgono al buio), con una torcia tascabile.
Non sono mai arrivata tardi, la lezione di Storia dell’arte moderna era diventata il centro della mia esistenza.
In aula ci stavamo tutti, matricole, laureandi, perfezionandi, a stare lì dentro provavo una sensazione di comunità che nella vita solo la scuola in senso alto mi ha saputo dare.
Quando arrivava il professore, era sempre seguito da uno stuolo di assistenti, uno dei quali portava il caricatore con le diapositive, come se fosse stata una pisside.
C’era un solo proiettore, piccoletto, non era nemmeno un Carousel.
Appena entrava il professore, l’aula piombava in un silenzio che trasudava sacralità e rispetto.
Iniziava la lezione.
Quante diapositive mandava il  Maestro?
Poche, ho ancora gli appunti, sui quali ancora studio.
La lezione durava meno di un’ora e lui poteva stare venti minuti su un’immagine.
Senza esaurirla.

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HO RIVISTO LA DOLCE VITA

Federico Fellini sul set de La Dolce Vita, 1960

Il momento più critico dell’esame di Storia dell’arte medioevale erano i crocefissi. Ho triennalizzato l’esame, cioè l’ho dato tre volte e ogni volta con un programma  che aumentava in modo esponenziale, quindi so di che parlo.
Arrivavano i crocefissi ed erano dolori: tutti uguali, anzi, no, siamo precisi, erano po’ Cristi vivi, del tipo triumphans, di derivazione bizantina, e un po’ morti, ovvero del tipo patiens, occidentali nella sostanza.
L’Occidente, si sa, è legato alla terra, noi abbiamo il peso e l’ombra, lo dicono Giotto e Masaccio, e pure Peter Pan l’ombra ce l’ha, infatti, quando lo conosciamo, se l’è persa e la rivuole, a un certo momento ci fa pure a pugni.

I crocefissi, dicevo.
Non finivano mai.

Saranno state le foto in bianco e nero del manuale, sarà stato che non ne avevo mai visto uno dal vivo, ma avevo delle crisi formidabili, mi avvitavo, non andavo avanti, volevo smettere di studiare e andare a fare la commessa da qualche parte, la piantavo lì e riprendevo il giorno dopo.
Se trovavo il coraggio.

Cimabue, Crocifisso di Santa Croce, 1280 (dopo l’alluvione e prima del restauro)

Il coraggio, evidentemente, l’ho trovato e ora amo tutti i crocefissi medioevali, del tipo triumphans e del tipo patiens, parlo con disinvoltura del naso a forcella e del ventre tripartito, faccio considerazioni sulla posizione dei piedi e su quella dei chiodi.
Mi commuovo, anche, quando ne vedo o ne spiego uno.
Però la fatica non me la scordo.

Il momento più critico de La Dolce Vita è dopo due ore.

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SEMPLICE: LA CAMICIA BIANCA

Cary Grant in Intrigo internazionale, Alfred Hitchcock, 1959

È così facile: gli uomini vedono quello che hanno.
Le donne non vedono quello che hanno.
Ed è questo il motivo per cui gli uomini hanno pochi problemi di guardaroba e le donne, invece, non sanno mai che cosa mettersi.
Non sto parlando solo di quello che hanno appeso nell’armadio.
Gli uomini se la sbrogliano facilmente anche al cinema, per esempio uno come Cary Grant, in questo caso Roger Thornhill, riesce a farsi tutto il film, inseguito, perseguitato, sbattuto sui giornali in prima pagina, indossando semplicemente una camicia bianca.
Che si cambia a metà film, tirandone una nuova fuori dalla scatola: tale e quale.
Ora vi racconto.

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COME SI FA UNA LEZIONE (LA PROVA DEL BUDINO)

Odio il tumulto, le aggressività, le esplosioni emotive. Una prova è per me  un’operazione eseguita in uno spazio attrezzato allo scopo. Vi devono regnare autodisciplina, pulizia, luce, tranquillità…

Ingmar Bergman, Lanterna magica

(Prova a pensare alla scuola in questi medesimi termini, che per il regista sono teatrali).
Il ragazzo del mio parrucchiere gode del medesimo vantaggio di Rossini: è nato il 29 febbraio.
A occhio e croce, dunque, ha fra i sei e i sette anni.
Ci stiamo simpatici e forse ci vogliamo bene. Quando lui si è fatto i capelli Magenta, io gli ho spiegato che il nome di quel colore (i colori e i loro nomi fanno parte del mio mestiere) è anche il nome di una città e che derivava dal rosa che aveva assunto l’erba, verde, al contatto con il sangue versato durante la battaglia che in quella città si era combattuta nel 1859.
Lui mi ha spiegato fatti relativi all’intelligenza animale; agli effetti delle sostanze illecite (parecchie di esse); ai tatuaggi.
Il ragazzo del mio parrucchiere è sveglio, intelligente, sensibile.

Ha ripetuto la terza media tre volte.

Gli ho detto non è possibile, uno come te, non è possibile che non ci sia stato a scuola un professore capace di venirti incontro, di darti una mano in un momento difficile della tua vita, di rimetterti in carreggiata, di evitare che tu ti trovassi in quell’età di crescita nella medesima classe di ragazzini che erano anni luce più piccoli di te.

È stato possibile.

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COME SI PREPARA UNA LEZIONE

Il frutto del bergamotto è chiamato esperidio: ha una forma sferica schiacciata ai poli, è di medie dimensioni e ha una buccia color giallo

Mi sono fatta arrivare una cassetta di bergamotti.
Ricavarne una spremuta è difficile, hanno poco succo e molta fibra, per non parlare dei semi.
Ma l’odore che si sprigiona grattando con l’unghia la buccia è impagabile, ho portato più di un profumo che aveva nella sua composizione il bergamotto e tutti quei profumi mi sono tornati in mente.
Ho comprato al supermercato un sacchetto da due chili di mele rosse. Piccolette, compatte, secondo me sono migliori pure di quelle grandi lucidate con la cera che sembrano pronte per Biancaneve.
La consegna del vino è in ritardo, dovrò mettere mano alla scorta delle grandi occasioni.
Sai che dispiacere.
Mi serve solo una pagnottina di pane fresco, con tutto il resto sto a posto.

La settimana prossima ho in tutto cinque lezioni, due delle quali sono una prima volta.
Il venerdì, che è festa, mi siedo per tempo alla mia scrivania e attacco la mia maratona.

Ve ne racconto un pezzo, come dopo una maratona vera si racconta un tratto del percorso.

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VOLANO STRACCI, seconda parte

Mercato degli stracci, Concarneau, Bretagna, Francia

Pitocchi.
Il mondo è pieno di pitocchi, anche metaforici.
Essi sono ricoperti di stracci, come è giusto che sia.

Pitocchetto, Donne che lavorano, 1725, part.

L’arte mette in scena i pitocchi da un certo momento in poi, li prende a soggetto, c’è anche un pittore che si chiama Pitocchetto, un lombardo settecentista che ha dipinto solo pitocchi.
Facciamo che ci occupiamo di loro e dei loro stracci un’altra volta e che adesso concentriamo la nostra attenzione su coloro che sono caduti in disgrazia e che si sono ritrovati ad avere a che fare con gli stracci a un certo punto della loro esistenza.
Voi conoscete la favola di Pelle d’asino, che da principessa diventa guardiana di porci per sottrarsi alle eccessive attenzioni paterne.
Guardiana di porci, una cosa evangelica.

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VOLANO STRACCI, prima parte

Cominciamo dalla carne, che è sempre eloquente.
Guardate il quadrante del vostro orologio: alle nove c’è Canova, che ha inventato una carne che non esiste al mondo, pura e priva di muscoli e tendini, che della carne fanno sempre parte.
Carne come materia liscia, liscia come il marmo quando il marmo è liscio come solo Canova sa lisciarlo.
Alle dodici c’è Courbet, che, se lo diceva da solo, è un realista.
Quindi la sua è carne vera e le sue donne sono palpitanti di vita e accendono il desiderio.
Alle tre, al polo opposto di Canova, c’è Freud, che all’apogeo di Courbet ha fatto seguire la caduta, il degrado, l’indagine ravvicinata.
La sua è una carne lubrica, oscena, imbarazzante, più vera della carne vera.
Sembra che gridi la sua sofferenza.
Dunque, quando la carne di Freud nidifica negli stracci, è come se trovasse un rifugio e finalmente fosse accolta.

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IL MIO NOME È MORISOT, BERTHE MORISOT

Edma Morisot, Ritratto di Berthe Morisot, 1865

Apriti cielo.
Non ho mai conosciuto un uomo italiano evoluto.
Quelli che sembravano evoluti, gratta gratta, non lo erano.
Poco male, sarebbe bastato saperlo.
Uno si regola.
Giocoforza, mi sono dovuta regolare con l’uomo italiano meno evoluto di tutti: era mio padre.
Lui pensava che le femmine avessero una specie di stigma che le teneva distanti dalle cose interessanti del mondo, guidare una macchina, studiare, farsi una professione.
Nella mia vita, però, io sono stata sociologicamente (chissà se l’avverbio è giusto) aiutata da alcuni fattori: nascita in una grande città, in una zona relativamente centrale; buone scuole pubbliche di quartiere; insegnanti ottimi, capaci di accogliermi e coltivarmi.
Del resto, ero un’allieva brillante.
In questo modo lo stigma non ha avuto conseguenze troppo sgradevoli, anzi, diciamo che è stato uno stimolo a farmi i fatti miei, cosa che, professionalmente, e qui l’avverbio è corretto, è avvenuta.
Per tutto ciò io posso immaginare che cosa ha dovuto passare Berthe Morisot, nata nel 1841, quando ha manifestato la sua ambizione di essere una professionista della pittura e non più solo una ragazza borghese agiata che si dilettava con tavolozza e pennelli.

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L’INVENTARIO, 20. COME VENIRE BENE IN FOTO: IL SELFIE

Albrecht Dürer, Autoritratto in pelliccia, 1500

Devo farla finita con questa pratica, uno, non serve a rompere il ghiaccio, due, è pure noiosa.
Questi ragazzi non sanno raccontarsi, quando dico loro a inizio corso venite uno per uno a presentarvi a me e ai compagni, sono guai.
Un po’ hanno poca dimestichezza con l’italiano, un po’ non ci hanno mai pensato.
Inutile suggerire una scaletta, mamma, papà, fratellini, animali di casa, che corso fai, che musica senti.
Ma di che cosa parlate con gli amici.
Già, di che parlano.
Provate anche voi con una persona con la quale siete in confidenza, dimmi chi sei in cinque minuti, che sono un’eternità.
Non è facile, lo capisco, è un esercizio intellettuale, devi fare pratica.
Però, che c’era scritto sul frontone del tempio di Apollo a Delfi.
Conosci te stesso.
Questo, c’era scritto.
Mica c’era scritto Fatti un selfie.

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