L’Air du Temps (page 1 of 6)

L’Air du Temps è un profumo storico ancora esistente. Esso è frutto di una Maison senza la quale la moda, e nemmeno il mondo, sarebbero gli stessi. Il nome, tradotto, significa «L’aria del tempo». E intendo inserire qui gli articoli che dell’aria del tempo si occupano: tecnologia; amori con i diverticoli, ovvero intestinali, sensibili e dolenti; oppure amori asmatici, ovvero che procedono per attacchi e a intermittenza. E poi tutto il resto.

CORONA BLUES, 18: DIECI RAGAZZI PER ME (POSSON BASTARE)

Vorrei sapere chi ha detto
Che non vivo più senza te
Matto
Quello è proprio matto perché forse non sa…

Mogol-Battisti, Dieci ragazze

Rimbalzare:  v. intr. [comp. di rin– e balzare] (aus. essere e anche avere). – Balzare all’indietro, in direzione opposta, oppure in alto, riferito a oggetti che vengono lanciati o battono con forza contro una superficie.

La notizia che il re di Thailandia si era autoisolato in Baviera, in un albergo di lusso, con venti concubine è rimbalzata da tutte le parti, nel senso che, all’indietro, in direzione opposta e pure in alto, uomini rispettabili e spesso padri di famiglia si sono dati di gomito e hanno detto prendilo per scemo.
Come se fosse normale per loro esprimere senza nemmeno mezzi termini questo desiderio, intero intero.

Ora, premesso che per me il re di Thailandia (dal nome impossibile) può fare quello che gli pare e che ritengo la Baviera talmente noiosa che forse nemmeno venti concubine possano cambiarla di segno, mi veniva da pensare a che putiferio si sarebbe scatenato se fosse stata una donna a autoisolarsi in termini simili.

Apriti cielo.

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CORONA BLUES, 17: GIÙ LA MASCHERA

Il Fantasma dell’Opera

«Ecco, è per via del palco…».
«Che palco?»
«Quello del fantasma!»>
«Il fantasma ha un palco?»

Gaston Leroux, Il Fantasma dell’Opera

Mi trucco.
Base. Primer. Correttore. Fondotinta. Cipria (trasparente). Ancora correttore.
Mi faccio di occhi: matita marrone. Ombretto chiaro. Ombretto marrone. Sfumo tutto con i pennelli.
Mascara.
Riga nera di kajal.
Mi rifaccio la bocca: plumper, rossetto e lucido.

Indosso la mascherina.
Non ci siamo.
Il trucco si appiccica, i laccetti si imbrogliano con gli orecchini, mi si appannano gli occhiali.
Qui dobbiamo trovare una soluzione.
Se dobbiamo vivere mascherati, una via di uscita dovrà pur esserci.
Per il maquillage e per il resto.

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CORONA BLUES, 15: IL DILEMMA DELLA MOSTARDA

La mia dotazione di cucchiaini da mostarda

Abbiamo tanto bisogno delle cose di cui non abbiamo bisogno (senza fonte, ma ben chiara nella mia mente)

Oggi una persona mi ha telefonato e mi ha chiesto come stavo.
Io lavoravo a una lezione, quindi, stavo benissimo.
E gliel’ho detto.
Pausa di incredulità e incertezza.
«E tu?».
La domanda di ritorno è pericolosa perché di solito apre la chiusa della diga.
«Insomma».
Se uno domanda perché insomma, escono sempre fuori cose interessanti. A questa persona, che non esce da casa per una serie di motivi opinabili, mancano gli amici.
A me gli amici non mancano, nemmeno so più chi sono, la modernità è frantumata, noi siamo dei prismi, facciamo una cosa con l’uno e una con l’altro, così come le facce del prisma aderiscono un po’ qui e un po’ là.
Mai totalmente a una sola superficie, piatta.
Quindi, io non sento la mancanza di nessuna faccia del poliedro, casomai mi porrò il problema quando (e se) il confinamento sarà finito.
Anche perché io, da casa, esco.
Moderatamente e seguendo le indicazioni del Viminale che, al riguardo, è molto dettagliato.
Posso uscire per fare la spesa, buttare la spazzatura, comprare in edicola le riviste.

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CORONA BLUES, 14: PETS

Sembra che i più contenti del confinamento siano gli animali domestici.
Posso capire.
I padroni, sempre a disposizione.
Oddio, tu prova a essere padrone di un gatto.
Io ho avuto due gatte importanti, poi ho deciso: mai più.
Il «gatto da interno» che, a sentire la pubblicità di alcune scatolette, sembra una pianta, no grazie.
Ora ho due pesci rossi.
Dopo i gatti, sono passata ai pesci rossi per via di Matisse, che a loro ha dedicato una parte della sua produzione.
Nel 1913 l’artista si installa in un palazzo che dà sul quai Saint-Michel e lì dipinge l’opera che vi mostro.
Al di là di quello che vediamo tutti, come sempre accade con l’arte, tante sono le riflessioni che ci vengono in mente.

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CORONA BLUES, 12: TEMPO AL TEMPO

Linda Lomelino

…le petit génie de son métier
(il piccolo genio del suo mestiere)
Marie Ndiaye, La Cheffe, roman d’une cuisinière

Nevermore.  Tre giorni fa ha chiuso il mio albergo, che vi avevo raccontato qui.
Lo ha annunciato su Instagram il giovanissimo staff, tutti così in gamba.
Dopo aver fatto un lavoro costante di comunicazione, foto delle camere, gli esterni, i tetti di Parigi, le belle ragazze a letto con la prima colazione la domenica mattina, è arrivato il momento di tirare giù la serranda.
Del resto un albergo ha senso solo se ci sono gli ospiti.
Anche se quello esordiva con una presenza spiccata nel quartiere, dandoti il benvenuto e poi infilava  tutta una serie di feste, dalla cena libanese, alla lap dance, arrivando fino alla sfilata di biancheria intima, ça c’est Pigalle era la risposta a ogni interrogativo.
Infatti.
Il post di chiusura aveva un tono consapevole e mogio, STAY HOME STAY SAFE, pensano a tutti coloro che fanno parte del corpo medico, ai viaggiatori, ai vicini, ai colleghi, ai confratelli.
L’albergo è «provvisoriamente chiuso fino a nuovo ordine», stringeva il cuore non il provvisoriamente, ma il nuovo ordine.
Quell’ordine, chissà quando sarebbe arrivato.

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CORONA, 11. IL RHYTHM & IL BLUES

Yves Klein, IKB 79, 1959

King Size. Non apprezzo il formato famiglia, soprattutto, mettiamo, nel detersivo per la lavatrice, il fustino mi fa squadra di pallavolo, con tutti che dormono e sporcano sotto il mio tetto.
Compro le confezioni da quindici lavaggi, mi durano poco e le ricompro, fra l’altro l’odore del detersivo si sparge dappertutto e non è che sia sempre un odore buono,  voi pensatelo sui fazzoletti di carta.
Non compro i fazzoletti di carta in un certo negozio di detersivi perché secondo me li tengono accanto ai fustini, così tu ti fai un bel pianto liberatorio, che però è guastato dall’odore del detersivo per i panni.

Roy Lichenstein, Washing Machine, 1961

Per un periodo mi andavo addirittura a comprare dei pacchetti per pochi lavaggi, li vendevano in un paio di supermercati accanto alla stazione, mi ero fatta l’idea che fossero per i turisti, che ne so, uno sta a Roma in un appartamento per tre giorni e si compra quello. Mi faccio scorte, certamente, olio, carta di tutti i generi, scatole di pomodoro.
La scorta del vino, non lo so com’è, non riesco mai a farmela, i consumi a casa mia vanno a velocità superiore alla possibilità di fare scorta. Una specie di décalage.
Per i cosmetici mi piacciono le confezioni grandi solo del latte detergente, così uno è incentivato a struccarsi.
Dunque è stato un po’ controvoglia che ho comprato il mio shampoo in offerta, ml 400, che è una quantità da parrucchiere, in più anche superconcentrato.
A me delle offerte non interessa niente.

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CORONA BLUES, 10: DELL’ARTE DELLA GIOIA

La Hakusan Maru

Le bonheur se cultive

(La felicità si coltiva)

Charlotte Perriand, Une vie de création

Ingoiare il rospo.
È difficile. Lo fa Don Fabrizio, «la testa e gli intestini maciullati scendevano giù per la sua gola: restavano ancora da masticare le zampe ma era roba di poco conto in confronto del resto; il più era fatto».
Il Gattopardo deve semplicemente accettare il pensiero «di un matrimonio meditato fra un Principe di Falconieri e una nipote di Peppe ‘Mmerda».
Quel matrimonio, quello fra Tancredi e Angelica, che salverà tutto.
A noi ci tocca accettare il pensiero che gli ottimisti si sono sbagliati, che avevano ragione i paranoici, gli ipocondriaci, quelli che vedevano nero.
Quelli che sostenevano che due mesi di isolamento sarebbero bastati, allora.
Adesso è tardi e chissà quali saranno i nostri tempi.
Ieri, munita di auto e di autocertificazione, sono andata a comprarmi le riviste estere all’edicola di via Veneto.
I grandi alberghi hanno chiuso tutti e ho scambiato due chiacchiere con un valletto in redingote e cappello a cilindro che passava l’aspirapolvere nell’atrio, dietro una saracinesca.
Una visione stranissima.
Come è strana la città divenuta spettrale e fantasma.
Accanto alla Caritas, un’altra scena inusuale: alcuni senza fissa dimora che facevano un picnic sull’erba rinsecchita vicino all’Arco di Sisto V.
Al semaforo di Santa Croce in Gerusalemme mi ha attraversato davanti un uomo vestito di stracci, coi piedi nudi, capelli e barba che erano tutto un groviglio, ho pensato un attimo ma che gli fa il virus, a uno come questo.
Poi mi sono mortificata per quel pensiero più miserabile del miserabile stesso.

Comunque, ingoiare il rospo è proprio difficile.

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CORONA BLUES, 9: À LA GUERRE COMME À LA GUERRE

Scarpe con suola in legno e ferro (di cavallo), Seconda guerra mondiale

Le ore passavano lentamente; non avevamo niente da fare, e non facevamo niente

Simone de Beauvoir, L’età forte

Al filo diretto della rassegna stampa la giornalista parla con una donna con la voce rotta dal pianto.
Lei le dice che si guadagna da vivere facendo i servizi a ore, che non ha un mezzo proprio e che ora ha paura a prendere l’autobus.
La giornalista ci pensa su un attimo, poi le risponde che le pulizie domestiche non sono servizi indispensabili.
Se lo dice lei.
Il conduttore si rivolge al ministro, donna, delle Pari Opportunità con una domanda che a me non sembra scema: come fare con la baby sitter, la colf e la badante, che vengono da fuori casa e che quindi possono portare contagio.
La signora ministro risponde che tanto sono tutte in regola e che pure con loro si rispetta la distanza di un metro.
Dopo l’eros via chat o WhatsApp, che può pure avere il suo appeal, insomma, dipende da chi c’è dall’altra parte, adesso anche la cura dei piccoli e degli anziani senza contatto fisico.
Per le pulizie, medesima cosa.
Adoro le donne in professione, anche quando sono di fronte a interrogativi metafisici che stenderebbero un bufalo, sono capaci di tenere i piedi ben piantati per terra.

Ma fatemi il piacere.

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CORONA BLUES, 8: L’AMORE FRA LE ROVINE

Lee Miller, Among the Ruins of the Blitz, London, 1941

La mamma ha (quasi) sempre ragione. Mi esasperavano, le litanie di mia madre.
Mi esasperavano e le trovavo fuori luogo.
Nel senso che quello che lei diceva non mi riguardava, avrei gradito un’educazione più personalizzata e non quelle sue cantilene generiche.
Fra tutto quel borbottio continuo, quel rosario sgranato, trovavo particolarmente irritante il suo «da’ tempo al tempo».
Io, il tempo, lo volevo tutto dalla mia parte.
E poi quel suo ritornello «tu non sei mai contenta perché non ti accontenti mai». Da sempre mi sfugge perché ci si debba accontentare.
E quell’altro, «guarda chi sta peggio di te» che, però, mi torna continuamente in mente in questi giorni, un po’ sospesi, con un ritmo tutto loro che sto cercando, non mi sembra, infatti, che stiamo così male.

Anzi, so che c’è chi è stato peggio.
Per esempio in questi giorni mi tornano continuamente in mente alcuni fatti di cui ho letto, successi nella Seconda Guerra mondiale.

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CORONA BLUES, 6: SEGNI DI VITA

Al supermercato fai trenta minuti di fila per entrare.
Belli sgranati.
Dentro e fuori, indossano tutti mascherina e guanti, anche il pakistano dei cestini e dei carrelli che guadagna quattro soldi stando lì dalla mattina alla sera (con l’intervallo del pranzo) e la mendicante all’uscita seduta su una cassetta.
Il Direttore mi fa il segno dei muscoli con tutte e due le braccia quando gli chiedo come va.
Uno dei ragazzi mi dice che l’Appia Nuova ormai sembra sempre quella della domenica mattina, quando lui attacca alle sette.
Comunque, nessuno di noi ha mai visto niente di simile in vita sua.
Certo, abbiamo visto città simili al cinema.

Ma mai, così, la città nostra.

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