L’Air du Temps (page 1 of 9)

L’Air du Temps è un profumo storico ancora esistente. Esso è frutto di una Maison senza la quale la moda, e nemmeno il mondo, sarebbero gli stessi. Il nome, tradotto, significa «L’aria del tempo». E intendo inserire qui gli articoli che dell’aria del tempo si occupano: tecnologia; amori con i diverticoli, ovvero intestinali, sensibili e dolenti; oppure amori asmatici, ovvero che procedono per attacchi e a intermittenza. E poi tutto il resto.

ERRATA CORRIGE

Il sarto del Bangladesh a via Eurialo mi ha restituito i blue jeans rammendati.
Ha fatto un’operazione di altissima chirurgia, riprendendo, rappezzando, rattoppando, ricucendo strappi, squarci, buchi, laddove io pensavo che i miei pantaloni fossero irrecuperabili.
Sono i primi acquistati della marca svedese da me prediletta, già mostravano la corda, poi, praticamente non li ho tolti da quando è iniziato il confinamento, ovvero li ho sostituiti con altri blue jeans quando sono uscita per qualche occasione più interessante.
Erano già stati rammendati una prima volta, li avevo lasciati al negozio di Parigi, me li aveva ritirati un amico che va spesso su per lavoro, il rammendo era superbo, tutto il tessuto era stato ripreso filo per filo, ma la cosa più bella era stata la signorina alla quale li avevo consegnati, che li aveva abbracciati dicendomi: «Quanto erano belli, ho avuto anch’io questo modello e non li ho mai dimenticati».
Blue jeans come epoca esistenziale, prima o poi dovrò raccontarvi la storia di tutti quelli che ho in guardaroba.
Stavolta il rammendo è stato più rapido, ho detto al sarto ti do due giorni di tempo, non ho altro da mettermi (pare vero), ho pensato di portarli da lui perché viene da un paese dove alligna la miseria, loro recuperano tutto, figuriamoci se mi dice di buttarli.
Fra l’altro, ultimamente mi ha rammendato anche altro, per esempio le mie lenzuola antiche, è bravissimo, da loro si vive con l’idea che ogni pezza sia recuperabile, figuriamoci un lenzuolo ricamato, figuriamoci qualcosa da mettere addosso.
La cosa più divertente è che, quando glieli ho portati, lui ha passato in rassegna i blue jeans inventariando tutti i guasti, fra cui uno sbrego da quindici centimetri in zona sensibile, che non sta bene che una signora esponga al mondo.
Quando poi è arrivato agli strappi che stavano lungo la gamba, mi ha detto: «Questi te li lascio perché fanno moda».

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A GRATIS

La forma a gratis, attestata dalla fine dell’Ottocento e oggi comune nei livelli bassi di lingua, è sbagliata. Nella diffusione dell’errore avrà contato il parallelismo con l’espressione opposta a pagamento, ma anche la somiglianza con espressioni simili che contengono la preposizione a  (a sbafo, a scrocco, a ufo)
(La grammatica italiana, Treccani)

L’occasione, ghiotta, andò completamente buttata al secchio.
Il giornaletto con tutte le informazioni di quello che accadeva a Roma usciva ogni settimana ed era irrimediabilmente brutto.
Per dire, era più curata la grafica dello Svegliarino di Santa Maria del Tempio, località in Piemonte dove era nata mia madre, al quale lei era abbonata e che riceveva mensilmente, abbandonandosi, seduta sulla sedia della cucina e con nostalgia, alle notizie di casa, che si risolvevano in che cosa aveva fatto padre Felice, il parroco, un francescano che per davvero aveva i piedi nudi nei sandali e una lunga barba, quanti erano i nati e quanti i morti.
Ma lo Svegliarino, così fatto in casa com’era, era un prodotto onesto e affettuoso.
Il giornaletto con le notizie di Roma, no.
Nessuno si era preso la briga di chiedere a un grafico, giovane o esperto, di fare un progetto serio, la carta era misera, le rubriche avevano pure una loro logica, però si sarebbe potuto fare molto di più e meglio.
Compravo regolarmente la pubblicazione e contribuivo alle sue pagine con le notizie della mia attività professionale, mettendomi in contatto con una gentile signorina della redazione, squisita e disponibile, che non ho mai visto in vita mia e alla quale portavo un omaggio augurale a Natale, lasciandolo in portineria.

Fra le rubriche del giornaletto, ce ne era una intitolata Roma gratis o qualcosa di simile.
Ma prima devo raccontarvi un altro fatto.

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OTTOBRATA ROMANA

Roma, Villa Lazzaroni, primi di ottobre

Da Prada a via dei Condotti mi misurano la temperatura: ho 33°.
Mi faccio i complimenti, per essere vicina al rigor mortis, mi trovo piuttosto flessibile.
(Secondo me questi scanner termici non funzionano, ma guai a farlo notare).
«Mica vorrai comprarti una borsa».
«Voglio solo vedere la nuova collezione».
«Sì, ma tu non puoi comprarti una borsa in questo momento. Forse è meglio se non entri».
«Io entro dove mi pare e mi compro quello che voglio. E tu ti fai gli affari tuoi».
«Infatti: sono affari miei».
Quando discuto con me stessa, in qualche modo riesco sempre ad avere ragione.
Mi faccio mostrare da una snobissima signorina qualche modello nel loro Nylon vela, se la loro forma non durasse così poco, sarebbero borse perfette, leggerissime e capaci di farti fare una qualche figura quando ne hai bisogno.
La più economica costa la metà del mio stipendio.
Quella più costosa per via di un paio di striscioline di pelle, i tre quarti dell’ammontare, evidentemente non sufficiente a procurarsi gli accessori adatti, della mia retribuzione.
Non mi piace la chiusura lampo dorata, sarà il dettaglio rock ma la trovo troppo vistosa. Inoltre non ha la tracolla. La borsa solo con i manici come la sporta della spesa mi sta scomoda.
Ringrazio, non mi piace niente.

Almeno stavolta, mi è andata bene.

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GIOCARE. ESSERE GIOCATI.

Jean-Etienne Liotard, Nature morte à la chocolatière, sec. XVIII

Voi prendete le visite guidate. Sono la manovalanza e la gavetta dello storico dell’arte.
E ciò per motivi diversi, i principali dei quali vi elenco: 1. Vedi le opere sul campo; 2. Impari a gestire la relazione con il pubblico, ti accorgi se capiscono, se si annoiano, se ti stanno seguendo o se non vedono l’ora che finisca.
(E se non te ne accorgi, vuol dire che non capisci niente).
Io ho fatto visite guidate in quantità industriale; poi ho smesso perché mi ero stancata e ho delegato; poi ho ricominciato perché le facevo meglio io e perché non ne potevo più di sentirmi rispondere non il sabato, non la domenica. E quando le vuoi fare, le visite guidate, se non il sabato e la domenica, ovvero quando la gente può parteciparvi.
Ora tutto è sospeso.
E non mi dispiace per niente.
Anzi, credo che non farò mai più visite guidate, forse esaurirò un impegno in sospeso, ma mi sto chiedendo se c’è un motivo per cui, mettiamo, al Grand Palais di Parigi, il posto più illustre al mondo per le mostre, le visite guidate sono, con qualche rara eccezione, proibite e nelle mostre nostre ci sono praticamente solo visite guidate: per gruppi e scuole.

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TEMPERATURA

Non mi ero mai accorta di quanto la podologa fosse bassa.
Mi si para davanti con in mano una specie di pistola, le dico un momento, le chiedo che stai facendo, le dico facciamo che mi avverti se mi punti addosso questo aggeggio.
Capisco che è un termometro digitale in forma di spray per i vetri, le dico che se solo dal basso lei mi tocca la fronte, mi giro sui tacchi e me ne vado.
Lei si preoccupa, lei mi si avvicina solo quel tanto che basta, lei guarda il display.
Io le chiedo: «Quanto ho?».
Lei mi risponde: «34°».
La ringrazio per avermi dato la notizia: sono morta e non me ne sono accorta.
Le chiedo se si sente bene, le ricordo che lei è laureata, c’è scritto sulla gigantesca targa all’ingresso, e che quindi dovrebbe sapere qualcosa di fisiologia e che dovrebbe dedurre che se uno davanti a lei ha una temperatura di 34°, non è che gli fai un trattamento podologico.
Piuttosto, chiami le pompe funebri.
C’è giusto un’agenzia poco distante.
Tu li chiami e quelli si  prendono cura del cadavere.
Il mio.

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CAPUT MUNDI

Giovan Battista Piranesi, Frammenti della Forma Urbis Severiana, 1756

Mi trovo in un film di fantascienza e non so come ci sono finita dentro.
Fra l’altro, Roma non è la Los Angeles di Blade Runner, non solo non piove, ma là in alto il sole addirittura splende.
Mi deve essere successa una cosa tipo Alice quando cade nel buco, non mi ricordo mai se invece era la tana del coniglio, o come la protagonista di 1Q84, che passa da un mondo all’altro e l’altro si riconosce perché ha due lune.
Ma pure lì c’è un atto, un inizio, un segno: Aomane abbandona il taxi, imbottigliato nel traffico, sul quale si trova e si dirige verso la grande insegna pubblicitaria della Esso.
Glielo ha consigliato il tassista stesso: lì c’è una scala per scendere al livello inferiore.

A me nessuno ha consigliato niente, mi ritrovo in un film di fantascienza e non so come ci sono finita dentro.
Di uscirne, proprio non se ne parla.

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IMPRESSIONI DI SETTEMBRE

Constantin Hansen, Elise Købke, ragazzina, con una tazza davanti, 1850

Sto arrampicata sulla scala e sistemo le scatole di fazzoletti nello sportello in alto dell’armadio della cucina.
Irina/Irene, che ama farsi i fatti miei, arriva con lo straccio in mano, guarda, resta a bocca aperta e mi chiede perché ho tutte quelle scatole di fazzoletti.
«Perché sono una piagnona».
E le spiego la locuzione italiana avere le lacrime in tasca.
Io sono una con le lacrime in tasca.
Piango perché mi commuovo; piango perché sono triste; piango, ovviamente, per amore; piango perché sono preoccupata per il futuro.
(Veramente anche per il presente).
Eccetera.
A dar retta a me, la vita è una valle di lacrime.
Lei mi chiede se piangere fa bene.
Attacco una disamina del pianto, che esprime e libera le emozioni che, tenute dentro, fanno male.
Poi chioso che, potendo, io non piangerei. Per le due lacrimucce che mi scendono quando mi commuovo, faccio presto a riprendermi, basta lo stick per il contorno occhi con la biglia metallica che tengo in frigo.
Per le sere storte, impiego due giorni di impacchi di camomilla fredda cambiati ogni quindici minuti e accompagnati dalla cantilena quanto sono scema, quanto sono scema.

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LE ALI AI PIEDI

Benvenuto Cellini, Perseo, 1554, part.

Al suo primo fratello, un nome di vino
Al suo secondo fratello, il titolo di una canzone…
A un goloso, il nome di un piatto
A un giocatore, una tripletta
A un melomane, una partitura manoscritta…
A un marinaio, il meteo del giorno: «Nessuna segnalazione di burrasca, mare bello»…
A un nemico, un complimento
A un lettore, grazie

Sébastien Lapaque, Théorie de la carte postale, 2014

Ho scelto il giorno della settimana.
Lunedì, il mio prediletto, no. Già era pieno di arte.
Martedì, governo di Marte, dio della guerra, meglio lasciarlo perdere.
Giovedì, siamo di Sorbetti.
Venerdì, ho già due Newsletter che mi incantano e non voglio ulteriori ingombri.
Sabato e domenica, giorni distratti, li metto da parte.

Dunque, sarà di mercoledì che arriverà la mia Newsletter.
È il giorno di Mercurio, un grande imbroglione e pure un ladro di bestiame, però è anche il dio che porta notizie.
Piedi alati i suoi e piedi alati quelli di Perseo, che vi ho messo in apertura, perché secondo me quella di Cellini è la statua più bella di tutta la storia dell’arte.

Dunque, ci siamo.
Domani 9 settembre, il nono mese dell’anno, alle ore 9:00, parte la mia prima Newsletter.

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JOURNAL, 11: IL MESTISSIMO GIORNO DEGLI ADDII

Lorenzo Rocco, Eros, 2019

Nel mestissimo giorno degli addii
mi piacque rivedere la tua villa.
La morte dell’estate era tranquilla
in quel mattino chiaro che salii
tra i vigneti già spogli, tra i pendii
già trapunti di bei colchici lilla.

Guido Gozzano, La signorina Felicita, 1911

Stavo in pensiero.
Non ci dormivo la notte.
Mi chiedevo: ma quand’è che fanno la prossima mostra sugli Impressionisti.
Eccomi accontentata, finalmente.
A Bologna inaugura domani la mostra tanto attesa.
E io posso ricominciare a dormire sonni tranquilli.

È che non vi sopporto più, è che non siete più credibili, sempre e solo mostre sugli Impressionisti, piccolette, inutili, un po’ di provincia, niente a che vedere con quelle cose mozzafiato che fanno pure loro a Parigi quando hanno bisogno di soldi.
Tutti abbiamo bisogno di soldi, e ci mancherebbe.
Ma voi avete bisogno di soldi in modo patetico.
Dimenticavo.
È in calendario anche una mostra su van Gogh, inaugura il prossimo ottobre in una colta cittadina del Veneto e mette in scena i colori della vita dell’artista.
Un’idea geniale.
Ma fate bene. Ormai è difficile andare a Parigi a vedere gli Impressionisti.
Ormai è impossibile andare ad Amsterdam a vedere Vincent.
Così voi, generosamente, popolate il nostro, anzi, meglio, il vostro (io farò altro) autunno con queste proposte culturali sulle quali già mi struggo: per l’originalità, per i contenuti culturali, per quella sferzata che dà alla vita una mostra ben fatta.

Ma fatemi il piacere.

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JOURNAL, 10: I GIORNI E LE COSE

Fratelli Limbourg, Très riches heures du duc du Berry, 1412-1416, Agosto, part.

Quest’è l’estratto di tutti gli amori:
si comincia contemplando,
esaltati

si finisce analizzando, curiosi

Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, 24 gennaio 1938

Questa settimana sono uscita presto due volte.
Presto, si fa per dire.
Una volta erano le dieci del mattino, un’altra addirittura le nove e quindici.
Comunque, presto.
Non ho più intenzione di fare alzatacce, ho capito che mi piace dormire e mi sono organizzata per farlo.
Certo, il mattino ha l’oro in bocca, infatti le dieci non sono mezzogiorno.
E già alle dieci mi sono accorta che qualcosa era cambiato.
Tirava una specie di vento che diceva che durante la notte il nemico aveva levato il campo, succede anche per alcuni dolori, lo raccontano i romanzi e lo racconta l’esperienza.
Valerio al supermercato mi ha riferito che alle 6 e 30, ora in cui lui attacca, c’erano 19°. Adesso i gradi sono 31, però ormai si comincia a vedere la fine del tunnel.

Sono andata alla ASL a Nocera Umbra per un controllo e non credevo ai miei occhi.
Quella che è sempre stata una corte dei miracoli, con i malati, gli sciancati, gli sporchi, i malvestiti, i bambini urlanti, di colpo, deserta.
Dentro, una temperatura polare.
Ma ci voleva tanto, a fare prenotazioni e ad allungare l’orario di lavoro come imposto da pandemia.
Non solo.
Pure nella sala prelievi tirava un’altra aria. Non so perché lì fossero ammassate persone a fine carriera, solo donne, solo con i camici aperti sugli abiti da sera o da spiaggia, una mi raccontò una volta che era stata per anni ferrista in sala operatoria e che poi le era venuta un’allergia, non so come fosse, dalla chirurgia alla corte dei miracoli.
Stamattina mi è venuto incontro un ragazzo, anche grazioso, e mi ha chiesto di che cosa avevo bisogno.
Gli ho domandato da dove fosse uscito e che ci faceva lì.
Si è messo a ridere, evidentemente sapeva e aveva visto.
Niente male, la variazione. Puoi andare a fare un prelievo all’ora di pranzo e ci trovi pure un uomo, cosa che rialza l’ambiente e gli cambia il sonoro: da pollaio chiocciante a canto di gallo.

La loro è una cultura che è altro da quelle che conosco.
Non sono come i nostri meridionali, presso i quali sono frequenti le abbuffate, sempre affollate di famiglie talmente numerose da dare le vertigini.
Non sono come la nostra gente di paese, che ha una sua logica, oltre che per le abbuffate, anche per l’eleganza.
Per anni mi sono esasperata e ho cercato ascolto presso i colleghi a proposito delle nostre studentesse di Fashion Design, che il sabato sera comparivano sui social in abito lungo con la coscia che usciva dallo spacco, poscettina in mano e piscina sullo sfondo.
Quando vai a mangiare una pizza, si sa, la piscina deve starci.
Io sostenevo che non esisteva un’altra grande città europea in cui il sabato sera le ragazze si conciassero in quel modo, che si sarebbe pure potuto pretendere qualcosa di meglio da gente che studiava moda, che a Londra le loro coetanee indossavano altro, che quella era la brutta copia del guardaroba della sirenetta visto nell’infanzia e mai dimenticato.
L’unica cosa che ho capito è che quello passava il convento.
No, le rumene, in numero di tre, che si sono alternate causa vacanze e lavori più importanti nella cura della mia casa nel mese di agosto, non assomigliano ai nostri meridionali e non assomigliano alla nostra gente di paese.
Si muovono in un universo parallelo, in cui le ciabatte costano tre euro, la parrucchiera ti fa i capelli in casa e loro ricevono dalle madri lontane barattoli di marmellata esclusivamente di ciliegie, noci, patate, pezzi di carne.
Loro inviano detersivi.
Provvedono al trasporto, con un’organizzazione che andrebbe studiata come hanno fatto quelli dell’università di Oxford con il sistema indiano di preparazione dei pasti e di consegna dei medesimi raccontato nel film Lunch Box, provvedono al trasporto, dicevo, autisti che guidano monovolume alle quali è attaccato un rimorchio frigorifero.
Nella macchina ci infilano i passeggeri, che si fanno ventitré ore di viaggio con qualche sosta, nel rimorchio, ci vanno le carni.
Tempo fa si pagava a peso, adesso, a occhio.
La macchina si riempie di borse e fagotti che dalla Romania vanno in Italia e viceversa.
Ho chiesto se era una questione di soldi, i soldi stanno sempre dietro a tutto, in particolare per gente che è venuta qui a lavorare, ma la risposta non mi ha convinta.
Mi sono invece convinta che si tratti di una faccenda affettiva.
Spediscono carne di maiale e di pollo in qualità di sentimenti.
Una delle madri confeziona e spedisce anche centrini.
Per evitare di essere fatta oggetto di doni non desiderati, ho detto subito che i centrini non erano esattamente nel mio stile e che non si può passare la vita a fare l’uncinetto, capisco la necessità di tenersi impegnati, sono la prima a soffrire l’ozio, però l’invio di centrini andrebbe moderato.
Ho avuto diritto a tre grossi barattoli di marmellata di ciliegie, io prediligo quella di agrumi, però queste sono buonissime, non sono dolci, hanno un equilibrio di sapori, ho suggerito che la madre potesse mettere su un piccolo commercio di marmellate e sostituire così la fissazione dei centrini con una fissazione più remunerativa: sarei disposta ad acquistarle.
Scopro che in Romania non ci sono né arance né limoni, solo ciliegie.
Faccio fatica a immaginare un paese senza frutta, anzi, un paese pieno solo di ciliegie.
E di centrini.
Quanto ai detersivi, deve essere una tendenza.
Anche il mio vicino, in cassa integrazione, fa avanti e indietro con la casa al mare carico di detersivi.
L’elemento notevole è che l’andirivieni lo fa col treno perché è di quelli che si sono liberati della macchina. Gli ho detto cioè fammi capire, tu vai col regionale e insieme al trolley con dentro le cose da spiaggia, i libri da leggere e i film da vedere, ti porti pure la busta con i detersivi.
Certo, mi ha risposto, là costano di più.
Non so, io prima di sottopormi a un simile strazio, mi sarei rassegnata a spendere un occhio della testa per i casalinghi.
O forse mi sarei liberata della casa al mare.
Dove per definizione non hai mai tutto quello che ti serve.
Ed è proprio questo il motivo per cui mi sono rassegnata all’avvicendarsi delle rumene a casa mia in questo mese di agosto: per avere i servizi.
Sto leggendo un libro che si intitola Chez soi.  Un’odissea dello spazio domestico, nel quale c’è un capitolo dedicato alla femme de ménage, con tutte statistiche e note interessanti.
Apprendo che c’è stato un periodo, ai primi del ‘900, in cui piccoli borghesi si privavano del cibo sufficiente per avere una bonne tuttofare.
Questo lo sapevo del resto dai romanzi, Hemingway, quando sta a Parigi e non ha soldi, beve comunque vini notevoli e ha una domestica.
Il mio libro dice che c’erano semplici lavoratori che avevano dei domestici.
«Certe volte i domestici avevano dei domestici».
Non troppo tempo fa mi sono occupata in sei post successivi dei rapporti con il personale di servizio, qui trovate l’inizio della mia riflessione.
Non avevo ancora fatto l’esperienza delle rumene.
Che hanno una maleducazione diversa dalla maleducazione che alligna da noi, per esempio fanno domande personali, perché porto un solo orecchino, perché non ho figli, quanti anni ho, che medicine prendo, chi mi ha scritto quella lettera, è chiaro che non faccio alcuna fatica a sviare il discorso, ma la cosa che qui mi sta a cuore è la differenza di approccio alla vita tutta.
Per il resto, sono puntuali, gli danno giù con gli stracci, si arrampicano tutte le volte sulla scala e puliscono con la spazzola tutti i libri, non riconoscono il verso delle bottiglie di profumo, devono essere guidate per rimettere le sedie sotto al tavolo in modo geometrico, se squilla il loro telefono, si scusano e tagliano corto, mangiano, tutte, come lupe.
Nessuna ha l’aspirapolvere.
Nessuna ha la lavastoviglie.
Tutte hanno la lavatrice.
Due hanno l’aria condizionata.
Tutte hanno un televisore gigantesco.
Guadagnano bene.
In certi casi guadagnano in una mattina quello che guadagno io se qualcuno mi chiama per una lezione fuori dai ranghi consueti.
E infatti, con quel tipo di prestazione professionale, ho deciso di chiudere.
Come con la sveglia troppo presto la mattina.
Se non vogliamo affrontare il grande tema della retribuzione del lavoro intellettuale (meglio), almeno facciamo due conti: io impiego in media otto ore a prepararmi una lezione; l’aspirapolvere si attacca presto fatto e ha bisogno di una perizia minimale.
Così, tanto per chiarire.
Quanto al concetto di eleganza, ho avuto il piacere di vedere le foto scattate col telefono al matrimonio della figlia di Marlena. Il fratello della sposa indossava un abito turchese. La madre, cioè lei, un abituccio rosso in merletto che si fermava un palmo sopra il ginocchio, sostituito, sul far della sera, si mangia e si balla tutta la notte, da un abito lungo di merletto nero.
Sono andata a confrontarmi con la signora Anna, che ogni tanto ha in lavanderia abiti che a me sembrano deliranti.
Lei ha apprezzato la mia teoria della cultura parallela relativa al concetto di eleganza.
Citandomi in aggiunta l’abito da sposa di una sua cugina che veniva dalla provincia campana, a suo dire il vestito più pieno di fiocchi e di decorazioni che abbia visto in vita sua.
Ho chiesto se aveva lo spacco per mettere in mostra la coscia davanti al fotografo.
E se le foto avevano come sfondo la piscina.

Le nuove frontiere del corteggiamento. Non saprei come altro definirle.
Il bisteccone dell’Ipercarni ha effettuato un upgrade ed è passato dalle foto pornografiche al video.
Non me l’aspettavo, quindi mi sono turbata.
Chiarisco che per me fra due adulti consenzienti tutto è possibile. E il nodo sta qui: lui non ha chiesto il mio consenso.
Però è diventato malgré soi un personaggio del mio blog, quindi a spazio usurpato stiamo pari.
Il video è arrivato una sera ed era un video amatoriale.
E come sarebbe potuto essere altrimenti.
Durava pochi secondi ed era stato girato sul lettuccio della cameretta, con sullo sfondo il radiatore con l’umidificatore a forma di vasetto di terracotta da balcone che già avevo visto.
Un po’ in ombra ma eloquente, mostrava qualcosa di spettacolare: il risveglio di un grande serpente che si innalzava come attratto dalla musica del flauto dell’incantatore e, innalzatosi, si distendeva ulteriormente come un animale che uscisse dalla tana e si preparasse alla caccia.
Una di quelle cose che le donne, pure se si fanno chiamare direttora e se insistono sul sessismo della lingua italiana che dice ascoltatori per indicare anche le ascoltatrici, cosa che a me non dà nessun fastidio perché sono io la prima a presentarmi come professore, una di quelle cose, dicevo, che le donne possono soltanto vivere di riflesso.
O come metafora.
Il ragazzo dell’Ipercarni, che si chiama tragicamente come uno dei figli di Al Bano e che a me continua a sembrare più un giocherellone che un esibizionista, è, come si sarà capito, uno semplificato.
Però credo che proprio per questo suo trovare il senso della vita nell’abbuffata della domenica al mare con gli amici (quando non è di turno al supermercato), nella bella macchina, nella partita di calcio, nell’aria condizionata e nella visita settimanale al barbiere che gli sistema col tagliaerba la barba alla moda che esibisce, proprio per questo suo essere come è, egli è riuscito in un’impresa poetica nella quale un intellettuale avrebbe fatto una ben misera figura.
Io sono sempre molto attenta a quello che provo e di fronte al serpente incantato e incantatore mi sono tornate in mente soprattutto cose di scuola: ginnasio e liceo.
Nel senso dei peana innalzati dagli Achei sotto le mura di Troia.
E nel senso di Odisseo, che si fa legare dai compagni di viaggio all’albero della nave per resistere al canto delle sirene.
E in quello di Ariosto e del suo poema cavalleresco, dove si cantano le gesta dei paladini di Carlo Magno.
Tutte cose virili, nelle quali da donna faccio fatica a entrare o, quando mi dice bene, entro attraverso i film e i romanzi.
Io da un pezzo mi chiedo come abbiano fatto alcuni scrittori, immensi forse proprio per questo, a infilarsi nella testa e nel corpo di una donna: Flaubert, Tolstoj, Joyce, poi, non ne parliamo, quest’ultimo si è fatto addirittura arrivare il ciclo mestruale in una notte di liberi pensieri.
Al momento non mi vengono in mente donne che abbiano fatto il simile e il contrario e non mi viene in mente nemmeno niente di cinema che abbia questa capacità di cambiare pelle con questa potenza: molti bellissimi ritratti femminili, che c’entra, ma, appunto, ritratti, ovvero ripresi dall’esterno.
Laddove, se c’è un motivo per cui amo i film al femminile, è forse proprio perché mi identifico in assoluta naturalezza.
Altra prova della superiorità della scrittura: «avant toutes choses la littérature».
Se lo dice Simone de Beauvoir, che di letteratura se ne intende perché quella da lei prodotta è altissima, figuriamoci se non concordo.
Spesso gli uomini danno poco e quel poco che danno lo danno malamente.
Casomai non lo fanno nemmeno apposta, insomma, sappiamo come va il mondo.
Ma il ragazzo dell’Ipercarni, quello che a me più che una bistecca, come da lui suggerito a proposito di se stesso, sembra una maionese riuscita malamente, ebbene lui, trasportandomi senza nemmeno saperlo in un clima primordiale, arcaico, leggendario, mi ha fatto un regalo.
Che resta lì, è evidente, perché sono di quelli che pensano che la vita o è stile, o è errore. E qui di stile ne vedo poco.
Anche per via dell’umidificatore in forma di vasetto di coccio da balcone.
Ah. Non vi ho detto che il video era corredato da una dedica.
Essa suonava così: «Solo per te amore…».
I tre puntini di sospensione, che hanno quasi sempre il potere di irritarmi, lì erano tutto un programma.
Però, fatemelo dire, la prima cosa che mi è venuta in mente è che io, fra te e amore, una virgola ce l’avrei messa.