Sano, semplice, più economico di una bistecca di manzo, con il termine francese che lo indica, blanc de poulet, che contiene la magica parola bianco, il petto di pollo è quello che ci vuole per far felice una donna. Almeno, una donna del mio genere, di quelle che, come la Tosca di Puccini, vivono d’arte e di amore e si interessano al cibo soprattutto in senso estetico e concettuale.
Voi dite che è un piatto da malati? Forse, però tutta la dieta della persona delicata è suggestiva, minestrina in brodo con dentro un pezzetto di stracchino, riso all’inglese, prosciutto crudo, due foglie di lattuga, tre zucchine lesse.
A proposito di verdure lesse, ora vi racconto brevemente la storia delle mie tre vaporiere, tutte appartenenti alla mia età adulta, quindi a una vita che, finalmente, si era fatta interessante.
Statemi a sentire.

La prima delle tre vaporiere, che io veneravo come un oggetto sacro, pensato per semplificare la vita, visto che era costruita per cuocere in contemporanea nei suoi tre cestelli tutta una cena, finì al secchio durante una violentissima lite coniugale.
Gli uomini, si sa, apprezzano le lasagne multistrato, l’intingolo, il fritto, la salsa,  e non sto nemmeno a contare il numero di splendidi figlioli che ho visto perdere charme, proporzioni e grazia a causa della lasagna multistrato e dell’intingolo.
Però, se voi provate a mettere un uomo a regime, quello comincia a guardarvi come Pinocchio guarda il Grillo Parlante un secondo prima di spiaccicarlo col martello: con la chiara intenzione di annientarvi.
Quando lui torna a casa la sera, lui è stanco (lui è stanco), ha lavorato tutto il giorno (lui ha lavorato tutto il giorno) e trova di nessun interesse le verdure lesse. Lui ha voglia di intingolo.
A prova della mia buona volontà e per tagliare corto, vi dico che fui io a buttare la vaporiera al secchio.
Lo feci platealmente anche se con dispiacere vivissimo. Al punto che poco dopo comprai una seconda vaporiera en cachette, frequentandola come si frequenta l’amante, godendo di gioie segrete e, soprattutto, facendo sparire tutte le tracce: in quel caso, quelle delle verdure al vapore che ci avevo cotto dentro.

Il mio upgrade fu totale quando decisi di acquistare on line Le Petit Robinson, che ora vi mostro. Il suo nome dice tutto: è l’unico oggetto che si dovrebbe avere con sé in caso di naufragio su un’isola deserta, quindi, come metafora, nella vita tutta. 
Bello, costoso, tutto in acciaio, concepito scientificamente in base a «parametri che tengono conto della termodinamica dei fluidi e secondo criteri energetici», preserva negli alimenti perfino la vitamina C, notoriamente termolabile, gli enzimi e i «minerali non precipitati in composti insolubili», ripulendo anche i cibi da:«tossine, grassi saturi, pesticidi, batteri tropicali», quest’ultima cosa utilissima in caso di trasloco nei paesi caldi (progetto che non mi passa nemmeno per la testa, ma non si sa mai).
Riempita d’acqua per 2/3 o 3/4 la caldaia, messo sopra il coperchio a cupola, acceso il gas, appena l’acqua alza il bollore si può collocare il cestello con dentro il petto di pollo e le patatine tagliate a tocchi (per quest’ultima operazione ci sono tutorial adorabili che vi spiegano come si sbuccia e si taglia una patata).
Date 15 minuti al timer, andate a occuparvi di altro, appena sentite il trillo tornate alla vostra cena. Che è pronta, completa, potete giurarci, di vitamine, enzimi, minerali e di tutto il resto, fra l’altro anche di sapore.
(E se pensate che questa sia una cena da malati, state commettendo un errore marchiano).

Ma il petto di pollo ne Le Petit Robinson non è il mio solo cavallo di battaglia.
La mia amica del cuore dell’università, che sul cibo la pensava più o meno come me, mi ha insegnato a fare i petti di pollo al marsala.
Questa è la ricetta: si infarinano i petti di pollo, si fa sciogliere del burro in una padella, quando il burro fa la schiuma si adagiano i filetti, si girano un paio di volte e, quando hanno fatto la crosticina, si sfumano con mezzo bicchiere di marsala. Sale, pepe et voilà.
Servite caldissimi.  E non venitemi a dire che pure questa volta state pensando a una corsia di ospedale verso le 5 e mezza del pomeriggio, ora di cena: il marsala, da solo, profumato e suggestivo, basta a indirizzare diversamente la vostra memoria olfattiva.

Se non avete voglia di tirare fuori Le Petit Robinson e vi fa paura il burro, che a me non fa paura affatto perché, anche se non si vede,  sono nordica al 50 %, potete sempre fare in fretta con i petti di pollo ai ferri.
Si fa arroventare una buona padella cosparsa con un’ombra di olio, quando il calore avvampa si stendono i petti di pollo, si girano, si salano e si servono in tavola caldissimi.

Ma vi do anche la ricetta per una sera di festa, quando nell’aria c’è qualcosa di elettrico e di elettrizzante e avete voglia di premiarvi o di premiare chi vi sta accanto.
Trasgressivi, invitanti, in qualche senso anche peccaminosi, ma, come sappiamo, semel in anno, ecco a voi i petti di pollo impanati e fritti, detti anche cotolette.
Allora. Sbattete in un piatto fondo un uovo con del sale. Io ci aggiungo anche il pepe, rigorosamente macinato di fresco e, in occasioni particolarmente ghiotte, anche uno spicchio di aglio e del prezzemolo. Mettete nell’uovo i petti di pollo e girateli. Scolateli e passateli poi nel pangrattato, facendo attenzione a schiacciarli con il palmo della mano perché il composto aderisca bene alla carne.
In una padella con olio abbondante e bollente fate friggere la vostra cotoletta e, se vi è avanzato dell’uovo, ripulite il piatto con una fetta di pane un po’ raffermo, dandovi anche tutte le arie che volete perché la buona massaia è quella che non spreca niente.
Friggete anche il pane.
Fate asciugare tutto su una carta da cucina assorbente, servite in tavola con un contorno a vostra scelta (l’insalata va benissimo).

E se poi volete davvero trascendere le vostre abitudini quotidiane, ho quello che fa per voi: un suggerimento in puro stile anni ’60, in cui danzatrici per niente mediterranee, complete di boys con canotier e con alberelli di piume e veli sulla testa e sul sedere e calze parecchio coprenti, di quelle che vanno bene per i climi freddi, alludendo a serate fantastiche del tipo chez Maxim’s, locale parigino leggendario nella Belle Époque oggi un po’ più  trascurabile, vi suggeriscono, ammiccando maliziosamente, che cosa mettere in tavola per incantare la vostra esistenza: Champagne, certamente, ma anche pollo.
Esattamente come vi sto suggerendo io.