L’Air du Temps (page 1 of 7)

L’Air du Temps è un profumo storico ancora esistente. Esso è frutto di una Maison senza la quale la moda, e nemmeno il mondo, sarebbero gli stessi. Il nome, tradotto, significa «L’aria del tempo». E intendo inserire qui gli articoli che dell’aria del tempo si occupano: tecnologia; amori con i diverticoli, ovvero intestinali, sensibili e dolenti; oppure amori asmatici, ovvero che procedono per attacchi e a intermittenza. E poi tutto il resto.

IN TROMBA

In. Il copione è sempre il medesimo.
Suona il citofono, prende l’ascensore, evito che suoni il campanello, le apro, si toglie le scarpe, la mascherina e i guanti, va in bagno a lavarsi le mani.
«Caffé?» le chiedo.
«Sì, grazie», mi risponde.
Sento il rumore dello sciacquone.
Quando entra in cucina, le ho già preparato sul tavolo la tazzina di ceramica inglese, il cucchiaino d’argento vecchio e un po’ sbilenco che è diventato suo, qualche dolce che ho preso al supermercato.
Io quella roba non la mangio, ma da qualche tempo visito gli scaffali inorridendo, c’è in vendita una quantità inesauribile e sempre nuova di merendine e spuntini, tutti colorati, avvolti nel cellophane come i fiori per i  morti, profumati alla vaniglia e al cioccolato, ovetti, biscottini, pacchettini di nocciole che chissà poi se sono tali, ci sono muffin, toffolette, barrette, tavolette, cupcake, un mondo riportato a un’infanzia con la carie ai denti da latte.
Compro quello che mi sembra meno orrendo. Ma perché non vi fate una bella fetta di pane e olio.

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POST-POST

Emile Auguste Pinchart, Lady con maschera, part.

Per vivere felici, viviamo nascosti

post ‹póust› s. ingl. (propr. «posta, corrispondenza»; pl. posts ‹ póusts›), usato in ital. al masch. – Nel linguaggio di Internet, messaggio (un articolo vero e proprio o un breve intervento), lasciato dai frequentatori di blog.

pòst- [dal lat. postpost– «dopo, dietro»]. – Prefisso di molte parole composte, derivate dal lat. o, più spesso, formate modernamente, nelle quali indica per lo più posteriorità nel tempo, col senso quindi di «poi, dopo, più tardi».

(Quelli che al sud chiamano) Servizi. Esco. Mi dimentico la mascherina e mi rifaccio tutte le scale a piedi.
Porto alla signora Anna l’altro lenzuolo da stirare, ieri era ancora umido. Le chiedo anche di svelarmi un arcano. Perché le lenzuola che le porto piegate per il lungo lei me le ridà piegate per il largo.
Da sotto la mascherina mi guarda stupefatta.
Le dico che piegare è un’arte e una cultura, che io ho una logica, piegato per il lungo, il lenzuolo posso collocarlo esattamente a metà del letto, basta seguire la piega. Piegato per il largo, tutte le mattine mi tocca prendere le misure, tanto a destra, tanto a sinistra.
Qual è la logica sua?

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CORONA BLUES, 30: TEMPI MODERNI

Rievoca. Insegna. Diverte.

Un respiro profondo.
Anzi, due.
Sono superconcentrata.
Superpreparata.
Superfelice.
Mi dico che se sono felice in questa situazione e quasi mai in altre è perché ho qualche svalvolamento.
Mi rispondo fatti i fatti tuoi e non commentare i miei stati d’animo.
Se sei capace di mettere a tacere te stesso, stai già un pezzo avanti.
Ho lanciato Zoom trenta minuti fa, il tempo di fare qualcosa se qualcosa non va.
Alle 18:29 clicco Start This Meeting.
Mi compare una schermata che mi chiede pochi secondi perché si sta aggiornando.
Non mente, lo fa davvero in un attimo.
Clicco Zoom Launcher.
Si apre, morbidamente.
Share Screen.
Condivido, dunque, il mio schermo.
Mi compare la barra dalla quale vedo uno degli spettacoli più belli del mondo: nel mio piccolo studio di 11 mq entrano come un fiotto tutte quelle persone.
Qualcuno mi ha detto che sono io ad andare da loro.
Sono due immagini entrambe belle, loro che vengono da me, l’arte che va da loro.

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CORONA BLUES, 28: TUTTA UN’ALTRA MUSICA

Qui prenderete solo dei buoni libri. La vostra libreria si prende cura di voi

Agilità. Audacia. Qualità. Solidarietà
(Casa editrice Les Arènes, parole d’ordine)

Ouverture. Lunedì sono andata a vedere come era iniziata la Fase 2. Sono scesa alla metropolitana, ma mi sono ben guardata dal passare il tornello. Non passerò un tornello della metropolitana per i prossimi sei mesi, almeno.
Deserto.
Sono andata a Villa Lazzaroni. Fuori, i due punkabbestia sempre più luridi ma con le mascherine.
Dentro, una popolazione strana, bambini bianchissimi, pallidi come se non avessero visto la luce per due mesi. Ma non è possibile, da casa, mettere un bambino al sole? Si fa con il bucato, con i materassi, uno mette in finestra il bambino e gli fa prendere un po’ d’aria.
Molti padri. I padri, a Villa Lazzaroni, con i bambini non ci stanno mai.
Ci voleva la pandemia a proporre l’accoppiata.
Mi piacciono gli uomini con i bambini? Direi di no, tranne eccezioni, di persone e di momenti, per esempio mi divertono quando padre e figlio giocano a pallone e se tu chiedi chi è più bravo, è il padre a rispondere «Io».
Bene così, siano ben chiare gerarchie e precedenze.

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CORONA BLUES, 27: PROGETTI?

La Barcaccia, la casa di Keats, la scalinata di piazza di Spagna al tempo del COVID 19

Il catodico. Non so rispondere a nessuna delle sue domande.
Quanti pollici.
Che modello.
Come faccio a saperlo.
Il modello è scritto dietro.
Allora ci sentiamo domani perché devo girarlo.
Il tecnico viene a prendersi il mio televisore rotto da 30 giorni e lo porta via.
Mi ha detto che io non devo giustificarmi perché voglio provare a ripararlo.
Gli ho detto che ha colori bellissimi e una magnifica profondità di campo.
Poi, se pure avessi avuto un dubbio, e stavolta ce l’ho avuto, ci ha pensato il mio collega che fa cinema a fugarlo.
Lui dice che televisori così sono superiori a quelli nuovi, mi ha consigliato di fare il possibile per recuperarlo.
Il tecnico ha detto può essere, comunque lo schermo era tutto bianco, si sentiva solo l’audio.
Dice però che ora c’è il 4k.
Lo so, il mio odontoiatra ha messo schermi così in sala d’aspetto e negli studi.
Quando ho visto il primo, sono rimasta interdetta. Che meraviglia.

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CORONA BLUES, 26: CANZONETTA SULL’ARIA

Frecce Tricolori in volo su Roma il 25 aprile 2020

Irina/Irene. La ragazza ha trent’anni. È molto bionda e ha gli occhi azzurro chiaro, troppo chiaro perché siano espressivi.
Sono gli occhi scuri a essere pozzi senza fondo di sentimenti.
Ma lei è espressiva perché è vivace.
Mi chiede di continuo se secondo me lei è cicciottella.
Come con tutti i cicciottelli che te lo domandano, uno non sa mai come rispondere.
E se poi si risentono.
Allora una volta, un martedì, le ho detto ragioniamo insieme.
Tu sei alta diciotto centimetri meno di me e pesi quanto me.
Io non sono denutrita.
Quindi, tu sei cicciottella.
Potresti cambiare un po’ la dieta, non è che ti devi sacrificare, devi solo evitare di mangiare la lasagna tutti i giorni.
Quando è tornata il venerdì, le ho fatto il caffè e lei si è seduta in cucina sul mio sgabello.
Le ho chiesto se voleva mangiare qualcosa, mi ha detto no, sono piena.
«Che cosa hai mangiato ieri sera?».
«Lasagna».

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CORONA BLUES, 25: FIOR DI LIMONE

Il mio limone in fiore

Vojo  cantà così,  fior de limone, si avessi ‘na campana drento er core, si avessi ‘na campana drento er core me sentiressi batte’ er cuppolone

Ieri mi sono accorta che il mio vaso di limoni, piccoli e succosi, ha messo un sacco di fiori.
Tutto il balconcino profuma, basta avvicinarsi. Ho buttato tutte le piantine  fiorite che avevo comprato nemmeno troppo tempo fa e ho messo fuori delle erbe aromatiche. Sono utili e decorative.
Sarei voluta andare a un vivaio, mi pare che abbiano riaperto, poi ho cambiato idea.
Non c’è spazio per il superfluo.
Ci ha pensato il limone, a dirmi che non era vero. I fiori, d’accordo, si trasformano in frutti, almeno dovrebbero, però questa esplosione bianca e rosa, al momento, è fine a se stessa.
Meglio, il suo fine è di allietare la vista quando si esce sul balconcino a innaffiare o a prendere una boccata d’aria.
Devo avere ancora una scatola di concime per agrumi dello scorso anno.
Stasera lo spargo sulla terra prima di darle acqua.
Do una mano alla fioritura.
Lei dà una mano a me ad andare avanti.
Mi pare il minimo che, insieme, possiamo fare.

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CORONA BLUES, 21: FUORI DAI DENTI

Siam tre piccoli porcellin

Senza confini. Allora sei scema.
Un signore affacciato al balconcino del primo piano, colonna accanto alla mia, dunque, numero civico successivo, cerca di attirare la mia attenzione e mi chiede se so chi abita vicino a lui.
Non lo so.
Da un’ora chiama perché la musica a tutto volume gli sta facendo venire il mal di testa.
Dico che la musica è pure brutta.
Dico che ho capito dove stanno, due piani sotto a me, dico che suono e riferisco.
Nemmeno devo suonare perché c’è già il mio vicino di pianerottolo, che è una persona gentile e che gentilmente, alzando un po’ la voce per farsi sentire, dice di abbassare la musica, si stanno lamentando.
Per dare modo al vicino di rientrare senza che io mi sia avvicinata troppo, mi fermo un momento dalla signorina del balconcino.
Sembra quello che è: una studentessa fuori sede.
E come sono le studentesse fuori sede: come lei.
Le dico che un signore la sta chiamando da un’ora.
Lei mi risponde che non ha sentito.
Le spiego che non ha sentito perché ha la musica a volume troppo alto.
Lei mi dice che non pensava che la musica potesse dare fastidio per il volume.
Glielo comunico io, per lei è una grande scoperta e un grande giorno.
Le dico di abbassare lo stereo.
Mi dice che non è uno stereo.
Si vede che sono rimasta indietro, a casa mia solo lo stereo ha quella potenza.
Lei dice che non ha capito perché deve abbassare la musica.
Chiudo dicendole di lasciare la musica a quel volume ma, almeno, di cambiare musica.
Mi guarda senza aver compreso niente di quello che è successo.

Siccome il mio vicino è sicuramente rientrato, posso congedarmi.

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CORONA BLUES, 19: I NODI AL PETTINE

Edward Hopper, Room in Brooklyn, 1932

Per il resto, chiuso in casa, scriveva i suoi romanzi, leggeva, ascoltava la musica e qualche volta andava a nuotare nella piscina del quartiere. A parte qualche rara conversazione con i colleghi della scuola, non parlava quasi con nessuno. E non era affatto scontento di quella routine. Anzi, si avvicinava molto al suo ideale di vita.

Murakami Haruki, 1Q84

Questo è solo l’inizio. Io li capisco, quelli che scappano.
Che cercano di raggiungere la seconda casa.
Che escono di notte sull’autostrada in macchina per andare da un’altra parte.
Io li capisco, quelli che hanno voglia di mare.
Pure se ho una casa sola; pure se appena posso evito l’autostrada; pure se non vado mai al mare.

Però li capisco, perché mi sono stufata anch’io, che pure sono una solitaria, che non mi faccio l’aperitivo con gli amici, la degustazione di vino settimanale, la cena obbligata con quelli che frequento.

Credo che per una persona mediamente vacanziera, festaiola, che va ai convegni, alle fiere e alle terme, stare confinata dentro casa a un certo punto diventa insopportabile.
E ci sono pure quelli che vanno in crociera.

Che ne sarà di noi?

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CORONA BLUES, 18: DIECI RAGAZZI PER ME (POSSON BASTARE)

Vorrei sapere chi ha detto
Che non vivo più senza te
Matto
Quello è proprio matto perché forse non sa…

Mogol-Battisti, Dieci ragazze

Rimbalzare:  v. intr. [comp. di rin– e balzare] (aus. essere e anche avere). – Balzare all’indietro, in direzione opposta, oppure in alto, riferito a oggetti che vengono lanciati o battono con forza contro una superficie.

La notizia che il re di Thailandia si era autoisolato in Baviera, in un albergo di lusso, con venti concubine è rimbalzata da tutte le parti, nel senso che, all’indietro, in direzione opposta e pure in alto, uomini rispettabili e spesso padri di famiglia si sono dati di gomito e hanno detto prendilo per scemo.
Come se fosse normale per loro esprimere senza nemmeno mezzi termini questo desiderio, intero intero.

Ora, premesso che per me il re di Thailandia (dal nome impossibile) può fare quello che gli pare e che ritengo la Baviera talmente noiosa che forse nemmeno venti concubine possano cambiarla di segno, mi veniva da pensare a che putiferio si sarebbe scatenato se fosse stata una donna a autoisolarsi in termini simili.

Apriti cielo.

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