Arte e cinema (page 1 of 8)

Insieme perché hanno entrambi a che fare con l’immagine. L’arte, semplicemente, il mio lavoro, la professione amatissima, ciò cui mi dedico in modo completo e totale. Vi racconto la mia arte, così come la vivo, la studio, la diffondo. Il cinema, ve lo dico subito, ciò che farò nella mia prossima vita, non appena mi sarà data la possibilità di scegliere: critico o sceneggiatore, poco importa, l’importante sarà stare in una sala buia, accomodata in una accogliente poltrona, con fuori il mondo con tutti i suoi fastidi. Oppure davanti a uno schermo o a una pagina bianca, inventando situazioni e vite alternative, per me e per gli altri.

DUE FILM DI JANE CAMPION. 2: BRIGHT STAR, 2009

Jane Campion, Bright Star, 2009

Bright star! Would I were steadfast as thou art-
Not in lone splendour hung aloft the night…
(Oh fossi come te, lucente stella,
costante – non sospeso in solitario
splendore in alto nella notte…)
John Keats, Bright Star

Sono andata a scuola quando la scuola era una cosa solida e affidabile.
Certo, non perdonava, in quarto ginnasio eravamo trentadue studenti e in quinto, sedici.
Al 50% degli iscritti fu detto chiaramente di cambiare aria.
Comunque a me la scuola ha dato tantissimo, certi giorni penso che mi abbia dato tutto.
Non riesco a ricordare quando la scuola mi ha dato John Keats, se fu alle medie o al ginnasio, ero ragazzina, ma non mi ricordo quanto.
Pensai subito però che mi fosse destinato.
Saputo che il poeta era venuto a Roma in cerca di un clima migliore e aveva abitato a piazza di Spagna, feci un primo passo e andai a vedere la sua casa.
Poi seppi che lui era morto qui a venticinque anni e che era sepolto al Cimitero che chiamiamo degli Inglesi.
Un giorno dunque presi il tram da Prati e andai fino a Testaccio, in un viaggio che nel mio immaginario avrei paragonato in seguito a quello di Ada, dalla Scozia alla Nuova Zelanda.

Pensai che il Cimitero era il luogo più romantico che avessi visto.
E lo penso ancora oggi, con tutti i cimiteri e i luoghi romantici che ho visto in vita mia.

Dunque, l’intuizione fu esatta e la relazione fu da subito intensa.

Roma, Cimitero detto degli Inglesi, tombe di John Keats (a sin.) e dell’amico Joseph Severn

Allora, si fa così.
Avendo io la regola di non entrare mai in contatto reale con gli scrittori che prediligo e di mai fare niente di analogo nel cinema e nell’arte in genere, quando uscì il film di Jane Campion dedicato a Keats, che prende il titolo dall’incipit di una delle sue poesie, pensai e adesso che faccio, come niente il mito si incrina.
E invece.

Continua a leggere

A LADY

Jane Campion, Ritratto di Signora (Portrait of a Lady), 1996

Per cominciare.
Non è, questo, il secondo film di Jane Campion di cui vi voglio parlare dopo avervi parlato del primo.
Il secondo film devo finire di vederlo. E ci sto sopra da dieci giorni.
E che è successo.
È successo che lo sto tenendo distante, che lo sto centellinando, che trovo tutte le scuse, devo andare a cena, piove e il mio salotto non è nella condizione  ideale per ospitarne la visione, ormai si è fatto tardi, mi serve un’altra scatola di fazzoletti perché la prima l’ho finita.
(Su questo film ho già pianto tantissimo. Non riesco a pensare quanto avrò pianto alla fine).
Invero, a dirla tutta, sto facendo come Nicolas Poussin che, mentre in lui ardeva il desiderio di venire a Roma, trovava pure lui tutti i pretesti per fare altro: va a nord invece che a sud; contrae un debito e non ha i soldi per il viaggio; trova i soldi e se li spende tutti con gli amici; si stabilisce a Lione e a Parigi.

Nicolas Poussin, Autoritratto, 1650

Insomma, sotto ci deve essere una storia di attrazione, per essere catturato devi entrare nell’orbita, se stai all’esterno, ti sottrai. L’artista impiega dodici anni prima di realizzare il desiderio di venire a Roma, dove rimane e dove è sepolto, per la precisione in San Lorenzo in Lucina.
Quindi, la fascinazione che provava (e temeva) si è realizzata tutta.
Dunque, io non sto messa poi troppo male, fra i miei dieci giorni e i suoi dodici anni, c’è ancora un po’ di margine.
Il secondo film è talmente bello e ho una relazione così complessa con il protagonista, che ieri ho addirittura pensato di fare una pausa, questa, davvero introvertita: ho tolto il dischetto dal lettore, cioè ho anche, come si dice a scuola, perso il segno e ho visto un altro film, sempre di Jane Campion.
Però Ritratto di signora si è rivelato a distanza di anni quasi inguardabile.

Continua a leggere

DUE FILM DI JANE CAMPION. 1: THE PIANO (LEZIONI DI PIANO), 1993

Jane Campion, The Piano, 1993

Nudo, l’attore è inguardabile.
Over 50, basso, tarchiato, con qualcosa più di un inizio di ginecomastia, ovvero con mammelle quasi femminili, il pene penzoloni fra le gambe, che, in quello stato, sembrando lui una scimmia, almeno lo libera dall’immagine della scimmia in foia.
La faccia tatuata.
La bocca come un orifizio di salvadanaio.
In più analfabeta.
Le unghie orlate perennemente di nero.
Uno che se la fa con i selvaggi.
Eppure bastano un paio di secondi e una donna lo comincia a guardare diversamente.

George

È l’occhio dell’autore che guida lo sguardo dell’altro e dunque lo sguardo, inaspettatamente, prima accetta, poi compie un balzo fino al desiderio.
E il desiderio circola per tutto il film, come un refolo di vento che sale su se stesso, a tratti e ti trasporta.
E in questo caso l’autore è una donna, quindi, una regista che, per forza di cosa, rappresenta se stessa.
E arriva al capolavoro, che è rimasto tale anche dopo ventotto anni.
Anzi, se possibile, la bellezza del film è aumentata, sarà che è passata la vita, sarà che è cresciuta l’esperienza.

Parlo per me, ovviamente.
E per chi volete che parli.

Continua a leggere

IL PRIMO E L’ULTIMO (SARAI PER ME): 007 LICENZA DI UCCIDERE (1962)

Se non credi a quello che vedi, perché vai al cinema?

(citato da Paolo Mereghetti, critico cinematografico)

Forse il trucco è tutto lì.
Tu vedi lui e ci credi.
Perché lui è l’uomo più convincente che io abbia (più o meno) incontrato in vita mia.
Ed è anche il più seducente e tutti gli altri uomini che mi sono sembrati e che mi sembrano seducenti, in confronto a lui, sono dei dilettanti.
Proprio perché lui ti ci fa credere.
Dopo aver sistemato per le feste la fauna maschile contemporanea, occupiamoci di quella estinta.
E procediamo con ordine.

Per prima cosa, James Bond, quello autentico, il primo e l’unico, è elegantissimo.
Non a caso il suo sarto è a Savile Row, la leggendaria strada di Londra, lo dichiara a metà film ma non avevamo dubbi.
(Anche Alexander McQueen si è formato lì).

Alexander

Lui esordisce in smoking al tavolo dello Chemin de fer, poi indossa abiti leggeri dal taglio perfetto, sventolandosi leggermente col cappello perché siamo in Giamaica e capiamo così che fa caldo.
Insomma, lui non è di quelli che quando vanno ai Caraibi si conciano da turisti, lui è sempre in abito e cravatta e lo vediamo più décontracté solo quando va in perlustrazione notturna sull’isola di Crab Key, dove c’è il solito scienziato pazzo, stavolta alle prese con il nucleare.
Ma a noi della trama, almeno qui, interessa poco o niente.
A noi interessa avvicinarci, per quello che è possibile, ai motivi del fascino dei primi film di 007, che continuano a brillare per inventiva e stile, soprattutto a confronto dell’ultimo uscito, che, per pura noia di un pomeriggio, sono andata a vedere nel cinema qui sotto.

Continua a leggere

MORIR D’AMORE (ADDIO, FRATELLO CRUDELE)

Soranzo, Annabella, Giovanni, Addio, fratello crudele, 1971

Baciami. – Se mai avvenga che le età future
Odano di questo nostro vincolo, può darsi
Che le leggi morali e del viver civile
Debbano biasimarci…ma non appena sappiano
Del nostro amore, basterà quello a cancellar l’orrore,
Che rende abominevoli gli incesti.

(John Ford, Peccato che sia una puttana, 1630)

Chissà com’è, avere (avuto) tutti i numeri per diventare lo Sean Connery italiano ed essere finito nella casa del Grande Fratello.
VIP, d’accordo.
Evidentemente qualche numero mancava.
Del resto lo si capisce pure dal film, perché se un attore italiano non si doppia da solo, qualche problema ce l’ha, laddove Sean Connery è un artista completo, corpo, anima, voce e il resto.
(Fabio Testi è doppiato da Corrado Pani e mi sento di dire che la metà del suo fascino viene da questa voce altra. Da qui e da cui, il Grande Fratello. VIP, d’accordo).
Comunque l’attore veneto a trent’anni era sbalorditivo, anche come portamento.

Soranzo

E la recitazione era ottima.
Dietro c’è, evidentemente, un grande regista come Giuseppe Patroni Griffi, che si è dedicato prevalentemente al teatro (e si vede), ma che ha fatto anche incursioni nel cinema.
Comunque sbaglia, e sbaglia di grosso, la mia enciclopediola (enciclopediucola) di cinema, che definisce gli attori di Addio, fratello crudele «inadeguati o ridicoli», tutti tranne Charlotte Rampling e il film una «versione non soltanto mercantile, ma inetta» della tragedia di John Ford Peccato che sia una puttana, andata in scena a Londra nel 1630.
Castronerie, tutte, perché invece il film è bellissimo, raffinato, pieno di citazioni, un po’ astratto nella narrazione di sentimenti terribili, con delle magnifiche ambientazioni e abiti sontuosi, un po’ ruvidi, come è ruvida tutta l’atmosfera, gelida, con il fuoco sempre acceso nel camino e la campagna del nord Italia, intirizzita e spoglia.
Certi critici sono veramente irritanti, casomai dovrebbero riflettere un momento prima di distruggere un film pieno di elementi squisiti.
Ma non sono bastati la fotografia di Vittorio Storaro, le musiche di Ennio Morricone, i costumi di Gabriella Pescucci.
Chissà com’è che, di botto, tutti questi grandi professionisti, nel pieno della loro attività, prendono una cantonata collettiva e si sbagliano.

Infatti, non si sono sbagliati per niente.

Continua a leggere

CADONO, GLI DEI

Luchino Visconti, La caduta degli dei, 1969

Mica ce l’hanno raccontata giusta.
Non è vero che Visconti era un perfezionista, con le lenzuola d’epoca negli armadi d’epoca anche se gli armadi erano chiusi e le lenzuola non si vedevano.
Così, per fare meglio atmosfera.
Se fosse stato un  perfezionista, le ragnatele del palazzo del Principe di Salina nel Gattopardo non sarebbero sembrate quelle del tunnel dell’orrore al luna park.
Se fosse stato un perfezionista, rivedendo la Caduta degli dei non si sarebbe diffuso nel mio salotto l’odore di naftalina che veniva dagli abiti che indossavano i protagonisti.
La macchine non sarebbero sembrate quelle della Mille Miglia, simpatiche, sì, ma pure loro con sulla carrozzeria l’aria della fiera di paese e della baracchetta con le bandierine per metterle in mostra.
Se Visconti fosse stato un perfezionista, non sarei rimasta sulla mia poltrona a vedere le cose dall’esterno, pensando ma guarda questi che caricature che sono, guarda le bambine quanto sono petulanti, la casa quanto è finta, senti tu le voci come suonano male.
Se Luchino Visconti fosse stato un perfezionista, avrei partecipato torcendomi le mani alle vicende di una potente famiglia tedesca di industriali metallurgici alle prese con la salita del nazismo.
Ce n’era, di abbondanza di argomenti, buona per più stagioni di una serie, di quelle che ti incollano alla poltrona, allo schermo e al salotto.
E invece ne è uscito un film che non è un capolavoro, come ci avevano fatto credere e come anch’io ho creduto per un sacco di tempo.

Ma che succede al cinema.
Oppure, che succede a me che alle prese con certo cinema non sono più contenta.

Continua a leggere

GIRLS JUST WANT TO HAVE FUN: THELMA & LOUISE

Thelma & Louise, Ridley Scott, 1991

Per trenta minuti ho pensato ma tu guarda quanto è brutto questo film.
Mica me ne ero accorta: come ero scema.
Come eravamo scemi.
Come eravate scemi.
Trenta minuti sono un’eternità, anche se il film è lungo (poco più di due ore), però uno se ne accorge, che non va, due matte, una un po’ più matta, sgangherate, conciate da fare paura, che strillano continuamente, vizio che non si tolgono e che va avanti fino alla fine.
Un marito agghiacciante.
Una provincia americana che francamente a me dell’Arkansas, l’ultimo posto al mondo dove vorrei andare, meglio, uno degli ultimi, la mia lista di ultimi è infinita.
E ho pure pensato ma il regista è quello che nove anni prima ha fatto Blade  Runner, che continua a essere un film bellissimo, tutte le volte che lo vedo penso che sia il film della mia vita.
La mia enciclopediola del cinema definisce Thelma & Louise «uno dei film più euforicamente femministi mai arrivati da Hollywood».
E allora mi sono detta ecco perché è brutto, perché è «euforicamente femminista».
Francamente a me del femminismo.
Poi, resti fra noi, francamente, a me, pure dell’euforia.
Se non ho tolto il dvd dal lettore è stato solo perché mi è preso un attacco di pigrizia, però ho continuato a pensare quanto ero scema.
Avevo visto il film al cinema e fin qui ci siamo, e avevo il dvd, quindi lo avevo anche rivisto e allora, che cosa mi era preso, prima o dopo?
E, soprattutto, che cosa era preso al regista?

Continua a leggere

TALIS MATER

Anthony Perkins in Psycho, Alfred Hitchcock, 1960

La differenza fra uno zombi e un revenant è che uno è uno zombi, l’altro, un revenant.
Dopo aver dato prova di questa limpida logica femminile, cerco di spiegarmi.
Uno zombi è uno che è stato sottoterra e al quale possono mancare dei pezzi. Come dice la Treccani, c’è anche l’uso di definire uno zombi un «individuo in uno stato fisico e psichico di estremo decadimento, stralunato e malvestito».
Un revenant è tutt’altro, è uno che sta bene in salute, che di solito troviamo in cucina che mangia, che è esattamente come ce lo ricordiamo.
Solo che era morto.
E che ha deciso di ritornare: pure dopo anni, quando le cose di solito sono cambiate perché, come si dice, la vita continua.
Il revenant, no, ha la medesima età di una volta, i medesimi sentimenti e pure le medesime pretese.

A me i revenants fanno paura, ma paura vera, quindi sono riuscita a vedere solo tre episodi della serie francese, fra l’altro molto bella, a loro intitolata, che però non ho potuto proseguire perché ero perseguitata da incubi.

Les Revenants

Le ho provate tutte. Non era possibile vederla di mattina perché mi faceva ospedale, anzi, magari in ospedale fosse possibile vedere una serie; ho provato il pomeriggio presto, con il sole ancora alto, per darmi il tempo di distrarmi prima che facesse notte; ho tenuto tutte le luci accese.
Niente.
Non me li toglievo dalla testa, soprattutto il ragazzino con la faccia da impunito, e poi l’ambiente gelido del lago, e poi la diga, e poi la sigla, che da sola bastava e avanzava.

Insomma, per colpa della mia paura dei morti, mi sono giocata la possibilità di vedermi una delle serie più interessanti degli ultimi tempi.

E dove si colloca Psycho in quest’ottica?

Continua a leggere

ORNITHOLOGY

Alfred Hitchcock, 1963

– Che cosa l’ha segnata personalmente in questi ultimi vent’anni?
– La scomparsa degli uccelli, la rarefazione del silenzio, l’inquinamento dell’aria

Blandine Rinkel, Tutto trema, 2021

Una volta, anni fa, organizzai uno Zombi Day.
Sono una donna metodica e tutte le volte che da ragazza ho lavorato come segretaria, quando ho lasciato per occuparmi dei fatti miei, sono stata rimpianta.
E vorrei vedere, siamo in Italia, dove uno dei nodi è l’organizzazione, che a me, invece, riesce benissimo.
Dunque, mi organizzai pure con i morti viventi: un film al cinema e due dvd del noleggio, prenotati il giorno prima.
(C’era ancora il noleggio all’angolo dove adesso c’è un negozio di mozzarelle).
Per inciso, il film che riportò la palma fu quello più vecchio, i più recenti, carichi di effetti speciali, erano solo disgustosi.
Quello, faceva paura.
Ma la faccio breve: andai a dormire deprecando la cattiva abitudine che c’è a casa mia di avere, sì, scorte di fazzoletti di tutti i generi (sono una piagnona e mi piace piangere comodamente), ma non una scorta equivalente di assi per inchiodare dall’interno le finestre.
Scorta che invece ha il protagonista di The Birds, di Alfred Hithcock, un avvocato penalista che si chiama Mitch Brenner, che non guarderei nemmeno se fosse l’unico uomo presente su un’isola deserta, un po’ quadrato e con gli occhi azzurri.
Ma forse il fisico tarchiato gli è venuto dalla mia televisione nuova, sulla quale non è che tutti i miei film si vedano benissimo.
Insomma, anch’io provo un sentimento di rimpianto, per quanto mi riguarda a causa della nuova tecnologia e nei confronti dell’altro televisore, sentimento tale e quale a quello che hanno provato quando me ne sono andata coloro ai quali ho fatto da segretaria.

(Adesso, la segretaria la faccio solo per me stessa).
(E comunque non posso ricomprarmi tutti i dvd che ho già, ma questo è un altro discorso).

Continua a leggere

A VOLTE RITORNANO

Victor

Li scopri tutti in cucina, che divorano quello che hanno trovato in frigorifero o che mangiano direttamente dal tegame.
Li capisco, dopo anni senza cibo, farei anch’io la medesima cosa.
Eppure sembrano tutti bene in carne, fra l’altro non sono cambiati, vedi tu il vantaggio di morire giovane: non invecchi.
Ma questo si sapeva.
Lo dice tutta una letteratura dedicata alla consolazione, che canta eroi e meno eroi, che comunque hanno lasciato un vuoto.

Da un pezzo giro intorno a questa serie, ma non posso vederla perché mi fa paura.
Però la paura talvolta è bella, c’è tutto un pubblico di appassionati di splatter e horror.
No, perché qui è un’altra cosa, più sottile, più sfumata, più profonda.
Io ho paura dei morti che ritornano.

Ecco perché non posso vedere Les Revenants.
Anche se ogni tanto ci ricasco.

Continua a leggere