Economia domestica (page 1 of 3)

Mia sorella, più grande di me, alle scuole medie aveva un libro di Economia domestica che mi affascinava. Si insegnava alle ragazze come tenere una casa, usare gli elettrodomestici, risparmiare sulla spesa, occuparsi di igiene, anche in caso di malattia della prole. Sono un’intellettuale ma con l’animo da casalinga, mi piace che la biancheria sia bianca e in ordine, che nel frigorifero ci sia tutto ciò di cui ho bisogno o voglia, ho scorte di detersivi ben fatte e tengo sotto controllo i tempi di lavaggio delle tende. Non me ne importa niente di sembrare fissata, per prima cosa non lo sono, e poi, come è noto, le cose su cui ci fissiamo sono quelle che ci riescono meglio.

CORONA BLUES, 13: #STATEACASA

Senza il tuo amore

Murakami Haruki, 1Q84, capitolo 13. Aomane

Con il 50% di probabilità di azzeccarci, sbaglia.
Succede.
Anche se non mi sembra così difficile da capire.
La griglia della cucina a gas si sovrappone ai fuochi, quindi le aperture dell’una e il diametro degli altri corrispondono.
I fuochi sono due grandi, uno medio, uno piccolo.
Se la griglia è messa con le parti invertite, la padella con dentro l’olio che frigge traballa.
Dopo averlo sfilato, non capisce come si rinfila nel supporto uno degli specchi del bagno, quello che mi porto in viaggio per truccarmi.
A occhio e croce mi sembrerebbe un’operazione nelle corde di un bambino di cinque anni.
Volendo proporre un parallelo, è come non capire qual è la scarpa destra e quale la sinistra. Se pure non lo vedi, te ne accorgi quando te le infili.
Le scarpe non sono come i guanti usa e getta, ambidestri. Se fossi mancina salterei su per la discriminazione, chiamateli ambisinistri.
Non sono mancina.
E i guanti veri si distinguono.
Per capire quanto è difficile stare al mondo, basta vedere come l’altra tenta di cambiare il sacchetto dell’aspirapolvere, che ha due versi, di cui uno dovrebbe prendere mentalmente nota, se non basta mentalmente, farsi una foto col telefono o scrivere la nota su un pezzo di carta.
Se si mette il sacchetto dalla parte sbagliata, il coperchio dell’elettrodomestico non si chiude o, se si chiude, la polvere finisce nel motore.
Un’altra ancora, che pure stira bene e fa camicie come corazze, non distingue il dritto dal rovescio, uno dice, guardi, la prego, qui c’è la cucitura.
Se c’è la cucitura, a meno che non sia una creazione di Sonia Rykiel, che aveva questo vizio, o di quella marca di T-shirt che gioca al ribasso sul medesimo campo, siamo al rovescio.

Una casa ha il suo carattere, la sua storia, le sue fisime e le sue trappole.
Qualunque persona se ne occupi, va seguita passo passo, perché altrimenti ti crea qualche guaio.

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CORONA BLUES, 7: IL GUAITO DEL CONIGLIO

Ma che ragionamento è.
Certo che se lo sai, non ci caschi.
Ma il fatto è che non lo sai, quindi, ci caschi.
Eppure sembrava una persona così affidabile. Eh, infatti, è delle persone affidabili che devi diffidare.
Sì, però poi, di chi puoi fidarti.

In francese si dice poser en lapin.
Nel 1880 significava «non retribuire i favori di una ragazza», all’epoca, infatti, lapin  che è, certo, un coniglio, significava anche un rifiuto di pagamento.
In  seguito ha pure designato un viaggiatore clandestino.
L’espressione, nella sua forma attuale, sarebbe apparsa intorno al 1890, quando alcuni studenti cominciarono a impiegarla per l’atto di non andare a un appuntamento, senza avvertire la persona che aspetta.
Ciò potrebbe derivare da «laisser poser», «fare attendere qualcuno».
Più brutalmente, in italiano si può tradurre con «dare buca» o, peggio, «tirare un bidone».

Insomma, mai avrei potuto pensare che una persona così mi avrebbe posato un coniglio.
Sto dicendo, tirato un bidone.
E invece.

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CANDY CANDY

«Schizza».
Tutti dicono che schizza.
Conduco una mini inchiesta e tutti me lo ripetono.
Manco fosse Pollock. Quello sì, che schizza.
Lo dice molto bene il mio testo più bello di arte americana, dice che lui beve «like a fish», che dipinge in modo rischioso, senza alcuna protezione, e stiamo sicuri che non stiamo parlando di schizzi, dice che non è capace di contenere la violenza che lo abita e le sue insicurezze sessuali.
Muore nel 1956 a quarantaquattro anni schiantandosi con una grossa macchina con dentro due ragazze, nessuna delle quali è la moglie.
Lui è stato quello che «broke the ice»; che ha risposto alla solita signora che gli chiedeva perché non dipingesse la natura: «I’m nature»; quello che ha risolto la sua carriera in soli quattro anni, dal 1947 al 1951: prima aveva dipinto figure totemiche e simboliche, poi, si è andato a sfracellare con la sua Oldsmobile cabriolet.
Un vero modello esistenziale. Pure per gli schizzi.

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IL PROFUMO DEL NATALE

Adolf Hohenstein, Scene per La Bohème, Puccini, Quartiere Latino, Natale

Mentre il Quartiere Latino le sue vie /Addobba di salsicce e leccornie? / Mentre un olezzo di frittelle imbalsama / Le vecchie strade? È il dì della vigilia!  / Là le ragazze cantano contente / Ed han per eco ognuna uno studente!  

Puccini, Illica & Giacosa, La Bohème, Quadro Primo

Kamal è del Bangladesh. Ha pure in testa il topi, simbolo di orgoglio nazionale.
Kamal è del Bangladesh, quindi che gliene importa del Natale.
Cortese, sorridente.
Avrei dovuto diffidare.
La settimana santa, no, mi sbaglio, siamo nell’avvento, è cominciata con la lavatrice rotta, la cucina allagata, il messaggio che ho mandato al mio tecnico alle 00:08 con su scritto abbia pazienza e compassione: è un’emergenza.
Avrei dovuto diffidare.
Perché il suo ultimo accesso WhatsApp risaliva al 17 dicembre alle 16:17 ed è rimasta una sola spunta tutta la notte.
È in ferie? In viaggio di nozze?
Ho saputo la mattina dopo che non lavorava più per quella ditta. Anzi, che la ditta non si occupava più della mia lavatrice, adesso si chiama direttamente Bolzano, lì c’è il centro smistamento.
Nel senso che poi mi mandano un tecnico dal Sud Tirolo.
Ma se vi ho appena detto che è urgente.

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IL LENZUOL PRODIGO

Giovan Battista Tiepolo, I venti, Palazzo Labia, Venezia, 1750

Solstizio d’inverno.
E un vento da cani.
Penso però, niente male, se asciugo il bucato porto domani mattina le lenzuola a stirare dalla signora Anna qui sotto e tengo un po’ il ritmo.
Dunque, prima di mettermi alla scrivania a preparare una lezione, stendo.
Ma stendo con cura, le cose piccole con quattro mollette, gli asciugamani, per lungo, così non sbattono contro il muro.
Il lenzuolo con almeno dodici mollette.
Già assaporo il guardaroba tutto a posto anche per Natale.
Devo stare attenta alla persiana, che va per suo conto, penso non è che mi viene addosso e mi fa male.
Tu pensa che Natale.

Stendo e mi metto a farmi i fatti miei.
Controllo ogni quarto d’ora perché il vento, si sa, inquieta.

Fra un quarto d’ora e l’altro, la visione: il filo del bucato è praticamente vuoto, garriscono al vento, sole, due federe.

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FENOMENOLOGIA DELLA DOMESTICA, 6: dove sono gli uomini? DULCIS IN FUNDO, 2

Ildebrando D’Arcangelo, Don Giovanni, a sinistra e Erwin Schrott, Leporello, Mozart/Da Ponte, Don Giovanni

La nobiltà ha dipinta  negli occhi l’onestà
(Mozart/Da Ponte, Don Giovanni)

Gli uomini, dipende da quando li incontri
Non so se sia quella cosa che si chiama tempistica. Non è un calcolo semplice, dipende da loro e da te, cioè dalla fase della vita nella quale stanno loro e dalla fase della vita nella quale stai tu.
Ne parlavo l’altro giorno con una cassiera del supermercato che, durante la pausa, prendeva il caffè al tavolo del bar con uno dei ragazzi.
Avevo fatto la spesa e mi sono fermata a salutarli.
Lei diceva che lui le sembrava suo figlio, io dicevo che a me sembrava un uomo giovane, certo, ma adulto, insomma, lui non suscitava in me nessun sentimento materno.
Il giovane uomo adulto (trentuno anni) ci guardava un po’ imbarazzato e un po’ incuriosito. Non so se aveva voglia di squagliarsi o di stare a vedere dove saremmo andate a parare.
Io ho fatto tutto un ragionamento secondo il quale ci sono uomini che una donna dovrebbe cogliere il più presto possibile, perché poi si guastano.
Altri che, invece, acquisiscono spessore con il tempo.
E poi dipende dalla fase esistenziale nella quale sta una donna.
In tutto questo, ha ragione il mio medico di riferimento, che usa spesso metafore e paragoni e che una volta mi ha parlato del tè, ovvero di un’infusione, che ha un sapore diverso a seconda di quando lo bevi.
Per esempio, quello che prendo io la mattina, sempre il medesimo perché sono una persona abitudinaria, sta in infusione quattro minuti.
Misurati con il timer che poi fa clic e suona.
Come dice il mio medico, se tu bevi il tuo tè troppo presto, non sa di niente.
Se aspetti troppo, diventa amaro perché il tannino è uscito fuori.
Ma sempre del medesimo tè si tratta.
Pure certe persone diventano amare se aspetti troppo. E un attimo prima erano insipide, dunque, imbevibili.
E sempre delle stesse persone si tratta.

Comunque, con tutti i calcoli e tutta la tempistica possibili, valutando tutto, troppo presto, troppo tardi, il momento è propizio, anzi, non lo è per niente, vi dico che io non ho mai incontrato in nessuna fase della vita mia o della vita sua e in nessuna età, né mia né sua, un uomo come Don Giovanni.

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FENOMENOLOGIA DELLA DOMESTICA, 5: dove sono gli uomini? DULCIS IN FUNDO, 1

Gustave Caillebotte, Le déjeuner, 1876

Uno dice e che ci vuole.
Beh, insomma.
Per prima cosa, il treno.
Un espresso che sembrava quello sul quale mia madre caricava alla fine della scuola i tre figli per portarli nel Piemonte natale perché lavassero nei fossi che abbondavano da quelle parti l’eventuale accento romanesco, come se là parlassero meglio, con tutte quelle e aperte, il Gigi e la Gabriella, andiamo, su, però c’erano i conigli nella stalla della cascina del nonno, e le galline che facevano le uova.
E poi c’era la bicicletta.
Comunque, ciao neh.
Dicevo, l’espresso. Che secondo me era rimasto quello, la linea corrisponde.
Solo che io mi fermavo prima e scendevo a Massa.
Scendevo a Massa perché un anno ho insegnato all’Accademia di Carrara.
Uno dice Massa-Carrara.
E che ci vuole.
Ci vuole che fra Massa e Carrara ci sono sette chilometri e che non c’era nessun mezzo per farli.
Un collega mi dette un consiglio: «Tu ti porti la macchina alla stazione di Massa e fai avanti e indietro».
L’unico problema era che poi sarei rimasta senza macchina a Roma.
E che ci vuole.

Fatto sta che non seguii il consiglio.

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FENOMENOLOGIA DELLA DOMESTICA, 4: dove sono gli uomini? seconda parte

James Bond e Oddjob in Goldfinger, 1964

Il guardaroba maschile è difficile da cambiare perché esso si iscrive nel reale. Si spiega, ha un senso, corrisponde a dei bisogni. Il jeans è un vestito da lavoro. L’abito intero è stato per molto tempo la tenuta della rispettabilità, in senso largo. Ma è stato rimpiazzato negli open spaces da altre uniformi, come jeans-baskets. Oggi un uomo porta un abito intero nei momenti di fragilità, come per meglio affermarsi: durante un colloquio di lavoro, davanti a un giudice.
Ma più che la rimessa in discussione del maschile, ci si può anche leggere la ricerca del confort.

Marc Beaugé, direttore di redazione della rivista di moda maschile L’Etiquette

Se non ce ne fossimo accorti, gli uomini indossano tutti un’uniforme, cosa che li rende riconoscibili al volo, basta saper guardare.
Il creativo, il giurista, il commerciante, l’intellettuale, l’artista, lo scienziato, il ladro di polli.
E ciò diversamente dalle donne, che confondono le tracce, per cui, per esempio, un paio di giorni fa sono andata a farmi visitare da una signora con una pettinatura spiritosa, i tacchi troppo alti per la mattina e una maglia in lurex: che poi fosse un medico, lo si capiva solo per dove stava.
Nemmeno un camice a salvare il salvabile.

Poi dice che uno ha dei dubbi.
Pure sulla diagnosi.

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FENOMENOLOGIA DELLA DOMESTICA, 3: DOVE SONO GLI UOMINI? prima parte

Mandrake e Lothar

«Che cosa comporta, esattamente, essere un uomo, uno vero? Repressione delle emozioni. Far tacere la propria sensibilità. Avere vergogna della propria delicatezza, della propria vulnerabilità…Non domandare aiuto. Dover essere coraggioso…Dare prova d’aggressività. Riuscire socialmente, per pagarsi le donne migliori…».
Se lo dice lei, Virginie Despentes, scrittrice e punk, avrà ragione. Ho un po’ pulito queste sue dichiarazioni, anche perché di altro, come, per esempio, di dimensioni e capacità performative, lascio discutere lei, omosessuale e femminista, che avrà senz’altro fatto l’esperienza di ciò di cui parla.
Siamo in King Kong théorie, e siamo ai nostri giorni.
Ma che relazione hanno gli uomini fra di loro quando la storia li porta a essere uno padrone e l’altro servo?

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FENOMENOLOGIA DELLA DOMESTICA, 2: le relazioni pericolose

Jean-Etienne Liotard, Dama vestita alla turca e cameriera, 1742

Relazioni morbide, quelle che intrattengono fra loro le donne.
Anche nel senso originario del termine, malsano, da morbus, perfettamente conservato, per esempio in francese, morbide.
Relazioni mai statiche, in spostamento continuo, madre e figlia, sorelle, cognate, amiche.
Serva e padrona.
Qui, poi.
Alleate o rivali, a turno e a seconda di come tira il vento.
E ciò soprattutto fino a quando il padrone di casa, marito della signora, poteva permettersi di prendersi con il personale di servizio delle libertà oggi diventate, per forza di cose, meno frequenti.
Vediamo di mettere nero su bianco qualche appunto.

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