Tutti i sentimenti (page 1 of 6)

Il luogo, appunto, dei sentimenti: il dolore e la delusione, certamente, ma anche la felicità, la virilità (cioè l’orgoglio e la forza), la femminilità (cioè la seduzione e l’inganno), gli animali, sempre così importanti, certe volte i bambini, poi la nostalgia, il rimpianto, la lontananza, il viaggio, la gelosia, il riso, il pianto, il lavoro, la relazione con gli oggetti, la povertà e la ricchezza, dunque, il denaro. L’amore. La morte. La vita, no?

JOURNAL, 4: IL CIELO CON UN DITO

Frammento del Colosso di Costantino, sec. IV

Tre zollette di zucchero in una tazza di tè sono troppe.
Pure se la vita è amara.
Comunque è una vita, se non semplice, semplificata, i bisogni sono quelli base e animali, per quanto le bestie ancora non reclamino l’aria condizionata.
Il cibo straripa su tutto, non ho mai visto donne così fameliche, immagino il banchetto di nozze, quello che dura due giorni e che vede sedute a tavola anche cinquecento persone.
Lì c’è una logica, che è quella del denaro: ogni invitato è tenuto a versare una certa somma, che si moltiplica per ogni componente della famiglia.
Al momento del conto, se tutti si sono comportati bene, è possibile che agli sposi al netto delle spese rimanga un bel gruzzolo.
L’esperienza antropologica delle donne rumene che si alternano in questo mese di agosto nella cura della mia casa è talmente totalizzante che mi sono rapidamente rassegnata. Non discuto e non rilancio, gli uomini sono dei mascalzoni e non si perdona loro niente, l’esistenza è quella roba lì, gli stracci, i detersivi, gli autobus, la metropolitana, il pranzo, non ci sono altri orizzonti oltre quelli della famiglia, quella della cerchia ristretta e quell’altra, amplissima.
In quest’ottica e in quest’atmosfera non ci penso più a insegnare a Irina o a Marlena i nomi delle dita della mano.
Anche se mi sembra una conoscenza importante nella comunicazione: con l’indice indichi e ti metti un anello all’anulare, per non stare a ricordare che già i latini chiamavano il medio impudicus e che il pollice è, secondo qualcuno, il vero motivo dell’evoluzione dell’uomo, visto che è opponibile e ti dà la possibilità di fare tante cose.
Come sa bene la spia di nome Caravaggio nel mediocre film Il paziente inglese, che viene punita con il taglio di entrambi i pollici.
Prova a non poterli usare e ti accorgi che significa.

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JOURNAL, 1: POSTACOVID

Io mi sono detto cento volte che la pittura, vale a dire  la pittura materiale,  non era che il pretesto, che il ponte fra lo spirito del pittore e quello dello spettatore

Eugène Delacroix, Journal , 1932

Attacco oggi 27 luglio un Diario che chiamo Journal, come quello di Delacroix.
Attacco ma non è vero manco per niente, sto sul mio Journal da 39 (trentanove) taccuini, quello color azzurro turchese o come vi pare che vedete nella foto è quello in corso.
A ritmo di due taccuini, due Journal l’anno, fate voi il conto, vi metto in guardia, dovete fare una divisione.
Qual è la differenza fra il Journal che vedete in foto e questo che leggete.
Poca roba.
I sentimenti sono i medesimi.
Il turpiloquio, qui non lo trovate, non lo apprezzo e lo evito fino a che posso.
Poi, che c’entra, il mio Journal, quello di colore azzurro che l’azienda chiama diversamente, di parolacce è pieno.
Perché è privato.
Perché ogni tanto ci vuole.
Perché se uno mette il turpiloquio sul suo Journal, comunque si chiarisce le idee e si sfoga.
E il mondo resta libero.
Non dico leggiadro e poetico. Ma, almeno, vivibile.

Laddove se tu il turpiloquio lo usi nel mondo, lo infanghi, d’accordo, lo definisci, però poi è anche colpa tua se esso è invivibile.

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IN CARNE E IN DISINCARNE

Damien Hirst, Anatomy of an Angel, 2008

In carne, 1. Appena sono abbastanza in confidenza, domando a quelle donne che cambiano spesso colore di capelli loro come si sentono: brune o bionde.
Le rosse sono un altro discorso, le rosse sono sempre un caso a parte.
Alcune fanno finta di non capire, altre capiscono al volo.
Per esempio, io sono una mediterranea fino all’osso, mai in vita mia mi è passato per la testa di schiarirmi.
Tutto questo è sempre molto interessante, vedere come si vedono gli altri è come stare al cinema.
Io faccio m 1,68 di altezza per kg 58.
Nella mia testa, per esempio, io starei meglio con cinque chili di meno, ma sembra che io sia l’unica a pensarlo, appena perdo un po’ di peso, e per me è facile, sono una disappetente, tutti cominciano a compatirmi, a dirmi ma poverina, come sei sciupata.
Ora, è pure giusto che le donne debbano piacere soprattutto a se stesse.
Però, piacere agli altri, soprattutto a chi piace a te, mica guasta.
Devo ricordarmi di dirlo, alle donne.

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ÉGALITÉ

Se avessi avuto una sorella gemella, l’avrei strozzata in culla

I Puffi sono tutti uguali.
Solo il grande Puffo ha la barba e si distingue per questo.
Anche se a me sembrano tutti uguali gli uomini con la barba.
(Con un paio di eccezioni).
«Quello con la barba», in effetti, ti confonde le idee.
L’uguaglianza dei Puffi è il principio base della loro società. A detta di Peyo, il loro inventore, ciò rende indispensabile concentrarsi sui sentimenti di ciascuno di loro in modo da poterli riconoscere.
Pensiero poetico, che chissà se è esportabile.
Una volta un amico mi raccontò che la Puffetta aveva avuto un’avventura con uno dei Puffi ma non si ricordava più quale.
Secondo me lui mi stava facendo un discorso allusivo e io avevo pure capito dove voleva andare a parare.
Ciò non toglie che da allora la Puffetta cominciò a sembrarmi una Puffa di facili costumi.

Quando io telefono al tecnico della televisione mi presento anche con l’indirizzo.

Da quando il ragazzo che ha cominciato da poco a lavorare in garage mi ha confessato che con la mascherina faceva fatica a distinguere i clienti, ogni volta che chiamo per dire che voglio uscire e mi risponde lui, a scanso di equivoci, mi presento con nome, cognome, tipo e colore di macchina.
L’altro giorno lui mi ha detto che a me mi riconosce benissimo e meno male, non sopporto di essere confusa con un’altra.

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VADO AL MASSIMO

E questo chi è.
Il mio parrucchiere.
Come si chiama.
Massimiliano detto Massimo.
Come si chiama il negozio.
I Ribelli.
Quanto tempo è che vado da lui.
Parecchio. Lui era ragazzino e io ero una giovane signora.
Che cosa fa lui.
Il creativo.
Che cosa fa della mia testa.
Quello che gli pare.
Gli sono fedele.
Quasi del tutto. L’ho tradito un numero di volte che si contano sulle dita di una mano, sapete, quelle che si chiamano avventure senza domani e mai per una cosa seria. Sempre cosette, un po’ di colore una volta che volevo fare l’esperienza del coiffeur in Francia, una pettinatura diversa in estate.

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CORONA BLUES, 29: IMPARA L’ARTE

Hugo Simberg, L’angelo ferito, 1903

Elogio del maquillage. Ieri ho lavato i miei pennelli da trucco. Sono professionali, giapponesi, ce li ho da un sacco di anni ed era vero che sarebbero stati un investimento.
In questo periodo mi sono truccata solo quando sono uscita in modo serio.
Per andare a fare la fila al supermercato non mi sono truccata.
La pelle sta bene, respira, ma sta bene pure quando mi trucco, anzi, quando mi trucco finisce che la curo di più, metti, togli, idrata eccetera.
Comunque il fatto di aver provveduto al grand nettoyage mi ha dato sia il senso della primavera che quello della vita che riprende.
Ma è poi vero che la vita riprende?
La mia trasmissione di lirica sta andando in replica da due mesi. Niente male, hanno fatto una selezione delle puntate più belle, certe volte certe repliche sono degli autentici autogol, ti rendi conto che l’impressione che prima la radio fosse meglio è giusta, facevano cose di qualità superiore, con più idee dentro.
Adesso, lasciamo perdere.
L’unico problema della replica di stamattina è che c’era una lunga intervista a un soprano anche con brani di ascolto.
E la signora però è morta quattro anni fa, relativamente giovane, per una malattia breve e fulminante.
Sentirla ridere, analizzare la parte tecnica del canto, raccontare spettacoli e aneddoti mi ha dato il senso di un tempo ormai senza senso.
Passato e presente si mescolano, tutto è sospeso, non trovo più punti di riferimento.
E il futuro, pure il futuro non ha quasi più senso.

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CORONA BLUES, 16: L’ARTE CONFINATA

Sono una persona adulta.
Ho molta esperienza.
Non ho nessun problema a parlare in pubblico, anzi, è una cosa che amo fare.
Capisco quelli che si sentono morire, ma io non mi sento morire, anzi.
Quando parlo in pubblico sono nel mio vero elemento.
Sono accurata, aggiornata, attenta ai dettagli, sono una sentimentale ma professionalmente non sono divorata dai sentimenti.
E professionalmente non ho paura di niente.
Credo in quello che faccio e mi piace farlo.
Da che ho memoria, studio tutti i giorni.
Mi sembra normale: il pianista suona; l’atleta si allena.
Io studio.

Eppure ieri, alle 16:30, ovvero un’ora prima della mia prima lezione on line, ho pensato ecco, questo è il trac, mi sento male, perché mi sento male, che ne so, e se non mi ricordo la sequenza, eppure l’abbiamo simulata cento volte e ho anche preso appunti, e se il mio fedelissimo computer mi tradisce, e se salta la corrente, e se il microfono non funziona.

E se non c’è nessuno dall’altra parte.

L’incubo di chi parla in pubblico.

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DUE ANNI DI BLOG (E DI SENTIMENTI)

Scrivere.
Raccontare.
Narrare.
(Raccontare e narrare sono cose diverse).
Ricordare.
Desiderare che qualcuno legga.
Pulsante blu Pubblica, un clic elettrizzante.
Pensarci continuamente.
Tornare sopra le cose, riprenderle.
Presentarsi dicendo «Io faccio questo».
Ma anche «Io sono questo», non è male.
Scrittura come flusso continuo di pensieri, che a un certo punto scalpitano per uscire.
I pensieri, organizzarli.
Rileggere. Togliere delle ripetizioni, ma non tutte, perché certe ripetizioni, come dice lo studente più bello di tutta la mia carriera, piena di studenti, ci stanno.
Aspettare i risultati.
Gusto di coloro che ritornano, me li immagino che aspettano.
Sorpresa di coloro che sono nuovi.
Statistiche, numero di visite, sorprese, belle, di certi giorno. A me le sorprese non piacciono per niente, uno dei miei incubi è il ritorno a casa con la festa organizzata di nascosto con i palloncini, però, queste sorprese qui, mi piacciono tantissimo.

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RIMEDI, 2. UOMINI

James Tissot, Le Cercle de la rue Royale, 1868

A mali estremi, estremi rimedi

L’altra sera, come sempre faccio il lunedì, sono passata in macchina a via Salaria e mi sono fermata al semaforo rosso.
Lì c’è, sulla sinistra, un locale che mi è sembrato elegante e interessante finché non ci ho passato un pomeriggio, nel corso del quale ci siamo dovuti alzare per andare a prendere le bibite e i caffè perché nessuno dava ascolto a noi clienti.
Il locale affaccia sulla strada con molte vetrine, quindi si vede bene quello che succede dentro. E dentro c’era un gruppo di giovani donne che stavano a un tavolo, tutte donne e tutte sedute, tranne una, che era in piedi e aveva vicino a sé una carrozzina.
Dalla carrozzina aveva estratto una bambina piccola piccola, incartata in un pagliaccetto rosa, che trastullava su e giù.
E, mentre trastullava la bambina, parlava con le amiche.
Premetto che i gruppi di sole donne mi danno tristezza, mi fanno cena al paese l’8 marzo, e pettegolezzi e chiacchiere da femmine, giardino d’infanzia, vestiti e scarpe.
Inoltre, e questa cosa ritorna da un po’ più e più volte, mi chiedo perché la fascinazione di un figlio piccolo piccolo non basti a tenere a casa una donna.
Me lo sono chiesta anche quando c’è stato l’attentato a Parigi al Bataclan, sono passati tre anni e ho continuato a leggere interviste.
La prima, al padre di un bambino piccolo piccolo la cui madre quella sera è morta, cioè il padre stava a casa con il bambino e la madre stava al concerto degli Eagles Death Metal ed è stata una delle ottantanove vittime.
Mi sono anche detta che se il concerto fosse stato di musica classica, mi avrebbe fatto un altro effetto, insomma, metto insieme male un poppante e il metallo pesante.
Poi, via via, altri commenti, anche di recente, conversazioni con donne che stavano lì e avevano lasciato a casa i figli piccoli piccoli ed erano sopravvissute a quell’esperienza, estrema e terribile.

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EN MARCHE!

Parigi, Aeroporto Charles De Gaulle, Uccellino che fa festa con le briciole del mio pranzo

Considero il calcio un linguaggio universale, quindi mi capita di usare metafore calcistiche. Per esempio, quando parlo delle mie corde vocali, dico che sono per me quello che il ginocchio è per il calciatore, intendendo così, lo capiscono anche i poveri di spirito, che io ho un punto debole, un sovraccarico, un rischio e una minaccia.
Solo, non avevo considerato che lassù, oltre a un santo bevitore, ci fosse pure un santo calciatore. Che a un certo punto si è seccato della metafora e ha deciso di mandarmi un segno.
Il 7 dicembre scorso, dunque, mi viene un forte dolore a un ginocchio.
Il destro.

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