Trinity & Neo, Matrix, 1999

Ieri mi è andata di traverso la prima parte della giornata.
(E non vi sto a dire della seconda).
Prima parte. Appuntamento delle 13:00 saltato, ma saltato lì sul posto, non mezz’ora prima, dunque, un viaggio attraverso Roma senza scopo.
Da là, in centro per tre servizi, ovvero, commissioni.
Due andate in porto, della terza dovremo parlare perché sto cercando una lampada da terra per il mio salotto e da Flos a via del Babuino ho capito che ormai le lampade sono quasi tutte a LED integrati.
Ossia, se prima ti si fulminava la lampadina e tu la sostituivi, adesso la lampadina non esiste più, c’è una fonte di luce che non si capisce dove sta e se essa si rompe, tu la lampada, tutta, la devi rimandare in azienda.

Jasper Morrison, Superloon, 2015

E qui voglio capire come fai, per esempio, la Superloon di Jasper Morrison, che è uno che mi sta pure simpatico, è alta cm 1,97,  ha il disco diffusore con un diametro di cm 75 e pesa al netto kg 12.
E nemmeno mi piace.
E poi non mi voglio mettere in casa un oggetto suscettibile di creare una crisi istituzionale, voglio una lampada da terra, non una minaccia perenne.

Rientro, intercetto il corriere che aveva già provato a consegnarmi il vino, gli dico che se sta ancora dalle mie parti, me lo porto su da sola.
Finalmente ci vediamo dopo mesi di contatti.
È esattamente come me l’ero immaginato dalla voce, un ragazzetto con una dolce disponibilità nei confronti del mondo.
Casa.
Mi lavo le mani con l’acqua bollente.
Alle ore 16:00, a parte il vino, ho quasi buttato la giornata.
Quasi, perché con un po’ di organizzazione, riesco a recuperarla.
Decido che ho tutto il tempo per un film, che avevo messo in calendario.

Com’è Matrix 1999.
Inguardabile.
Noiosissimo.
Nella sostanza, un delirio.
Nella forma, un’operazione piena di pretese.
Insomma, Matrix è un film ridicolo.

Neo: me lo ricordavo carinissimo. È solo caruccetto, parecchio piripicchio, piuttosto femmineo, ma non è questo, i famosi occhi obliqui privi di sostanza.
Morpheus: un matto esaltato, un papposileno con la faccia butterata e un diastema, che alla fine rompe pure le catene come lo Zampanò di Fellini e che è stato catturato dopo un combattimento in una stanza da bagno conciata peggio di quella di Blade Runner, con la sua ingloriosa caduta finale sulla tavoletta del water, che si rompe, forse il dettaglio doveva far ridere, io l’ho trovato avvilente.
L’Oracolo: una signora in carne che sforna biscotti, fuma e che vive in una cucina con i magneti sul frigorifero e i fiori nel vaso di plastica.
L’equipaggio: uno assomiglia al mio vicino di casa, un altro al mio garagista.
Trinity: l’unica che sopporta la distanza del tempo, bella, sempre malinconica, spalle larghe, seni prorompenti dentro la tuta di pelle nera, una vita così sottile da fare invidia a una donna degli anni ’50 strizzata dentro il suo corsetto.

Trinity

Una che ha abboccato alle castronerie di Morpheus e che gli sta appresso senza nemmeno pensarci.
Mena come un fabbro, cammina sui muri, ovvio che si innamora del protagonista e, trovata niente male, da morto che era, lo risveglia con un bacio.
Praticamente una Biancaneve a ruoli invertiti.

Il telefono: l’eroico Nokia 8110, il mio durò cinque anni e lo buttai solo quando crollò l’antenna, ammetto che mi piaceva molto l’idea che fosse usato da quelli del film, oggi, di fronte al mio nuovo smartphone, fa l’effetto di una clava (piccola e nera) dell’uomo delle caverne.

Nokia & Neo

Ma come è possibile che un film che ha fatto la storia del cinema rivisto oggi si salvi solo per i costumi.
Perché la settima arte soffre così tanto sulla distanza, fosse che non è arte, l’arte, si sa, non invecchia.
Un film, invece.
Mi metto a pensarci, dopo aver avuto voglia di spegnere il lettore almeno venti volte, la noia mi sta divorando, è già tanto noiosa la vita, gli uomini che la sera franano sul divano davanti alla televisione, le donne diffusamente degli impiastri, i bambini queruli e petulanti, se ci si mette pure il cinema.
Non è una questione di lunghezza, per quanto 136′ fanno due ore e un quarto abbondanti, allora Cleopatra, allora Via con vento, che, invece, rivisti, vanno giù facile facile.
È una questione di ritmo.
E qui sta il paradosso, perché Matrix viene presentato come un film d’azione, ma l’azione non finisce mai, se proprio volete rivederlo, accontentatevi degli ultimi venticinque minuti, quelli dei duelli, anche se pure lì tutto è tirato troppo per le lunghe, tu pensi dai che è finito e invece quelli ricominciano.

Come è noto, siamo nel secolo XXII e c’è stata una guerra catastrofica, vinta da macchine intelligenti che chiudono gli uomini in bozzoli di gelatina per succhiare loro l’energia.
In cambio li illudono di avere un’esistenza normale grazie al programma Matrix, che simula una vita che ormai non c’è più, ma che sembra esserci, dove si vede pure una bella ragazza in abito rosso ed è possibile mangiare una bistecca succulenta.
Una volta di più, niente di nuovo, pure Platone sosteneva qualcosa di simile attraverso il mito della caverna, però il nodo sta nel come lo dici e qui devo citare Tosca, che dice a Mario Cavaradossi lo dici male e infatti ha ragione lei, perché lui sta pensando a tutt’altro, fosse pure non a una rivale.

Ed ecco il mistero dei fratelli Wachowski, i registi, Andy e Larry, entrambi transessuali, diventati sorelle con i nomi di Lilly e Lana.
Comunque, maschi o femmine, lo dicono male.

L’equipaggio

Morpheus è a capo di un gruppetto di resistenti, che mangiano una sbobba immonda e vivono come dei miserabili a bordo di un’astronave che ci riporta al Nautilus di Jules Verne.
Indossano maglie celestine poveristiche,  perché la vita è finita e bisogna riciclare tutto il riciclabile, ficcati in un luogo claustrofobico al quale non si capisce perché uno non dovrebbe preferire l’ultra stilizzato mondo di Matrix.
Pure se è un’illusione.
Perché, secondo voi, la vita che cos’è se non un’illusione.
E una bugia.
Una volta, quando all’angolo di strada che vedo dal mio balconcino c’era ancora un noleggio, riportai un dvd di non so più quale Uomo Ragno e il ragazzo mi chiese che cosa ne pensavo.
Gli dissi che mi era sembrato improbabile.
Lui alzò le braccia al cielo, letteralmente, e si mise a dire: «Sentitela, improbabile l’Uomo ragno».
Certo che è improbabile, però il cinema funziona se te lo fa dimenticare, questa è una delle sue maggiori virtù, tu stai in poltrona e te lo scordi perché il film ti ha risucchiato dentro, se tu continui a pensare di stare sulla tua poltrona, il film non funziona.
È la prova del nove: tu non vuoi rivedere una persona se non ti è piaciuta.
Se ti è piaciuta, vuoi rivederla.
Davanti a Matrix, ieri, non c’è stato un solo momento in cui io non abbia pensato adesso lo spengo.
Perché è improbabile, ma non perché come fai a credere che questi si menino senza che il fermacravatta si sposti di un centimetro, che Neo sia capace di fermare le pallottole, che l’Agente Smith finisca come Anna Karenina sotto le ruote del treno, in questo caso della metropolitana, lui, senza riportare nemmeno un graffio.
Matrix è improbabile per altri motivi, che non sono facili da individuare e sui quali sto ragionando.
Blade Runner, citato più sopra, invece e al contrario, non ha preso nessuna botta di vecchiaia.
Anzi.
Pur essendo precedente rispetto a Matrix di ben diciassette anni.
E allora.
Sarà merito di una storia, derivata da un campione del racconto di consumo come Philip K. Dick; di un regista versatile e marpione come Ridley Scott; della suggestione della storia d’amore fra Dechard e Rachael, straziante perché asimmetrica, lui, umano, lei, probabilmente, anzi, sicuramente replicante, ma piena di ricordi e di sentimenti; di un’intuizione clamorosamente romantica e decadente, dunque, modernissima, per cui io, che pure ho chiuso con gli USA, mi sono dispiaciuta di non essere poi andata a Los Angeles nel 2019, anno in cui è ambientato il film, come avevo da un pezzo stabilito di fare.

Rachael & Dechard

E che ne so.

Quello che so è che vedo il film almeno una volta al mese e che il dvd è messo nella mia raccolta all’esterno e dalla parte della copertina, perché si sappia, se uno ha la rara ventura di entrare a casa mia e di penetrare fino nel salotto, quello per il quale voglio trovare la lampada giusta, perché si sappia, dicevo, dove voglio andare a parare.
Perché, in sostanza, Blade Runner è un capolavoro e Matrix, no.
Matrix è con ogni probabilità una cosetta legata all’aria del tempo, quel tempo là, una cosa supponente, verbosa, Matrix è un videogioco fuori tempo massimo.
E inoltre.
I protagonisti passano di continuo da un mondo all’altro, ovvero dalla realtà reale alla dimensione seducente dell’illusione.

Murakami Haruki, 1Q84, 2009

Perché, che fanno Aomane e Tengo in 1Q84 di Murakami Haruki, una delle cose più belle che io abbia letto negli ultimi vent’anni, se non passare da un mondo all’altro, contrassegnati, prima il primo, poi il secondo, da una e due lune.

E dietro a tutto questo c’è Enki Bilal, geniale autore di fumetti, che con la sua Femme Piège, la Donna Trappola, è capace di racchiudere, con i soli mezzi espressivi del disegno, del colore e della sua personale sceneggiatura, tutti questi universi.
In Bilal ci sono, inoltre, le pillole rosse e blu, proprio come in Matrix.

Enki Bilal, La Donna Trappola, 1986

Perché è così che funzionano le cose.
Molto rumore per nulla.
Comunque e in conclusione. Ho detto, i costumi. Pensati da Kym Barrett, di sesso femminile, poi, va’ a sapere, pure a tornarci su mi sembrano l’aspetto migliore del film.
Almeno questo.
Neri, duri, i lug-sole boots, che tradurrei con stivali dalle suole toste, quelle che ti servono per camminare in qualunque ambiente metropolitano, hanno in sé qualcosa da consegnare alla storia del cinema.
Come pure gli occhiali scuri, che portano praticamente ininterrottamente i protagonisti, anche l’Agente Smith e i suoi degni compari.

Agente Smith, Agenti & Neo

E che hanno indossato, consegnandoli alla leggenda, anche, a turno, i protagonisti della Dolce vita e, poco prima, il Roger Thornhill di quello che da noi si chiama Intrigo internazionale di Hitchcock.

Per non parlare dell’ineffabile Holly Golightly, che fa colazione davanti alle vetrine di Tiffany sulla Fifth Avenue.

Perché, voi non portate come loro occhiali scuri dalla mattina alla sera, anche quando sembrano improbabili ed essi sanno solo e solamente di cinema.
Io, sì.
E non mi pare poco.

Dunque, agli occhiali scuri è affidato il compito di salvare dall’oblio cinematografico un film che non vale la sua fama.
Ed è un peccato.
Perché a noi la fama di un film sta parecchio a cuore, non fosse che perché un film importante abita la nostra esistenza e dovrebbe insegnarci, almeno questo, come raccontarla.