Economia domestica (page 1 of 2)

Mia sorella, più grande di me, alle scuole medie aveva un libro di Economia domestica che mi affascinava. Si insegnava alle ragazze come tenere una casa, usare gli elettrodomestici, risparmiare sulla spesa, occuparsi di igiene, anche in caso di malattia della prole. Sono un’intellettuale ma con l’animo da casalinga, mi piace che la biancheria sia bianca e in ordine, che nel frigorifero ci sia tutto ciò di cui ho bisogno o voglia, ho scorte di detersivi ben fatte e tengo sotto controllo i tempi di lavaggio delle tende. Non me ne importa niente di sembrare fissata, per prima cosa non lo sono, e poi, come è noto, le cose su cui ci fissiamo sono quelle che ci riescono meglio.

PRIMA STIRO. POI, AMMIRO

Avevo uno zio militare nell’Aviazione, simpatico, singolare, era il fratello più giovane di mia madre e ogni tanto la veniva a trovare, lei, a Roma, lui di stanza qui e là.
Si stirava la divisa da solo, un po’ perché era sempre in giro e nei primi tempi non aveva ancora messo su famiglia, un po’ perché lui stirava benissimo, meglio di chiunque altro.
Avevo un’amica, d’accordo, un po’ maniaca, che impiegava quarantacinque minuti a stirare una camicia del marito, anche lui pilota, ma civile.
Una volta mi sono fermata davanti a una vetrina di una lavanderia a New York e mi sono messa a guardare un cinesino che stirava, se non ha impiegato quarantacinque minuti pure lui, ci è andato vicino.
Con tutta quell’apparecchiatura professionale, vapore che usciva da tutte le parti, passava e ripassava collo e polsi, ero come ipnotizzata, il lavoro non finiva mai.
Domani riapre la signora Anna, titolare di una delle mie due lavanderie, quella sotto casa mia.
Le porto le lenzuola da stirare da un paio di anni, da quando cioè ho fatto la prova, era luglio, la domestica stava in vacanza e volevo alleggerire un po’ l’economia della casa.
Quando non c’è la signora Anna, ovvero per tutto il mese di agosto, il quartiere mi sembra vuoto.
Ammetto che da un paio di giorni giro intorno alla sua saracinesca ancora abbassata, insomma, ho voglia di vederla.

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L’INVENTARIO, 12. HOME IS WHERE THE HEART IS

Ina Hattenhaurer, Doll’s House Sticker Book, Kitchen

«C’è sporco e sporco»
Louise Rafkin, Lo sporco degli altri. Avventure di una donna delle pulizie
da New York a Kyoto
, 1998

Alla fine mia madre ha avuto quello che voleva: una figlia casalinga.
Nella sua concezione del mondo, una femmina doveva da subito imparare a tenere bene una casa, poi trovarsi un marito e in seguito fare dei figli.
Esattamente in quest’ordine.
Qualcosa nella mia educazione deve esserle sfuggito, visto che, come già accennato, a nove anni, quarta elementare, quando lei cercò di iscrivermi al corso pomeridiano di cucito organizzato dalla mia scuola, io le risistemai le bretelle e le dissi chiaro chiaro che il corso di cucito se lo andava a fare lei, perché io ero un’intellettuale e, quindi, mi andavo a fare il corso di inglese.
Quelle prime parole, «How do you do» e «How are you», furono i segnali della mia emancipazione.
Relativa, perché, non ho mai capito se per le cure materne o se perché sono fatta così, per me la casa rimane il centro del mondo.

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IL SESSO DELLE POSATE, 3. MO VE FACCIO ER CUCCHIAIO

Armando Testa, 1961

Abito vicino a piazza Re di Roma e una volta mi capitò di vedere anteposto il nome di Totti a quello della fermata della metropolitana.
Così, l’ignoto tifoso, approfittando dell’invariabilità del sostantivo, aveva dato a Cesare quel che era di Cesare.
«Totti Re di Roma» in città l’hanno pensato tutti per molto tempo.
(Esclusi i laziali, dei quali al momento non ci occupiamo e con i quali mi scuso).
Il Capitano è considerato l’inventore del cucchiaio calcistico e gli episodi precedenti, seppure noti, sembrano avere meno importanza.
Tecnicamente «Il tiro a cucchiaio o rigore a cucchiaio…, se ben eseguito, fa sì che il pallone scavalchi letteralmente il portiere…è un tiro alto e lento così chiamato perché la traiettoria assunta dalla palla prende la forma di un cucchiaio rovesciato. Nella pratica, consiste nel tirare il pallone con il collo del piede, colpendolo nella parte inferiore. È un tiro rischioso e quindi praticato di rado dai calciatori».
Ma, come dicono i telecronisti quando la partita ha un guizzo inatteso, non finisce qui.

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IL SESSO DELLE POSATE, 2. FORCHETTA, FORCHETTINA E FORCHETTONE

Dotata di denti, detti rebbi, spesso aguzzi, dunque, atti ad infilzare; indispensabile in cucina; di forme, volendo, accattivanti, la forchetta non può che essere femmina.
Ed è tale in tutte le lingue che hanno un genere e che pure ogni tanto sono strambe.
Stavolta non ci sono dubbi.
Storicamente la forchetta appare con calma, ben più tardi del coltello e del cucchiaio, cosa che non mi convince del tutto, essendo essa presente quotidianamente anche sotto altre forme. Ci sono infatti forchette, forcine, forcelle, siamo sempre lì, un po’ dappertutto: presso gli archibugieri, per appoggiare l’arma; negli orologi, in comunicazione con il bilanciere;  in anatomia umana, sullo sterno e nella vulva; negli animali, uccelli e cavalli, per questi ultimi, nello zoccolo; in musica; nella dama e negli scacchi.
Insomma, un mondo biforcuto, triforcuto.
Quadriforcuto, quando parliamo della forchetta da tavola.

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IL SESSO DELLE POSATE: 1. COLTELLI, FRATELLI

Non ho mai capito questa cosa del sesso degli angeli.
Da sempre mi sembrano maschi, casomai maschi belli come è difficile trovarne, almeno a quell’angelico livello, però sempre maschi sono.
Un angelo femmina mi sembra parecchio improbabile.
Ho provato a fare un ragionamento simile durante una lezione con le posate.
E vi dico subito che le cose non sono andate lisce.
D’accordo, è l’epoca della confusione di genere e per questo argomento sono entrati in gioco anche altri fattori, insomma, non so se in aula siamo riusciti a metterci d’accordo.
Poco male. Comunque, adesso vi racconto.

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IL LENZUOLO DI SOTTO

Tempo fa, ero ai miei primi anni in Accademia, una collega a fine carriera mi invitò da lei a conoscere la madre.
La signora, che aveva superato i novant’anni, era una toscana vivace e mordace, di cui conoscevo per sentito dire il carattere.
Le due donne formavano una di quelle coppie come ce ne sono tante, coppie per me, che ho un orizzonte limitato e quando penso coppia penso a una sola possibilità, un po’ inconsuete. Insomma, madre e figlia vivevano insieme costituendo una comunità e una situazione stabile, come accade fra padrone e cane; un fratello e una sorella; un padre e un figlio; un uomo e un uomo; una donna e una donna e via elencando le infinite possibilità di relazione che la vita offre.
Le coppie vivono insieme, certe volte dividono la medesima camera, se non il medesimo letto, litigano, si riappacificano, si telefonano venti volte al giorno, non sanno stare distanti, si detestano, passano le vacanze congiuntamente, dicono «noi», non prendono nemmeno in considerazione la possibilità di una vita autonoma.
In quella situazione là si capiva benissimo che i ruoli, poco alla volta, si erano invertiti, la madre era diventata la figlia e viceversa.
A parte questa considerazione iniziale, la signora mi dette subito la prova di quanto possono essere perfide le donne.
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FERMENTI

Ieri sera ne ho fatta una grossa.
Voi dovete sapere che io sono una persona metodica, precisa, puntuale, affidabile, per niente distratta, sempre presente a se stessa.
Sono anche un’abitudinaria, ma questo, in questo caso, non c’entra.
Tutto ciò è frutto poco del carattere, molto di più della disciplina.
Come diceva Flaubert «Siate regolari e ordinati nella vostra vita in modo da essere violenti e originali nel vostro lavoro». Io questa massima ce l’ho scritta a caratteri cubitali sul moodboard vicino alla mia scrivania, quindi non me la scordo.
Del resto, se io nella mia vita facessi e avessi fatto uscire l’altro mio lato, quello caotico e inquieto, non caverei e non avrei cavato un ragno dal buco.
Ieri sera, però, è successo.
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SAPORE DI SALE

Clara Peeters, Natura morta con formaggi, carciofo e ciliegie, 1625

I Sapori dell’arte, 8. Lunedì 14 maggio 2018:  Sapore di sale

Come in ogni blog di successo, parliamo pure noi di cucina.
E in cucina il sale domina, senza sale si cucina da malati e malamente, l’importante è conoscere quel paio di regole indispensabili: 1. l’acqua della pasta, così vitale per noi italiani, deve essere salata come il Mediterraneo. 2. il sale nei cibi non si deve sentire, nel senso alto e nel senso basso, ovvero il cibo non deve sapere di sale (che si mette nei cibi, cucinando, per esaltarne il sapore), né di sale deve mancare.
In quest’ultimo caso il cibo è sciapo, che è un sinonimo di sciocco, termine che si usa anche con le persone, a indicare quanto, mancando esse di sale, «simbolo del senno, della saggezza, dell’intelligenza», mancano di alcune delle virtù più importanti per stare al mondo, mettendo io al primo posto l’intelligenza, che apprezzo sempre molto, laddove, come è noto, il senno, per la precisione quello del poi, riempie le fosse e la saggezza va presa cum grano salis, cioè con un grano di sale, ovvero con discernimento.
Insomma, non esageriamo, a diventare saggi si fa sempre in tempo.
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DOLCE CASA

Il castello di Howl, la casa perfetta, completa ed errante

I Sapori dell’arte, 2. Lunedì 26 marzo 2018: Il Sapore della casa

Fosse per me, i locali pubblici se la passerebbero maluccio.
Bar, ristoranti, teatri, gallerie d’arte, sale da biliardo, parrocchie, hall di alberghi, tutto sarebbe vuoto.
Perché io sono la persona meno mondana che io frequenti (e si capisce che mi devo frequentare per forza).
Perché sono molto casanière, ovvero mi piace stare a casa mia e sono capace di starci come ficcata in una tana anche tre o quattro giorni filati, uscendo solo nottetempo per liberarmi di ciò che non mi serve, l’importante è che io abbia viveri, alcolici e film in quantità abbondante e poi che i miei due computer funzionino e che i servizi siano assicurati dall’esterno.
In casa posso fare tutto: dormire, mangiare, leggere, studiare, scrivere,  ascoltare musica, parlare al telefono.
Al limite, anche ricevere ospiti.
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HOT HOT HOT

In quanto femmina, da ragazza mi era interdetto viaggiare.
Non passava nemmeno per la mente, ai miei carcerieri, che uno spostamento avrebbe aperto i miei orizzonti. Anzi, a rifletterci sopra adesso, secondo me agli aguzzini questa cosa era chiarissima ed era proprio questo il principale motivo per cui dovevo languire fra casa a scuola: perché, insieme agli orizzonti aperti, loro sapevano benissimo che la mia testa si sarebbe riempita di grilli, ovvero di idee fantastiche, una più brillante dell’altra.
Facendola breve.
Quando finalmente e dopo anni riuscii a conquistare il permesso di stare qualche giorno fuori e mi fu offerta la possibilità di andare a Londra, pensavo che il mio cuore non avrebbe retto a tanta emozione.
Sopravvissi.
E ciò nonostante lo stupore violento che suscitò in me il primo impatto.
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