L’Air du Temps (page 1 of 11)

L’Air du Temps è un profumo storico ancora esistente. Esso è frutto di una Maison senza la quale la moda, e nemmeno il mondo, sarebbero gli stessi. Il nome, tradotto, significa «L’aria del tempo». E intendo inserire qui gli articoli che dell’aria del tempo si occupano: tecnologia; amori con i diverticoli, ovvero intestinali, sensibili e dolenti; oppure amori asmatici, ovvero che procedono per attacchi e a intermittenza. E poi tutto il resto.

I LOVE SHOPPING

 

Se è francese, di solito costa di più
(Anne Fogarty, The Art of Being a Well Dressed Wife, 1959)

Avevo voglia di un vestito.
Ho comprato due vestiti.
Sono rimasta senza vestiti e con la voglia di un vestito.

Il primo vestito l’ho preso da un’azienda di Barcellona, che mi era sembrata interessante. Faceva un po’ Petit Bateau, che dal 1920 vende abiti e biancheria per i più piccoli, ma arriva fino ai sedici/diciotto anni, quindi non ho mai avuto problemi a comprarmi una T-shirt e una volta anche un vestituccio a righe, che ho portato molto.

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PRIMUM VIVERE

Édouard Boubat, Plutôt la vie, 1968

Guardo venti minuti di partita.
Non ho ancora visto il calcio sul televisore nuovo.
Del resto non guardo niente, faccio un passaggio solo per inserire uno dei miei film e ci sono sempre e solo quiz dementi.
Forse è l’orario.
Anche se cambio continuamente orario per vedere uno dei miei film.
Guardo venti minuti di partita e vedo due gol.
In campo, nemmeno un bel ragazzo.
Ci sono dei neri che sono troppo neri.
Poi ci sono gli slavi, che non mi piacciono per niente, sembrano tutti dei muratori, senza l’appeal che hanno loro.
Non vedevo Ronaldo da un po’, l’avevo lasciato infortunato sul campo, mi aveva fatto stare malissimo perché piangeva.
L’altro giorno era al piccolo trotto, l’ho letto su una cronaca, comunque l’hanno inquadrato un momento, non aveva nulla di preciso nei capelli, insomma, da guardare c’era poco o niente.
Tutti gli altri, quelli che i capelli li avevano, compreso l’arbitro, che fischiava come un ossesso, avevano le tempie rasate e dei ciuffi, o riccioli, sulla sommità della testa.
Anche la new entry del supermercato ha i capelli così. Siccome è biondo, i suoi sono anche mesciati.
Si chiama Samuele ed è un belvedere più dei calciatori dell’altra sera.
Stiamo facendo amicizia.
È lento, ha fatto l’istituto alberghiero e non ha imparato niente.
Ha lavorato un po’ come barista, poi è entrato al supermercato, dove lo trovo sempre che sistema i dolci.
Giorni fa stava però con un vassoio di yogurt in mano, che doveva mettere nel frigorifero.
Però ci siamo messi a parlare e gli yogurt stavano lì che prendevano la temperatura ambiente.
Da Samuele, che ha vent’anni, ho imparato che la cosa più divertente al mondo è andare con gli amici la sera a mangiare il pesce al mare: Torvajanica o Nettuno.
Distanza da Roma, rispettivamente 37 e 67 chilometri.
Intuisco che Nettuno è una meta più esotica.

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MEA CULPA

Paul Poiret, Mea Culpa, 1922

Sto messa peggio di quella delle Spice Girls (non dico quale).
La volta che quello degli Oasis (sappiamo quale) decise di insultarla, le disse che era talmente scema che non riusciva a fare due cose insieme: se masticava una gomma americana, non riusciva a camminare.
Parimenti, io ho scoperto che se mangio, non riesco a vedere un film.
E viceversa.
Ormai ho rinunciato al vassoio davanti alla televisione, mi confondo, non seguo la trama, non capisco il sapore del petto di pollo.
Inoltre, ma questo mi sembra comprensibile, se studio devo spegnere tutte le radio, che sono sempre tutte accese.
Ho più volte detto agli studenti che non potevano studiare sentendo musica, pure con le cuffiette.
Quindi, ecco perché sono tutti somari: perché quel poco che studiano, lo studiano sentendo la musica con le cuffiette.
Senza capire niente, ve lo dico io, né dell’una cosa, né dell’altra.
Sono donna, quindi più coltellino svizzero di un uomo, però le cose serie, la professione, il film, il petto di pollo, non riesco a mescolarle.

Volendo portare acqua al mio mulino, vi dico provate a interrompere un cassiere che sta contando una mazzetta di banconote.
Quello, se non vi strafulmina sul posto, è solo perché è una persona paziente.
Ma poi ricomincia daccapo il conto.

Si vede che anche il denaro, tale e quale al film e al petto di pollo, è una cosa seria.

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MEMORIES

Fernand Khnopff, Du Silence, 1890

Qualche regola per il lavoro: prendere la parola solo quando si ha qualcosa da dire; la pratica quotidiana come alternativa alla nozione di progetto;…la forza  significativa del frammento

Franck Scurti, artista (da un ritaglio che ho conservato nella mia agenda. Le frasi trascritte sono state da me evidenziate tempo fa e le evidenzierei anche oggi)

Da un account Instagram di sessuologia, francese, quindi cartesiano, disinibito e disinvolto: «Esistono altre leggende che permetterebbero di misurare la taglia facendo paragoni con altre parti del corpo: la distanza fra la base del mignolo e il pollice, 2/3 dell’avambraccio, la misura del piede! Nessuna di queste dicerie è valida. Esiste un solo parametro di misura: è il giro vita dell’addome. Più il basso ventre prende posto, più si avrà l’impressione di un pene di piccola taglia, semplicemente perché una parte di esso è sepolta».
Nel film Kadosh di Amos Gitai, lui, un ebreo ultra-ortodosso, si alza la mattina e mentre borbotta quelle che credo siano preghiere e si barda con quelli che credo siano amuleti rituali, dice, testuali parole: «Sii benedetto, Dio, per non avermi fatto nascere donna».
Io, che non sono ultra in niente e che forse proprio per questo la mattina non ho mai voglia di alzarmi, ho però sempre un pensiero analogo che mi passa per la mente: «Sii benedetto, Dio, per non avermi fatto nascere uomo».
Fosse solo per quella che si chiama sindrome dello spogliatoio.
Io su una cosa del genere diventerei matta, peggio delle donne, che stanno sempre a giudicare i propri seni in rapporto ai seni delle altre donne e che non sono mai contente dei seni che hanno.
Comunque, questi hanno perso un’occasione gigantesca: quella di non usare la frase «si avrà l’impressione di». Diceria per diceria, avrebbero potuto scrivere: «Più il basso ventre prende posto, più il pene è di piccola taglia».
Tutti gli uomini a dieta, basta ingozzarsi, tutti a giocare a calcetto la sera del mercoledì come fa il ragazzo della cassa al supermercato, che poi mi racconta per filo e per segno la partita.
Tutti gli uomini in forma, ad affidare la loro sostanza ad altro che non sia la pancia.

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LE MANI IN PASTA

C’est par un soir de tristesse que j’ai écrit  ce poème…

(È  in una sera di tristezza che ho scritto questo poema…)

Blaise Cendrars,  Prose du Transsibérien, 1913

Un minuto di raccoglimento, come per un lutto collettivo.
Chiude uno dei siti più demenziali della rete, dadaista per vocazione, frequentato da sprovveduti che pongono domande dementi e da altri sprovveduti che da dementi rispondono.
Anche con punte di volgarità e diffusi problemi di ortografia.
Come faremo.
L’ultima: «ma se sono laureato in giurisprudenza e ho fatto l’esame di avvocato il titolo di dottor avvocato mi spetterebbe».
Se questo vuole farsi chiamare dottor avvocato, lasciamolo fare.
Lasciamolo fare pure se vuole coprirsi di ridicolo.

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LA COSCIA DELLA NINFA

Bagatelle Cross Section, Château Bagatelle in miniatura, Mulvany & Rogers

in illo tempore la domenica alla messa
(Annie Ernaux, Les Années, 2008)

Ho paura dei morti.
Vado per cimiteri perché sono una gotica e furiosamente romantica ma ho paura dei morti.
Tutto per via di quelle maledette domeniche a messa a San Pietro.
Che mi sembrava enorme.
(Lo era).
Che mi sembrava funerea.
(Lo era).
Che era piena di tombe paranoiche.
(Lo sono).
Avrei impiegato anni a fare amicizia con il barocco romano e ad arrivare a uno stato di tenera ammirazione per Bernini.
Intanto erano incubi notturni, sempre il medesimo, con il papa che stava imbalsamato in una teca di cristallo e si alzava.
Sono sicura di aver visto qualcosa di simile da molto bambina per via di un riflesso di luce.
La notte mi svegliavo urlando di terrore e nessuno mi capiva.
Bergman ha raffigurato molto bene i suoi e i miei incubi, per esempio in Sussurri e grida, quando la defunta alza le braccia e prende al collo la sorella, che scappa inorridita ma non riesce a liberarsi da quella stretta, mortale.
Il regista svedese ha anche vissuto esperienze di necrofilia; io, per carità.
E questo deve essere chiaro.
Dunque, se ad ascoltare il podcast che la radio ha miracolosamente saputo produrre mi è venuta voglia di lavorare con i morti, vuol dire che il podcast era fatto proprio bene.
Adesso vi racconto.

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IL SENSO DELLA PEZZETTA DEGLI OCCHIALI

L’architetto Filippo Brunelleschi si rifiutò di pagare i tributi all’Arte de’ maestri di pietra e legnami, cui appartenevano tutti i lavoratori edili.
Fu gettato in prigione.
Ma il capitolo del duomo intervenne in sua difesa e undici giorni dopo egli fu liberato: doveva costruire la cupola, la seconda più bella al mondo (la prima è quella mia).
Il senso della sua disobbedienza era che lui non apparteneva a quella corporazione: lui era un uomo libero, un artista.
E questa è una.
Quando poi gli operai che lavoravano con lui si ammutinarono per questioni che oggi chiameremmo sindacali, Brunelleschi li licenziò tutti in tronco.

Filippo Brunelleschi, Cupola di Santa Maria del Fiore

Per assumerli nuovamente poco dopo, sì, ma con una paga dimezzata.
Quando si dice, avere le idee chiare sul senso dell’organizzazione del lavoro.

La cattiva fede, totale. Nessuno ha scritto sui giornali che prima di Amazon procurarsi il catalogo di una mostra che stava altrove significava aspettare un mese e mezzo e certe volte doverselo andare a prendere di persona.
Invece così: manco ventiquattro ore e ce l’hai sulla tua scrivania.

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SÌ NO NON SO

Geoffrey Roberts, La Ruota dei Sentimenti

Forse non è un caso, che abbia cominciato a sognare la mia casa.
Non sogno più treni, che pure ho sognato per anni, anche se come fai ad aver buttato fuori una volta per tutte tutti quegli anni di andirivieni.
Sogno la mia casa, che però non è la mia casa.
L’altra notte era una casa più grande, che in comune con la mia aveva le mezze finestre, che però io ho solo in  cucina e in bagno, come si usava nelle case vecchie.
E da quelle mezze finestre, che io mi rimproveravo di non aver chiuso a dovere, da tutte loro, sono cominciati a entrare uomini armati fino ai denti, quelli con i caschi, i mitra, i guanti, i passamontagna, mi hanno invasa e io ho cominciato ad avere paura.
Ho capito che era accaduto qualcosa nella casa vicino alla mia e che loro si stavano appostando e io ho cominciato a dire «ho paura», ma nessuno di loro mi rispondeva e si sono tutti acquattati in una stanza, protetti da un tavolo, che forse era il mio perché io in salotto ho un grande e bellissimo tavolo déco che una volta volevo vendere e meno male che un’amica mi ha chiesto se ero diventata matta e sotto al tavolo hanno trascinato anche me e io li sentivo violenti ed estranei.
Fino a quando non ho guardato oltre la maschera e lo schermo facciale l’uomo che mi era acquattato vicino e non gli ho detto «ho paura» e allora lui ha allungato e strisciato  una mano sul pavimento ed era una mano normale di uomo, non aveva guanti, non impugnava armi e me l’ha tesa e allora io mi sono fatta coraggio e ho allungato la mano mia, che si è andata a depositare in quella mano come un uccello nel nido.
E lui la mano me l’ha stretta.
Mi sono svegliata di botto.
Proprio sul più bello.

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VI PRESENTO HENRY

Mariana e il suo manichino, Medianeras, Gustavo Taretto, 2014

Apprezzo le donne che scrivono.
Apprezzo le donne che fanno fotografie.
Apprezzo le donne che fanno cinema.
Credo che le donne che scrivono, che fanno fotografie e che fanno cinema non abbiano niente da invidiare agli uomini che fanno le medesime cose.
Ho già avuto modo di dire che ci ho riflettuto e che secondo me le donne scrivono bene tanto quanto gli uomini perché scrivere è un’attività che costa poco o niente, un pezzo di carta e un mozzicone di matita; che puoi svolgere pure se sei inchiavardata al tavolo della cucina; che nessuno ti insegna, perché la scrittura è un dono e se hai il dono, ti basta una scuola che ti insegni la grammatica, che è una cosa diversa dalla scrittura.
E a scuola, più o meno, le donne ci vanno.
Poi, sempre secondo me, fotografia e cinema sono arti nuove, quindi le donne non devono confrontarsi con secoli di cultura maschile che, ammettiamolo, pesa altrove: la chirurgia, il taglio dei capelli, certe branche specialistiche della medicina.
Il film avrebbe potuto firmarlo una donna: è delicato, pieno di risvolti e di sentimenti, lucido, attento, disperato, fragile, ottimista.
Lo ha firmato un uomo e va bene lo stesso.
Sono di quelli che pensano che gli uomini capiscono le donne, me lo confermano i romanzi che leggo.
E i film che vedo.

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CAVE CANEM

Jeff Koons, Puppy, 2004

Conosco persone che hanno un cane.
Conosco persone che hanno due cani.
Conosco persone che hanno tre cani.
Quando i cani cominciano a essere tre, mi viene sempre da chiedere come mai, un po’ come mi viene da chiedere come mai a quelli che hanno quattro figli, casomai tutte femmine.
Se posso chiedere, chiedo. Se posso, nel senso se sono in rapporti tali da poter fare questo tipo di domanda: come mai questa cupidigia in fatto di cani.
O di figli.
Comunque, le persone sono sempre molto contente di raccontarti il perché e il percome dei cani.
(Anche il perché e il percome dei figli).
Per esempio, l’ultimo in ordine di tempo, il mio nuovo idraulico, che ha sostituito il mio idraulico storico quando questo ha deciso di smettere di lavorare. A ottantadue anni.
Il mio nuovo idraulico l’ho conosciuto tramite il tecnico dei rubinetti in una prima emergenza.
Piccola.
E mi è sembrato uno perbene, simpatico e bravo.
Adesso, poi, che l’ho visto sul campo alle prese con un’emergenza grande.

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