L’Air du Temps (page 2 of 13)

L’Air du Temps è un profumo storico ancora esistente. Esso è frutto di una Maison senza la quale la moda, e nemmeno il mondo, sarebbero gli stessi. Il nome, tradotto, significa «L’aria del tempo». E intendo inserire qui gli articoli che dell’aria del tempo si occupano: tecnologia; amori con i diverticoli, ovvero intestinali, sensibili e dolenti; oppure amori asmatici, ovvero che procedono per attacchi e a intermittenza. E poi tutto il resto.

REPLICA, 4. L’ANAGRAMMA DEL VAMPIRO

Maggie Cheung in Irma Vep, Olivier Assayas, 1996

La prima cosa: lei è bellissima.
Una donna la guarda e si chiede se per caso lei non sia bellissima anche per via di quello che ha indosso, un indumento che non è frequente trovare nel guardaroba di una persona che non fa l’attrice e che non frequenta ambienti che definiamo qui laterali.
Lei è bellissima e quello che ha indosso, che nel film è chiamato corset, ma che è una tuta completa che la ricopre dal collo alle caviglie, è un capo di abbigliamento in latex, che lei e la costumista sono andate a prendere in un sex shop, reparto SM.
In inglese il juste-au-corps si chiama catsuit.
Lei è costretta in una tuta che le impedisce di respirare, ma che le fa seni di dimensione perfetta, vita sottile, fianchi disegnati nel modo giusto.
Girato in Super 16, camera a mano, il film è anche in presa diretta, così noi sentiamo il rumore del latex quando lei si muove.
Verlaine aveva parlato di un abito blu lungo in seta che faceva frou-frou.
Noi, che siamo moderni, ascoltiamo il latex che fa ciaf-ciaf.

Continua a leggere

REPLICA, 3. LA PRIMA MOGLIE

Alfred Hitchcock, Rebecca, 1940

Pourquoi, mon Dieu! me suis-je mariée?
(Perché, mio Dio! mi sono sposata?)

Gustave Flaubert, Madame Bovary, 1856

Fino a un po’ di tempo fa i posti più disgraziati al cinema erano quelli sotto lo schermo.
Anche se avevo amici che ci si sedevano apposta, dato che andavano a vedere film psichedelici in uno stato di alterazione dovuto a sostanze illecite.
(Ogni tanto mi viene in mente che i divertimenti di una volta erano semplici e non privi di candore).
Adesso, con tutti i televisori immensi che tutti hanno, spesso uno per ogni ambiente della casa, praticamente si ripete quella situazione di disagio.
(E tutti a fare l’esperienza psichedelica).
Questo perché, come abbiamo detto, ci sarebbe una regola da seguire nelle dimensioni dello schermo, la cui diagonale, moltiplicata per un certo numero, dà la distanza cui dovrebbe stare lo spettatore.
Quel certo numero lo conosce molto bene il mio oculista, che si raccomanda. Viene invece diminuito fino a diventare un’inezia dai vari siti che ti dicono quale televisione comprare per la tua stanza.
E ti credo.
Perché, rispettando la regola, nessuno acquisterebbe più il televisore gigante, per ospitare il quale una casa dovrebbe avere le dimensioni di un castello. In quel caso, il televisore starebbe bene nel salone da ballo.
Io sono sicura che anche quest’altro segno della megalomania, letterale, del nostro tempo derivi dal contagio del porno, mai abbastanza indagato.

Continua a leggere

REPLICA, 2. INNO ALL’INNO

Nazionale Italia Wembley 2021

Se quel «siam pronti alla morte» vi sembra un po’ troppo, è perché:
a. non siete mai entrati davvero in partita
b. non siete mai entrati in un’aula affollata
c. non siete mai entrati nelle parole della Marseillaise.

Ma procediamo con ordine.

Sandro Mazzola disse una volta che se quando scendi in campo non hai voglia di fare a pezzi l’avversario, è meglio che te ne stai a casa tua.
Aggiungo che questo dovrebbe essere anche lo stato d’animo di quando entri in un’aula.
Se non vi siete mai trovati davanti a venti, cinquanta, cento persone che in una frazione di secondo decidono se prenderti o lasciarti, e se ti lasciano, ti lasciano proprio male, fidatevi di me.
E di Sandro Mazzola. Che ha colto al volo una situazione, la sua, ma non solo, in cui essere aggressivi non è poi così male.

Casomai con gentilezza, se ci riuscite e se ci tenete allo stile.

Continua a leggere

REPLICA, 1. IL COMPLEANNO DEL TELEVISORE

La bella estate.
Lo diceva Pavese.
Poi, però, bisogna vedere da vicino, come diceva invece quel mio studente, e lo diceva a proposito delle donne.
Dunque, andiamo a vedere.
L’estate, se non altro, è una stagione propizia alla scrittura, è lenta, spesso un po’ vuota, suggerisce riposo e risveglia ricordi.
Comincio, allora, oggi un nuovo ciclo, come mi è capitato di fare in passato: sia in questo periodo, con QUESTO SENTIMENTO DELL’ESTATE, dal bel film di Mikhaël Hers, che con L’INVENTARIO, che citava Prévert.
Ho fatto poi un ciclo fuori programma dal titolo CORONA BLUES, in tempo di confinamento.
Un ciclo nasce e muore da solo, io non devo fare niente, devo solo mettermi in ascolto.
E mettere giù quello che sento.

Allora, REPLICA: perché.

Continua a leggere

L’ITALIA CHIAMÒ

Sentite questa, ché è bellissima.
Ed è pure in due tempi, tale e quale a una partita di calcio.
Primo tempo: esco da casa e trovo in terra una moneta da un euro.
A proposito delle monete trovate, ci sono due scuole di pensiero: chi dice che portano fortuna; chi dice che la miseria va lasciata dove sta.
Non considero un euro una miseria, quindi raccolgo la moneta.
Che è molto sporca, alla quale do una prima passata e che, quando la giro, si rivela essere spagnola.
Dove stava la faccia di Juan Carlos. Sotto.
Vado al garage a prendere la macchina e racconto tutto al garagista.
«Vinciamo», mi fa lui.
Martedì l’Italia gioca in semifinale contro la Spagna.


Secondo tempo. Vado a comprare la mia rivista francese in via Veneto. Racconto il fattarello al signor Francesco, che si mette a ridere, contento.
Gli do dieci euro e lui mi dà il resto: una banconota da cinque euro e una moneta da uno. Guardo la moneta prima di metterla nel portafogli, la giro ed essa si rivela essere spagnola.
Dove stava la faccia di Juan Carlos. Sotto.
La mostro al signor Francesco.
«Vinciamo due a zero», mi fa lui.

Vado al supermercato e racconto tutto al mio amichetto Samuele, mostrandogli la moneta dell’edicola, che mi ero messa in tasca.
Fatica un po’ a riconoscere l’euro spagnolo, però poi si illumina.
Gli ho dovuto spiegare la circostanza, cosa che è stata un po’ come spiegare una barzelletta: la circostanza ha perso un po’ del suo sapore.

Però alla fine Samuele era contentissimo.
«Due a zero per noi», ha chiosato.
Quello, volevo dire io.

E quello voleva dire il Caso.
Ora non ci resta che giocare la partita.

Continua a leggere

STRINGIAMOCI A COORTE

Differenti temperature di tifo calcistico.
Il mio amichetto del supermercato della via dove abito, quello che gioca a calcetto il mercoledì sera e spesso perde o si fa male, è romanista e poco interessato alla Nazionale.
Il mio tecnico del pc, juventino, al quale racconto la storia, mi dice che i romanisti sono così.
Il mio tappezziere, romanista, fa un’analisi sottile, che manco quando si è trattato di decidere la lunghezza delle tende della camera da letto, al momento le più importanti a casa mia.
Al momento, perché presto avrò di meglio di cui parlarvi.
Ma, dicevamo, il tappezziere romanista: che esulta se la Nazionale segna; però esulta un po’ di più se segna un romanista; però esulta un po’ di meno se segna un laziale.
Fratelli coltelli.
Il mio falegname dice che l’Italia è una bella squadretta, giovane e dinamica.
Il mio pittore, chiameremo così l’imbianchino, che gioca a pallone nel ruolo di attaccante, è d’accordo con lui.
Il mio medico di riferimento, un uomo molto elegante nonostante la catenella d’oro al collo con attaccato un lupetto, sottolinea che ci sono state critiche all’Italia perché poco interrazziale.
In effetti, a guardarla, la Nazionale italiana schiera in campo tutte facce da italiano.
Proprio come all’opposto fa la Francia, che ha giocatori di tutti i colori, anche nerissimi, sembra proprio di stare in un quartiere di quelli rimescolati di Parigi.

(Se pensate che io stia facendo lavori in casa e che mi consulto con gli artigiani che frequento non solo sui materiali e sui tempi, ci avete preso perché è vero).

Continua a leggere

I LOVE SHOPPING

 

Se è francese, di solito costa di più
(Anne Fogarty, The Art of Being a Well Dressed Wife, 1959)

Avevo voglia di un vestito.
Ho comprato due vestiti.
Sono rimasta senza vestiti e con la voglia di un vestito.

Il primo vestito l’ho preso da un’azienda di Barcellona, che mi era sembrata interessante. Faceva un po’ Petit Bateau, che dal 1920 vende abiti e biancheria per i più piccoli, ma arriva fino ai sedici/diciotto anni, quindi non ho mai avuto problemi a comprarmi una T-shirt e una volta anche un vestituccio a righe, che ho portato molto.

Continua a leggere

PRIMUM VIVERE

Édouard Boubat, Plutôt la vie, 1968

Guardo venti minuti di partita.
Non ho ancora visto il calcio sul televisore nuovo.
Del resto non guardo niente, faccio un passaggio solo per inserire uno dei miei film e ci sono sempre e solo quiz dementi.
Forse è l’orario.
Anche se cambio continuamente orario per vedere uno dei miei film.
Guardo venti minuti di partita e vedo due gol.
In campo, nemmeno un bel ragazzo.
Ci sono dei neri che sono troppo neri.
Poi ci sono gli slavi, che non mi piacciono per niente, sembrano tutti dei muratori, senza l’appeal che hanno loro.
Non vedevo Ronaldo da un po’, l’avevo lasciato infortunato sul campo, mi aveva fatto stare malissimo perché piangeva.
L’altro giorno era al piccolo trotto, l’ho letto su una cronaca, comunque l’hanno inquadrato un momento, non aveva nulla di preciso nei capelli, insomma, da guardare c’era poco o niente.
Tutti gli altri, quelli che i capelli li avevano, compreso l’arbitro, che fischiava come un ossesso, avevano le tempie rasate e dei ciuffi, o riccioli, sulla sommità della testa.
Anche la new entry del supermercato ha i capelli così. Siccome è biondo, i suoi sono anche mesciati.
Si chiama Samuele ed è un belvedere più dei calciatori dell’altra sera.
Stiamo facendo amicizia.
È lento, ha fatto l’istituto alberghiero e non ha imparato niente.
Ha lavorato un po’ come barista, poi è entrato al supermercato, dove lo trovo sempre che sistema i dolci.
Giorni fa stava però con un vassoio di yogurt in mano, che doveva mettere nel frigorifero.
Però ci siamo messi a parlare e gli yogurt stavano lì che prendevano la temperatura ambiente.
Da Samuele, che ha vent’anni, ho imparato che la cosa più divertente al mondo è andare con gli amici la sera a mangiare il pesce al mare: Torvajanica o Nettuno.
Distanza da Roma, rispettivamente 37 e 67 chilometri.
Intuisco che Nettuno è una meta più esotica.

Continua a leggere

MEA CULPA

Paul Poiret, Mea Culpa, 1922

Sto messa peggio di quella delle Spice Girls (non dico quale).
La volta che quello degli Oasis (sappiamo quale) decise di insultarla, le disse che era talmente scema che non riusciva a fare due cose insieme: se masticava una gomma americana, non riusciva a camminare.
Parimenti, io ho scoperto che se mangio, non riesco a vedere un film.
E viceversa.
Ormai ho rinunciato al vassoio davanti alla televisione, mi confondo, non seguo la trama, non capisco il sapore del petto di pollo.
Inoltre, ma questo mi sembra comprensibile, se studio devo spegnere tutte le radio, che sono sempre tutte accese.
Ho più volte detto agli studenti che non potevano studiare sentendo musica, pure con le cuffiette.
Quindi, ecco perché sono tutti somari: perché quel poco che studiano, lo studiano sentendo la musica con le cuffiette.
Senza capire niente, ve lo dico io, né dell’una cosa, né dell’altra.
Sono donna, quindi più coltellino svizzero di un uomo, però le cose serie, la professione, il film, il petto di pollo, non riesco a mescolarle.

Volendo portare acqua al mio mulino, vi dico provate a interrompere un cassiere che sta contando una mazzetta di banconote.
Quello, se non vi strafulmina sul posto, è solo perché è una persona paziente.
Ma poi ricomincia daccapo il conto.

Si vede che anche il denaro, tale e quale al film e al petto di pollo, è una cosa seria.

Continua a leggere

MEMORIES

Fernand Khnopff, Du Silence, 1890

Qualche regola per il lavoro: prendere la parola solo quando si ha qualcosa da dire; la pratica quotidiana come alternativa alla nozione di progetto;…la forza  significativa del frammento

Franck Scurti, artista (da un ritaglio che ho conservato nella mia agenda. Le frasi trascritte sono state da me evidenziate tempo fa e le evidenzierei anche oggi)

Da un account Instagram di sessuologia, francese, quindi cartesiano, disinibito e disinvolto: «Esistono altre leggende che permetterebbero di misurare la taglia facendo paragoni con altre parti del corpo: la distanza fra la base del mignolo e il pollice, 2/3 dell’avambraccio, la misura del piede! Nessuna di queste dicerie è valida. Esiste un solo parametro di misura: è il giro vita dell’addome. Più il basso ventre prende posto, più si avrà l’impressione di un pene di piccola taglia, semplicemente perché una parte di esso è sepolta».
Nel film Kadosh di Amos Gitai, lui, un ebreo ultra-ortodosso, si alza la mattina e mentre borbotta quelle che credo siano preghiere e si barda con quelli che credo siano amuleti rituali, dice, testuali parole: «Sii benedetto, Dio, per non avermi fatto nascere donna».
Io, che non sono ultra in niente e che forse proprio per questo la mattina non ho mai voglia di alzarmi, ho però sempre un pensiero analogo che mi passa per la mente: «Sii benedetto, Dio, per non avermi fatto nascere uomo».
Fosse solo per quella che si chiama sindrome dello spogliatoio.
Io su una cosa del genere diventerei matta, peggio delle donne, che stanno sempre a giudicare i propri seni in rapporto ai seni delle altre donne e che non sono mai contente dei seni che hanno.
Comunque, questi hanno perso un’occasione gigantesca: quella di non usare la frase «si avrà l’impressione di». Diceria per diceria, avrebbero potuto scrivere: «Più il basso ventre prende posto, più il pene è di piccola taglia».
Tutti gli uomini a dieta, basta ingozzarsi, tutti a giocare a calcetto la sera del mercoledì come fa il ragazzo della cassa al supermercato, che poi mi racconta per filo e per segno la partita.
Tutti gli uomini in forma, ad affidare la loro sostanza ad altro che non sia la pancia.

Continua a leggere