QUESTO SENTIMENTO DELL’ESTATE, 7: UNA FREDDURA

«Il vetro rivela in fretta passando
due persone ferme una gelateria

La paletta azzurra lui la avvicina
piena alle labbra di lei, la crema nelle pieghe
del rossetto sfumato. Gli sorride….» (Claudia Crocco, Vetrina)

In vita mia avrò mangiato, sì e no, un paio di gelati.
Anzi, a dirla tutta, ho fatto finta.
Cioè ho fatto in modo, a un certo punto, di liberarmi del bicchierino senza farmi troppo accorgere, certo non del cono, davvero mai mi sarebbe passato per la mente di mettermi a leccare un cono in pubblico.
Ho buttato il bicchierino e ho detto bene, possiamo andare.
Fino alla prossima volta, fino a quando qualcun altro non mi dirà, certe volte dandomi di gomito, altre addirittura strizzandomi l’occhio, «e adesso ti offro un megagelato».

Io odio il gelato.
Ecco,  l’ho detto.

Odio quell’alimento pesante, appiccicoso, quel gelo pastoso prima in bocca, poi giù fino allo stomaco.
A me il gelato me lo offre chi non mi conosce; a me, chi mi conosce mi offre un bel calice di un freddissimo Franciacorta. E se davvero mi vuole bene, mi propone tutta la bottiglia.
Io, del gelato, odio tutto.
L’ambiente Rimini ye-ye anni ’60 trasferito sull’Appia; il rituale del dopo cena, e adesso ci andiamo a prendere un bel gelato; le file a mezzanotte in mezzo alla strada proprio dove ci stanno le gelaterie rinomate; i nomi fantasiosi e improbabili, almeno siate seri e chiamate il vostro negozio con il nome di famiglia, non quelle cose impresentabili:
Sottozero; Gelatiamo; Dolci tentazioni; – 18 Menodiciotto ; Due metri sopra il gelo; Gelatonia; Gelatiamoci.
Ma per carità, il verbo gelatare manco esiste, è inutile che cerchiate di coniugarlo.
Del gelato odio l’indecenza, la gente accatastata sulla panchinetta davanti al negozio, tutti lì a prodursi in virtuosismi linguistici, ragazzini impiastrati, la faccia, le mani, una volta, a un appuntamento, uno mi ha fatto cadere su una scarpetta, una ballerina di vernice nera, una colata di non mi ricordo più che gusto,  ma allora sei cretino, ho pure impiegato tre ore a prepararmi.
Ultimamente mi hanno invitata in una gelateria siciliana inaugurata di recente. L’incubo, la fila con i numeretti, il girone infernale, il marciapiedi con i coni spiaccicati a terra, ci sono gelati che cadono sempre, e adesso, che faccio? Mi è venuto in mente di dichiarare che la nutrizionista me lo aveva vietato, non so perché ho detto nutrizionista e non dietologa, lo sento da quelli che ci vanno, a parte che queste specialiste sono tutte donne, immagino che ci sia una differenza fra l’una e l’altra e casomai faccio pure una figura miserabile se non distinguo, un po’ come quelli che, con me, si imbrogliano fra storico e critico d’arte, per non parlare di quelli cui devo spiegare che non sono un’archeologa, cioè, le cose fondamentali le frequento, però non sperate da me che vi dica qualcosa su un coccetto spaiato o su opus incerto in un altro senso.
Allora la nutrizionista mi ha messo il gelato fra gli alimenti proibitissimi.
La reazione è arrivata puntuale: semel in anno; prendine uno piccolo piccolo; non dirglielo.
(Non sono mai stata da una dietologa in vita mia. E manco da una nutrizionista. Ogni volta che ho parlato con un medico di alimentazione, quello mi ha detto di mangiare quello che mi pareva, addirittura a capriccio, di ingozzarmi, se solo ne avevo voglia. Mai avuto voglia di ingozzarmi in vita mia).
Non si scappa, non ci si può sottrarre all’assillo.
Allora facciamo che accetto una brioscina, però gentilmente me la incartano e la mangio domattina a colazione.
(La brioche con il gelato, altra cosa non gestibile, si morde o si lecca?).

Inoltre, da qualche tempo, il gelato è ricercato tutto l’anno.
Mi ricordo benissimo quando per me la persecuzione cominciava più o meno a metà maggio e si stendeva fino a qualche ottobrata locale. Poi, però, stavo tranquilla.
Adesso no, deve essere un po’ come per i calzoncini corti addosso a maschi di tutte le forme e di tutte le età, anche quelle più venerande, le gelaterie non chiudono mai e i maschi stanno sempre in mutande, credo che, antropologicamente, siamo alle prese con il medesimo mito dell’estate fissa, della vacanza perenne, della spiaggia come ultima spiaggia.
Odio l’estate e la sua indecenza.
Inoltre, voi prendete il banco dei surgelati. Io ne faccio un uso limitatissimo, però mi interessavano, in emergenza, i filetti di salmone confezionati singolarmente, mi hanno salvato più di una cena; e le pizzettine piccole piccole, mi hanno aiutato a cavarmela in più di un aperitivo.
Manco per niente. Non c’è più spazio, «Abbiamo messo i gelati», mi ha detto trionfante il mio amichetto addetto al reparto.
Tutto contento.

Una volta ho pure regalato una gelatiera. Ricordo di averci messo anche un bigliettino affettuoso, io, con le parole, sbrodolo, un po’ come in tanti sbrodolano con il gelato.
E in casa ho portato io stessa il mostro: all’epoca un contenitore che ingoiava una quantità inaudita di uova, di latte e di zucchero e poi si infilava in frigorifero con il filo elettrico attaccato alla presa di fuori.
Una visione surreale, il frigorifero con il cordone ombelicale non rimosso.
E quella girava, girava ore, girava ore e poi il gelato era pronto.
E adesso mi aiuti a mangiarlo.
Manco morta.
Poi dicono che gli uomini durante il matrimonio ingrassano.

Però adesso vi racconto una cosa, a mia parziale discolpa.
Anche se non capisco del tutto di che cosa dovrei discolparmi: ci sono gli astemi; i vegetariani; i vegani; gli apatici; gli studenti ciucci oltre ogni umana possibilità di ignoranza; gli allergici; gli intolleranti; gli asociali; i noiosissimi; i parafiliaci; le domestiche alle quali non entra in testa da che parte si gira, dopo spolverato, la bottiglia di profumo, eppure, che diamine, c’è l’etichetta; quelli col dispositivo bluetooth incastrato fisso nell’orecchio e mi domando come facciano, del resto pure le cuffiette, io manco sopporto gli orecchini con la clip, non vi sto a dire la mia incomprensione davanti a questa invasione perenne del canale auricolare; ci sono gli strambi; quelli che hanno quattro figlie femmine; quelli che hanno quattro figli maschi; le donne cui non piacciono gli uomini; gli uomini cui non piacciono le donne; le donne e gli uomini cui non piacciono né le donne, né gli uomini.
Possono ben esistere quelli che non mangiano il gelato, è inutile che stiate lì a strabuzzare gli occhi pensando ma a questa, che le passa per la testa.
Dicevo, a mia parziale discolpa, excusatio non petita, vi dico che sono un’estimatrice di sorbetti.
Sapete, quell’elegante preparazione che vi portano in tavola nelle grandi occasioni fra una portata e l’altra e che serve a cambiare sapore alla bocca, per prepararla al seguito del pasto.
Acqua, limone e zucchero.
Nell’opera lirica c’è anche l’aria del sorbetto: «Quando a teatro, anticamente, si mangiava un gelato, era segno che l’aria in corso non era un granché, come impegno compositivo e conseguentemente esecutivo (cantavano, insomma, artisti di second’ordine in parti marginali)».
Certo, mi domando perché non si chiami aria del gelato.
Forse perché sarebbe risultata fin dal nome troppo pesante, appiccicosa, indigeribile?

Ma la chiudo qui.
E la prossima volta che ci vediamo, se mi avete letta, fosse pure dandomi leggermente di gomito (cosa che non è che io apprezzi del tutto) o strizzandomi l’occhio (gesto di complicità evidente), ditemi adesso andiamo a berci un calice di Franciacorta, bello freddo, anzi, gelato.

Ci vuole così poco a far felice una donna.

4 Comments

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  1. Sabina Albano

    30 luglio 2018 — 7:19

    Amo il gelato, ma non posso non apprezzare il tuo scritto.
    Bello leggerti!

  2. Rosella Gallo

    30 luglio 2018 — 7:41

    Sabina cara, ti ringrazio molto, credo che quello che tu dici sia molto importante, io, qualche giorno fa, su un tuo commento cinematografico a proposito di Ozpetek, mi sono tanto interrogata sui gusti tuoi e miei. Insomma, prima del gelato, era accaduto altro. Bello, questo scambio

  3. Pensavo di offrirti un gelato in monatgna contemplando un panoram. Ma a ben vedere forse meglio un Trento doc (che, mi si permetta, anche solo per storia batte il franciacortismo 10 a 0) su una bella terrazza romana.

    • Molto volentieri. Ma è probabile che sia io in debito con te per via di quella faccenda del cavatappi, quindi: offro io

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