L’Air du Temps (page 1 of 4)

L’Air du Temps è un profumo storico ancora esistente. Esso è frutto di una Maison senza la quale la moda, e nemmeno il mondo, sarebbero gli stessi. Il nome, tradotto, significa «L’aria del tempo». E intendo inserire qui gli articoli che dell’aria del tempo si occupano: tecnologia; amori con i diverticoli, ovvero intestinali, sensibili e dolenti; oppure amori asmatici, ovvero che procedono per attacchi e a intermittenza. E poi tutto il resto.

NELLE MIE CORDE

Paul Duqueylard, Orpheus, 1800

La strada statale Aurelia ha il numero 1 e arriva fino in Francia.
A dirla tutta, uno non pensa che un’arteria così importante sia anche così inospitale. È larghissima, una specie di autostrada, e ha marciapiedi stretti, attacca da piazza Irnerio, che non è nemmeno una piazza, pensavo, vedendola, a Times Square, che però ha un altro fascino.
La metropolitana mi ha lasciato un po’ lontano, cammino volentieri, mi dico che per fortuna la segretaria del professore mi ha spostato l’appuntamento dalle 19:20 alle 16:40, almeno è ancora giorno.
Supero una zona militare, negletta, supero una casa religiosa, tutto intorno a me è brutto, il mercato chiuso con l’odore di pesce, un paio di alberghi.
Arrivo alla clinica, sta al 559. C’è un parcheggio ma è stracolmo, ho fatto bene a non venire in macchina.
Mi perdo un po’ all’interno del labirinto di corridoi, mi dico che deve essere tristissimo stare in un posto così squallido se ti fanno una diagnosi infausta, ripenso a quello che scrive Gio Ponti: «amate i buoni architetti moderni…essi devono fare…cliniche perfette per la vostra guarigione…esigete da loro città felici e civilissime».
Il pensiero di Gio Ponti, anche in tanto squallore, come sempre mi riconforta.
Adesso faccio così: vado all’appuntamento con il mio foniatra, lui mi fa una visita di controllo, poi ci sediamo a tavolino io e lui, ci guardiamo negli occhi e io gli chiedo: «Professore, che vogliamo fare della mia professione, ovvero della mia esistenza».

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LE PASSEGGIATE DELLA DOMENICA SERA

Sono sempre molto vicina ai suicidi.
Da un pezzo non penso più se si sarebbe potuto fare qualcosa, il suicidio è un atto molto complesso, alla realizzazione del quale concorrono più fattori, quindi tutto sfugge, anche se ogni tanto mi chiedo che cosa sarebbe successo se fosse suonato il citofono, squillato il telefono, se fosse arrivato un WhatsApp.
Diciamo che credo che la decisione sarebbe solo stata rimandata.
Quando penso al suicida, penso alla sua solitudine e alla sua paura.
Ci penso anche a distanza di decine di anni, è un pensiero dal quale non riesco a liberarmi.
Comunque nel 1940 uno non si portava dietro il telefono e non c’era nemmeno WhatsApp. Quindi la decisione di Walter Benjamin di, si dice così, togliersi la vita si sarebbe potuta trasformare in altro solo in altro modo.

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LA TERAPIA

Vi serve una segretaria?
Assumetemi.
Sono organizzata, precisa, puntuale, comunicativa, parlo un buon italiano, scrivo decentemente e sono in grado di gestire discipline diverse da quelle di cui di solito mi occupo, per esempio ho rivisto tutta la tesi di mio fratello più piccolo, ora, più giovane.
Era in Ingegneria dei trasporti, non ci ho capito niente ma ho sistemato tutte le virgole, insomma ho esperienza di campi diversi, sono versatile e volenterosa.
E, soprattutto, devo trovarmi un altro impiego, perché sento che sono arrivata al capolinea dell’insegnamento, ho fatto una lezione dopo che stavo a riposo da più di dieci giorni e mi sono accorta subito che sfonavo.
Sfonavo?
Sì, sfonavo.
Insomma, a voce ero messa male e mi sono pure detta ben ti sta, così impari a non fare l’aerosol.
Eppure il medico te l’aveva prescritto.
Adesso, sai che fai, riprendi la ricetta, riprendi il nebulizzatore, riprendi le scatole di medicine che hai sepolto in frigorifero e ci riprovi.
Altrimenti, che problema c’è: vai a fare la segretaria.

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ROMA, NATALE 2019

Arnolfo di Cambio, Presepe di S. Maria Maggiore, part.

Dal buio alla luce. Il solstizio d’inverno nel 2019  è il 22 dicembre, per la precisione esso accade alle ore 4:19 italiane.

Il buio. A Roma il giorno dura 9 ore e 7 minuti. Il sole si leva alle 7:35 e tramonta alle 16:42.
Siamo, dunque, nella giornata più corta dell’anno. Ha inizio l’inverno ma c’è già nell’aria una promessa di luce, infatti il buio torna sui suoi passi e le giornate già si allungano.
Questa evidenza porta con sé da millenni una serie di celebrazioni e di feste, una delle quali è il Natale.
E di questo Natale a Roma noi ci andiamo a occupare, con una serie di tappe che fanno l’itinerario di una lezione, tappe che si possono ripercorrere se si sarà stati in aula, oppure toccare per proprio conto, in un viaggio che dal buio porta alla luce e che ci conduce fino alla conclusione dell’anno.

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ANTROPOLOGIA DEL REGALO DI NATALE

— Natale non sembrerà Natale senza regali — brontolò Jo sdraiata sul tappeto.
— È terribile essere poveri — sospirò Meg, guardando il suo vecchio abito.
— Non penso che sia giusto che alcune ragazze abbiano un sacco di belle cose e altre non abbiano niente — aggiunse la piccola Amy, tirando su con il naso.
— Abbiamo però Papà e  Mamma, e noi — disse Beth, contenta dal suo angolo.

(Louisa May Alcott, Piccole donne)

Entro nello studio del mio oculista e la prima cosa che noto è un pacco dono abbandonato sul davanzale della finestra.
Guardo: il mio istinto ha visto giusto (ammesso che un istinto possa vedere diversamente) e ha scelto il verbo.
Dentro la scatola, un pandoro e uno spumante dolce.
Scambio due chiacchiere con il destinatario, contrariato, beh, che c’è che non va.
«Niente, solo che lo scorso anno mi avevano regalato un Ferrari».
Insomma, una caduta nell’abisso. Passiamo da un’ottima bollicina al dolce infantile di chi non ama i canditi e l’uvetta e alla bottiglia ordinaria.

Meglio sarebbe stato niente?
E perché. C’è sempre la segretaria, c’è il portinaio e, volendo, possiamo chiamare il gesto generosità pelosa, sorella della medesima carità che, leggo, viene da qualcuno che ha «il pelo sul cuore (o sullo stomaco)», ovvero che è cinico e senza scrupoli, avendo organi così sensibili foderati, quindi ben protetti dai dubbi.
Quanti peli a Natale, eh.

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ME, MYSELF AND I

Lorenzo Lotto, Triplice ritratto di orefice, 1530

Potessi un giorno
camminare da solo
ma solo solo
non come vado adesso
solo
ma solo solo
senza me stesso

(Antonio Delfini)

«Il termometro adotta una lega di gallio, indio e stagno, assolutamente atossica ed ecologica, che consente di smaltire senza controindicazioni il termometro».
Faccio colazione, prendo il pennarello rosso e segno con un cerchietto il secondo termometro.
Un pronome, no, eh, in due righe ci piazzate una ripetizione. E avete pure fatto disegnare da qualcuno lo scatolino, con la marca e il resto.
Il termometro è ecologico, quindi non si muove da dove sta, a dar retta a lui ho 35,9, dunque sono un cadavere.
E tale mi sento.
Se il termometro funzionasse, avrei la febbre.
Ma poco importa.
Importa che al primo freddo abbia avuto subito problemi di voce, quindi sospendo tutta l’attività professionale da qui a data da destinarsi.

Devo decidermi, cambiare mestiere e andare a fare la cameriera in una pizzeria. Lì, la voce, la usi poco o niente.
Prendi le ordinazioni, sorridi, assegni le pizze, quando c’è, intaschi la mancia.
E hai fatto.

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CARI COLLEGHI

Il numero è perfetto.
Non sono sette, quantità che mi getta in uno stato di depressione dal quale non riesco più a riprendermi; non sono trecento, dunque, ingestibili.
Una volta, a Napoli,  ho contato trecentotrenta firme sul foglio.
L’ho preso, il foglio, e sono andata dal Direttore, l’ho messo sulla sua scrivania, ho detto «Così, tanto per sapere, come faccio. Casomai, che ne so, un microfono».
Eh, quante ne vuoi.
Un anno portava il microfono e l’altoparlante un ragazzo che suonava in un gruppo, se lo caricava tutte le volte che c’era lezione, alle fine facemmo un gran bel corso.
In questo semestre i miei studenti del corso di Storia dell’arte contemporanea all’Accademia di Belle Arti di Roma sono una trentina.
Dunque, decido di fare lezione come piace a me.
Con la loro presenza e con il loro apporto.
Vediamo insieme  che succede quando un insegnante non si siede in cattedra.

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AMA E RIDI SE AMOR RISPONDE

Antonio Canova, Amorino alato, 1797, part.

In giro è pieno di uomini effemminati.
Che poi finisce che sono più virili di quelli che sembrano maschi sul serio.
Oddio, come diceva il mio studente, poi bisogna vedere da vicino.
Un mio dermatologo, di cui ero paziente tre dermatologi fa, aveva in proposito una sua teoria, che adesso vi espongo.
Lui sosteneva che la colpa o, se volete sfumare, la responsabilità, era degli omogenizzati, che sono pieni di ormoni. A un certo punto i bambini hanno cominciato a mangiarne ed è stato così che i maschi sono diventati morbidi e le femmine aggressive.
Ammetto che la teoria ha il suo fascino, anche se una volta che la esposi in aula davanti ai miei studenti, in tanti ci rimasero malissimo.
Ai ragazzi non era piaciuta la possibilità che le loro vite fossero state indirizzate dai vasetti.
Come se i sentimenti non dipendessero dagli ormoni, maschi e femmine.

Comunque io ormai mi sono fatta l’idea che proprio per colpa o, se volete, responsabilità di quegli alimenti, stia succedendo qualcos’altro nei nostri ventenni. Che non si innamorano e che spesso non si sono mai innamorati in vita loro.
Come è risultato evidente giorni fa in aula quando io ho posto la domanda di rito di inizio corso: «Chi di voi è innamorato?».
Noi stiamo a scuola, quindi funzioniamo per alzata di mano.
Uno alza la mano se deve intervenire per dire qualcosa o se dobbiamo contarci.

Ebbene, mercoledì scorso, alle ore 16:00, nell’aula 207 dell’Accademia di Belle Arti di Roma, ad alzarsi è stata una sola mano.
La mia.

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IL GUSTO DEL SUPERFLUO

Praticamente,  un incubo.
Una mattina mi alzo e trovo uno dei miei pesci rossi con la pinna dorsale divorata. Dal compagno, evidentemente, visto che non ce ne era traccia nella vasca e che lui se ne stava spezzato in due sul fondo.
Li separo.
Aspetto che muoia in giornata e non muore. Anzi, dopo una settimana è diventato grigiastro, sembra un gamberetto di fiume, però viene ancora a galla a chiedere il cibo.
Faticosamente.
Mi informo, prendo la vasca, la metto in macchina e alla velocità di cinque chilometri all’ora, stando bene attenta alle curve, lo porto da un veterinario per gli animali singolari.
Entro e mi siedo nella sala d’aspetto, la vasca tra le gambe, il mio pesciolino spezzato dentro.
Intorno a me, è ancora più incubo.
C’è un ragazzo con un boa.
Ci parlo e lui mi racconta quello che mangia. Topi surgelati che lui riscalda nel microonde, del resto se la preda (la preda) non è calda, il boa non si muove.
C’è una ragazza che sembra Jack Sparrow, ha un pappagallo sulla spalla, lui le ha mangiato un orecchino, gli hanno dato una purga e aspettano che lo restituisca.
Ce ne è un’altra abbracciata a un furetto.
Davanti a quest’ultima comincio a provare, con il mio pesciolino spezzato in vasca e la vasca messa a terra fra le gambe, un senso violento di scollamento.
Non avrei dovuto dirlo, ma l’ho detto.
«Ma perché, se ti piace il pelo, non ti fai un fidanzato, sai uno di quegli uomini-lupo, ce ne sono tanti. Ci dormi abbracciata ed eviti di girare con attaccata al collo questa bestia puzzolente».

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PICCOLA STORIA DI UNA SAPONETTA E DI UN NASTRO

La mia storia con le mie saponette cominciò molto tempo fa.
Me ne tirò fuori una da sotto il bancone Lola, che faceva la vendeuse in una profumeria storica a via de’ Condotti.
Con Lola attraversai tutta la fase dell’alta bigiotteria.
Prendevo orecchini e spille da lei, in America in un certo negozio newyorkese e da un’hostess, simpatica e un po’ svampita, che ne faceva commercio, vantando una qualche superiorità morale rispetto ai colleghi, che invece commerciavano in occhiali da sole.
In effetti.
Lei portava in Italia pezzi vintage, che cercava nei mercatini assecondando il gusto delle sue clienti.
Fra di esse, io primeggiavo. Amo da sempre gli orecchini ed ero nella fase tailleur, per cui ogni spilla era una nuova avventura.
Poi mi scoppiò un’allergia.
Gli orecchini divennero importabili, mi provocavano escoriazioni ai lobi delle orecchie.
Quasi in contemporanea mi scocciai del tailleur, che non mi rappresentava per niente, e tornai a vestirmi come mi vestivo da ragazza, chissà che mi era venuto in mente di abbandonare quella vecchia immagine di me stessa.
Feci un passaggio non del tutto indolore agli orecchini di antiquariato in materiale nobile e chiusi con le spille.
Ne indosso ancora una su un giubbino jeans perché mi piace il contrasto.
Tutto il resto sta in una grossa scatola in uno sportello del mobile della mia camera da letto.
Ogni tanto apro il mio scrigno e penso guarda tu, come sono stata sbrilluccicosa e demente.

La mia saponetta, però, no, non l’ho mai abbandonata.
E ora che sono costretta a farlo, sono in uno stato d’animo compassionevole.

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