Vittorio Corcos, In lettura al mare, 1910

«Ti ho cercato ospite nelle immagini
di tutti negli amici comuni le foto,
sempre quelle, i profili aperti le donne che scopi
nella mia testa e non importa se è vero».

Claudia Crocco, Ancora Skype

«Quell’uomo mi pare simile agli dei, che ti siede di fronte e da presso t’ascolta dolcemente parlare e ridere amorosamente». Questa è Saffo «la bella», come la definisce Platone e questa è la grande ode della gelosia.
«Come ti vedo, non mi viene più la voce, ma la lingua mi si spezza, e subito un fuoco sottile mi corre sotto la pelle, e non vedo più con gli occhi, e mi rombano gli orecchi, e il sudore gocciola, e un tremore mi prende tutta…».
Trattandosi di Saffo, dobbiamo fare un po’ di ordine.
Vissuta fra la fine del VII e la prima metà del VI, ebbe un marito e una figlia, ma è ricordata soprattutto per il suo tiaso (che è una specie di associazione) di ragazze, «che esercitavano la poesia, la musica e la danza».
Nei confronti di queste giovani donne Saffo prova ardenti sentimenti di amore e, come abbiamo visto, anche di gelosia.
Una volta di più, il classico ha già detto tutto.
Il fatto che oggi la gelosia sembri essere scorretta e passata di moda poco mi convince. E, inoltre, poco me ne importa, non fosse altro che perché io sono una donna gelosa.
Ma la mia è una gelosia-termometro, sì, proprio come quello strumento che serve a misurare la temperatura e che un po’ di tempo fa aveva una colonnina di mercurio capace di segnalare in maniera eloquente qualunque stato.
Ma prima di occuparci di questa mia situazione specifica, andiamo a guardare altrove.

Catherine Millet

«Ho visto lavorare degli archeologici. Con l’aiuto di cordicelle, dividono il terreno in unità di meno di un metro di lato, ciascuno gratta il suo quadrato con un cucchiaio.  A loro non sfugge un frammento di ceramica grande come un’unghia. Così io ho lavorato nello spazio abitato da Jacques. Poco ordinato, lui ha sempre disseminato attraverso la casa dei piccoli pezzi di carta scarabocchiati, più o meno sgualciti. Questo mi ha sempre infastidita. Non oso buttarli per paura che abbiano un numero di telefono, degli appunti che lui cercherà dopo. Ho preso l’abitudine di lisciarli e di leggerli».
Questa è Catherine Millet, critico d’arte, grande intellettuale, libertaria e libertina a tutti gli effetti che, dopo un’esistenza, la sua, dedicata ai rapporti multipli, è inaspettatamente vittima della gelosia nei confronti dell’uomo con il quale vive da tempo.
Come se avesse contratto una malattia, come se quel sentimento di cui ha sempre negato l’esistenza si fosse di botto vendicato di questo trattamento, presentandosi a lei in tutta la sua violenza. Il titolo originale del suo romanzo autobiografico è Jour de souffrance, che significa Giorno di sofferenza.
Inattesa, insospettata, ossessiva, la gelosia si è imposta al punto di convincerla, superata la crisi, a  dichiarare in un’intervista: «…mi è difficile immaginare che un amore possa ignorare la gelosia».
Ah, ecco.

La mia gelosia-termometro vive una vita propria, del tutto distaccata dalla realtà.
Essa sussiste finché è in vita il sentimento e, essendo un termometro, mi dà la misura della sua intensità.
Essa è alimentata dal mio immaginario, nel senso che si nutre dei romanzi che leggo, dei film che vedo, delle mie proprie esperienze.
Motoscafo che arriva a Capri verso sera e un Rose (kirsch, sciroppo di ribes, vermouth bianco, ciliegia all’acquavite) consumato sulla terrazza di un albergo storico.

Lorenzo Rocco, Rose

Incontro a Ipanema con una donna  «tall and tan and young and lovely», proprio come nella canzone.
Cena romantica al Sequana, quai des Orfèvres, pochi coperti, molta raffinatezza.
Conversazione intima, privata, ad alto contenuto confessionale.
Praticamente le cose che faccio io. O che vorrei fare.
Se il sentimento si spegne, ammazzato, esaurito, sabotato o quello che vi pare, lo scenario cambia e l’animale in questione acquisisce l’allure del ladro di polli e taglia la frittata con il coltello. (Quest’ultimo essendo ai miei occhi un peccato capitale ben più capitale di tutti gli altri).
Inoltre, io non so mai perché mai guardo.
Io non sono curiosa e questa mia mancanza di curiosità è un po’ come le zampe del cervo della favola di Esopo, che le giudica troppo sottili ma che saranno la sua salvezza.
Non sono curiosa, quindi mi manca una delle spinte fondamentali di conoscenza del mondo. Non sono curiosa, quindi la mia riservatezza mi protegge.
Anche perché le rarissime volte che sono andata a vedere, ne ho riportato delusioni cocenti e il tutto qui era il pensiero dominante.
Coltivo il mistero, che è poi il modo migliore per coltivare anche il desiderio.
E inoltre.
Nemmeno mi ricordo dove sta Ipanema. Ed è un po’ questo il senso di tutto.

Nell’opera lirica c’è molta gelosia, grande molla drammatica.
È geloso Otello, che sospetta di infedeltà Desdemona ma che, più che altro, attraversa qualcosa di molto simile a una crisi di coscienza. Nella Lucia di Lammermoor è gelosissimo Edgardo (e ti credo; si trova all’altare lei con un altro e poco importa che Lucia sia stata costretta dai fratelli e con l’inganno ad accettare le nozze); sono gelosi Eboli, Gioconda, il Conte di Luna e pure il re di Spagna Filippo II, che sarà pure re, ma che è superato alla grande nei suoi sentimenti nei confronti di Elisabetta dal figlio Carlo.
Ma la più gelosa di tutti  è Floria Tosca, una passionale, un’artista, una donna di mondo, che sospetta che il suo Mario abbia in mente, oltre alla politica, anche altre donne. Cosa che a me sembra plausibile e sana e anche parecchio diffusa ma che, lo capisco, a una passionale crea qualche disturbo.
A proposito di Tosca, vi faccio omaggio di una cosa rarissima: un filmato di Maria Callas che interpreta al Covent Garden nel 1964 l’aria Vissi d’arte vissi d’amore , alla quale, immagino che si capisca, tengo parecchio.

Lo Zingarelli, al quale pure spesso ricorro perché mi aiuta sempre molto a chiarirmi le idee, stavolta mi lascia perplessa: «gelosia. Stato d’animo proprio di chi, a torto o a ragione, dubita dell’amore, della fedeltà…della persona amata, o teme che essa ami un’altra persona».
Troppo secco.
Ma mi dice che gelosia corrisponde a zelo e a cura scrupolosa;  e lo zelo e la cura mi stanno molto a cuore.
Cambio dizionario e mi rivolgo a Le Petit Robert, che trovo sempre preciso e narrativo: «Attaccamento vivo e ombroso…Sentimento ostile che si prova vedendo un altro godere di un vantaggio che non si possiede o che si desidererebbe possedere esclusivamente; inquietudine che ispira il timore di dividere questo vantaggio o di perderlo a profitto di un altro».
Negli approfondimenti escono anche le parole «amore inquieto», che unisco a «attaccamento vivo e ombroso» e questi termini divengono delle pennellate che tracciano con puntualità lo stato d’animo di chi prova un sentimento di gelosia. Chiude la voce la citazione di Paul Léautaud, scrittore e critico teatrale del secolo XIX, che dichiara: «L’amore, senza la gelosia, non è amore».
E sono serviti tutti quelli che dicono ma io mi fido, ma io sono sicuro di me e tutte le altre castronerie che si ascoltano chiacchierando con coloro che, gratta gratta, non sono innamorati.
Se lo fossero, non si fiderebbero e non sarebbero sicuri di sé, l’amore, si sa, porta sempre con sé una specie di irrequietezza, di instabilità, un soffio che ti mette in movimento.
Anche se, d’accordo, esistono molti tipi di amore. Anche quelli tiepidi, anche quelli al momento non ho niente di meglio da mettermi.
Così come esistono, insisto, molte specie di gelosia. Anche, per esempio, quella dell’intimità e io definisco l’intimità «lasciare aperta la porta del bagno».
Ma resta il fatto, inoppugnabile, che la gelosia più violenta è quella carnale.

Di questa specie di gelosia sono campioni assoluti gli dei, e torno a parlare del classico e prendo Era, ovvero, Giunone, come esempio, lei che ha tutti i motivi di essere gelosa, essendo il suo coniuge votato a un’infedeltà multiforme, capace di alimentare una quantità inesauribile di leggende.
Zeus, infatti, ama trasformarsi per sedurre, così come fanno tutti gli uomini, anche senza, casomai, esserne consapevoli.
Dunque Giove diventa nuvola per possedere Io.
Toro per portarsi via Europa.
Pioggia, per giunta d’oro, per fecondare Danae.
Satiro per ammirare Antiope.
E cigno per accoppiarsi con Leda.

Paolo Veronese, Leda e il cigno, 1580-88

Bartolomeo Ammannati, Leda e il cigno, 1536

Di quest’ultima metamorfosi vi mostro un paio di interpretazioni, scegliendole in bianco e nero e fra quelle più caste, anche se, comunque, esplicite.
Perché il più delle volte le immagini diventano talmente licenziose da potersi considerare solo private e come tali anch’io le considero.
E vi ricordo pure che Leda partorì (e non so più se il verbo sia giusto) un uovo, o forse più di uno, e che da esso, da essi, nacquero i Dioscuri Castore e Polluce; Elena di Troia e Clitennestra.
Insomma, l’avventura extraconiugale di Giove sembra, a considerarla a mente fredda, una cosa seria.

Giunone, dicevamo.
Correggio ce la mostra appesa a una catena d’oro con due incudini legate ai piedi, punita da Giove per la sua disobbedienza.
(Messaggio chiaro per tutte le mogli, fossero pure tradite tenacemente).

Correggio, Giunone punita, Camera della Badessa, Parma, 1518-18

Giunone, che pure protegge le donne, in particolare nel matrimonio e nel parto, è sempre in guai sentimentali, al punto da essere rappresentata, oltre che il compagnia del suo pavone, anche dello scettro che le spetta in quanto regina degli dei, però sormontato dal cuculo, emblema della sposa ingannata.

Poi, però, anche lei si vendica.
E la sua vendetta più spettacolare, e anche la più utile, è quella messa in atto ai danni di Semele, figlia di re e ingravidata da Giove, alla quale lei suggerì, femminilmente, di accoppiarsi almeno una volta con il suo divino amante quando quest’ultimo si mostrava in tutto il suo divino splendore.
Zeus accetta riluttante.  E si capisce perché.

Gustave Moreau, Giove e Semele, 1895

Semele rimane incenerita dal suo sfolgorio.
Hermes interviene per salvare il frutto dell’unione e gliene saremo grati in eterno. Sì, perché stiamo parlando di Dioniso, che viene estratto dal grembo della madre e cucito nella coscia del padre fino al momento della nascita, quando  viene  affidato alle ninfe e allevato da satiri, menadi e da Sileno, divinità agricola in stato di perenne ebbrezza.
Un’ottima scuola.
E, infatti, anche noi ancora oggi ne  godiamo i risultati e i frutti.

Annibale Carracci, Giove e Giunone, 1606

Ma anche alla gelosa Giunone è riservato un momento di quiete e di gloria.
Come ci racconta Annibale Carracci che, in piena Controriforma, spoglia gli dei e li riconduce alla loro essenza, pagana, vitale ed erotica, ritraendoli nella Galleria Farnese di Roma in tutta la loro forza, mai scevra di gelosia.

E qui Giunone è bellissima, aiutata, d’accordo,  dalla cintola di Venere, che rendeva irresistibile chiunque la indossasse (ottima idea, no?), ma comunque finalmente alle prese con uno sposo impetuoso e desiderante, della cui foga fa le spese l’aquila, schiacciata fra le gambe del re degli dei, di cui è il simbolo.
Mentre il magnifico pavone, sempre ritratto accanto a Giunone, se ne sta prudentemente in disparte.

E se poi avete voglia di sentir parlare della gelosia professionale, altra brutta bestia, non vi resta che aspettare la seconda parte della mia piccola ricerca.

Che arriva presto.
Promesso.
Tengo molto ai miei lettori e di essi, c’era da aspettarselo, sono pure molto gelosa.
E mi sembra una cosa bellissima e anche una promessa di ulteriori e molto nostri incontri.