Man Ray, A l’heure de l’Observatoire o Les Amoureux, 1934-36

L’amore-ossessione è probabilmente, fra tutte le forme e le possibilità di amore, la più remunerativa.
Ossessione nel senso di ossessione.
Remunerativa nel senso di una passeggiata in montagna così come c’è scritto sulle guidine locali, quando ti fai un’arrampicata faticosa e poi, in cima, hai un bel panorama da guardarti.
Contenti voi.
Per gli artisti funziona un po’ diversamente dall’escursione, ma solo perché i risultati sono più duraturi, al punto di passare alla storia, laddove la visione naturalistica è per definizione legata all’esperienza personale e contingente. A meno che non entri anch’essa nell’arte, la pittura di paesaggio essendo un genere diffuso e storicamente ricco di significato, che al momento, però, poco ci interessa.
A noi interessa, oggi, arrivare a raccontare come fu che la bocca di Lee Miller diventò per Man Ray un’ossessione, al punto di ritrovare le labbra di lei che fluttuano su un paesaggio crepuscolare con piccole nuvole che si arrampicano in cielo.
Labbra grandi, smisurate, che hanno preso il suo posto e che denunciano lo strazio della sua assenza.
L’ossessione della memoria che avvampa.
Ma procediamo con ordine.


Descritta da una collega come «un libero spirito americano avvolto in un corpo da dea greca», Lee, nata Elizabeth, Miller nel 1907, ha avuto in sorte più di una volta la riduzione in frammenti della sua persona.

Lee Miller fotografata da Man Ray

Non solo le labbra che abbiamo appena visto, dunque, ma anche i suoi seni furono isolati dal resto per diventare altro.
Come è facile intuire, una coppa di champagne, cui diedero la forma.
Certo, c’è anche la versione secondo la quale sarebbero stati i seni di Paolina Borghese, immortalati nel marmo da Canova, a stabilire ampiezza e profondità di questo vaso straordinario, già ammantato di leggenda prima di ricevere il contributo delle due belle donne.
Se volete fare un confronto, giudicate voi.

Antonio Canova, Paolina Borghese, 1804, part.

Vi propongo un particolare del capolavoro di Canova. Annoto anche che esiste un calco del seno di Paolina, realizzato probabilmente dal vivo mediante una pasta fatta di gesso stemperato in acqua.
E, se possibile, date anche un’occhiata alla bocca della modella, perché noi di bocche stiamo parlando, visto che di seni abbiamo cominciato a parlare qui.

E abbiamo continuato qui.

Sono d’accordo con voi, l’argomento è inesauribile, però mi sembra che il busto di Lee Miller possa mettere un punto fermo alla nostra indagine: personalmente, non ho visto niente di più bello in vita mia.
Poi, si sa, è questione di gusti.
Anche se, come diceva il mio collega Raffaele Persichetti, morto nel 1943 a ventisette anni nella resistenza armata contro i tedeschi a Porta San Paolo, «non è bello ciò che piace; è bello ciò che è bello».
Formula che io utilizzo quando voglio tagliare corto, non dimenticando di aggiungere nome e cognome dell’autore e una piccola chiosa: Persichetti era invalido di guerra e cadde combattendo in abiti civili e armato sommariamente.
Questo tanto per dire quale può essere, talvolta, il valore di uno storico dell’arte.

Ma torniamo a Lee Miller.
Lei ebbe molte vite, tutte vissute intensamente e, se vi interessa, sempre con un’occhiata attenta alla moda.
«Talent. Humour. Beauty. Courage», queste parole mi ero appuntata leggendo un saggio a lei dedicato e desidero confermarle.
Molti amanti, e ci mancherebbe.
Comincia come modella e diventa poi fotografa, per Vogue e per la Storia, quella con la s maiuscola. Lee fu infatti testimone della liberazione dei campi di concentramento di Dachau  e Buchenwald.

David Dherman, Lee Miller, 1945

Vi ripropongo, o propongo per la prima volta, visto che amo non dare niente per scontato, la foto famosa di lei nella vasca da bagno di Hitler a cose quasi fatte.
L’immagine è bella ed eloquente, lei si lava via di dosso la guerra, però i dettagli che ci colpiscono sono gli anfibi slacciati e disposti ordinatamente sul tappeto lurido e la statuetta sulla cassettiera a destra.
Hitler, pittore mancato, aveva un’idea sua dell’arte.
Lee non ebbe una vita facile. Violentata a sette anni da un amico di famiglia, contrasse la gonorrea, che all’epoca non poteva curarsi se non con dolorose docce di cloruro di mercurio. La penicillina sarebbe arrivata intorno al 1940, quindi ne avrebbe fatta, di strada.
Un rapporto ambiguo con il padre, fotografo amatoriale; la partenza in nave per Parigi; l’incontro (ci siamo) con Man Ray, americano, artista, il fotografo che dichiarò che «la fotografia non è un’arte ma è un modo di dipingere con la luce».
Lei, lo dice apertamente, lo insegue. L’incontro fra i due avviene al piano superiore di un bar dal nome rimbaldiano, Bateau Ivre, lei è perentoria, non ci vuole molto a diventare sua modella, musa e amante, lei vuole lezioni di fotografia.
Le avrà, insieme a una relazione amorosa che le toglierà il respiro, con lui diventato geloso e dispotico che le scrive: «Tu sei  così giovane e bella e libera e io mi odio perché cerco di rovinare ciò che più ammiro in te, e che trovo così raramente nelle donne».
Ho raccontato qui i sentimenti di lei. Che nell’ottobre del 1932 lascia Parigi per New York, attratta da altre avventure e dalla prospettiva di un suo proprio studio a Manhattan.
E lui?
Occhio non vede?
Manco per niente.

Man Ray, Object of Destruction, 1923-1964

Lui, che l’amava, stando alle sue medesime parole, «terrifically, jealously», la fa letteralmente a pezzi nella sua memoria. Un occhio, appunto, compare in un’opera, ricavata da un metronomo, del 1923, distrutta e replicata nel 1964.
E poi ci sono le labbra di lei, quelle di cui stiamo parlando, che stanno in un mondo a parte.
L’Osservatorio, che si staglia all’orizzonte, ha due cupole, simili a due seni.
Il dipinto ha due titoli, A l’heure de l’observatoire e Les Amoreux; e due piani, quello della realtà, con un Osservatorio che è quello che stabilisce l’ora e che assomiglia a quello di Parigi, e quello di una realtà che sta sopra la realtà, dunque una surrealtà.
I due titoli sembrano corrispondere ai due piani e uno di essi, Les Amoureux, ossia Gli innamorati, è come se trasformasse le labbra in persone, insomma, in due corpi allacciati.
Un omaggio all’amore.
E, in questo amore, non c’è solo Lee, visto che Man Ray in quei medesimi anni aveva anche una relazione con Kiki de Montparnasse, personaggio molto noto nella Parigi di quel tempo, che ritroviamo nel nudo con la scacchiera che compare in seconda posizione nella galleria che vi propongo.
E non esito a definire gli scacchi, gioco quanto mai strategico, una metafora della strategia amorosa.
Nella sequenza di immagini vi ho elencato alcune delle derivazioni, o, se preferite, delle declinazioni del dipinto.

Questo tanto per suggerire che cosa si può ricavare da un’ossessione amorosa. Almeno facciamo qualcosa di interessante e non stiamo lì a ossessionarci addosso.

Le donne sono piene di labbra. Di sopra, di sotto ed è come se questa abbondanza fosse il segno di un’apertura al mondo.
E le labbra servono a un sacco di cose.
Per esempio, quelle di sopra aprono e chiudono la rima orale e in medicina la rima è la « fessura lineare posta tra due parti omologhe adiacenti». Bello, no?
E poetico.
Con le labbra noi respiriamo; mangiamo; beviamo; parliamo.
Baciamo.
Vi propongo un’illustrazione che ci fa capire come sono fatte le labbra.
E vi faccio notare che in esse c’è l’Arco di Cupido.

Le donne, poi, hanno più in basso il Monte di Venere. E le piccole labbra si chiamano anche ninfe.
Ora, è difficile sottrarsi all’impressione che tutto il corpo femminile contenga echi erotici espressi nei nomi, così evocativi.
Dunque, si capisce pure l’attenzione che viene dedicata alle labbra muliebri.
Pensiamo solo all’uso del rossetto.
Io mi trucco da quando avevo quattordici anni.
Mi trucco e sono più fondotinta e correttore e occhi di quanto non sia rossetto.
Mia madre, al contrario, era solo rossetto.
Io, al rossetto, ci sono arrivata a fatica, mi ci sono dedicata e pure adesso ci passo un sacco di tempo.
Ovvio che scelgo il rossetto in base al colore e alla texture.
Ma anche con il nome non scherzo.

František Kupka, Il rossetto, 1908

In questo periodo uso due rossetti che sovrappongo: il primo si chiama Arabian Knights e l’altro Be Adored.
(E se non esageriamo con i nomi dei cosmetici e del profumo, con che cosa vogliamo esagerare?).

Il rossetto si mette sui vermigli.
Sopra i vermigli ci sono i filtri.
Filtri e vermigli sono oggetto di interventi di medicina estetica.
E qui bisogna stare attenti a scegliere il proprio medico che, oltre a essere un bravo chirurgo, deve anche saper disegnare e conoscere la storia dell’arte. È la conoscenza della storia dell’arte, infatti, che dice al medico che la bocca è tutta fatta di zone di luce che si alternano a zone d’ombra, che vanno rispettate. Se lui non ha riguardo per questo dato di fatto, ovvero se interviene sulle labbra cancellando i filtri, ecco che esce fuori lo scempio che vediamo frequentemente, con il labbro superiore che assomiglia più a un becco d’anatra che a una bocca di donna.
Ora, se a questi, peraltro bellissimi, uccelli acquatici il becco fatto in quel modo serve per trovare il cibo, appunto, nell’acqua, le donne si nutrono diversamente. E di questo il medico deve tenere conto.
Poi. Le labbra sono fatte esternamente di cute e internamente di mucosa. Sotto ci sono i muscoli. E la cute, qui, presenta delle increspature, che pure bisogna considerare, perché, se il medico le cancella, le labbra sembrano di plastica e anche questo non va bene.
Io come faccio a sapere queste cose?
Ho un ottimo medico estetico, che disegna bene e che conosce la storia dell’arte, che risponde alle mie domande e che mi spiega il mondo, almeno il mondo che lui conosce.

Adesso vi faccio vedere due bocche maschili che trovo molto belle.
La  prima è quella dell’Apollo tipo Kassel, così chiamato dalla versione magnifica che c’è nel museo di questa città tedesca.

Apollo tipo Kassel, copia romana da originale greco, sec. V a. C.

L’originale, perduto, era in bronzo e firmato da Fidia, quindi è probabile che fosse una meraviglia.
I Romani, come sappiamo, facevano le copie delle sculture che amavano in modo da utilizzarle a loro piacimento. E amavano i Greci, al punto da sottostare al loro gusto estetico, un po’ come fanno la cugina o l’amica di una donna elegante, che imitano il modello come possono.
Comunque questa copia, che è al Museo Barracco di Roma, è bellissima e l’ho scelta per voi anche perché ha il naso in frantumi. Così filtri e vermigli, quasi intatti, sembrano ancora di più un incanto.

Fra i maschi, chiamiamoli così, viventi, trovo che abbia una magnifica bocca Enrico VIII.

Jonathan Rhys Meyers, Henry VIII

Insomma, non esattamente lui ma lui come lo conosco io, interpretato da un giovane e molto bravo attore, che ha dato al sovrano colori e sentimenti di cui io nemmeno sospettavo l’esistenza.
Inoltre. Ritengo che se una donna parla della bocca di un uomo in termini di attenzione e ammirazione, proprio come da secoli fanno gli uomini a proposito della bocca delle donne, questo atto, in fondo semplice, valga, in quel complesso e tagliente cammino di dialogo fra i due sessi, mille volte di più del definire se stesse professionalmente declinando al femminile parole che meglio sarebbe non toccare.
Come già detto, io mi presento come professore.
E siccome pratico la storia dell’arte, mi assumo il rischio di parlare anche da storico dell’arte di bocche di uomini che trovo interessanti.

Le labbra si leccano, proprio come i baffi, «per indicare la squisitezza di un cibo o di una bevanda».
Si increspano per esprimere dubbio o disapprovazione.
Si mordono per il dispetto o per non parlare.
Alle labbra si portano il bicchiere e il cibo.
Dalle labbra di qualcuno si pende.
E sulle labbra si legge, proprio come si legge negli occhi e nel cuore.
Bellissime metafore, queste, della comprensione e della fusione con l’altro.
E pago il debito del titolo del mio articolo citando il gran bel film di Jacques Audiard, nel quale una giovane donna con problemi di udito, che, quindi, legge le parole sulle labbra, si cava dalla sua situazione di isolamento e di solitudine innamorandosi di un ex carcerato.
Non trovo più il dvd del film, forse l’ho prestato. Ma ricordo perfettamente l’umore di lei, confusa, disorientata, proprio come sono quelli che non capiscono dove stanno e che cosa stanno facendo.
Ma disposta all’avventura, quindi, in uno stato d’animo in cui comunicare con l’altro attraverso le labbra, cosa che facciamo tutti, quotidianamente e senza pensarci, è solo un preludio, d’accordo, però tutto in chiaroscuro, ovvero pieno delle zone d’ombra e di luce di cui abbiamo parlato, ma, comunque, tale, di quella particolare situazione che chiamiamo incontro.
Io vengo verso di te.
Tu vieni verso di me.
Poi vedremo se le parole ci moriranno sulle labbra o se, al contrario, su di esse fiorirà altro: discorsi, bugie, lamenti, imprecazioni.
E, perché no, forse e ci auguriamo, anche i nomi dell’uno e dell’altro.
I nostri nomi.