Tutti i sentimenti (page 1 of 5)

Il luogo, appunto, dei sentimenti: il dolore e la delusione, certamente, ma anche la felicità, la virilità (cioè l’orgoglio e la forza), la femminilità (cioè la seduzione e l’inganno), gli animali, sempre così importanti, certe volte i bambini, poi la nostalgia, il rimpianto, la lontananza, il viaggio, la gelosia, il riso, il pianto, il lavoro, la relazione con gli oggetti, la povertà e la ricchezza, dunque, il denaro. L’amore. La morte. La vita, no?

LA VITA SEGRETA DEI SENTIMENTI

Houdini, uno dei suoi trucchi

Da un pezzo ho adottato l’aggettivo parasentimentale.
Non è mio, bensì di un, chiamiamolo, amico, un pilota professionista, che così definiva ogni sua uscita con una donna.
Un po’ disilluso, ma eloquente.
Il termine l’hanno capito perfino i miei studenti, oddio, mica tutti, comunque, una delle ragazze, sveglia anche se da sgrossare, che si illuminò mentre spiegavo e disse «Sì, sì, come la parafarmacia».
Nella parafarmacia, tutto è organizzato come con i farmaci, ordine alfabetico, scatole, colori, tutto è liscio, ordinato, comprensibile, ma con niente ricetta medica, effetti collaterali ridotti e bel pacchetto, certe volte pure a pois o con motivo decorativo analogo.
Nei parasentimenti, tutto è un riflesso dei sentimenti veri, non sto dicendo una parodia, però ciascuno di essi, ciascun sentimento, è sostituibile con uno simile, ma privo di intensità e di sostanza.
Per niente impegnativo, transeunte, caduco, il più delle volte ben confezionato.
Su, su, che vuoi di più.

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SUL CORPO

Henri Matisse, Nudo rosa, 1935

Ho conosciuto donne che si trovano molto brutte e donne che si trovano molto belle…donne che hanno paura d’essere troppo grasse e donne che hanno paura d’essere troppo magre…

Natalia Ginzburg, Discorso sulle donne, 1992

L’altro giorno, per fare un esperimento, ho deciso di ossessionarmi con il corpo.
Per cominciare, mi sono pesata dieci volte, in ore diverse.
E già questo è demente, perché qualunque medico, dietologo, nutrizionista, ti dice di pesarti una volta a settimana o due volte al mese, se tu ti mangi un piatto di zucchine, quelle sono piene di acqua, quindi il peso aumenta ma si tratta di un effetto che definisco qui ottico, anche se ottico, scientificamente, non è.
Ma ci siamo capiti.
Comunque già tenere sotto controllo il peso ti porta all’ossessione del corpo.

Poi sono andata sul sito di una modella che seguo.
Uno dice perché segui una modella.

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WORKERS

Lewis Hine, Workers on the Empire State Building, 1930

Avevo uno zio, marito della sorella di mia madre, simpatico e possibilista.
Chirurgo in una cittadina della provincia piemontese, divertente, generoso, invitava tutte le estati i nipoti nella sua bella casa al mare sulla riviera ligure.
Lì, tutto era possibile.
Tutto quello che era vietato a Roma: fumare, andare a ballare, uscire con i ragazzi più carini della spiaggia.
A Roma la spiaggia non c’è, ma avete capito il concetto.
Lui raccontava spesso una storiella esemplare.
Una signora, un po’ corrucciata, dice: «I muratori non sono più quelli di una volta. Trent’anni fa, quando passavo, mi fischiavano tutti dietro».
Più complessa di quanto non sembri, la piccola narrazione non trova del tutto riscontro nella realtà.
Sto dicendo che i muratori non smettono di guardare le donne.
Che le donne sorridono ai muratori, buttano lì un «Ciao, come va» e che con loro scambiano quattro chiacchiere.
E i muratori lanciano loro occhiate eloquenti.

Altro che fischi.

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LA BALLATA DELL’AMORE NON CORRISPOSTO

George Grosz, Il malato d’amore, 1916

Passavo la sera seduto davanti allo specchio per tenermi compagnia

Cesare Pavese, Il  mestiere di vivere, 6 novembre 1938

La lampada circolare indica che l’ora è tardiva.
L’uomo calvo è vestito di un abito scuro, il gomito destro appoggiato al tavolo, ha in mano un bastone da passeggio.
Il braccio sinistro, senza forze, pende dalla spalliera.
Alla sua sinistra, la nostra destra, un cane è accucciato a terra accanto a due ossi.
Oltre a essi alludono alla morte anche la lisca di pesce su un tavolo accanto all’uomo e uno scheletro, in secondo piano.
Questa idea dirompente è ribadita dalla rivoltella che sta sotto il cuore rosso dell’abito dell’uomo: noi capiamo che egli soffre per un dispiacere d’amore.

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L’INVENTARIO, 24: C’È POCO DA RIDERE, seconda parte

Siete dei tooth-smiler?
Gli americani si sono inventati anche questo. Oltre al Californian White, un tono cromatico dei denti che non esiste in natura e che si raggiunge con lo sbiancamento, definiscono anche il sorriso per come appare.
Del resto, il mio odontoiatra quando ci conoscemmo passò più di un’ora a parlare con me, voleva sapere tutto, mi fece anche ridere, più di una volta.
Perché? Controllava la linea del sorriso, dalla quale dipende qualunque decisione lui prenda nei confronti di un paziente.
Con il mio odontoiatra continuo a parlare e a ridere parecchio.
E sono una tooth-smiler, ve lo dico subito.
A guardare la storia dell’arte, violo tutte le regole del decoro.
Infatti, in arte, sono davvero in pochi a mostrare i denti.

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L’INVENTARIO, 23: C’È POCO DA RIDERE, prima parte

Jessica e Roger Rabbit

Siate sempre lieti…lo ripeto, siate lieti

Lettera di San Paolo ai Filippesi, 4, 4

Sui mariti, io ho le idee chiare.
Ovvio che il Principe azzurro è il migliore di tutti: giovane, bello, ricco, bien élevé, e ci mancherebbe, sa stare a tavola, è innamorato, fedele, tutte lo vogliono ma lui vuole solo te, ha un avvenire brillante e una professione sicura.
Ci vuole così poco a maritare bene una donna.

Le idee chiare ce le ha anche Jessica Rabbit che rivela il motivo per cui ha sposato il coniglio: perché la faceva ridere.
Trovo questa dichiarazione geniale, soprattutto se uno pensa che un uomo capace di far ridere una donna di solito è giovane, quindi, pieno di promesse, poi però bisogna vedere se le mantiene; un uomo adulto, invece, che è già quasi sempre un autentico cordoglio, voi pensate solo ai problemi di lavoro che lo affliggono, di solito a farti ridere non ci pensa per niente.
Dunque, sembrerebbe, meglio i conigli, ma non ho esperienza.
Mi fido, però, di Jessica Rabbit.

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CHIARO DI LUNA CHE TINGE LA MIA SOLITUDINE

Vilhelm Hammershøi, Interno con donna al pianoforte, 1901

Mi piace dare consigli.
Do consigli soprattutto ai miei studenti, su quali romanzi leggere, che film vedere e che musei visitare.
Mi aspetto anche dei ringraziamenti.
Quando i miei studenti mi dicono che non vanno a vedere una mostra o all’opera perché non sanno con chi andarci e che, casomai, hanno passato una settimana a Londra senza incontrare i marmi del Partenone o il San Gerolamo di Antonello perché erano con degli amici ai quali dell’arte non importa niente, racconto loro una mia storiella personale.
Dalla quale esce fuori che a me piace anche ricevere consigli e che una volta, in uno stato di disorientamento e confusione totali, ricevetti il consiglio, il migliore della mia vita.
A me, che sono una persona socievole e comunicativa e che avevo conoscenze e contatti che, come spesso accade, assomigliavano a una giostra, sulla quale si sale e dalla quale si scende secondo il capriccio e l’umore, qualcuno di lucido, un po’ freddo, a suo modo illuminato, disse: fai l’esperienza totale della solitudine.
Era anche morta la mia ultima gatta.
Volevo prenderne un’altra.
Ti suggerisco di aspettare, mi disse la persona lucida, fredda, a modo suo illuminata.

Fu così che ora ho i pesci rossi.

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LA PROVA COSTUME

Jacques Henri Lartigue, Houlgate, settembre 1919

Già avevo smesso di fumare.
Avevo smesso di fumare senza nessuna fatica, solo perché non avevo fumato per più di una settimana perché stavo male: avevo dolori violenti al petto, non sapevo che cos’era. Appena stetti meglio mi venne l’idea di provarci. Ormai fumavo con rimorso, avevo cominciato con i problemi di voce che mi tiro ancora dietro, una cosa professionale, fumavo dicendomi guarda che ti fai male.
Ci riuscii.
Dovetti cambiare amici, abitudini.
Da allora non ho più toccato una sigaretta e se qualcuno mi dice «per favore mi passi il pacchetto», gli rispondo «te lo prendi da solo».
Poi  è vero che se il mio medico mi dice «signora, le restano solo tre mesi di vita», la prima cosa che faccio è entrare da un tabaccaio e comprarmi un pacchetto di Marlboro rosse.
Dure.
Peccato per la scritta menagramo che rovina il design e che quando fumavo io non c’era.

Più o meno in modo simile, ho smesso di andare al mare.

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ALL’OMBRA DEI CIPRESSI

La tomba di Rimbaud a Charleville

Comincio con la storia di un raggiro messo in atto ai miei danni, per cui un mio compagno del corso di tedesco, venuto a conoscenza della mia passione per Rimbaud, buttò lì che lui era stato a Charleville sulla tomba del poeta e che sulla lapide c’era scritto Ne criez pas pour moi, Non gridate per me.
Solo dopo anni avrei visto la foto della sepoltura, scoprendo che in realtà l’implorazione era Priez pour lui,  Pregate per lui.
La favoletta, comunque, era ben trovata, come sappiamo, i secondi (e anche i terzi e i quarti) fini degli uomini accendono sempre la loro fantasia, anche tombale, anche letteraria.
Quanta vita c’è nella morte?
Tantissima, essendo la morte l’accadimento chiave della vita medesima: se non ci fosse vita, non ci sarebbe morte.
E, lo sappiamo, Eros e Thanatos sono legati indissolubilmente, al punto che mai come quando noi siamo davanti alla morte abbiamo voglia di vita.
Lo sa bene la Matrona di Efeso, anche lei protagonista di un racconto, stavolta fatto da uno serio, Petronio, nel suo Satyricon.

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IL PROFUMO DELLA POVERTÀ

Il mio servizio resta infinito e di conseguenza impagabile…un’opera d’arte è inestimabile, non ha valore commerciale e dunque non si può pagare
(Gustave Flaubert, Lettera a George Sand, 4 dicembre 1872)

Käbi usava dire che dei soldi non le importava nulla, però facevano bene ai nervi
(Ingmar Bergman, Lanterna magica, 1987)

Avevo la libertà di proporre delle idee – senza mezzi. Bisognava che ci sponsorizzassimo da soli…«La povertà mette in tutte le cose il suo profumo» – parole di Santa Teresa d’Avila…
(Charlotte Perriand, Una vita di creazione, 1998)

Scena numero 1. Una volta incontro in Segreteria un collega regista che stimo. Ho visto il suo ultimo film e gli dico che la protagonista, che di mestiere è docente di Storia dell’arte all’Accademia di Belle Arti, vive in una casa irragionevole: un superattico al Vomero. Lui capisce che cosa intendo e si salva per il rotto della cuffia: «È ricca di famiglia».

Scena numero 2. In un film di cui ho dimenticato il titolo, comunque italiano, la protagonista insegna Italiano in un liceo. A un certo punto apre l’armadio e sono inquadrate trenta paia di scarpe di Sergio Rossi. A circa cinquecento euro al paio, fate voi il conto di quanto aveva speso la signora per vestirsi.
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