Arte e cinema (page 1 of 5)

Insieme perché hanno entrambi a che fare con l’immagine. L’arte, semplicemente, il mio lavoro, la professione amatissima, ciò cui mi dedico in modo completo e totale. Vi racconto la mia arte, così come la vivo, la studio, la diffondo. Il cinema, ve lo dico subito, ciò che farò nella mia prossima vita, non appena mi sarà data la possibilità di scegliere: critico o sceneggiatore, poco importa, l’importante sarà stare in una sala buia, accomodata in una accogliente poltrona, con fuori il mondo con tutti i suoi fastidi. Oppure davanti a uno schermo o a una pagina bianca, inventando situazioni e vite alternative, per me e per gli altri.

VOLANO STRACCI, prima parte

Cominciamo dalla carne, che è sempre eloquente.
Guardate il quadrante del vostro orologio: alle nove c’è Canova, che ha inventato una carne che non esiste al mondo, pura e priva di muscoli e tendini, che della carne fanno sempre parte.
Carne come materia liscia, liscia come il marmo quando il marmo è liscio come solo Canova sa lisciarlo.
Alle dodici c’è Courbet, che, se lo diceva da solo, è un realista.
Quindi la sua è carne vera e le sue donne sono palpitanti di vita e accendono il desiderio.
Alle tre, al polo opposto di Canova, c’è Freud, che all’apogeo di Courbet ha fatto seguire la caduta, il degrado, l’indagine ravvicinata.
La sua è una carne lubrica, oscena, imbarazzante, più vera della carne vera.
Sembra che gridi la sua sofferenza.
Dunque, quando la carne di Freud nidifica negli stracci, è come se trovasse un rifugio e finalmente fosse accolta.

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IL MIO NOME È MORISOT, BERTHE MORISOT

Edma Morisot, Ritratto di Berthe Morisot, 1865

Apriti cielo.
Non ho mai conosciuto un uomo italiano evoluto.
Quelli che sembravano evoluti, gratta gratta, non lo erano.
Poco male, sarebbe bastato saperlo.
Uno si regola.
Giocoforza, mi sono dovuta regolare con l’uomo italiano meno evoluto di tutti: era mio padre.
Lui pensava che le femmine avessero una specie di stigma che le teneva distanti dalle cose interessanti del mondo, guidare una macchina, studiare, farsi una professione.
Nella mia vita, però, io sono stata sociologicamente (chissà se l’avverbio è giusto) aiutata da alcuni fattori: nascita in una grande città, in una zona relativamente centrale; buone scuole pubbliche di quartiere; insegnanti ottimi, capaci di accogliermi e coltivarmi.
Del resto, ero un’allieva brillante.
In questo modo lo stigma non ha avuto conseguenze troppo sgradevoli, anzi, diciamo che è stato uno stimolo a farmi i fatti miei, cosa che, professionalmente, e qui l’avverbio è corretto, è avvenuta.
Per tutto ciò io posso immaginare che cosa ha dovuto passare Berthe Morisot, nata nel 1841, quando ha manifestato la sua ambizione di essere una professionista della pittura e non più solo una ragazza borghese agiata che si dilettava con tavolozza e pennelli.

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L’INVENTARIO, 20. COME VENIRE BENE IN FOTO: IL SELFIE

Albrecht Dürer, Autoritratto in pelliccia, 1500

Devo farla finita con questa pratica, uno, non serve a rompere il ghiaccio, due, è pure noiosa.
Questi ragazzi non sanno raccontarsi, quando dico loro a inizio corso venite uno per uno a presentarvi a me e ai compagni, sono guai.
Un po’ hanno poca dimestichezza con l’italiano, un po’ non ci hanno mai pensato.
Inutile suggerire una scaletta, mamma, papà, fratellini, animali di casa, che corso fai, che musica senti.
Ma di che cosa parlate con gli amici.
Già, di che parlano.
Provate anche voi con una persona con la quale siete in confidenza, dimmi chi sei in cinque minuti, che sono un’eternità.
Non è facile, lo capisco, è un esercizio intellettuale, devi fare pratica.
Però, che c’era scritto sul frontone del tempio di Apollo a Delfi.
Conosci te stesso.
Questo, c’era scritto.
Mica c’era scritto Fatti un selfie.

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L’INVENTARIO, 18. COME VENIRE BENE IN FOTO: I BAMBINI

John Singer Sargent, Le figlie di Edward Darley Boit, 1882

Ieri la mia giornalaia mi ha detto che le manca l’enzima per digerire il vino rosso.
Povera donna.
Ho fatto una ricerca e sono arrivata a un risultato inquietante: i giovani fino ai sedici anni di età e le donne, sempre, mancano di un enzima a livello epatico che rallenta la metabolizzazione dell’alcol. Quindi giovani e donne sarebbe meglio che assumessero quantità minime di alcolici.
Ora, fra tutte le battaglie femminili per la parità, io non ho mai sentito parlare di parità di enzimi, cosa che mi sembra importante tanto quella di salario, di carriera, di condivisione dei lavori domestici e via elencando.
Detto questo, oggi mi sento di rendere una piena confessione: non so se dipenda o no da un enzima pure questo, ma io sono quasi completamente priva di istinto materno.
L’ho detto.
Quell’avverbio in corsivo non indica una quantità minima, casomai per uso personale. No, quel quasi apre a possibilità diverse.
Io sono in possesso di un istinto materno completamente dispiegato, vibrante, potente come il più forte dei sentimenti solo nei confronti degli uomini e degli animali.
Da tutta la vita sto aspettando che mi si affacci l’altro versante, ma finora non è successo.
Infatti, per esempio, nessuno mi ha mai visto cercare una complicità femminile, fatta di cì cì e ciù ciù, con altre donne sul tema bambini.
Questo per chiarire qual è la mia posizione sull’argomento che affrontiamo oggi: obiettiva, lucida, razionale.
E l’argomento di oggi è questo: perché le foto dei bambini che si vedono dappertutto sono così scadenti e come fare a farle venire meglio.

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L’INVENTARIO, 15. UNITED COLORS, 4: ROSSO È IL COLORE DELL’ESTATE

Roma è una prigione ora che tu non ci sei
Rosso è il colore dell’amore…

 

Avevo iniziato un ciclo che avevo intitolato United Colors.
Ero partita dal bianco, che trovate qui .
Sono passata dal nero, il mio colore prediletto, che trovate qui .
E ho fatto una sosta dal rosa, che per me è una specie di firma e che sta qui.

Poi la vita mi aveva portata altrove, ma forse dentro di me ero convinta che, per parlare del rosso, avrei dovuto aspettare l’estate.
Eccola.
E, allora, ecco il rosso.

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L’INVENTARIO, 10. BELLEZZE AL BAGNO

Raphaelle Peale, Venere che sorge dall’acqua – Un inganno (Dopo il bagno), 1822

Selvaggi.
Ma se siete dei selvaggi.
Dalla vetta (dall’abisso) dei miei duemilaottocento anni di storia vi guardo e vedo la vostra inezia, la vostra pagliuzza, questa specie di bagatella che avete prodotto.
Con qualche eccezione, ben inteso.
Trovo divertenti i cocktail, che solo dei selvaggi avrebbero potuto inventare; mi commuovono i grattacieli, che, anche di fronte a ciò che abbiamo eretto noi, hanno comunque una loro bellezza; finché ho fumato, e fumavo Marlboro rosse dure, ho pensato che foste in gamba a fare sigarette, anche se ogni tanto un pacchetto di Gitanes faceva douce France; qualcuno dei vostri scrive molto bene, Hemingway sopra a tutti; fate in modo eccellente il cinema, che, del resto, è una cosa nuova, ma che hanno creato i francesi; i ponti, sì, i ponti, a dirla tutta i vostri ponti sono una meraviglia, non dico meglio di quelli che hanno fatto gli antichi Romani, ma, insomma.
Però.
Cappuccino dopo gli spaghetti e spaghetti mangiati con forchetta e coltello.
Ma fatemi il piacere.
Benvenuti nel mondo di chi sa stare al mondo.
Però, poi.

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L’INVENTARIO, 9. CHI HA AMMAZZATO ROSIE LARSEN?

E io che ne so.
Sono arrivata solo all’undicesimo episodio della prima stagione e mi sto pure comportando in modo morigerato.
Insomma, non del tutto, un giorno, siccome avevo saltato alcuni appuntamenti, ho mandato giù tre puntate una dopo l’altra, colpa loro, si interrompevano sempre sul più bello, che ne so, arrivava l’FBI e inchiodava a terra i miei detective ficcanaso, oppure il padre di Rosie aggrediva molto malamente il suo professore, sospettandolo di essere stato lui.
Tre episodi tutti in una volta. Poi, però, la mia camera da letto, di notte, si è trasformata nella scena del crimine, assassini uscivano da tutte le parti, incubi che, al confronto, quello di Füssli è una cosetta.
Non lo faccio più.
Promesso.
Però ne ho fatta un’altra, bellissima

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L’INVENTARIO, 7. CONCIATA PER LE SERIE

L’amica geniale.
Le posto una richiesta sul suo Profilo FB.
Le chiedo, per favore, consigliami una serie.
Lei sa.
Io sono una principiante, con quella attuale ho al mio attivo solo sette serie: due abbandonate perché mi avevano annoiata; una lasciata alla prima stagione su suo consiglio, per fare una pausa; una vista due volte di seguito; due divorate; quella in corso.
Lei mi risponde che ci pensa; ci pensa; mi risponde.
L’elenco è sobrio, circostanziato, finissimo.
A un secondo contatto mi rendo conto che c’è un penchant, ovvero una simpatia molto evidente, per The Killing.
E  allora mi metto a cercare The Killing.
Sembra facile.
Non è facile per niente.

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L’INVENTARIO, 5: LA SVIOLINATA

Man Ray, Le Violon d’Ingres, 1924

No, non è un’opera difficile.
No, non è un artista ostico.
Le opere difficili e gli artisti ostici sono ben altri.
Forse non conosci il senso di tutte le parole che sono scritte sul manuale.
Forse non sai fare i collegamenti.
Forse ti mancano i dati per farli, i collegamenti.
È vero, però, che è un’opera fatta di più livelli, o gradi, e, se non li conosci tutti, non la capisci.
Allora ricominciamo daccapo, però tu mi stai a sentire attentamente.
D’accordo?

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CINQUE BACI LARGO E DIECI BACI LUNGO È IL SUO COLLO

Dante Gabriel Rossetti, Jane Morris, 1865

Per cominciare, una storietta.
Un giorno mi telefona orripilata la mia migliore amica dall’università e per i quindici anni successivi e mi dice che il suo petit ami si è tagliato la barba.
E che gli è uscito fuori un collo tozzo, taurino, dell’esistenza del quale nessuno aveva mai aveva sospettato niente.
Ma non era lei quella che sosteneva che gli uomini con la barba hanno sempre qualcosa da nascondere e che un uomo bello la barba non la porta?
Finì che quando fu ora di convolare a nozze, lei sposò un altro.
Non ho mai capito se perché lui era poco affidabile o per via del collo.

Voi chiedete a una donna che cosa le piace in un uomo e quella vi risponde «le mani».
Posso anche essere d’accordo, però volendo fare un po’ diverso, vi dico che in un uomo io guardo subito il collo.

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