NEWSLETTER #124 FREDDO SECCO. BIGLIETTO N° 67, LA FREDDOLOSA DI JEAN-ANTOINE HOUDON, 1783

Jean-Antoine Houdon, L’Inverno o La Freddolosa, 1783

Dry January. Vedrete che fra un po’ metteranno i limiti di velocità sui circuiti di Formula Uno.
Sylvain Tesson, che è un avventuriero moderno, uno scrittore-viaggiatore che fa cose estreme, che scala tutto quello che è possibile scalare e che ha finito col riportare un brutto trauma cranico cadendo dal terzo piano mentre cercava di rientrare in casa arrampicandosi dall’esterno perché aveva dimenticato le chiavi, dice che presto saremo obbligati a camminare per la strada con un casco.

Sylvain Tesson

Del resto, basta vedere i bambini in bicicletta, pupetti di quattro anni con paragomiti, paraginocchi e paratesta, oltre a un numero di ruote pari a quattro, con appresso un genitore che si torce le mani per l’apprensione.
Se penso a come ho imparato io ad andare in bicicletta, finendo dritta dritta come da manuale in un fosso appena mi sono accorta che l’indimenticabile Gabriella Martinotti, che ha insegnato a intere generazioni di bambini a stare in sella, aveva lasciato la presa e io andavo da sola, se penso, dicevo, a come finivano regolarmente i miei primi tentativi di equilibrio, un po’ mi viene da ridere, un po’ mi viene compassione per questi piccoletti, che evidentemente si rompono più facilmente di quanto ci rompevamo noi.
E poi, c’era da aspettarselo.
Così come è arrivata la sigaretta elettronica, che avrebbero dovuto chiamare in un altro modo perché della sigaretta, ormai definita «controparte convenzionale» del vaporizzatore, essa non ha niente, così è arrivata una valanga, meglio, una cascata di bibite che rifanno il verso al vino, alla birra, al cocktail, ma che non sono né vino, né birra, né cocktail.
Perché il Dry January impazza e qualcosa bisogna pur avere nel bicchiere.
Inventato nel 2013 da un’inglese, Emily Robinson, che voleva ripulirsi per meglio allenarsi per una mezza maratona, il gennaio analcolico ha avuto il primo anno da quelle parti 4.000 adepti, che nel 2022 sono arrivati a 130.000.
Ci sono alcune cose che mi lasciano perplessa, per esempio mi interesserebbe sapere quale fosse il normale consumo di alcolici di queste persone.
Perché altrimenti non vale.
L’account Instagram della giornalista-scrittrice sul quale sto seguendo la vicenda, nel post dedicato in modo specifico alla celebrazione, ospita molti commenti.
Essi hanno alcune caratteristiche evidenti.
A commentare sono solo donne, come succede praticamente sempre con lei, che però non si occupa se non raramente di ginecologia o di assorbenti igienici, quindi non si capisce perché gli uomini latitino, soprattutto davanti a un argomento di questo genere.
A commentare sono nel 90% dei casi donne che non bevono, da sempre o da qualche anno, quindi il loro parere è pari al parere mio su una partita di tennis, per dirla con Montale, «murmure d’arnie».
Fra i commenti, tutti (tutte) praticamente mettono in evidenza il lato sociale dell’alcol e, di conseguenza, il timore di essere esclusi (escluse) dalla festa, che va dall’aperitivo al ristorante. Già che c’ero e indagavo, ho fatto uno screen shot di quella che diceva di avere smesso di bere nel giugno 2020 e che da allora le serate la annoiano al punto tale che non mangia nemmeno più.
(Ancora e sempre, la mia sensazione fissa che la vita sia un fiume troppo lungo e troppo tranquillo e che a questa lunghezza e a questa tranquillità ognuno cerchi di trovare la sua soluzione: l’alcol è una delle tante, di solito efficace, basta vedere che succede quando manca).
Al post su Instagram è seguita una Newsletter della medesima autrice, che ho stampato e che ho qui davanti.
Ci sono i link con una serie abbondante di aziende, negozi, viticoltori (ebbene, sì), cantine (cantine?) che propongono le loro bevande.
Tutte senza alcol, come quelle di questa foto che vi mostro (da Le Paon qui boit, di cui già vi ho parlato un’altra volta).

Le Paon Qui Boit

Il sito è completo di immagini, con gente che tiene in mano un calice e brinda facendo cin cin, osserva da intenditore un’etichetta, degusta, indica con competenza a un cliente una bottiglia.
Mia sensazione di stare davanti a una scena di bambine che giocano a fare le signore e che, da sole, con le sorelline o con le amichette, prendono un tè finto in tazzine finte, facendo finte chiacchiere.
Inoltre, se brindare con l’acqua notoriamente porta male e quindi non si fa, qui, come la mettiamo?
Ma la più bella è quella del «sobrelier», cioè del sommelier che ha deciso di non bere più alcol, divenendo sobrio.
Si chiama Benoît d’Onofrio e il suo account Instagram lo mostra senza eccezione alcuna, ovvero in tutti, dico tutti i suoi post, come il Jack Torrance di Shining.

Jack Torrance

Un po’ inquietante.
Poi è vero che, come dice lui, l’alcol ha un rapporto forte col patriarcato, che esso è percepito come una fonte di virilità e che nell’immaginario comune un uomo autentico deve saperlo reggere.
Tutto vero.
Ma sarà perché io non bevo Coca-Cola, né vera né Zero, né Schweppes, né Perrier (che ho comunque in frigorifero per ospiti in cerca di effervescenza), né succhi di questo o di quello, per non parlare di quanto non bevo le tisane, che mi fanno signorina che a letto ama stringersi più che altro la borsa calda, che comunque quando fa freddo mi stringo pure io, sarà che io bevo solo acqua, come dicono i francesi che sono cartesiani, quindi, geometrici e precisi, piatta, oppure una spremuta d’arancia senza alcuna aggiunta e poi, vino, sarà per queste mie abitudini, ma non concepisco tutta questa valanga, meglio, cascata di bevande spesso zuccherine e che sono, facendola breve, un succedaneo.
Al vino, alla birra, al cocktail.
Alla vita, mi viene il dubbio.
Anche una nota economica. Uno dei vantaggi che viene sempre messo in avanti dagli adepti del Dry January è il risparmio di non poco denaro.
Grazie tante.
Però sono andata a vedere e mi sono fatta due conti: una bottiglia di gin senza alcol costa € 32,95 e un French Bloom Le Rose, anch’esso 0,0%, € 34,00.
Cifre di tutto rispetto con le quali ti metti in tavola una bella bottiglia, estera o locale.
D’accordo, questo Romanée-Conti Grand Cru 2019 costa € 45.000,00.

Romanée-Conti Grand Cru 2019

Una cifra impensabile e improponibile per questo merlot désalcoolisé, che costa € 25,00.

Merlot désalcoolisé

Per ora. Ma vedrete che ci arriveremo.
Le bevande non mancano di appeal, etichette gioiose, nomi ben trovati, strizzate d’occhio di qua e di là, comunicazione accurata, come è bello il mondo che fa tornare gli adulti all’infanzia, spensierata e analcolica.
Perché nessuno mi toglie dalla testa che sotto sotto ci sia questa narrazione, l’offerta di un mondo disincarnato, dove è vietato farsi male e dove basta una bottiglia giocherellona per fornirsi immediatamente anche di paragomiti, di paraginocchi e pure di paratesta.
Contenti voi.

Noticina, 1. «Shaken not stirred».

James Bond

Chissà che cosa pensa (penserebbe) l’unico, il vero, il solo James Bond di questa bella idea che si è fatta venire la Martini.

Aperitivi analcolici in vesti un po’ imbroglione.
Fosse stata la Coca-Cola, niente da dire, ma così mi viene subito in mente quella frase incresciosa che ti dice il professore a scuola quando lo hai deluso, spezzandogli il cuore: «Questo da te non me lo sarei mai aspettato».

Martini + Martini

Voglia di sprofondare.

Noticina, 2. Chissà che cosa pensa (penserebbe) di questa tendenza l’uomo che ha intrecciato la sua vita con i tralci di vite, usando tutte le metafore possibili legate alla vigna e iniziando e finendo la sua esistenza nel nome del vino.
L’esordio pubblico di Gesù Cristo avviene a Cana di Galilea, durante una festa di nozze, quando «la Madre…gli dice: “Non hanno più vino”».

Giotto, Nozze di Cana, Cappella degli Scrovegni, Padova, 1305

Lui un po’ nicchia e dice che la sua ora non è ancora venuta, ma lei taglia corto e invita i servitori a fare quello che lui dirà.
«Empite di acqua le idrie…Ora attingete e portate al maestro di tavola».
E che trova il maestro di tavola nelle idrie?
Bravi: il vino, fra l’altro migliore di quello che era stato servito fino a quel momento.
Voi pensate alla medesima narrazione, Giovanni, 2, 1-11, ma con un liquido désalcolisé in quelle medesime idrie.
Anche in questo caso, meglio l’acqua piatta.
I miracoli possono attendere.

Biglietto n° 67: L’Inverno (o La Freddolosa) di Jean-Antoine Houdon, 1783. Brrr. Ma che freddo fa.
Come sappiamo, l’arte non è mai solo quello che sembra.
Dunque, quella che appare come una ragazza intirizzita è anche una piccola rivoluzione.
Perché lei rappresenta l’Inverno e la più dura delle stagioni per molto tempo è stata ritratta come una donna anziana e, in seguito, come un vegliardo barbuto.
Fino a che Etienne Maurice Falconet nel 1771 non ha realizzato per Caterina di Russia una sua versione dei mesi più gelidi dell’anno, che sono simboleggiati da una fanciulla seduta, drappeggiata e con un seno scoperto.
Ai suoi piedi, un vaso che il gelo ha rotto.

Etienne Maurice Falconet, L’Inverno, 1771

Houdon è più audace.
In seguito alla commissione del potente Anne Charles Modenx de Saint-Wast, consigliere e segretario del re, scolpisce una figura che ormai ha ben poco di allegorico: la spoglia completamente e lo scialle nel quale lei si avvolge la testa sta lì più per esaltare la delicatezza delle sue rotondità che per coprirla.
Questo spostamento verso la naturalezza che elude le istanze accademiche, quella che noi chiamiamo una trovata d’effetto è probabilmente alla base dell’incredibile successo che l’opera ha riscosso presso il pubblico di amatori della sua epoca.

Jean-Antoine Houdon, L’Inverno o La Freddolosa, 1783

Successo che si conferma da parte nostra.
Noi che viviamo oggi, infatti, non siamo insensibili alla sensualità di questa creatura, alla quale il marmo venato di blu restituisce quasi il calore della carne.
E ci piace pensare che nel vaso che è a terra, anch’esso rotto dal gelo e coperto dal medesimo drappo che copre lei e che le scende fra le gambe, ci sia dentro qualcosa di alcolico, che la scalda al posto, non dico di un cappotto, ma almeno di un paio di calzettine, di forse maliziose mutandine e della gonnella.
Cosicché la nostra Freddolosa può stare lì a battere i denti: comunque irresistibile, tenerissima, neoclassica fino al midollo.

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Newsletter #117. Ma odo parole più nuove. Biglietto n° 60: Self-Portrait as a Deaf Man (Autoritratto da sordo) di Sir Joshua Reynolds

Sir Joshua Reynolds, Self-Portrait as a Deaf Man, 1775

Situazioni. Accademia, aula di Storia dell’arte.
Sto per iniziare una lezione, in seconda fila, ben visibile, uno studente con gli auricolari indossati.
D’ora in poi, anche, le cuffiette.
Io: «Toglile».
Lui: «Sono spente».
Io: «Toglile lo stesso».
Lui: «Le porto sempre».
Io: «Pure quando fai la doccia?».
Lui: «Sì».
Come dice la canzone: bisogna saper perdere.
E lascio perdere.
Metropolitana. Gente con la mascherina, le cuffiette, il laccetto degli occhiali, gli occhiali, la sciarpa.
Ancora uno sforzo, il filo di luci, e l’addobbo dell’albero, fra un po’ è Natale, no?, è completo.
Guardo le mie orecchie e mi sembrano normali, però mi riservo di chiedere alla prossima visita di controllo al mio foniatra, specialista anche in Audiologia, se per caso, avendo io un solo paio di orecchie e non potendo quindi fare confronti, se per caso dicevo non avessi una qualche conformazione strana, diversa da quella della popolazione locale.
Il fatto è che io le cuffiette non le sopporto e mi chiedo come possa la gente tenerle avvitate addosso, sempre, pure quando fa la doccia.
Avevo delle cuffiette con il filo che utilizzavo solo per rivedere i file delle lezioni, si è rotto il microfono, prima ci ho messo un pezzo di nastro adesivo, poi lo trovavo brutto, ho chiesto consiglio e mi sono comprata delle cuffie Bluetooth wireless, ovvero una scatoletta uguale a quella del filo interdentale con dentro due pezzi che sembrano identici ma non lo sono, uno è L, left, l’altro, R, right.
Siccome mi sono applicata, ho pure capito che dovevo caricarle e questo ho fatto.
Poi le ho indossate.
Mai mi sono sentita un marziano come quella volta lì, una voce mi diceva che ero connessa, sì, perché le avevo anche connesse al telefono, e poi si accendevano le lucette e fra un po’ è Natale, no?, dunque avevo fatto l’acquisto giusto al momento giusto.
Ma il fastidio ci stava tutto.
Non solo, una sera ho provato a vedere un film a letto e mi sono addormentata e com’è come non è, ho ritrovato una cuffia la mattina dopo sul tappeto e un’altra fra le coperte.
Infatti avevo dormito bene, disconnessa.
Discussioni infinite con gli studenti, ma questa è una forma di alienazione, non senti più niente, la voce di Napoli è diversa dalla voce di Roma, che è diversa da quella di Parigi, così come il treno ha una voce che non è quella dell’autobus e il mare ha una voce tutta sua, e il bosco risuona di mille voci diverse, e poi c’è la pioggia e c’è il vento, qui mi state facendo diventare decadente pure quando non sarebbe aria, anzi, a proposito, pure l’aria ha il suo suono.
E voi, invece, niente, mi sembrate quelli che sostengono che il pepe fa male e allora mettono il peperoncino dappertutto, però il pepe esalta ogni sapore e il peperoncino invece tutto smorza, senti sempre e solo peperoncino, così come tu senti sempre e solo la tua musica.
Vogliono starsene in pace, non essere disturbati, non ti lasciano passare quando chiedi loro permesso perché non sentono, vogliono sempre stare chiusi nella loro cameretta, tranne poi dover ricorrere allo psicologo se cause esterne nella loro cameretta per due mesi ce li tengono chiusi per davvero.
Leggo la recensione di un articolo pubblicato dalla rivista scientifica BMJ Global Health: un miliardo di adolescenti e di giovani adulti corrono il rischio di una perdita auditiva a causa di «pratiche di ascolto pericolose». All’origine di questo inquietante flagello il volume troppo alto dei caschi, degli auricolari, delle discoteche e delle sale da concerto.
«Nel mondo, 23,81% di giovani fra i 12 e i 34 anni, cioè circa un quarto, metterebbero le loro orecchie a dura prova con i loro “apparecchi d’ascolto personali” e la metà (48%) sarebbe confrontata con dei volumi sonori nefasti…Sulla base di questi calcoli, gli autori dell’articolo stimano che il numero di vittime potenziali di questi disturbi dalle origini identificate è compreso fra 670 milioni e 1,35 miliardi».
Disturbi dalle origini identificate: l’equivalente è che questi si diano regolarmente delle martellate sui denti, partendo dagli incisivi superiori e proseguendo con i canini e i premolari, passando poi all’arcata inferiore.
Qualcuno dovrebbe suggerire loro di non farlo.
Vi propongo una silloge di commenti che la dicono lunga su quanto il cretino prevalga sempre e comunque: è normale, quando usciamo non vogliamo sentire tutti questi rumori parassiti (parassiti?) e rimanere nella nostra bolla; perché non parlate pure di perdita intellettuale, visti i programmi deficienti della televisione?; preferisco finire sordo che continuare a sentire le castronerie umane; smettetela di cercare il male dappertutto, e allora, l’alcol? (si trova sempre qualcuno che ce l’ha con l’alcol, così come si trova sempre qualcuno che ce l’ha col pepe, nota mia); che ve ne importa, lasciatemi ascoltare del rap Hardcore; perché, allora, il vaccino COVID; installare la paura, la paranoia.
Eccetera.
La cosa divertente è che fra i commenti, siamo su Instagram, account de Le Parisien, si infilano sempre delle signorine in cerca di compagnia, con frasi del tipo che posso fare stasera oppure mi sento così sola e se uno va a guardare chi sono, trova invariabilmente una ventiquattrenne di Philadelphia che, pure volendo, non è che sia facilissima da raggiungere in quattro e quattr’otto per la compagnia che lei va cercando per stasera.
Voi pensate al lavoro che c’è dietro, non so, forse ci sono sistemi automatici, ma io mi immagino queste signorine che, pur di non stare sole, fiutano gli account più frequentati e pubblicano la loro foto profilo, di solito una parte intima del loro corpo con un triangolino di stoffa tenuto da un laccetto tipo quello delle cuffiette, con una frase di quelle che strappano il cuore: perché non vieni a trovarmi, ho tanto bisogno di compagnia.
Ma divago.
E torno all’argomento.
Perché, quelli che studiano con le cuffiette accese, che vi hanno fatto.
Lì, ammetto che più di una volta sono montata in collera, ma pure ho perso le staffe ci sta bene.
Io, che vivo con la radio accesa, che l’attacco la mattina quando mi alzo, che la lascio lì quando esco perché intrattenga il pesce rosso, che è un po’ come la signorina di Philadelphia perché pure lui apprezza la compagnia, io che la radio la spengo come ultimo gesto della giornata e congedo dal mondo udibile, io, quando studio, spengo tutto.
Perché non si può studiare con la musica nelle orecchie e perché nella Biblioteca Hertziana, alla quale accedevi solo con la laurea e con un anno di Perfezionamento, dunque essa era già in sé una meta agognata, dappertutto c’erano cartelli con una sola parola: SILENTIUM.

Semplicemente, voi che state con le cuffiette accese nelle orecchie, non studiate.
Dimostratemi il contrario e io lascio perdere.

Biglietto n° 60: Self-Portrait as a Deaf Man (Autoritratto da sordo) di Sir Joshua Reynolds, 1775. «Damn him, how various he is».
Accidenti a lui, quanto è vario.
Questo è il collega Thomas Gainsborough, e se una cosa la dice un collega, che sta in bilico fra ammirazione e invidia, vuol dire che ci siamo.
Venuto da una famiglia modesta, Sir Joshua Reynolds riceve comunque una buona educazione, ringraziamo per questo gli ecclesiastici che della famiglia facevano parte.
Studia da ritrattista, si specializza e questa è una buona idea per fare denaro.
Fa un viaggio in Italia, ovvero lui viene dalle nostre parti per diventare un artista inglese colto.
Ricordiamocene, quando stiamo al capolinea del 38, come è successo a me qualche giorno fa, per quaranta minuti e anche sotto la pioggia: il nostro è un paese colto.
Che poi abbia qualche problema organizzativo, questo è un altro discorso.
Sir Joshua Reynolds, questo diventa, appena rimette piede in Inghilterra, ha un successo immediato e proficuo.
Parliamo di prezzi: prima del viaggio, tre ghinee per una testa.
Al ritorno, cinque.
Poco dopo, dodici.
Piacevano, le teste.
E i prezzi aumentano periodicamente, insieme alla fama.
Lui ha una casa elegante, ora demolita ma ricordata da una placca, al numero 47 di Leicester Square a Londra.

Ha pure una carrozza particolarmente splendida, con le ruote dorate e le quattro stagioni dipinte sugli sportelli, con la quale il suo cocchiere guadagna denaro mostrandola in privato ai curiosi.
Sir Joshua Reynolds è un uomo del Settecento, pure se vede la salita della borghesia industriale e mercantile.
Ma lui ha come clienti la corte, l’aristocrazia e gli uomini di ingegno.
Se vi piace il tipo dell’artista scapigliato, il bohémien, sappiate che lui era tutto il contrario: raffinato, cortese, capace di fondare anche un club letterario.
Quando muore, il corteo funebre a lui dedicato è composto da tre duchi, due marchesi, tre conti e due lord: tutti e dieci portarono il feretro.
Seguirono la salma novantuno carrozze e l’accompagnarono nella cattedrale di San Paolo, dove anche noi, oggi, possiamo omaggiarla.
Sir Joshua Reynolds non si sposò mai.
Ereditò tutto questo bendidio una nipote, anche lei artista, che gli aveva fatto da governante.
Quest’uomo, nominato primo Presidente della Royal Academy nel 1768, titolo che conservò fino alla morte, è un ritrattista di una raffinatezza che incanta.
Vi mostro un paio di esempi.
Questa è Lady Smith con i figli George Henry, Louisa e Charlotte, nel 1787.

Sir Joshua Reynolds, Lady Smith and Her Children, 1787

E questo è l’amico David Garrick, attore, drammaturgo e produttore teatrale, ritratto dall’artista nel 1779.

 

Sir Joshua Reynolds, Portrait of David Garrick, 1779

Uomo di successo, adulato, encomiato, invidiato, autore di duemila ritratti che hanno dato prestigio agli aristocratici, agli intellettuali e alla gente alla moda e insieme hanno forgiato un nuovo significato per un genere che prima di lui viveva soprattutto di somiglianza, Sir Joshua Reynolds nell’opera del nostro biglietto di oggi si mostra vulnerabile, mentre invecchia e ha problemi di udito.

La mano è messa a coppa su un orecchio, lui ci guarda ed è come se ci chiedesse aiuto.
L’incrinatura nell’armatura  dell’artista di successo da lui regolarmente indossata apre nuovi percorsi di comunicazione, lui ci sta simpatico, anche lui ha i problemi che hanno i comuni mortali.
Sir Joshua Reynolds nutriva un amore incondizionato per gli artisti del Rinascimento italiano, però da questo ritratto noi capiamo che il suo vero modello è Rembrandt, e con lui siamo nel Seicento olandese, che nei suoi numerosi autoritratti si rivela a noi in piena confidenza.
Soprattutto in età anziana, l’artista di Leida indaga con l’attenzione dell’entomologo le variazioni che il tempo provoca sul suo volto.
E spesso egli si mostra indifeso e sguarnito.

Rembrandt, Autoritratto col berretto, 1659

Entrambi i pittori utilizzano aree contrastanti di luce e di ombra per esprimere la loro fragilità, la loro immagine è assoluta, niente ci distrae dalla contemplazione della profonda conoscenza di sé.
Vi propongo anche l’Autoritratto del 1815 dell’altro grande sordo della storia dell’arte.

Francisco Goya a quarantasei anni fa l’esperienza di una misteriosa e traumatica malattia, che lo lascia sordo e che segna la sua altissima produzione matura.

Francisco Goya, Autoritratto, 1815

Nell’autoritratto che vi mostro lui ha sessantanove anni e si è ritirato virtualmente dalla vita pubblica, dipingendo solo per sé e per gli amici.
Ha appena comprato una casa nei sobborghi di Madrid e l’ha chiamata la Quinta del Sordo, la Casa del Sordo.
Lì lui realizza la serie delle Pinturas Negras, oggi al Prado, nelle quali i colori scuri, nero, grigio, marrone, mostrano scene orribili, eseguite con intensità feroce e con una libertà di tocco che sbalordisce.
Vi propongo come promemoria il suo Saturno che divora un figlio, prova, se ce ne fosse bisogno, di un talento inesausto, che le vicissitudini drammatiche della vita dell’artista non hanno intaccato minimamente.

Francisco Goya, Saturno divora un figlio, 1823

Una nota finale.
Quando Sir Joshua Reynolds si autoritrae da sordo, ha cinquantadue anni, un’età oggi giovane, in cui, se non ti capita un guaio, sei in buona forma fisica.
E i guai, come è noto, è meglio non andarseli a cercare, soprattutto quando essi sono generati da «disturbi dalle origini identificate».
Ma ditelo voi a coloro che stanno sempre con le cuffiette avvitate nelle orecchie.
Loro, a me non mi sentono.

Il titolo. Ormai è invalso il vezzo delle mani avanti.
Se uno cita D’Annunzio, dice subito dopo per carità, non è nelle mie corde.
Invece, nelle mie corde, l’uomo dal «vivere indimenticabile» ci sta tutto.
Da Pescara a Roma; non si laurea per distrazione però frequenta ogni ambiente mondano; si sposa con una duchessa (pure l’amante di Ginko è tale e si chiama Altea, quella del Nostro, invece, è, più concretamente, una Maria); è protagonista di duelli; passa dalla Destra alla Sinistra: «vado verso la vita»; in Toscana, alla Capponcina, si reinventa «senza sforzo» uomo con i costumi e i gusti del Rinascimento; si autoesilia in Francia per sfuggire ai creditori; allo scoppio della Grande Guerra si arruola volontario, ha più di cinquant’anni, compie imprese memorabili, perde l’occhio destro in seguito alla caduta di quello che lui chiamava un velivolo.
Cinque medaglie d’argento e una d’oro al valor militare, grande estimatore di donne, decadente, sensuale.
Fenomenale.
E poi la sua Pioggia nel pineto, dai primi versi della quale ho tratto il titolo della Newsletter di oggi, è uno dei più alti raggiungimenti della nostra letteratura.
…Ascolta. Risponde
al pianto delle cicale
che il pianto australe non impaura
né il cielo cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita…

Che vi dicevo.
Qui la selva si è trasformata in un’orchestra di strumenti diversi e se hai l’orecchio attento, li riconosci e li apprezzi.
A patto, ovviamente, che tu non vada a passeggiare nel pineto di Viareggio, quando piove, con le cuffiette avvitate nelle orecchie.

* L’illustrazione di apertura della Newsletter, così come le Pupazzine e i Sorbetti, è di Lorenzo Rocco

 

** L’assistenza tecnica è di Virgilio Piccardi

NEWSLETTER #108 LE CARTE IN TAVOLA Biglietto n° 51: I Bari di Caravaggio, 1594

Caravaggio, I Bari, 1594

Relazioni. Ogni volta che entro nell’Happy Bar di Andrea in via Tuscolana lui mi accoglie con un «Ecco la barista per caso».
Io preferisco definirmi in un altro modo, che poi vi dico.
Il fatto è che contraggo continuamente debiti di riconoscenza con alcuni titolari di attività cosiddette commerciali vicino a casa mia.
La signora Anna della lavanderia dove porto a stirare le lenzuola e i ragazzi del garage in primo luogo, che, tutti, mi usano infinite cortesie, dal non farmi pagare il piumino che porto a gonfiare dopo averlo lavato in lavatrice, la prima, al prendermi i pacchi, gli altri.
Cerco di sdebitarmi come posso, di solito proponendo quelli che chiamo generi di conforto, caffè, merende, aperitivi, patatine, Coca-Cola.
Questo è un esempio di un vassoio con tre merende, se manca un caffè, è solo perché Glenn il Filippino, il miglior stiratore di Roma, mi ha detto che non voleva niente e io gli ho preso comunque un dolcetto, che ha divorato in due bocconi.
Quindi, gli è giunto gradito.

Andrea mi ha raccontato che quando ha il vassoio in mano, è come se avesse un lasciapassare, io non ci avevo mai pensato, ma è vero che con quel viatico entri dappertutto, caveau delle banche, riunioni private, retrobottega del negozio che compra l’oro.
La prima volta lui mi ha detto che avrebbe mandato Rosa col vassoio e lì io ho detto no e poi no, la parte di Rosa la interpreto io, certo, devo stare un po’ attenta a non far cadere tutto, però imparo.
Salgo i tre gradini della lavanderia e dico «Ecco la ragazza del bar».
Ho spiegato che il solo fatto di arrivare col vassoio mi toglie diciamo trent’anni, cosa che a una donna fa sempre comodo.
Medesimo rituale al garage, dove preferisco offrire patatine e aperitivi, che prendo in un altro bar poco distante perché mi sta più comodo.
Però pure lì i bicchieri li porta la ragazza del bar.
Al garage, da quando è scoppiata la pandemia lavorano i due figli di uno dei titolari, giovanissimi, hanno cominciato che avevano venti e ventidue anni.
Non si somigliano affatto, fra loro si definiscono colleghi, sono di una disponibilità e di una simpatia che incantano.
Io ho rapporti diversi con l’uno e con l’altro, però mi faccio raccontare invariabilmente da entrambi come va il sabato, quando fanno un turno lunghissimo, che attacca alle quattro del pomeriggio e finisce alle otto del mattino successivo.
Passate le nove di sera, è il vuoto assoluto.
Uno di loro, nel gabbiotto.
I clienti tutti fuori fino a tardi.
Allora mi è venuto in mente sai che ti dico, scendo e ci facciamo una partita a carte.
L’idea è piaciuta.
Sono rientrata, mi sono arrampicata con la scala piccoletta fino all’ultimo ripiano dell’armadio dei vetri, dove ho sistemato i giochi e, come ricordavo, lì c’era un mazzo di carte napoletane.
In condizioni perfette, chissà se qualcuno ci ha mai giocato.
Per fare esercizio, ho guardato dei video di solitari e ne ho provati alcuni.
Nel solitario vinci se esso riesce.
Una giovane donna che fa dei video molto artigianali ma che spiega bene dice che il solitario serve a passare il tempo, ma è probabile che esso abbia anche altre funzioni.
Non a caso questo gioco è un soggetto amato dagli artisti, che sono evidentemente affascinati dalla carte e dalle possibilità che le loro combinazioni offrono.
Questo è l’americano Frank Weston Benson con il suo Girl Playing a Solitaire, 1909.

Frank Weston Benson, Girl Playing a Solitaire, 1909

E vi propongo anche Nickolas Muray, il fotografo e amico di Frida Kahlo, forse anche il suo amante, in uno scatto del 1950, Woman in a Cell Playing Solitaire.

Nickolas Muray, Woman in a Cell Playing a Solitaire, 1950

Il più grande dei ragazzi mi ha detto che possiamo pure giocare a poker.
Io avrò giocato a poker tre volte in vita mia, però posso rinfrescarmi la memoria.
Inoltre, nel mazzo di carte napoletane non c’è nemmeno una donna, le uniche figure animate sono il fante, il cavallo e il re.
Almeno le carte francesi, che servono per il poker, hanno una presenza femminile e si tratta nientemeno che di una regina.
L’autunno si annuncia pieno di incontri e di rischi.

Da un forum (l’autore, anonimo, si firma Solitario). «Io sono, di natura, un giocatore di poker.
Mi piace lo scontro di intelligenze, il rischio e, perché no? L’azzardo.
Ho una nostalgia enorme di quell’assoluto silenzio rotto solo dalle puntate, quel tavolo verde con i vari mucchietti di gettoni colorati, quell’atmosfera resa irrespirabile dal fumo…
E quelle cinque carte…
E allora, mi direte, perché non giochi e stai qui a romperci i cosiddetti?
È facile a dirsi.
Primo: ora siamo tutti buoni ed è immensamente riprovevole tentare di togliere soldi agli amici.
Secondo: non fuma più nessuno, il fumo dà fastidio ed è impensabile che ci si possa sedere ad un tavolo di poker senza il supporto morale di una buona sigaretta.

Allora ci si vede con gli amici e si gioca a burraco!
Spesso si cena pure, ma velocemente per poter riprendere il “torneo”.
Un’altra cosa che mi piaceva era appunto stare a tavola con gli amici a mangiare scherzare e chiacchierare bevendo un buon bicchiere di vino. Dopo cena rimanere ancora a tavola chiacchierando, bevendo e fumando…
Macché. Io non ho capito se i nostri amici sono troppo vecchi, troppo malati o troppo cacasotto.
Uno mangia senza sale, uno senza zucchero, un altro è vegetariano, un altro ancora è a dieta.
A tavola, in dodici persone, non si riesce a finire una bottiglia di vino. Eppure, più di metà la bevo io.
E non è finita: per fumare una sigaretta devo andarmene fuori al balcone invece di farlo spaparanzato a tavola come sarebbe giusto e naturale.
Mica voglio uccidere i miei amici con il fumo passivo?
E quindi, come vi dicevo, si mangia velocemente e si torna al burraco.
Il burraco. Il gioco più cretino del mondo!
O forse no. Un gioco intelligente per cretini.
Bisogna solo stare attenti ed aspettare che arrivi la carta giusta.
Ma dovreste vedere come si impegnano i miei amici: pensano e ripensano, studiano e ristudiano, ci manca solo che, prima di scartare una carta, consultino l’oracolo.
Io, naturalmente, perdo sempre: non mi applico, mi distraggo o, forse, non sono abbastanza cretino».

Intermezzo, 1

Sulla tovaglia piena di briciole
avete risolto tutto in famiglia
giocando a poker coi borlotti
mentre io sul panno verde
lustravo la madreperla
di fiches leggendarie
come il mio amore

Michele Mari, Cento poesie d’amore a Ladyhawke, 2007

Biglietto n° 51: I Bari di Caravaggio, 1594. Voi mi dovete credere: la piuma rosa sul berretto del ragazzo sulla destra si muoveva.
Come, si muoveva, al chiuso, senza un filo d’aria.
Vi dico che si muoveva.
E inoltre, ma come è possibile che in un dipinto fatto solo di pittura ci sia qualcosa che si muove.
Eppure quella piuma si muoveva.
Alla mostra di Georges de la Tour al Grand Palais avevano fatto le cose in grande: accanto al Baro con l’asso di quadri (v. oltre) del maestro lorenese, c’era l’opera di riferimento, la protagonista del nostro biglietto di oggi.
Le Tricheur à l’as de carreau (Il baro con l’asso di quadri) è al Louvre, però il Kimbell Art Museum ne possiede una versione con un asso di fiori.
Questo a prova delle innumerevoli interpretazioni che dettero del tema caravaggesco artisti di tutta Europa, fra i quali de la Tour si distingue per singolarità e maestria.
Caravaggio è lombardo di nascita e di formazione e quando arriva a Roma, nei primi anni ’90 del Cinquecento, ha dalla sua un talento formidabile e un carattere difficile: «…quando ha lavorato quindici giorni, si dà al bel tempo per un mese. Spada al fianco e un paggio dietro di sé, si porta da un campo di gioco all’altro sempre pronto a rissare e ad azzuffarsi, tanto che non è comodo accompagnarsi con lui».
Prima, però, di finire nei guai, e saranno guai seri, nientemeno che un assassinio, una specie di accoltellamento di quelli che accadono fra tifosi rivali allo stadio, l’artista fa in tempo a lasciare senza fiato la città.
La pallacorda, le donne, l’osteria, «la testa fasciata dal vino dei Castelli, gli schiamazzi notturni, il porto d’armi dimenticato, le parolacce alla polizia, i giorni di carcere, gl’incontri più o meno bruschi coi rivali, le sassate alle gelosie dell’affittacamere…».
Questo è Roberto Longhi, e chi altri.
Ogni volta che mi confronto con Caravaggio, mi devo pure confrontare col più grande storico dell’arte italiano di ogni tempo, certo che ce ne vuole, di coraggio.
Ma, stavamo dicendo.
I Bari sono un capolavoro giovanile, che riscuote l’attenzione del cardinale Francesco Maria del Monte, che non solo acquista la tela, ma alloggia pure l’autore nel suo palazzo.
Caravaggio viene così introdotto nell’élite ecclesiastica, che gli dà l’opportunità di lavorare su larga scala e per un pubblico più ampio.
Nei Bari i giocatori sono impegnati nella primiera, antenata del poker, nata alla fine del Quattrocento e per secoli molto popolare in Europa.
La vittima designata è il ragazzo a sinistra, assorto nelle sue carte, che non si rende conto che il più anziano dei bari sta segnalando al compare i punti che lui ha in mano.
Il guanto che indossa l’uomo in piedi lascia vedere la punta delle dita, perché la comunicazione sia più chiara.
Come se non bastasse, il baro più giovane tira fuori dai pantaloni la carta che gli serve.
Sulla sinistra c’è una tavola da backgammon.
Caravaggio non indulge a una narrazione caricaturale che metta in evidenza il vizio, non è da lui.
Lui è sempre compatto, sintetico.
Nella bellissima mostra del quarto centenario della sua morte alle Scuderie del Quirinale, a un certo punto mi colavano lacrime talmente copiose che dovetti andare in bagno a darmi una ripulita.
Non vedevo più niente, ma avevo capito che la drammaticità dei suoi dipinti derivava esattamente dalla sua capacità di raccontare la meccanica, di un Ecce homo, di una flagellazione, senza alcuna sbavatura, colpendo al cuore l’argomento, con un colpo secco che non lasciava scampo.
Grandezza del più grande fra i grandi.
Nei Bari è evidente che la narrazione ha lo scopo di evocare gli inganni nei quali incorre la giovinezza e la perdita dell’innocenza, il tutto con un approfondimento della psicologia dei personaggi che, se solo ci mettiamo un attimo a guardarli, ci dicono tutto di sé.
Come vedete, lo sfondo della tela è ancora chiaro, memore della formazione nordica dell’artista.
Fra poco arriveranno le tenebre con le sciabolate di luce sue tipiche e allora davvero non avremo più via di uscita, la sua fascinazione sarà totale.
Bari, acquistati dal Kimbell Art Museum di Forth Worth nel Texas da un privato, arrivano a noi in un ottimo stato di conservazione, perfino il vermiglio dei semi di cuori è intatto.
Per non parlare dell’impronta delle dita del maestro, visibile qui e là, in particolare sul broccato di seta che abbiglia il baro in primo piano, che si è vista con gli infrarossi e che ci dice come lui abbia lavorato, direi, impastato la pittura finché essa era fresca.
Un rapporto intensamente fisico, non ho bisogno di farvi paragoni.
Come promesso, ecco il dipinto di Georges de la Tour vicino al quale stava il nostro Caravaggio.

Georges de la Tour, Le tricheur à l’as de carreau

Le Tricheur à l’as de carreau (Il baro con l’asso di quadri) è al Louvre, però il Kimbell Art Museum ne possiede una versione con un asso di fiori.
Questo a prova delle innumerevoli interpretazioni che dettero del tema caravaggesco artisti di tutta Europa, fra i quali de la Tour si distingue per singolarità e maestria.

Intermezzo, 2

Perché nell’ora decisiva
non mi avete chiamato al vostro tavolo
perché avete giocato a poker in due
dandomi le carte del morto?

Michele Mari, Cento poesie d’amore a Ladyhawke, 2007

Intermezzo, 3

Alfredo
Un quattro!
Gastone
Ancora hai vinto!
Alfredo (Punta e vince.)
Sfortuna nell’amore
Vale fortuna al giuoco!…
Tutti
È sempre vincitore!…
Alfredo
Oh, vincerò stasera; e l’oro guadagnato
Poscia a goder tra’ campi ritornerò beato.
Flora
Solo?
Alfredo
No, no, con tale che vi fu meco ancor,
Poi mi sfuggia…
Violetta
(Mio Dio!…)

Giuseppe Verdi/Francesco Maria Piave, La Traviata, 1853, Atto secondo, SCENA DODICESIMA

State bene e affrontate con animo saldo i rischi.
Nella vita, senza un po’ di alea, sai che noia.

E leggete poesia: perché i poeti, loro sì, sono capaci di rigirare la nostra visione del mondo, di aprire infinite finestre su orizzonti di cui mai avremmo sospettato l’esistenza e pure di farci riflettere come mai ci era capitato su tutto.
Pure sul poker.

 

NEWSLETTER #85 Pop. Biglietto n° 28: La Ronda dei prigionieri di Vincent, 1890

Vincent, La ronda dei prigionieri, 1890

Pop, 1. Giorni fa, volendomi svagare, ho digitato sulla barra di Google «Pavarotti cattivo interprete».
Apriti cielo.
Non ero investita da una simile ondata di cattiveria al sapore di fiele dal luglio dello scorso anno, quando, dopo la vittoria dell’Italia agli Europei, si è abbattuta sugli inglesi tutti una montagna di insulti.
E l’Italia aveva pure vinto.
Fair play, zero.
L’offesa più improbabile riguardava il fatto che loro guidano a sinistra, dunque, sono dei cretini.
A parte che qui bisogna stabilire chi è in realtà ad avere qualche deficit intellettuale, visto che siamo stati noi a esserci spostati a destra, prova ne sia che i carri, prima e ancora oggi i treni, tengono esattamente la medesima mano degli inglesi.
Ma, dicevamo, Pavarotti.
All’indomani della morte del tenore modenese, gli avvoltoi ne hanno fatto scempio.
Partito come «un ragazzo molto bello, semplice, amorevole», è diventato «una superstar molto determinata, aggressiva e in qualche modo infelice».
«Analfabeta musicale…le opere doveva impararle a fatica nota per nota con un tapeur (leggi un accompagnatore al piano, nota mia) paziente».
«A-ritmico per natura», non capiva la durata delle note di cui sopra e i rapporti che c’erano fra loro.
Insomma, quello che io definisco un cattivo interprete. Peggio ancora se pensiamo alla bellezza della sua voce, come si dice a scuola, si sarebbe dovuto applicare.
Inoltre: dotato di un appetito pantagruelico, ha perso e guadagnato nel corso dei trentasei anni della collaborazione con il suo agente 2.500 (duemilacinquecento) chili.
Petulante, con un ego ipertrofico, insofferente delle critiche, pigro, taccagno, infedele, vanitoso.
Dispotico: dietro le quinte, prima dell’esibizione, schioccava le dita per farsi portare la minestrina (che, evidentemente, fa bene alla voce. Devo provarci).
Mi fermo qui, anche perché, a forza di invettive, Pavarotti mi è diventato simpatico.
Voi sapete come sono le donne, sentimentali e sempre pronte a intenerirsi davanti alla vittima di turno.
Detrattori a parte, ho trovato ben più interessanti i commenti di coloro che hanno visto un po’ più in là.
Per esempio, quello che ha messo in luce le doti di star del cantante.
La sua intuizione di che cosa è il successo.
Iniziando il tour dei suoi famosi recital, pose una condizione: non gli importava del cachet, alto o basso, gli importava che tutti i concerti andassero esauriti.
Piena di finezza anche la narrazione di come ottimi cantanti si chiedessero dopo il concerto come mai il pubblico non era andato in visibilio visto che loro avevano cantato bene.
Pavarotti ragionava alla rovescia, vado a cantare e il pubblico in visibilio ce lo mando io.
E poi la sua relazione con gli artisti leggeri.
Sebbene io trovi imbarazzante il duetto fra lui e Zucchero in Va pensiero, se non altro perché Zucchero è più musicale di lui, questo significa avere davanti una folla oceanica in delirio.
Cosa che con l’opera lirica può pure essere possibile, ma senza arrivare mai a questi livelli.
Dunque, Pavarotti come icona pop.
E poi, giustamente, come chiosa il suo agente: «ci vuole un Pavarotti per fare un Pavarotti».

Pop, 2. Così come il follow the money, funziona bene anche il follow the people.
In un museo, dove c’è gente scatenata che scatta fotografie a raffica, esulta e si esalta, o c’è la Gioconda o c’è Vincent.
Lasciamo stare la Gioconda, che è come Isabella Rossellini: famosa perché è famosa.
E occupiamoci di Vincent.
Arrivato tardi a comprendere la sua vocazione di artista, in soli dieci anni, quanti gliene restano da vivere prima della morte, avvenuta per suicidio nel 1890, van Gogh ha una produzione prodigiosa: circa ottocento dipinti e un numero analogo di disegni.
Povero, sempre.
Infelice in amore.
Alcolizzato.
Gran fumatore.
Di umore instabile per un eccesso diffuso di sensibilità, con crisi allucinatorie e depressive.
Protagonista di gesti di autolesionismo, beve la trementina che serviva per diluire i colori; poco prima del Natale 1888 si taglia l’orecchio sinistro e lo offre a Paul Gauguin, che ha vissuto con lui ad Arles qualche mese e che prende la fuga, inorridito.
Matto? Non direi.
Probabilmente uno che viveva sopra le righe, come ogni tanto accade pure a noi, uno che si strugge nella sua ricerca artistica, che ci crede e che paga di persona il prezzo, altissimo, del conto che l’esistenza gli presenta.
Citando un critico, lo dico sempre: guai a chi non fosse capace di vedere la gioia che c’è nelle sue opere, del resto l’allegria dei colori è ciò che, cerchiamo di ricordarci, ci ha colpito la prima volta che lo abbiamo visto.
E mi sta bene anche l’interpretazione cristologica del taglio dell’orecchio: prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo.
E chi è più Cristo di un artista.
E poi quanti piercing ed espansioni e tatuaggi e segni sul corpo vediamo in giro.
Ce n’è abbastanza per fare di Vincent un personaggio da leggenda, un eroe moderno.
Anche lui, un’icona pop.

Pop, 3. Sebbene un paio di miei amici (più o meno) scicchettini arriccino il naso e dicano che non si fa, a me piace molto che la bottiglia di champagne produca un po’ di rumore.
Senza, per carità, arrivare ai piloti di Formula 1, che quando vincono si tirano addosso un’intera Jéroboam (quattro volte la sciampagnotta) dopo averla agitata, e basta guardare come sono ricoperti di pecette per capire che certo non sono dei campioni di understatement, senza arrivare a questi eccessi, dicevo, la mia bibbia del bere, How to Drink di Victoria Moore, fra l’altro forse il mio libro più bello dal punto di vista tipografico, la pensa diversamente.

Victoria Moore, How to Drink, 2005

Nel capitolo dedicato al picnic, l’autrice, wine writer sapiente e brillante, attacca dicendo che il piacere del cibo che abbiamo preparato può sgonfiarsi (deflated) nel vedere arrivare «a far better picnic», ovvero un picnic meglio del nostro.
«It’s much the same story with drinks…: only rain ruins your fun more than the sound of someone else’s champagne cork popping».
Traduco: «È proprio la stessa storia con le bevande…solo la pioggia può rovinare il divertimento più del rumore del tappo dello champagne di qualcun altro che esplode».
Se in inglese, lingua potentemente onomatopeica, c’è il verbo to pop, che significa un sacco di cose, ma che qui ne significa una sola, vuol dire che possiamo fare pop pure noi.
Con buona pace dei tifosi dell’Italia che pensano che gli inglesi siano cretini, casomai anche quando stanno lì e si godono il loro picnic: mangiando olive, alici, pane e salame; oppure facendo il fuoco e tirando fuori cotolette e patate da grigliare.
Bevendo champagne.

Biglietto n° 28. La Ronda dei prigionieri di Vincent (1890). Un’occlusione, un restringimento, un intoppo.
Già c’era stata la fila di più di un’ora sullo spiazzo davanti alla Fondation Louis Vuitton nonostante i biglietti presi in internet.
Adesso, oltre alla folla che stava dappertutto, fuori dalla Galleria 7, il blocco.
Fra l’altro, in penombra, come accade nei luoghi di rito, perché tu ti possa concentrare e riflettere su quello che ti attende.
Personale disponibilissimo, una ragazza che chiede a una signora anziana in evidente difficoltà se vuole essere accompagnata senza essere strattonata e senza ulteriore attesa.
Ma che succede là dentro.

Vincent, succede.

Con un solo suo dipinto, che io chissà se ho visto quella volta della mostra ad Amsterdam per il centenario della morte.
Non me lo ricordo.

Siccome pratico il décalage come stile di vita, adesso parlo un momento del Natale visto che stiamo poco dopo Pasqua.
Anzi, c’è chi la Pasqua deve ancora festeggiarla, per esempio la ragazza che fa le ore (si definisce lei così) a casa mia, che è ortodossa.
Più o meno a Natale c’è l’episodio di automutilazione di Vincent.
E ti credo.
Le volte che avrei fatto anch’io qualcosa del genere.
Per apprezzare il Natale, bisogna essere o bambini felici o incoscienti.
Il disagio del Natale è descritto molto bene da Valeria Perrella in un romanzo che amo, Almarina, che ha il solo difetto di avere la copertina rigida e con una brutta fotografia stampata sopra.
(Se io penso a quanto è bello il libro di Victoria Moore, mi viene da piangere davanti ai nostri guai nazionali. Al momento, quelli che riguardano la nostra editoria).
Ancora una volta, tutto si tiene.
Il biglietto di oggi parla di un carcere e Elisabetta Maiorano, la protagonista del romanzo, insegna Matematica nella casa circondariale di Nisida, Napoli.
Lei è rimasta vedova di botto, come forse sarebbe bello invedovarsi, con Antonio, il marito, che muore all’improvviso, «con il cuore scoppiato nel petto».
In aula c’è una ragazzina rumena, l’Almarina del titolo.
Ha sedici anni: «il padre la violentò e la rovinò di mazzate».
Lei era scappata portandosi dietro il fratellino e in Italia aveva cercato di sopravvivere, fino a che non aveva rubato un cellulare.
La professoressa Maiorano chiede al Direttore di poterla avere con sé per i tre giorni di festa.
«- Non passeranno mai ‘ste settantadue ore, mannaggia.
– Questo vale per tutti, a Natale.».
Scambio fra Elisabetta e la collega Aurora mentre bevono birra a Bagnoli, Napoli, insieme ad altre donne, che «si sono liberate dal giogo della casa con il giogo della fabbrica e adesso fanno le commesse al Superò».
Ma, dicevamo: Natale.
Elisabetta cerca di tornare alla vita attraverso Almarina.
Fra l’altro le piace il comandante e, pure se lui è sposato e ha due figli ragazzini, come sempre Eros sta attaccato a Thanatos, e chi se ne importa delle mogli altrui e del resto.
Ma torniamo a Vincent, che si strazia e sta sempre peggio, al punto che nel mese di maggio 1889 si fa internare volontariamente nel manicomio di Saint-Rémy-de-Provence.
Lui, olandese, sceso nel Sud per trovare caldo e conforto.
E tu chiamalo conforto.
Non ha più a portata di mano il paesaggio provenzale, non ha modelli, è povero quanto a carta, tele e colori.
Allora, che fa.
Si rivolge alle copie di fotografie e di incisioni che gli manda il fratello Théo.
Per capire la relazione che hanno avuto questi due, non serve nemmeno leggere le lettere, basta vedere le loro tombe.

Le tombe di Vincent e di Théo

Vicine, uguali, Théo che muore dopo poco Vincent, avendo fatto tutto quello che ha potuto per stargli accanto, dall’invio di denaro, quel poco di cui disponeva, alla stima e all’affetto.

Siamo ad Auvers-sur-Oise, che gli studenti non riescono mai a pronunciare e che però, quando ci riesci tu, è un posto con un suono bellissimo.
E siamo a meno di trenta chilometri da Parigi e ci passa l’Oise, che è un fiume, che nasce in Belgio e si getta nella Senna.
Lì si è suicidato Vincent, all’età di trentasette anni.
In manicomio, lui lavora sulle copie di opere originali, in questo caso sull’incisione di poco precedente, 1872, di Gustave Doré, che si intitola Newgate. Il cortile degli esercizi.
Insomma, il luogo dove i detenuti del terribile carcere di Londra respirano un po’, si fa per dire, uscendo dalle celle.

Gustave Doré, Newgate, Il cortile degli esercizi, 1872

Di fronte a queste due opere, fate conto di trovarvi alle prese con la partitura, la seconda, quella di Gustave Doré, e all’interpretazione che ne fa il cantante o lo strumentista.
Quella di Vincent.
Che non riproduce alla lettera il modello, ma vi introduce alcune distorsioni, in tutto, punto di vista, inquadratura, realizzazione.
E che trasforma il bianco e nero iniziale in un dipinto in cui i blu e i gialli traducono i non colori originali.
Sembra di stare in un acquario, medesima sensazione di distacco e di altro mondo, come se gli alienati del manicomio fossero creature vive, ma la cui vita è diversa dalla nostra.

Il solo fatto di girare in tondo sembra il movimento dei pesci nella vasca, che non vanno da nessuna parte e passano il tempo come possono, chiusi, chiedendo, casomai e per una volta, di trovare le candeline accese sulla torta di compleanno.

Al centro della composizione c’è un uomo con le braccia penzoloni, che ci guarda.

È facile riconoscere in lui un ennesimo autoritratto dell’artista: condannato a morte dalla vita stessa, di lì a poco quella vita gli sarà insopportabile e lui deciderà di porle fine.

Vincent, La ronda dei prigionieri, 1890, part.

Esce dal manicomio nel maggio del 1890 grazie all’accoglienza del Dottor Gachet, che dipinge, guarda un po’, nell’atteggiamento del malinconico.

Vincent, Ritratto del dottor Gachet, 1890

Dopo due mesi, tutto si conclude.
L’opera, acquistata da uno dei fratelli Morozov per tempo, è conservata nel museo Puškin di Mosca.
Io l’ho incontrata (e come fai, in casi come questo, a non parlare di un incontro) di recente a Parigi nella mostra Icônes de l’art moderne alla Fondation Louis Vuitton.
Stanley Kubrick l’ha citata nel suo film che da noi si chiama Arancia meccanica (1971).

Stanley Kubrick, A Clockwork Orange, 1972

State bene e se proprio volete sentirvi pop, almeno apritevi una bottiglia di champagne producendo un elegante ma ben udibile rumore: da qualche parte ho letto che bisogna segnalare al mondo la nostra presenza, ché quello è distratto e indaffarato e come niente manco ci guarda.

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** L’illustrazione di apertura è di Lorenzo Rocco
*** L’assistenza tecnica è di Virgilio Piccardi
**** Una delle esperienze più belle di insegnamento che ho fatto si è svolta nel carcere romano di Rebibbia. I detenuti del G8, tutti uomini con reati seri sulle spalle, avevano un occhio attentissimo ai dettagli e volavano ben al di là delle sbarre. La siepe dell’Infinito di Leopardi, quella che invece di essere un ostacolo potenzia la fantasia, funziona anche al chiuso e quando la storia dell’arte, fra tutte le cose che può fare, diventa speranza e chiave di accesso al mondo. Se mi rimetto in sesto tecnicamente parlando, ovvero parlando nel senso tecnico, già ho fatto tutti i passi per proporre qualcosa di simile ai Castelli. Darò notizie

NEWSLETTER #83. Lo spleen messo a nudo. Biglietto n° 26: Albrecht Dürer, Melencolia I, 1514

Albrecht Dürer, Melencolia I, 1514

Non tutti i mali. Ogni volta che incontro la signora Anna, che è la titolare della lavanderia che mi stira la biancheria più impegnativa della casa (lenzuola, tovaglie), e la incontro spesso perché mi capita di passare a salutarla o di portarle il caffè dal bar di Andrea, che conosce i suoi gusti e quelli dei suoi lavoranti, ogni volta, dicevo, che incontro la signora Anna, le chiedo: «Come sta?».
Lei mi risponde ad litteram: la spalla le dà meno fastidio perché ha fatto una terapia, però ha smesso di prendere le medicine perché gli oppiacei la intontiscono.
Il piede le fa sempre male, le secca non trovare un paio di scarpe adatte a lei.
Eccetera.
Tutto elencato nel dettaglio.
Laddove il senso sarebbe più o meno lo scambio all’inglese: «How do you do?». «How do you do?».
Pari e patta.
Comunque, al di là di come va la salute e di come vanno gli affari, di cuore e di portafogli, a me piacerebbe di più sapere come va l’umore.
Mi sono svegliato bene.
Non mi sarei mai alzato dal letto.
Ieri sera volevo suicidarmi.
Non riesco a trovare una stabilità nelle mie relazioni sentimentali.
Sono ipocondriaco.
L’alcol mi sembra troppo spesso una buona soluzione.
Il romanzo di Philip K. Dick Gli androidi sognano pecore elettriche?  (1968), da cui è stato tratto il film Blade Runner  (1982), pietra miliare nella storia del cinema e immagine profetica di quello che saremmo diventati noi e le città in cui viviamo, comincia con Rick Deckard che si sveglia e con la moglie Iran che si sveglia pure lei, anche se non ne ha alcuna voglia.
Entrambi sono in possesso di un apparecchio, che peccato che non sia stato ancora inventato, che loro definiscono «organo degli umori».
Esso, come tanti altri apparecchi, si può regolare attraverso una scheda.
Sulla scheda di lui è in programma «un rigoroso atteggiamento professionale». Su quella di lei, è stata fatta una scelta inutile e insensata: «sei ore di depressione autoaccusatoria».
Lei spiega che una volta aveva sentito gli appartamenti vuoti intorno e che aveva provato felicità perché era dell’umore 382.
Ma le era venuto in mente che era pericoloso sentire l’assenza della vita e non reagire, dunque aveva programmato la depressione per due volte al mese, registrandola sulla scheda.
Voi pensate a quanto farebbe comodo avere un organo degli umori.
Non avrebbero più ragione di esistere benzodiazepine, antidepressivi, sostanze ricreative diverse, alcolici in genere, fumo di genere vario.
Ma poi, ci troveremmo bene o faremmo come la moglie del cacciatore di androidi, che è disposta a soffrire pur di sentirsi viva?
La terza via, quella che è sempre difficile da definire ma che stavolta è chiara, è quella che vi indico io con il MaxiSorbetto della primavera 2022: lo spleen come luogo della creatività.
Cominciamo dunque nel biglietto di oggi ad indagare l’opera chiave, ma pure l’opera cliché va bene, di quello stato d’animo che Baudelaire ha definito con la parola inglese che indica la milza, a modo suo organo degli umori anch’essa, visto che da un pezzo si pensa che da lì provenga la secrezione della bile, nera, dunque, cattiva, quella che fa la vita agra.
E vedete voi come tutto si tiene: sto leggendo La vita agra di Luciano Bianciardi, di cui sento parlare da sempre ma che non mi era mai capitato in mano.
Siamo all’inizio degli anni ’60 e il protagonista, che si è trasferito da Grosseto a Milano un po’ con intenti anarchici, antisociali e violenti, un po’ con il desiderio nemmeno troppo celato di avere successo per quello che lui è nella sostanza, un intellettuale, laureato in filosofia, bibliotecario e professore di liceo, il protagonista, dicevo, descrive per filo e per segno un’esistenza grama, con cene in latteria col conto aperto; domeniche sotto fine mese in cui non restano sessanta lire nemmeno per comprare «una coppia di uova»; sere in cui va a letto senza cena; sigarette contate, qualcuna offerta e altre rimediate con le cicche strozzate e disfatte a casa per riempire in qualche modo una cartina; lavori mal pagati, mal riconosciuti, descritti con la lucidità dell’entomologo che illustra i suoi insetti; stanze senza riscaldamento; trasferimento in periferia in un alloggio condiviso e ogni giorno un’ora e mezzo di tram; gli anelli d’oro e la macchina da scrivere impegnati al monte.
Tutto questo in una città in piena espansione economica, ingrata e inospitale.
Eppure questo romanzo è una delle cose più piene di vita che io abbia letto, con dentro una storia d’amore molto carnale, uno sguardo affilato sul mondo che non risparmia nessuno, le donne, soprattutto le segretarie, i datori di lavoro, i compagni della sezione, il bigliettaio «che sollecita continuo e insistente di andare avanti, come facevano un tempo le zie dei casini», i consumi, le diete dimagranti, la noia, i bicchieri.
Perché poi è vero che nell’amaro della milza e nell’agro c’è la vita vera e «non si capisce Parigi standosene barbicato a Montmartre, né Londra abitando a Chelsea».
Perché se Bianciardi non avesse fatto tutta la fatica che ha fatto a stare al mondo, e lo stesso si può dire di quasi tutti gli artisti, non ci sarebbe stato il romanzo.
E non ci sarebbe arte.
Venite dunque con me a indagare la doppia valenza della Malinconia: da una parte uno stato di lutto senza oggetto; dall’altra, la fonte di creazione più feconda e potente da migliaia di anni a questa parte, che attraversa tutta l’arte occidentale e che ci offre uno specchio, nel quale riconoscerci.

Biglietto n° 26. Melencolia I di Albrecht Dürer, 1514. In professione, faccio quello che fa la Catherine di Jules e Jim: violento la grammatica.
Lei presenta a Jim una ragazzina e dice che è la sua unica figlia.
Poi presenta una seconda ragazzina e dice che pure quella è la sua unica figlia.
Io ho ben chiare le idee su chi è il più grande incisore di ogni tempo.
Albrecht Dürer è il più grande incisore di ogni tempo.
Ma pure Rembrandt è il più grande incisore di ogni tempo.
Per non parlare di Giovanni Battista Piranesi, che è, anche lui, il più grande incisore di ogni tempo.
La colpa è della grammatica, che non contempla più di un solo superlativo assoluto, laddove io ne contemplo più di uno.
Comunque oggi non ho nessun dubbio su Dürer: egli è il più grande incisore di ogni tempo.
Ma non solo.
È anche la massima figura dell’arte del Rinascimento dell’Europa del Nord.
Magnificamente educato attraverso contatti di famiglia e amici, devoto all’esattezza e al dettaglio, grande disegnatore, pittore potente, umanista, viaggiatore, arguto scrittore.
Ma veniamo all’opera del nostro biglietto di oggi.

La prima impressione è di trovarci davanti a una figura alata alla quale, però, qualcosa che le leggiamo sul viso impedisce di volare.
L’espressione è corrucciata, l’umore sembra buio.

Albrecht Dürer, Melencolia I, 1514, part.

La creatura, direi di genere femminile, ha anche una corona in testa, che presumibilmente dovrebbe alleviare il suo stato d’animo.

Lei è circondata da oggetti.
Mi fa pensare subito a quel gioco della «Settimana Enigmistica» che si chiama Aguzzate la vista o Trova le differenze.

Una cosa che mi ha sempre colpita di questo periodico è la varietà dei suoi lettori.
Risolvono enigmi, o, almeno, ci provano, quelli che sono andati tanto a scuola e quelli che a scuola ci sono andati poco o niente, cosa ben strana, dovete ammetterlo, perché queste due categorie coabitano solo in certe situazioni, che ne so, la partita di calcio, la pizzeria, la palestra.
Il cruciverba, appunto.
Inoltre, era un rebusista, cioè un autore di rebus, lo psichiatra della Newsletter #78, quello superborghese con la moglie pitocca che non mi lasciava niente per cena quando facevo la baby sitter ai suoi due figli, lei che collezionava bambole, lui con le riviste per soli uomini nell’armadio.
Non vi sto a dire quale lato di questi due mi suonava più strambo.
Ma divago.
Stavo dicendo che guardo Dürer e penso alle due vignette accostate, che sono sempre piene di roba, altrimenti il giochetto sarebbe troppo facile.
Ebbene, se c’è un pubblico che passa le sue mezz’ore a osservare disegnetti quasi senza senso, tanto più può valere la pena esaminare la panoplia che accompagna il nostro caro angelo.
Lei ha in mano un compasso, un libro chiuso in grembo e fra le pieghe della veste si distinguono un mazzo di chiavi e una aumônière.
C’è uno schizzo con una scritta dell’artista che suona così: «chiave vuol dire potere, saccoccia vuol dire ricchezza».
Possiamo essere d’accordo.
Accanto alla sfera, che è un solido geometrico, ci sono degli attrezzi da falegname, la riga, la pialla, la sega.
Poco sopra il cane, c’è il martello.

Albrecht Dürer, Melencolia I, 1514, part.

Dall’orlo dell’abito sporgono le tenaglie.
Martello e tenaglie, con i chiodi che stanno a terra sulla destra, sono simboli della passione di Cristo.
Ci sono degli strumenti di misurazione, la bilancia, il peso, la clessidra, il tempo.
Sopra la testa di lei, sotto la campana, c’è il quadrato magico, la somma dei numeri del quale, leggendo in qualunque direzione, è sempre 34, ovvero 3 + 4 = 7.

Albrecht Dürer, Melencolia I, 1514, part.

E sette sono i pianeti conosciuti all’epoca e sette i simboli dell’alchimia.

Sullo sfondo, davanti al paesaggio acquatico del quale vado a parlarvi fra un momento, un recipiente è posto sopra un braciere, con accanto la molla per il fuoco (sapete quando si dice prendere con le molle? Ecco).
Un solido geometrico, inconfondibilmente düreriano, ostruisce la vista: esso è un poliedro a sette facce.
L’angelo è massiccio, la veste è opulenta, tutto sembra contribuire a tenerlo a terra e lei è indifferente agli altri esseri viventi che le stanno accanto: il cane rinsecchito, accucciato in tondo e il putto, alato anch’egli, dunque, un cherubino, seduto su una mola, che scarabocchia qualcosa alacremente, evidentemente a uno stadio diverso di azione e di ragionamento.
Una scala a sette pioli è appoggiata a un edificio che è ancora in costruzione.
E, finalmente, il paesaggio acquatico in alto a sinistra: attraversato da una cometa e da un arcobaleno, ospita un pipistrello, animale notturno, che tiene fra le zampe un cartiglio, dal quale, se ancora non l’avessimo capito, apprendiamo l’identità della creatura: MELENCOLIA.

Albrecht Dürer, Melencolia I, 1514, part.

Animale fantasmagorico, con le ali aperte, la coda da drago e la bocca spalancata, il pipistrello porta con sé anche il numero ordinale I.
Esso potrebbe significare varie cose, per esempio che l’artista avesse intenzione di andare avanti sull’argomento, o di illustrare gli altri temperamenti.
Insieme al malinconico, il sanguigno, il flemmatico e il collerico.
Individuati da Ippocrate, che, come tutto quello che è classico, quindi, citabile, è vissuto fra il V e il IV secolo prima di Cristo, gli umori mi sembra che siano quelli che abbiamo pure noi.
In duemilacinquecento anni di storia, poco o niente di nuovo è stato aggiunto a questa intuizione.
L’enigmaticità della composizione, l’oppressiva presenza degli oggetti, il chiaroscuro, la solitudine notturna delle creature, la posa di lei, con la testa appoggiata sulla mano chiusa a pugno, tutto ci interpella.
Tanti studiosi hanno tentato un’interpretazione, si sono, cioè, arrovellati il cervello su un’opera che io lascio volentieri alla sua impenetrabilità.
Questo è solo un biglietto, ovvero una mini lezione di storia dell’arte, mica è la ricerca della Verità.
Però, che meraviglia.
E la cosa che più mi incanta è la firma dell’artista.

Albrecht Dürer, Melencolia I, 1514, part.

La trovate accanto a lei, sulla destra, in basso.
Io ho sempre pensato che il logo della Coca-Cola fosse bellissimo.

Coca-Cola

Finché non ho incontrato, da ragazza, il monogramma di Albrecht Dürer: il più bello di tutti.
Allora si fa così.
Siccome nella nostra firma, oltre che in tanti altri luoghi di noi stessi, c’è la nostra identità, quando usciamo nel mondo, ricordiamoci di queste prodigiose invenzioni grafiche.
Quella della Coca-Cola, che io non bevo ma di cui apprezzo la capacità di suggerire un intero universo.

E, soprattutto, quella di Albrecht Dürer, al quale invece mi abbevero dire volentieri è dire poco.
In questo biglietto vi ho parlato di una incisione su rame, che misura cm 23,9 x 16,8 che vi può capitare di vedere in diverse stampe, che vengono da diverse tirature.
Al di là del lato tecnico, che a noi oggi interessa relativamente, c’è il succo, ovvero il cuore dell’opera.
Perché siamo davanti all’autoritratto dell’artista.
Perché Dürer ha illustrato l’umore malinconico, mica gli altri.
E non venitemi a dire che non era chiaro fin dal primo approccio.

Le notizie. Per tutto il mese di aprile, in un MaxiSorbetto di 4 (quattro) porzioni giovedì 7, giovedì 14, giovedì 21 e giovedì 28, indago alle ore 18:30 Il sapore dello spleen:  immagini, sintomi, umori, creatività, stati d’animo saturnini, demoni e meraviglie.
Domenica 17 aprile 2022 ore 18:30 Sorbetto op. fuori catalogo Balletto dei pulcini nei loro gusci: Pasqua 2022.
Prendo in prestito da Musorgskij il titolo di uno dei brani della sua suite Quadri di un’esposizione – Ricordo di Viktor Hartmann e chiudo il cerchio.
Il musicista russo, «uno dei più straordinari geni musicali del secolo XIX» (Massimo Mila), si ispira a una mostra allestita per ricordare l’amico pittore precocemente e improvvisamente scomparso e scrive la sua composizione più famosa.
Io parto dalla musica e riporto tutto all’arte.
Come danza per la Pasqua, ammettete che non è male.
Accesso libero.
Se volete partecipare, inviatemi la vostra richiesta e sabato 16 aprile riceverete link e credenziali di accesso a www.zoom.us.
Potete anche portare degli ospiti.
Qui ascoltate il brano dall’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino diretta da Carlo Maria Giulini.

Il titolo. Alcune cose su Charles Baudelaire.
Il mio cuore messo a nudo (Mon coeur mis à nu) è una raccolta di frammenti che fanno parte di un progetto autobiografico mai realizzato. Essa è stata pubblicata postuma, vent’anni dopo la morte del poeta, insieme ad altro materiale che stava in un baule proveniente dal Belgio.
Opera frammentaria, abbiamo detto, quindi moderna e adatta a noi, che siamo incapaci di totalità.
Sempre lui ha preso dall’inglese la parola spleen per indicare ciò che in francese si definisce cafard, in tedesco Sehnsucht, in spagnolo morriña, in portoghese saudade e in italiano, più o meno, malinconia.
Il più o meno vale anche per le altre lingue.
Lo spleen di Parigi è una raccolta di poemetti in prosa, brevi, quindi anch’essi adatti a noi che non sopportiamo più niente e nessuno, pubblicata parzialmente quando l’autore era ancora in vita, tutta percorsa da umori che sembrano secreti dalla milza.
Io ho unito l’una cosa e l’altra e, così come Baudelaire ha messo a nudo il suo cuore, io voglio mettere a nudo il suo, e il nostro, spleen.

State bene e, se vi sentite tristi o depressi, controllate se per caso non siate invece malinconici.
Ché allora vi trovate in uno stato d’animo del tutto diverso, che vi destina a creare, proprio come uomini d’eccezione hanno fatto da sempre.
Questo lo dice Aristotele, IV secolo avanti Cristo.
E ve lo confermo io oggi, dopo tutto questo tempo.
Insomma, state bene e approfittate del vostro eventuale umore nero per fare le cose belle che sempre vi auguro di fare.

* L’illustrazione di apertura è di Lorenzo Rocco


** La preziosa assistenza tecnica è di Virgilio Piccardi
*** Per darvi un’idea di uno dei lavori che ha fatto il protagonista de La vita agra  per guadagnarsi il pane, leggete qui un estratto della sua esperienza di traduttore: «Più avanti, per esempio, lei mi traduce: Gli strinse la mano. Ebbene, l’inglese è più preciso, e dice infatti: He shook his hand, cioè egli strinse, ma più precisamente scossela sua mano, o se vuole, meglio ancora, egli scosse la mano di lui». Se non fosse tragico, ci sarebbe da sganasciarsi dal ridere. Non so se a voi è mai successo qualcosa di simile. A me, sì e il solo fatto di sentire raccontare una situazione così assurda con un’ironia che è sopravvissuta perfino alla fine del mese senza le sessanta lire per comprare una coppia di uova, ecco, questo solo fatto mi consola e riscalda la mia fiducia, più che nella vita, nella letteratura
**** Il mio blog ultimamente raccoglie solo la Newsletter, seppure con una settimana di décalage rispetto all’invio. Poco male, le cose si fanno da sole e questa cosa qui si sta facendo così

NEWSLETTER #82 PARIGI, O CARA. BIGLIETTO N° 25. SINFONIA IN COLOR CARNE E ROSA (RITRATTO DI MRS. FRANCES LEYLAND) DI J. WHISTLER (1874)

J. Whistler, Sinfonia in color carne e rosa (Ritratto di Mrs. Frances Leyland), 1874

Come un film. L’altra settimana, partendo per Parigi, mi sono accorta al check-in di aver perso un guanto.
La mia collega, toscana, dei miei primi anni di Accademia, lei, alla fine, io all’inizio della carriera, qui interverrebbe per cambiare il verbo.
Mi sono accorta di aver smarrito un guanto.
Per la precisione, il sinistro di un paio che avevo appena acquistato da un’azienda storica finlandese, in pelle scamosciata, pronto per la primavera, arrivato da me in una confezione accuratissima, piena di carta velina, scatola, etichette e nastri.

I miei guanti Sauso

(Il fatto di aver dovuto acquistare guanti finlandesi la dice lunga sulla decadenza del nostro Bel Paese).
Dispiacere variegato, perché i guanti erano nuovi e molto belli. E, in fin dei conti, perché andavo a Parigi senza guanti.
Avrei dovuto prevedere un cambio.
Appena ho potuto, ho ripercorso la strada che avevo fatto, ho chiesto a cinque persone, mostrando il guanto superstite, il destro, se avevano trovato il compagno, c’erano militari di sorveglianza, c’era personale in divisa dell’aeroporto.

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Belle nuit ô nuit d’amour. Biglietto n° 24: Arianna addormentata, sec. II o III d. C.

Arianna addormentata, sec. II o III d. C.

La porta e il portone. Secondo me, quando qualcuno vi dice che chiusa una porta si apre un portone, avete tutto il diritto di guardarlo in tralice.
Ma tu che ne sai.
A quel punto, è meno ipocrita un su con la vita, generico ma a modo suo consolatorio, almeno non ti senti uno scalognato.
Il modo di dire sembra che derivi da Alexander G. Bell, l’inventore del telefono, che ebbe molto successo dopo parecchi fallimenti.
Ciò che mi colpisce, dopo un rapido controllo, è che il detto in inglese e in francese non parla di un portone, ma solo di porte.
Ma quand’è che noi italiani siamo diventati così spropositati.
In ogni caso, il fatto che oggi vi racconto è uno dei pochi che dimostrano la giustezza dell’asserzione.
Ma, per cominciare, altre due citazioni.
1. «Cavalleresco: architetto che prima progetta la porta e poi te la apre», Michele De Lucchi nel suo delizioso Gli attributi dell’architetto.
2. «Quando si chiude una porta, si può aprire di nuovo, perché di solito è così che funzionano le porte», Albert Einstein, che taglia la testa al toro.
E, a proposito di tori, mettiamone subito uno in scena.
Cattivissimo.

Personaggi. 1. Il Minotauro, una specie di freak col corpo umano e la testa taurina non sappiamo quanto infelice, nato dall’unione della madre Pasifae con un toro.
Lei era sposata con Minosse, re di Creta e evidentemente aveva bisogno di distrarsi.
(Il grande grattacapo delle donne, da Madame Bovary, avanti e indietro: la noia).
Il Minotauro, che era impresentabile, venne chiuso in un labirinto e ogni anno pretendeva in pasto sette ragazzi e sette ragazze ateniesi.
Tutti gli venivano concessi per via di un vecchio conto in sospeso che qui non vi sto a dire.
2. Teseo, eroe vissuto in Atene una generazione prima della guerra di Troia.
Dopo una serie di imprese mirabolanti, si offre per accompagnare i ragazzi che erano il tributo al Minotauro e farlo fuori.
(È arrivato Cacini).
Per indicare l’umore dell’impresa, il padre gli fornisce delle vele nere, da sostituire con vele bianche al ritorno a casa nel caso la missione fosse stata coronata da successo.
3. Arianna, figlia di Minosse e di Pasifae, dunque sorellastra del Minotauro.
Perde la testa per Teseo, lo aiuta con il famoso filo che l’avrebbe condotto fuori dal labirinto, spera che lui la porti via con sé e la sposi (voi che sapete: come sono le donne).

La storia. Teseo uccide il Minotauro, esce dal labirinto, imbarca Arianna.
Ma l’abbandona sull’isola di Nasso.
C’è pure chi sostiene che da qui viene la locuzione «piantare in asso».
Lei, tristissima, vuole morire.
Nell’opera Ariadne auf Naxos di Richard Strauss/Hugo von Hofmannsthal, che sono pure loro, proprio come Mozart/Da Ponte, un po’ Mogol/Battisti, c’è un bellissimo tentativo di consolare la giovane donna da parte di Zerbinetta, una maschera della Commedia dell’Arte, che le dice che gli uomini sono fatti così, infidi, una breve notte, un rapido giorno, un moto dell’aria, il lampo di uno sguardo, tutto cambia il loro cuore.
È successo anche a lei.
(Andiamo bene).
Qui trovate l’interpretazione dell’aria di Zerbinetta di una deliziosa Sabine Devieilhe.
Ma non si capiscono le parole. E che ve ne importa, abbandonatevi alla leggiadria di questa voce, a me capita regolarmente di non capire la vita, cosa forse più grave, visto che non trovo da nessuna parte un libretto o una traduzione che mi aiutino.
Ma, stavamo dicendo, se si chiude una porta, si apre un portone.
Quindi ecco che arriva l’uomo cui Arianna è destinata.
Più portone di così.

Vi presento Dioniso. Secondo me, non c’è gara.
Davanti a uno come lui, Teseo fa la figura del cioccolataio.
Nato da Giove e da Semele, Dioniso ha una vita a dir poco avventurosa.
È il dio della viticoltura, dell’esaltazione dei sensi, della gioia e della festa.
Ha armi e arti magiche.
Lui è la glorificazione dell’ebbrezza, fisica e spirituale.
Tutto il contrario di quel musone di Teseo, che casomai era pure astemio e che, per quanto trionfante, è talmente stordito da dimenticare di cambiare le vele da nere a bianche quando rientra.
Il padre vede da lontano quei segni di lutto dovuti alla distrazione e si suicida, gettandosi in mare.
Orfano e pieno di sensi di colpa.
Ben ti sta, così impari ad abbandonare le donne su un’isola.
Nel frattempo, Dioniso, di ritorno da uno dei suoi viaggi esotici, passa proprio da Nasso, vede Arianna, se ne innamora e la sposa.
Teseo, tesoro, ti chiamo io quando sono un po’ più libera.
Per darvi conferma di quanto detto, vi mostro un gran bel Bacco (più o meno la versione più recente di Dioniso), giovane e piuttosto canaglia, così come appare nel dipinto di Velázquez Los borrachos, che tradotto significa Gli ubriaconi.

Diego Velázquez, Los Borrachos (Gli ubriaconi), 1628

Accanto al dio, così carnale, c’è uno dei suoi accoliti, che sarà pure rozzo, ma che tiene il calice proprio come un sommelier.

Biglietto n° 24. L’Arianna addormentata (sec. II d. C.). Solo per motivi di veniale campanilismo scelgo la versione dei Musei Vaticani dell’opera protagonista del biglietto di oggi.
Perché c’è una statua del tutto simile anche agli Uffizi, che vi mostro, in modo che possiate fare un confronto.

Arianna addormentata, Uffizi, Firenze

Comunque, mia nascita a parte, l’Arianna romana è la migliore delle repliche di un originale ellenistico perduto.
E non stupisce, davanti a un soggetto così suggestivo, che esso sia stato  più volte replicato e che il modello in bronzo della scuola di Pergamo, databile al sec. II a. C., diventi per noi un fantasma e un oggetto di desiderio.
Arianna è addormentata in una posizione elegante e scomoda, il viso appoggiato al dorso della mano sinistra, il braccio destro sopra la testa, l’abito che le è scivolato scoprendo un seno, il panneggio annodato, ripreso, sontuoso, che ci riporta alla bella descrizione che Giovanni Becatti fa di quelli raffinatamente virtuosistici di centri fra cui lo studioso comprende anche Pergamo: «i panneggi… acquistano un complesso fluire di pieghe profonde, di lembi fastosi, di plastici rotoli, di groppi, di nodi».
Quasi un guscio, una corazza che pure rivela lo splendore del corpo, che la replica degli Uffizi spoglia un po’ di più.
Dunque, vulnerabilità e sensualità, con l’offerta di sé che esprime qualunque creatura addormentata.
Ritenuta a lungo una Cleopatra per via del bracciale con il motivo del serpente che indossa su un braccio, e la regina d’Egitto si suicidò facendosi mordere da un aspide, Arianna nei secoli è stata oggetto di molte attenzioni.
La replica degli Uffizi, per esempio, è stata pesantemente restaurata, con aggiunte, integrazioni, sostituzioni, addirittura entrate e uscite nelle collezioni museali fiorentine, delle quali non fu ritenuta degna «per quel poco che ha d’antico».
Ma così come era uscita dagli Uffizi nel 1794, Arianna ci ritorna nel 2012.
Evidentemente, in questi nostri tempi in cui non si capisce perché su un corpo femminile tutto debba essere autentico e in situ fin dalle origini, anche lei è stata presa così com’è, pure con qualche rilettura e revisione.
Ma qui non parliamo solo di restauri e occupiamoci quindi dell’attenzione che le hanno riservato artisti che a lei si sono ispirati.
Per esempio Tiziano, che cita la sua posizione e il suo splendore fisico nel dipinto del Prado Il baccanale degli Andri, dove vediamo l’isola prediletta da Bacco, Andros, nelle Cicladi, dove si celebrano il vino e i suoi effetti.

Tiziano, Baccanale, 1526

La ninfa nell’angolo inferiore destro, esausta e voluttuosa, deriva evidentemente dal modello del nostro biglietto di oggi, forse desunto da un sarcofago sul quale pure compariva e che era stato disegnato e riprodotto da artisti del Nord Italia.

Tiziano, Baccanale, 1526 part.

Per non parlare di De Chirico, greco di nascita e di educazione, per il quale il mito di Arianna sembra essere stato un filo conduttore di molta della sua produzione.
Vi propongo come esempio la Malinconia del 1912, che introduce anche il nostro MaxiSorbetto di aprile,  Il sapore dello spleen.

Giorgio De Chirico, Melancolia, 1912

Perché tutte queste donne sembrano più malinconiche che disperate, e noi sappiamo quanto uno stato d’animo differisca dall’altro e soprattutto quanto la malinconia sia il luogo della creazione, l’invaso all’interno del quale si trovano la forza e le vie d’uscita che sono estranee alla disperazione.

Le notizie. Il lunedì abbiamo ormai lanciato il nostro corso di storia dell’arte Fare ordine nel disordine: Suprematismo (Russia); De Stijl (Olanda); Bauhaus (Germania), quest’anno una Stagione unica con 11 Episodi, tutti irresistibili.
Giovedì 24 marzo con il Sorbetto op. 70 Primavera non bussa degustiamo una stagione che è l’incarnazione medesima del concetto dei Sorbetti: nuova, fresca, aperta alle innumerevoli possibilità che ci sono in ogni inizio.

Il titolo. Tutte queste donne, ciascuna a modo suo, abbandonate, suscitano la mia simpatia e mi fanno venire in mente una cosa che ho letto in un’intervista a una brava scrittrice italiana dei nostri giorni.
Lei ha raccontato di aver visto in un ospedale di Roma questa scritta: «Se non potete guarire, curate; se non potete curare, consolate».
Non potendo io per via della lontananza nel tempo e nello spazio né guarire, né curare, mi trasformo a modo mio in Zerbinetta e scelgo per cullare il loro sonno la più bella barcarola che mai sia stata composta, quella che con due note e due voci è capace di creare l’incanto.
Ed ecco per loro, ma anche e soprattutto per voi, il brano de Les Contes d’Hoffmann (I Racconti  di Hoffmann) di Jacques Offenbach/Jules Barbier interpretato qui da Anna Netrebko e Elīna Garanča, vestite da libera uscita.
«Belle nuit, ô nuit d’amour / Souris à nos ivresses / Nuit plus douce que le jour / Ô, belle nuit d’amour! / Le temps fuit et sans retour / Emporte nos tendresses / Loin de cet heureux séjour / Le temps fuit sans retour  / Zéphyrs embrasés / Versez-nous vos caresses / Zéphyrs embrasés /Donnez-nous vos baisers!»
Stavolta però vi traduco io le parole:
« Notte bella, o notte d’amore / Sorridi alle nostre ubriacature / Notte più dolce del giorno / O bella notte d’amore! / Il tempo fugge e senza ritorno / Porta via le nostre tenerezze / Lontano da questo soggiorno felice / Il tempo fugge senza ritorno / Zefiri incendiati / Versateci le vostre carezze / Zefiri incendiati / Dateci i vostri baci».
La barcarola è una melodia cullante che si ispira al canto dei gondolieri e che si affaccia tutte le volte che in una scena compare Venezia oppure un altro luogo d’acqua.
Qui l’azione si situa in diversi posti nei primi anni del XIX secolo.
Nell’atto IV siamo appunto nella città lagunare e due interpreti cantano la barcarola del titolo: la cortigiana Giulietta, soprano; l’amico del protagonista (Hoffmann, poeta) Nicklausse, contralto.
Il contralto è una donna.
Ovvero, qui siamo davanti a un ruolo en travesti, «quel personaggio d’opera che richiede una voce di sesso diverso da quello rappresentato».
Se state pensando che l’argomento è tremendamente attuale, siete nel giusto. E come sempre, l’arte, in questo caso la musica, la sa molto più lunga della cronaca e del contingente.
Perché, altrimenti, che arte sarebbe.

State bene e fate cose belle che, pure se non vi guariscono, e spero che una guarigione non vi serva, vi consolano.
E poi aprite tutte le porte chiuse che volete aprire.
Tranne casi disgraziati che stanno soprattutto nelle favole (vedi Barbablù), le porte chiuse sono fatte per essere aperte.
E entrate prendendo esempio dalla primavera: sicuri. Stavolta non c’è bisogno di bussare.

*L’illustrazione di apertura è di Lorenzo Rocco


** L’assistenza tecnica, attenta e solerte, ovvero impagabile e consolatoria, è di Virgilio Piccardi
*** Dalla #80 della scorsa settimana, ritorno a pubblicare le Newsletter sul mio blog, con il décalage che giustamente richiede l’invio settimanale agli abbonati. Rubrica: Ispirazione. E ci mancherebbe

NEWSLETTER #80 Sottovoce. Biglietto n° 23: il gruppo marmoreo di Pan con la capra, sec. I d. C.

Pan e la capra, sec. I d. C., part.

Le intenzioni. Ho lavorato a una versione spigliata, scapricciata e alleggerita, insomma: marzaiola, della Newsletter.
Solo biglietto e notizie.
(Io come zodiaco sono tutta marzaiola, segno e ascendente, quindi so di che parlo).
Ma, come dice la bella introduzione di un bel libro che sto leggendo, «Si è fatto tardi. Andiamo».
Dunque, seguitemi.

Biglietto n° 23: il gruppo marmoreo di Pan e la capra (sec. I d. C.). Una volta sono andata per il mio viaggio di studio estivo a Bordeaux.
La mia idea era di vedere tutti i luoghi d’arte e di bere benissimo.
Stavo in una grange un po’ fuori città.
La grange sarebbe in teoria un fienile o un granaio, ma può essere ristrutturata, con dei risultati che, almeno quella volta, erano di un’eleganza impeccabile.
Una mattina, aprendo la finestra della mia camera, e tutte le camere erano al piano terra, con una situazione indipendente, una mattina, dicevo, mi sono trovata davanti due pavoni che mi guardavano.
Lui, bellissimo; lei, un po’ meno.
Io non penso male dei maschi vanitosi, anzi, se non superano i limiti, li trovo divertenti.
Avevo noleggiato una macchina, rigorosamente francese per intonarmi allo spirito del luogo, uscivo la mattina e rientravo per cena.
Sulla strada c’era un boschetto e già il primo giorno mi ero fermata a guardare delle caprette che pascolavano.
Una di esse mi venne incontro, decisa e diretta, mi dette una testatina e io capii che voleva essere grattata fra le corna.
Cosa che feci volentieri.
Strappai anche un po’ di erba dal prato e gliela porsi.
Lei scacciò tutte le compagne e si mise a mangiare dalla mia mano, cosa quasi insensata, visto che l’erba era tutta a sua disposizione.
Ho detto quasi, perché pure le caprette capita che siano sentimentali.
Due volte al giorno, andata e ritorno, mi fermavo da lei e sono sicura che lei riconosceva il motore della macchina, perché mi veniva incontro trotterellando ad andatura sostenuta e mi porgeva subito la testa da grattare.
Gli addii furono strazianti, ammetto che pensai anche di trasferirmi a Bordeaux, la città è bella, aristocratica, un po’ fuori dai circuiti turistici.
E si beve benissimo.
Però, con quello che avevo da fare in Italia.
Pensavo però alla capretta che mi aspettava e questa cosa mi faceva stare male.
Quando sarò (molto) vecchia, me ne andrò a vivere in campagna e mi prenderò una capretta, un po’ nello spirito della pastorelleria rococò.
Nel frattempo ho sviluppato una simpatia per questi animali e non sfugge alla mia attenzione il bellissimo gruppo di Pan con la capretta sua, esposto nel cosiddetto Gabinetto segreto del Museo Archeologico di Napoli.
Che io continuo a chiamare così e non MANN, perché trovo demente questa cosa di chiamare i musei con un acronimo (***), se non si cambia il nome alle barche e ai cani dell’allevamento, tantomeno il nome andrebbe cambiato a queste istituzioni insigni.
A Napoli, poi, bastava dire Museo, pure al tassista, e tutti capivano.
Adesso, chissà.
Ma chi è Pan.

Pan e la capra, sec. I d. C., part.

«Divinità greca dei boschi e dei prati, delle greggi e delle mandrie», il greco Πάν (= tutto) permea di sé ogni cosa.
Vive in Arcadia, un po’ la regione del Peloponneso, un po’ di più il paradiso romantico dei poeti pastorali. Questo luogo è abitato da ninfe e da pastori e, evidentemente, anche da animali, visto che nell’opera del biglietto di oggi egli si intrattiene con una capretta.
Si intrattiene nel senso che ci fa l’amore, in un’atmosfera squisita di complicità e di languore, con lui che tiene lei per la barbetta, i due, che non è che siano del tutto umani, anzi, che sono però disposti come gli umani sono disposti spesso, vis-à-vis.
Se lei non avesse gli occhi socchiusi, i loro sguardi sarebbero fissati l’uno nell’altro.

Pan e la capra, sec. I d. C.

Il dio ha il volto caprino, orecchie a punta e corna e ha ereditato da Dioniso i piedi, anch’essi caprini.
Perché Pan fa parte del suo seguito, in compagnia di satiri, menadi, di Sileno, Priapo e di centauri.
Si capisce al volo, no?: tutta brava gente.
La composizione di Pan con la capra è come chiusa in un parallelepipedo e misura cm 44, 2 x cm 47,5, è cioè piccola ma non è un soprammobile.

Pan e la capra, sec. I d. C.

Viene dalla Villa dei Papiri di Ercolano e viene dal grande peristilio, tutto articolato intorno al tema dionisiaco.
Guido Piovene, nel suo Viaggio in Italia compiuto fra il 1953 e il 1956, racconta di aver incontrato a Napoli l’indimenticato archeologo Amedeo Maiuri, che gli ha fatto da mentore per la sua personale scoperta della città partenopea e dei luoghi sepolti dall’eruzione del Vesuvio del 79 d. C.: «Ercolano distrutta dalla lava, che essendo di passo più lento, permise agli abitanti la fuga», lava che però poi, pietrificata, ostacolò gli scavi.
Quando il gruppo scultoreo venne ritrovato, considerato subito «cosa lascivissima», fu chiuso nell’armadio del restauratore Canart.
L’inaugurazione nel 2000 del Gabinetto segreto gli ha restituito una piena visibilità, anche se il turbamento non è cessato.
Basta dare un’occhiata all’account Instagram del Museo, dove un post del 18 marzo del 2020 è commentato dal pubblico in modo salace o scandalizzato, anche con invocazioni alla censura.
Cosa che lascia i due innamorati del tutto indifferenti, indaffarati come sono, lui, ghignante, lei, belante, a conoscersi, frequentarsi, dimostrare al mondo che in amore tutto è possibile.
Ma che volete di più.

Le notizie. Lunedì 14 marzo alle 18:00 ho ripreso il superclassico Corso di storia dell’arte, seppure con un ritardo epocale.
Dunque, la Stagione stavolta è unica, con soli 11 Episodi e il titolo è Fare ordine nel disordine: Suprematismo (Russia); De Stijl (Olanda); Bauhaus (Germania).
Giovedì 17 marzo è la volta dell’op. 69, il Sorbetto erotico.
Ripeto e confermo che il numero è venuto fuori da solo, perché da soli si fanno i Sorbetti, che sono fra le cose migliori che io abbia prodotto in professione.
Stavolta, guidati da Platone e da Roland Barthes, che sono coloro che meglio hanno raccontato Eros in tutte le sue forme, andiamo alla ricerca dell’espressione intima e privata dei nostri artisti, occidentali e orientali.
Non potevo non introdurre il Sorbetto con l’Amor di Caravaggio, impertinente, impudente, sfrontato, divertito: vincitore.
Qui, un particolare.

Caravaggio, Amor vincitore, 1603, part.

Per l’insieme e il resto, venite a degustare con me, in diretta o in replay, il Sorbetto.

Il titolo. Le logopediste dicono che fa male parlare sottovoce.
Che fa male parlare a voce alta.
Che fa male il fumo, l’alcol e il raclage e che, se ti devi schiarire la voce, è meglio un colpo di tosse.
Ma fa male anche la tosse.
A me fanno male le logopediste.
Per dimostrare, però, che non ce l’ho con loro, dedico alla categoria, ma dedico soprattutto a voi, Parla più piano, dall’immortale colonna sonora del Padrinoqui nell’interpretazione di Jonas Kaufmann.
A me i cantanti lirici alle prese con la musica leggera non piacciono.
Troppo melodrammatici.
(Appunto).
Pure stavolta non faccio eccezione.
E Kaufmann lo preferisco quando canta Verdi o Puccini.
Però lui è sempre un gran bel vedere e la faccia invasa dallo stupore di quella ragazza in platea, catturata dal regista, è impagabile e lo stupore è sempre un gran bel sentimento.
E lei è costretta anche a riprendere fiato, come se lui il fiato glielo avesse tolto.
Del tutto d’accordo.

State bene e fate cose che possiate raccontare sottovoce, di solito sono le cose più belle che si possano fare.

* L’illustrazione di apertura è di Lorenzo Rocco


** L’assistenza tecnica è di Virgilio Piccardi
*** «L’Italia di Mussolini e la Germania di Hitler moltiplicano questi acronimi dove l’individuo sparisce nella sigla del corpo di cui formava il tessuto. L’acronimo è la forma attenuata della matricola, che si tatuerà sull’individuo deviante», Jean Clair, Journal atrabilaire, 2006
**** Il Museo di Napoli compare nel Viaggio in Italia (1954) di Rossellini.

Roberto Rossellini, Viaggio in Italia, 1954

Certo che Ingrid Bergman, svedese, alta come spesso sono alti i nostri uomini e vestita da Fernanda Gattinoni, nell’incendio di umori partenopeo sembra una presenza un po’ stranita. Però proprio da questo contrasto esce fuori il senso del film: il confronto fra una coppia in crisi amorosa e i legami che nemmeno la catastrofe dell’eruzione del Vesuvio è riuscita a sciogliere. Tipo il legame di Pan con la sua capretta

IL BELLO DELLA LAMPADA CON LA LAMPADA

Edi (Little Helper), Walt Disney

Da ragazza, un uomo così non lo avrei degnato di un’occhiata.
Adesso mi piacerebbe conoscerlo.
Che diceva quella canzone, ah, sì: come si cambia.
Se gli togli gli scarponcini con i lacci e il giubbotto di pelle, potrebbe stare bene nella Bibbia, nel ruolo di un profeta o di un apostolo.

Michael

È giovane ma non giovanissimo, essendo un progettista, è nella sua fase d’oro, talento e esperienza.
(Prima o poi dobbiamo parlare dell’età degli uomini, e che solo quella delle donne).
Così mediterraneo, scuro, nato a Cipro, mi chiedo come stia nel grigio di Londra, se ogni tanto sente la mancanza del suo mare e dei suoi colori.
Ha studiato da ingegnere civile al London’s Imperial College of Science Technology and Medicine, poi ha conseguito un masters degree, che è la nostra laurea magistrale, in industrial design al Royal College of Art.
Insomma, è una persona seria.

Michael Anastassiades è entrato nella mia vita il 2/02/2022 perché mi sono comprata una sua creazione: la nuova lampada per il mio salotto.

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SUL MARE LUCCICA: QUATTRO ANNI DI BLOG

Sul mare luccica la  nostra barca
Tesa nel vento il suo nome è sentimento
Stella d’argento sono contento
Tu m’hai portato nella mano in cima al mondo
Stiamo a vedere quando uscirà
Con gli occhi cosa ci domanderà

Piccola Orchestra Avion Travel, Sentimento, 2000

Quattro anni di blog, tempo di bilanci.
Invece no, solo il piacere di avere un luogo che è un confessionale, che è sempre accogliente qualunque cosa accada fuori, che è frequentato oltre che da me da persone evidentemente affini.
È l’ultimo anniversario che festeggio, l’età ormai è adulta, l’esperienza è fatta, anche se l’esperienza non basta mai, il gusto della scrittura è intatto, spero che il mondo continui a ricordarsi di noi.

Grazie a tutti.