L’Air du Temps (page 1 of 4)

L’Air du Temps è un profumo storico ancora esistente. Esso è frutto di una Maison senza la quale la moda, e nemmeno il mondo, sarebbero gli stessi. Il nome, tradotto, significa «L’aria del tempo». E intendo inserire qui gli articoli che dell’aria del tempo si occupano: tecnologia; amori con i diverticoli, ovvero intestinali, sensibili e dolenti; oppure amori asmatici, ovvero che procedono per attacchi e a intermittenza. E poi tutto il resto.

ME, MYSELF AND I

Lorenzo Lotto, Triplice ritratto di orefice, 1530

Potessi un giorno
camminare da solo
ma solo solo
non come vado adesso
solo
ma solo solo
senza me stesso

(Antonio Delfini)

«Il termometro adotta una lega di gallio, indio e stagno, assolutamente atossica ed ecologica, che consente di smaltire senza controindicazioni il termometro».
Faccio colazione, prendo il pennarello rosso e segno con un cerchietto il secondo termometro.
Un pronome, no, eh, in due righe ci piazzate una ripetizione. E avete pure fatto disegnare da qualcuno lo scatolino, con la marca e il resto.
Il termometro è ecologico, quindi non si muove da dove sta, a dar retta a lui ho 35,9, dunque sono un cadavere.
E tale mi sento.
Se il termometro funzionasse, avrei la febbre.
Ma poco importa.
Importa che al primo freddo abbia avuto subito problemi di voce, quindi sospendo tutta l’attività professionale da qui a data da destinarsi.

Devo decidermi, cambiare mestiere e andare a fare la cameriera in una pizzeria. Lì, la voce, la usi poco o niente.
Prendi le ordinazioni, sorridi, assegni le pizze, quando c’è, intaschi la mancia.
E hai fatto.

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CARI COLLEGHI

Il numero è perfetto.
Non sono sette, quantità che mi getta in uno stato di depressione dal quale non riesco più a riprendermi; non sono trecento, dunque, ingestibili.
Una volta, a Napoli,  ho contato trecentotrenta firme sul foglio.
L’ho preso, il foglio, e sono andata dal Direttore, l’ho messo sulla sua scrivania, ho detto «Così, tanto per sapere, come faccio. Casomai, che ne so, un microfono».
Eh, quante ne vuoi.
Un anno portava il microfono e l’altoparlante un ragazzo che suonava in un gruppo, se lo caricava tutte le volte che c’era lezione, alle fine facemmo un gran bel corso.
In questo semestre i miei studenti del corso di Storia dell’arte contemporanea all’Accademia di Belle Arti di Roma sono una trentina.
Dunque, decido di fare lezione come piace a me.
Con la loro presenza e con il loro apporto.
Vediamo insieme  che succede quando un insegnante non si siede in cattedra.

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AMA E RIDI SE AMOR RISPONDE

Antonio Canova, Amorino alato, 1797, part.

In giro è pieno di uomini effemminati.
Che poi finisce che sono più virili di quelli che sembrano maschi sul serio.
Oddio, come diceva il mio studente, poi bisogna vedere da vicino.
Un mio dermatologo, di cui ero paziente tre dermatologi fa, aveva in proposito una sua teoria, che adesso vi espongo.
Lui sosteneva che la colpa o, se volete sfumare, la responsabilità, era degli omogenizzati, che sono pieni di ormoni. A un certo punto i bambini hanno cominciato a mangiarne ed è stato così che i maschi sono diventati morbidi e le femmine aggressive.
Ammetto che la teoria ha il suo fascino, anche se una volta che la esposi in aula davanti ai miei studenti, in tanti ci rimasero malissimo.
Ai ragazzi non era piaciuta la possibilità che le loro vite fossero state indirizzate dai vasetti.
Come se i sentimenti non dipendessero dagli ormoni, maschi e femmine.

Comunque io ormai mi sono fatta l’idea che proprio per colpa o, se volete, responsabilità di quegli alimenti, stia succedendo qualcos’altro nei nostri ventenni. Che non si innamorano e che spesso non si sono mai innamorati in vita loro.
Come è risultato evidente giorni fa in aula quando io ho posto la domanda di rito di inizio corso: «Chi di voi è innamorato?».
Noi stiamo a scuola, quindi funzioniamo per alzata di mano.
Uno alza la mano se deve intervenire per dire qualcosa o se dobbiamo contarci.

Ebbene, mercoledì scorso, alle ore 16:00, nell’aula 207 dell’Accademia di Belle Arti di Roma, ad alzarsi è stata una sola mano.
La mia.

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IL GUSTO DEL SUPERFLUO

Praticamente,  un incubo.
Una mattina mi alzo e trovo uno dei miei pesci rossi con la pinna dorsale divorata. Dal compagno, evidentemente, visto che non ce ne era traccia nella vasca e che lui se ne stava spezzato in due sul fondo.
Li separo.
Aspetto che muoia in giornata e non muore. Anzi, dopo una settimana è diventato grigiastro, sembra un gamberetto di fiume, però viene ancora a galla a chiedere il cibo.
Faticosamente.
Mi informo, prendo la vasca, la metto in macchina e alla velocità di cinque chilometri all’ora, stando bene attenta alle curve, lo porto da un veterinario per gli animali singolari.
Entro e mi siedo nella sala d’aspetto, la vasca tra le gambe, il mio pesciolino spezzato dentro.
Intorno a me, è ancora più incubo.
C’è un ragazzo con un boa.
Ci parlo e lui mi racconta quello che mangia. Topi surgelati che lui riscalda nel microonde, del resto se la preda (la preda) non è calda, il boa non si muove.
C’è una ragazza che sembra Jack Sparrow, ha un pappagallo sulla spalla, lui le ha mangiato un orecchino, gli hanno dato una purga e aspettano che lo restituisca.
Ce ne è un’altra abbracciata a un furetto.
Davanti a quest’ultima comincio a provare, con il mio pesciolino spezzato in vasca e la vasca messa a terra fra le gambe, un senso violento di scollamento.
Non avrei dovuto dirlo, ma l’ho detto.
«Ma perché, se ti piace il pelo, non ti fai un fidanzato, sai uno di quegli uomini-lupo, ce ne sono tanti. Ci dormi abbracciata ed eviti di girare con attaccata al collo questa bestia puzzolente».

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PICCOLA STORIA DI UNA SAPONETTA E DI UN NASTRO

La mia storia con le mie saponette cominciò molto tempo fa.
Me ne tirò fuori una da sotto il bancone Lola, che faceva la vendeuse in una profumeria storica a via de’ Condotti.
Con Lola attraversai tutta la fase dell’alta bigiotteria.
Prendevo orecchini e spille da lei, in America in un certo negozio newyorkese e da un’hostess, simpatica e un po’ svampita, che ne faceva commercio, vantando una qualche superiorità morale rispetto ai colleghi, che invece commerciavano in occhiali da sole.
In effetti.
Lei portava in Italia pezzi vintage, che cercava nei mercatini assecondando il gusto delle sue clienti.
Fra di esse, io primeggiavo. Amo da sempre gli orecchini ed ero nella fase tailleur, per cui ogni spilla era una nuova avventura.
Poi mi scoppiò un’allergia.
Gli orecchini divennero importabili, mi provocavano escoriazioni ai lobi delle orecchie.
Quasi in contemporanea mi scocciai del tailleur, che non mi rappresentava per niente, e tornai a vestirmi come mi vestivo da ragazza, chissà che mi era venuto in mente di abbandonare quella vecchia immagine di me stessa.
Feci un passaggio non del tutto indolore agli orecchini di antiquariato in materiale nobile e chiusi con le spille.
Ne indosso ancora una su un giubbino jeans perché mi piace il contrasto.
Tutto il resto sta in una grossa scatola in uno sportello del mobile della mia camera da letto.
Ogni tanto apro il mio scrigno e penso guarda tu, come sono stata sbrilluccicosa e demente.

La mia saponetta, però, no, non l’ho mai abbandonata.
E ora che sono costretta a farlo, sono in uno stato d’animo compassionevole.

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IL LAVORO DEGLI ALTRI (e un po’ anche quello mio), seconda parte

Cose da uomini.  Diffido, e potentemente, dei meccanici che lavorano con i guanti.
Se il meccanico non vuole sporcarsi le mani, dovrebbe fare un lavoro diverso.
Il meccanico deve avere le mani sporche e deve avere orecchio.
Stamattina ho portato la mia bicicletta a gonfiare le gomme da Ivaldo, che ha l’officina proprio sopra la rampa del mio garage.
Lui è il mio elettrauto, il mio meccanico e, come detto, ogni tanto si prende cura della mia due ruote.
Tutto gira, è il caso di dirlo, intorno al garage, dove si danno il cambio cinque persone, con un carrozziere che gravita pure da quelle parti.
Il risultato è un servizio di quartiere completo a cento metri da casa mia: ricevo lì i miei pacchi; se ho graffiato la macchina, mi danno una passata di pasta lucidante sul danno; se ho un dubbio sull’assicurazione, sanno sempre rispondermi; la volta che mi hanno rubato il fregio della mia vecchia Polo, il carrozziere è andato allo sfascio e me ne ha trovato un altro; mi è pure capitato di vedere con loro la fine di una partita dell’Italia ai Mondiali perché ero rientrata proprio a quindici minuti dalla conclusione e ho scoperto un altro lato di loro tutti, sono ottimisti, sperano fino all’ultimo secondo, accesi nel tifo, simpatici e grandi conoscitori di tutte le tattiche calcistiche.
Inoltre, apprezzano tutti il cibo e il vino.
E apprezzano le donne.
E io ne approfitto.

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IL LAVORO DEGLI ALTRI, prima parte

…Una donna, donna, dimmi
Cosa vuol dir “sono una donna, ormai”?
Ma quante braccia ti hanno stretto, tu lo sai
Per diventar quel che sei
Che importa, tanto tu non me lo dirai, purtroppo…

(Mogol, La Canzone del Sole, 1971)

Il funambolo delle parole. Tempo fa sento alla radio un’intervista a Mogol. Un mio collega e amico diceva che Mozart/Da Ponte sono come Battisti/Mogol.
Giusto.
Bene.
Dunque, Mogol diceva che una volta l’anno, una sola volta l’anno, non ogni tanto, andava a casa di Battisti, che si metteva lì e gli faceva sentire tutte le musiche delle canzoni del nuovo album.
Non parlava mai.
Se lui provava a chiedere qualcosa, lo mandava a dar via l’anima, gli diceva il paroliere sei tu, che vuoi da me.
A metà mattina arrivava la signora Letizia a portare il caffè.
Quando aveva ascoltato tutto, lui se ne andava e si rimetteva in macchina. Cominciava subito a scrivere i testi nella sua testa, ogni tanto prendeva un appunto ma non sempre.
Arrivava a casa sua e metteva giù le parole. Mettere giù le parole è una bella immagine, uno scrive le parole e loro si depongono da qualche parte.

È così che sono nate le canzoni che sono state la colonna sonora dei nostri amori, e non solo di quelli.
Quando ci penso non riesco a crederci.

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UP UP! START UP

Giandomenico Tiepolo, Il Mondo Novo, 1791

Non penso mai a quanto sono fortunata.
Devo ricordarmi di pensare a quanto sono fortunata.
Faccio un lavoro che amo, la galera è stata lunga e certe volte si ripresenta, ho una quantità tale di anni di pendolarismo sulle spalle che li sento ancora tutti e continuamente, ma, nella sostanza, faccio esattamente quello che avrei voluto fare, non ho dovuto rinunciare a niente, ho un lavoro intellettuale, che, per definizione, non è mai ripetitivo; non faccio mai due giorni di seguito la medesima cosa; non vedo mai due giorni di seguito le stesse persone; decido liberamente che cosa fare e quando; non ho mai smesso di studiare, nemmeno un giorno; certe volte ho anche libertà di creazione, posso, dunque, inventare e inventarmi.
Eccetera.
Per non citare il fatto che la maggior parte del tempo della professione lo consumo nel mio studio, cioè in un ambiente che mi sono fatta a mia misura, posso decidere se interrompere per pranzo, se andare a farmi una passeggiata, se portarmi un calice di vino al computer mentre preparo una lezione, se fare una telefonata o scrivere un messaggio.
Nessuno mi controlla. Devo rendere conto solo a me stessa.
Di tutte le cose che non vanno, di quello che vorrei diverso, nemmeno è il caso di parlare, anche se vorrei molto, di diverso e di altro.
Ma i tempi sono quello che sono e, soprattutto, sto leggendo un libro che, nella sua, apparente, leggerezza, mi stringe ogni momento il cuore.
Ora vi racconto.

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PECCATO CHE SIA UNA CANAGLIA, terza parte: L’ARTE, SI IMPARA

Francesco Giustozzi, Moulin Rouge!, 2001-2015

Che rabbia.
Mi fanno una rabbia.
Sto lì e provo continuamente un sentimento di rabbia, che, in fondo, è un bel sentimento.
Diverso e opposto alla rassegnazione, al vuoto tranquillo romano, al pantano nel quale da mesi affondo.
Ma non è solo rabbia, è anche invidia, è desiderio di partecipare, è l’allegria del rimbocchiamoci le maniche, è, a farla breve, vita che scorre impetuosamente e ti dice che l’arte sta tutta lì, a portata di mano, e che è importante, per tutti, non solo per quelli che ci lavorano dentro.
Voi prendete un museo piccolo, che so, il Musée de la Vie Romantique, che ho già citato a proposito di Madame Récamier e che, dice la mia guida, si visita in trenta minuti (per il Louvre ci vogliono, e non bastano, trent’anni).

Salon de Thé e serra, Musée de la Vie Romantique, foto MVR

Voi prendete un uomo che ti dà un appuntamento al Museo della vita romantica, nella serra del Salon de thé, non in un bar di piazza Mazzini.
Tutta un’altra musica, no?

Ci vuole così poco, a sedurre una donna.

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PECCATO CHE SIA UNA CANAGLIA, seconda parte: DEL PIACERE DELLA TAVOLA E DI QUELLO DEGLI ACQUISTI

Foto del mio viaggio di studio a Parigi, agosto 2019

Manger = mangiare. Se fossi un cibo, sarei un oeuf mollet, ovvero un uovo che non è à la coque, troppo infantile, proprio non ci tengo, ma che non è nemmeno sodo, stadio finale dell’alimento, non più reversibile.
L’oeuf mollet si fa così: per prima cosa bisogna portare l’uovo a temperatura ambiente; poi si mette un pentolino con dell’acqua sul fuoco; l’acqua deve essere bella salata, aiuterà a sgusciare l’uovo; si aspetta che l’acqua frema, con le bolle; a quel punto si appoggia delicatamente l’uovo su una schiumarola e lo si tuffa nell’acqua, sul fondo del tegame; si punta il timer a 6 minuti spaccati; quando il timer suona, si prende l’uovo con la schiumarola e lo si mette in una ciotola con acqua fredda preparata all’uopo.
Dopo poco si potrà sgusciare l’uovo agevolmente e lo si potrà mettere su un tagliere. Aprendolo in due per la lunghezza, rivelerà il suo segreto: compatto fuori, cremoso dentro.
Sono un po’ così, una dura dal cuore tenero.
E pure l’acqua salata mi sta bene, visto che non amo il dolce e che sono una piagnona.
Come sappiamo, le lacrime sono salate, lo dice pure una canzone.
Se c’è chi non è d’accordo con la mia presentazione, può sempre farmelo sapere e proporre altro.

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