Tutti i sentimenti (page 1 of 5)

Il luogo, appunto, dei sentimenti: il dolore e la delusione, certamente, ma anche la felicità, la virilità (cioè l’orgoglio e la forza), la femminilità (cioè la seduzione e l’inganno), gli animali, sempre così importanti, certe volte i bambini, poi la nostalgia, il rimpianto, la lontananza, il viaggio, la gelosia, il riso, il pianto, il lavoro, la relazione con gli oggetti, la povertà e la ricchezza, dunque, il denaro. L’amore. La morte. La vita, no?

RIMEDI, 2. UOMINI

James Tissot, Le Cercle de la rue Royale, 1868

A mali estremi, estremi rimedi

L’altra sera, come sempre faccio il lunedì, sono passata in macchina a via Salaria e mi sono fermata al semaforo rosso.
Lì c’è, sulla sinistra, un locale che mi è sembrato elegante e interessante finché non ci ho passato un pomeriggio, nel corso del quale ci siamo dovuti alzare per andare a prendere le bibite e i caffè perché nessuno dava ascolto a noi clienti.
Il locale affaccia sulla strada con molte vetrine, quindi si vede bene quello che succede dentro. E dentro c’era un gruppo di giovani donne che stavano a un tavolo, tutte donne e tutte sedute, tranne una, che era in piedi e aveva vicino a sé una carrozzina.
Dalla carrozzina aveva estratto una bambina piccola piccola, incartata in un pagliaccetto rosa, che trastullava su e giù.
E, mentre trastullava la bambina, parlava con le amiche.
Premetto che i gruppi di sole donne mi danno tristezza, mi fanno cena al paese l’8 marzo, e pettegolezzi e chiacchiere da femmine, giardino d’infanzia, vestiti e scarpe.
Inoltre, e questa cosa ritorna da un po’ più e più volte, mi chiedo perché la fascinazione di un figlio piccolo piccolo non basti a tenere a casa una donna.
Me lo sono chiesta anche quando c’è stato l’attentato a Parigi al Bataclan, sono passati tre anni e ho continuato a leggere interviste.
La prima, al padre di un bambino piccolo piccolo la cui madre quella sera è morta, cioè il padre stava a casa con il bambino e la madre stava al concerto degli Eagles Death Metal ed è stata una delle ottantanove vittime.
Mi sono anche detta che se il concerto fosse stato di musica classica, mi avrebbe fatto un altro effetto, insomma, metto insieme male un poppante e il metallo pesante.
Poi, via via, altri commenti, anche di recente, conversazioni con donne che stavano lì e avevano lasciato a casa i figli piccoli piccoli ed erano sopravvissute a quell’esperienza, estrema e terribile.

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EN MARCHE!

Parigi, Aeroporto Charles De Gaulle, Uccellino che fa festa con le briciole del mio pranzo

Considero il calcio un linguaggio universale, quindi mi capita di usare metafore calcistiche. Per esempio, quando parlo delle mie corde vocali, dico che sono per me quello che il ginocchio è per il calciatore, intendendo così, lo capiscono anche i poveri di spirito, che io ho un punto debole, un sovraccarico, un rischio e una minaccia.
Solo, non avevo considerato che lassù, oltre a un santo bevitore, ci fosse pure un santo calciatore. Che a un certo punto si è seccato della metafora e ha deciso di mandarmi un segno.
Il 7 dicembre scorso, dunque, mi viene un forte dolore a un ginocchio.
Il destro.

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DELL’OTTIMISMO E DI CHI CE L’HA

 

Ieri ho messo la sveglia alle 5:30.
L’ora era infame per due motivi sostanziali: perché era notte fonda e perché alla radio c’era solo una replica di una trasmissione di scienze e non c’era nemmeno un umano a dirti buongiorno.
Avevo un impegno di lavoro presto e i tempi della mia preparazione mattutina si attestano fra quelli di Napoleone quando stava a Sant’Elena, due ore e mezza e quelli di Victoria Beckham,  quattro ore.
Escludo che l’Imperatore tenuto al confino in mezzo al nulla si comportasse nel medesimo modo quando stava sul campo di battaglia e dormiva in un lettuccio di ferro, ma non ho notizie certe.
Di Victoria Beckham non so altro, comunque, la capisco.
Lei vuole uscire di casa in forma e io lo stesso.

La conseguenza della levataccia è stata che alle ore 11:00 avevamo finito e un mio squisito amico e collega, pure con una bella macchina nuova, mi depositava a piazzale Flaminio.
Praticamente mettevo piede a piazza del Popolo, la mia piazza prediletta, passando come sempre sotto la Porta, proprio come fece Goethe arrivando dalle mie parti, con quattro ore di anticipo rispetto alla mia lezione delle 15:00.

Quando si dice, il décalage e tutte le sue conseguenze.

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A MANI BASSE, terza e ultima parte

Gian Lorenzo Bernini, Gabriele Fonseca, 1674, part.

Che gelida manina!
Se la lasci riscaldar.
Cercar che giova? Al buio non si trova.
Ma per fortuna – è una notte di luna,
e qui la luna l’abbiamo vicina.
Aspetti, signorina,
e intanto le dirò con due parole
chi son, che faccio e come vivo. Vuole?

(Puccini, Giacosa  e Illica, La Bohème)

La crema per le mani. La prima volta. Nessuna importanza. Meglio la volta che ha fatto da detonatore.
Per il sommelier, un calice de La Tunella, me l’ha detto lui in un messaggio vocale che ho ascoltato più e più volte.
Per me, al primo anno di università, la prima lezione di Storia dell’arte moderna.
Per il frate, la vocazione.
Come per il matematico.
E per il fisico.
Il colpo di fulmine.
Le prima volta, quella vera.

E la mia prima volta con una serie è stata con The Leftovers.
Il 2% della popolazione mondiale è scomparsa.
Il 2%, e che vuoi che sia.
Semplicemente, 140 milioni di persone.
Ne sento parlare alla radio mentre stavo in macchina. Il tono è di quello che sta in una fascinazione profonda.
Mi compro il dvd.
Fascinazione pure io.

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A MANI BASSE, seconda parte

Le mani di Glenn Gould

Ho orrore di tutti i mestieri. Padroni e operai, tutti contadini, ignobili. La mano da penna vale la mano da aratro. – Che secolo di mani! – Io non avrò mai mani.

Arthur Rimbaud, Una stagione all’inferno,  1873

Le mani degli studenti. I miei studenti si mangiano le unghie.
Se le mangiano oltre ogni limite. Alcuni scendono oltre la parte ungueale, attaccano la pelle delle dita, sanguinano.
Mi porto in borsa cerotti per medicarli, li finisco spesso.
Mi fanno pensare a quei morti apparenti che si svegliano nella bara, si accorgono di come stanno messi, urlano, implorano, bussano e passano gli ultimi brandelli di vita ritrovata divorando se stessi a cominciare dalle mani.
Li scoprono mezzi spolpati quando arriva l’esumazione.
(La mia fantasia gotica fa il paio con quella di Poe e da lui deriva).
Vado da una femmina e dico ma guarda come sei conciata, le mani in una donna sono importantissime.
Quella si nasconde le mani dietro la schiena e si avvita in una crisi in cui femminilità e unghie si mescolano senza possibilità di soluzione.
Vado da un maschio e dico che alle donne piacciono le mani degli uomini e guarda tu le tue come te le conci.
E a quello, casomai, le donne manco piacciono.
Con gli studenti non sai mai come fare, come fai, fai male.

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A MANI BASSE, prima parte

Berenice Abbott, Le mani di Jean Cocteau, 1927

…la sua mano sinistra che afferrava la bottiglia d’acqua, la sua mano destra che svitava il tappo.

Adeline Dieudonné, Chelly, nella Raccolta di racconti  «13 a tavola», pronta per il 2020

Credo di essere sopravvissuta alle interminabili riunioni nella stanza della Direzione in Accademia solo perché passavo il tempo guardando le mani dei colleghi.
Dei colleghi uomini, perché le mani delle colleghe donne avevano un differente impatto sulla mia fantasia.
1. Le mani del Direttore: eleganti, da intellettuale, esperte di origami, di cui vedevo i risultati
2. Le mani dell’artista, mobili, eloquenti, con all’anulare una fascetta in argento un po’ alta, che stava lì dall’altra parte della fede nuziale. Negli uomini non apprezzo nessun gioiello oltre a un orologio rigoroso e di pregio. Forse posso fare un’eccezione per dei braccialetti. Talvolta
3. Le mani del ghiottone, paffute, un po’ disarticolate, che volteggiavano nell’aria
4. Le mani dell’altro intellettuale, più asciutte, forse nodose, mi accorgo che non me le ricordo
5. Le mani dell’artista dei fumetti, lui sembrava Nettuno, avrebbero potuto benissimo impugnare un tridente

Alle donne piacciono le mani degli uomini.
Le capisco e sono pure d’accordo.

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A OCCHIO E CROCE, seconda parte


A misura d’uomo.
Una volta curo un corso propedeutico in Accademia e mi rendo conto che la misura delle scarpe è un dato privato, intimo, tu conosci che numero indossano solo le persone che ti stanno accanto.
Per non parlare dei bambini che crescono e che vedono il numero di scarpina aumentare continuamente.
Così in aula, quel giorno, per cominciare la lezione, cambio il nome a tutti, a cominciare da me stessa.
«Buongiorno, sono la Prof. 37».
E chiedo agli studenti di presentarsi.
Dunque, ecco il Signor 41, che sedeva accanto al Signor 43 e al Signor 44.
C’era poi la Signorina 38, come c’era la Signorina 42, che era una ragazzona, però mai avrei pensato che arrivasse a tanto.
Pure l’interprete cinese era una ragazzona, ma era la Signorina 35 e alla fine le ho dovuto chiedere se da piccola le erano stati fasciati i piedini, visto che la cosa mi sembrava astrusa.

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A OCCHIO E CROCE, prima parte

Il numero dei telefoni. Conosco parecchie persone che hanno due telefoni:
manager, affiancatori di politici, gente che ha un ruolo di qualche peso in un’azienda.
Si tratta di telefoni che chiamiamo qui di servizio.
Ho incontrato anche uno psicologo che aveva due telefoni. Mi ha detto che ce li aveva perché non voleva essere disturbato fuori orario dai suoi clienti.
Ha detto proprio così.
A me già il fatto che chiamasse clienti coloro che andavano da lui perché erano in uno stato di sofferenza e che, dunque, avrebbero meritato il titolo di pazienti, è sembrato incongruo.
Che poi lui non volesse essere disturbato da persone con dei disturbi che andavano da lui per curarli, mi è sembrato feroce.
Ma tant’è.
Anche il protagonista di Breaking Bad, che aggiunge al mestiere di professore di Chimica quello di cuoco di metanfetamina, ha due telefoni ed è proprio a causa di una sua sbadata ammissione che la moglie comincia a vederci chiaro. Oltre che per la quantità anomala di denaro che affluisce dalle loro parti.
Ma questo è un altro discorso.
Pure la mia domestica ha due telefoni: uno lo accende la notte. Ora, che cosa ci faccia con un simile armamentario questa donna che conduce un’esistenza semplice, io continuo a chiedermelo. Lei un paio di volte me lo ha spiegato, ma io non credo di essere del tutto entrata nel discorso.
Sta’ a vedere che la signora Gerardina ha una doppia vita, proprio come la Veronica del bel film di Kieslowski.
Contenta lei.


Una volta mi ha portata in aeroporto un tassista che aveva tre telefoni, tutti schierati sul cruscotto. È probabile che ne avesse anche un quarto nascosto da qualche parte. Privato.
Sì, perché i primi tre erano di lavoro.
A guardarlo guidare e rispondere in contemporanea, sembrava di stare davanti a una di quelle centraliniste che si vedono nei vecchi film, sapete, quelle con le cuffie, che continuamente attaccano e staccano spinotti sul pannello.
Un lavoro terribile.
Un po’ come quello del tassista, che invece di godersi l’autostrada, stava lì a gestire la sua multiforme attività, che non ho ancora capito in che cosa consistesse.
Lui era solo e aveva solo quella macchina.

Comunque ancora non vi ho detto che anch’io ho due telefoni.

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LA VITA SEGRETA DEI SENTIMENTI

Houdini, uno dei suoi trucchi

Da un pezzo ho adottato l’aggettivo parasentimentale.
Non è mio, bensì di un, chiamiamolo, amico, un pilota professionista, che così definiva ogni sua uscita con una donna.
Un po’ disilluso, ma eloquente.
Il termine l’hanno capito perfino i miei studenti, oddio, mica tutti, comunque, una delle ragazze, sveglia anche se da sgrossare, che si illuminò mentre spiegavo e disse «Sì, sì, come la parafarmacia».
Nella parafarmacia, tutto è organizzato come con i farmaci, ordine alfabetico, scatole, colori, tutto è liscio, ordinato, comprensibile, ma con niente ricetta medica, effetti collaterali ridotti e bel pacchetto, certe volte pure a pois o con motivo decorativo analogo.
Nei parasentimenti, tutto è un riflesso dei sentimenti veri, non sto dicendo una parodia, però ciascuno di essi, ciascun sentimento, è sostituibile con uno simile, ma privo di intensità e di sostanza.
Per niente impegnativo, transeunte, caduco, il più delle volte ben confezionato.
Su, su, che vuoi di più.

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SUL CORPO

Henri Matisse, Nudo rosa, 1935

Ho conosciuto donne che si trovano molto brutte e donne che si trovano molto belle…donne che hanno paura d’essere troppo grasse e donne che hanno paura d’essere troppo magre…

Natalia Ginzburg, Discorso sulle donne, 1992

L’altro giorno, per fare un esperimento, ho deciso di ossessionarmi con il corpo.
Per cominciare, mi sono pesata dieci volte, in ore diverse.
E già questo è demente, perché qualunque medico, dietologo, nutrizionista, ti dice di pesarti una volta a settimana o due volte al mese, se tu ti mangi un piatto di zucchine, quelle sono piene di acqua, quindi il peso aumenta ma si tratta di un effetto che definisco qui ottico, anche se ottico, scientificamente, non è.
Ma ci siamo capiti.
Comunque già tenere sotto controllo il peso ti porta all’ossessione del corpo.

Poi sono andata sul sito di una modella che seguo.
Uno dice perché segui una modella.

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