UN ANGELO ALLA MIA TAVOLA

Vi racconto chi avrebbe potuto bere nei miei bicchieri

London Bridge e il Tamigi, Londra, 1840

L’antefatto: dopo un incidente domestico, la rottura di un bicchiere dei primi del ‘900, ho pensato bene di consolarmi. Ho cercato in internet e ho trovato quello che faceva per me: ‘A harlequin set of antique Champagne Flutes’. Il set è arlecchino perché non è un vero servizio, ogni bicchiere sta per suo conto, tutti, però, si capisce che fanno parte della medesima famiglia.
Meglio cugini che gemelli, c’è più assortimento.
L’harlequin set è datato al 1840 ed è arrivato ieri confezionato in un pacco molto professionale, carta velina e plastica con le pallette dappertutto, biglietto da visita, piccola nota di expertise scritta a mano su un foglio.
Mentre aspettavo i miei bicchieri e preparavo loro la culla, cioè un posto nell’armadio, mi è venuto in mente che avrei potuto tentare di ricostruire per ciascuno di loro una storia, raccontando a voi e a me stessa chi avrebbe potuto berci prima che arrivassero a destinazione, ovvero alla mia tavola.

Le regole del gioco (perché senza regole qualunque gioco diventa impossibile): il venditore sta a Crawley, nel West Sussex, a circa 45 km da Londra, quindi noi restringiamo il nostro campo di ricerca e ci concentriamo sulla città, che all’epoca si ingrandiva senza sosta e che cercava di darsi un’organizzazione, anche per il sistema di fognature, gli argini del Tamigi, il miglioramento delle strade, l’istituzione della brigata dei pompieri;  Victoria diventa regina nel 1837, allora i nostri bicchieri sono già definibili vittoriani; il termine post quem è il 1840,  dunque andiamo a pescare nel grande mare che comincia da questa data, individuando quattro personalità, una per ogni flute, che potrebbe averla tenuta in mano, bevendoci champagne, dunque trascorrendo una sera, ci auguriamo, di festa.

La flute di John Ruskin

John Ruskin

Rose La Touche

Andante con duolo. Mi soccorre, per l’attacco, la presentazione del tempo di una sinfonia alla radio. John Ruskin (1819-1900), il più influente critico d’arte dell’epoca, squisito acquarellista, figlio di un facoltoso mercante di vini (il Destino ci assiste nella scelta), infaticabile produttore di testi  (39 volumi), romantico at heart, fautore del ritorno al gotico, fortemente interessato alle riforme sociali in un periodo di sempre più violenta industrializzazione, è una figura complicata e complessa.
Uomo generosissimo, addirittura un filantropo, si schierò dalla parte di grandi artisti, i Preraffaelliti, della prima e della seconda ora, e un altro grande artista, James Abbott McNeill Whistler, attaccò.
Ammirando io ugualmente gli uni e l’altro, non ho niente da aggiungere, se non che Ruskin ogni tanto inciampa, e malamente, su se stesso, come capita a ciascuno di noi. Lui, però, così in vista, fece dei suoi scogli delle ruvide montagne inaccessibili, torturandosi nella sua infelice vita privata.
Dopo un primo matrimonio annullato perché non consumato con Effie Gray, Ruskin sembra seguire una sua strada impraticabile e contorta, innamorandosi a 39 anni di una ragazzina di 10.
Lei, Rose La Touche, un nome che la rendeva pronta a una carriera di ballerina, gli sembrò che incarnasse tutti i suoi ideali di bellezza e che corrispondesse al suo strano sentire.
Probabilmente, una mistica, certamente una giovanissima donna con seri disturbi mentali, morta a 27 anni, sembra di anoressia.
Fra i due ci fu un legame che non spetta a noi giudicare e questo violento sentimento sembrò trovare un porto di relativa quiete nella formulazione di un’utopia, la Guild of St George, ancora in attività, e giustamente, i sogni non svaniscono mai, il luogo in cui loro due, così variamente assortiti, si sarebbero potuti, lecitamente, prediligere.
La distanza fra i due, a guardarla oggi, non sembra nemmeno siderale e sembra anzi simboleggiare il viaggio straordinario di Ruskin da critico, riformatore sociale, inventore dell’estetica preraffaellita a un visionario spiritualista e spiritato che piomba nella pazzia.
La vita dello straordinario personaggio finisce in sordina, in un isolamento senza voce e senza parole, dolente e doloroso al punto da stringerci il cuore.
Voglio però immaginare l’uomo più influente dell’arte delle sua epoca in una sera di gioia, con in mano la flute che è diventata mia, mille progetti per la testa e un’ossessione d’amore che lo accompagna.
L’amore, lo sappiamo, quanto può essere tragico eppure essere anche un’ottima compagnia.

La flute di John Everett Millais

John Everett Millais, Isabella, 1849

Per prima cosa, guardate quanti bei bicchieri.
Poi.
Vi presento John Everett Millais (1829-1896),  il più dotato dei Preraffaelliti, colui che fa una carriera irresistibile e passa da pittore  di fronda a baronetto, diventando ricco, famoso, forse commerciale, ma che ce ne importa, lui è una meraviglia.
Una volta stavo facendo una passeggiata di saluto a Londra vicino al mio albergo, a Kensington. E vedo a un certo punto una targa di quelle loro, di un azzurro abbagliante, che diceva che in quella casa era vissuto l’artista. Mi inchino, deliziata per la coincidenza.
Trovo poco dopo la notizia che l’immobile è stato venduto per 5 milioni di sterline, chissà se a un conoscitore d’arte.

La casa di Millais a Kensington, Londra

Ma torniamo ai nostri bicchieri, quindi, a Isabella.
Il dipinto è bellissimo ed è firmato due volte, una delle quali, si vede benissimo, sulla sedia di lei.
La storia è quella, raccontata da Boccaccio e ripresa da Keats, di Lorenzo e Isabella e ci fa vedere i due amanti che si dividono simbolicamente un’arancia sanguigna.
Fra loro c’è un piatto di maiolica con sopra una decapitazione, un brutto presagio, forse si tratta di Giuditta e Oloferne.
I fratelli di lei sono cattivissimi, uno beve, l’altro dà un calcio al cane.
Si accorgono dell’idillio che c’è fra i due, laddove loro hanno invece intenzione di sposare la giovane donna a un ricco mercante.
Uccideranno Lorenzo, sotterrandone il corpo. In sogno lei verrà a sapere dove è stato nascosto il cadavere del suo innamorato, va, compie il doloroso rito dell’esumazione, gli taglia la testa e se la porta via, seppellendola in un vaso di basilico, che cura ossessivamente, innaffiandola con le sue lacrime e rendendola rigogliosa.
A questa data Millais ha 20 anni, fa posare tutti i suoi amici (guardate bene quanti ritratti), si bagna in una cultura neo-fiorentina probabilmente di sua invenzione, dipinge una magnifica tappezzeria e una tovaglia che ci lascia sbalorditi, studia i costumi accuratamente, si prepara al suo travolgente successo.
Il dipinto viene acquistato da tre sarti di Bond Street per 150,00 £ e il premio di un vestito, che fa sempre comodo.
Millais, un ‘easy going and much liked man’, volò in soccorso della moglie delusa di John Ruskin ed è proprio Effie, che lui sposa, che qui lo conduce a noi, oltre, ben inteso, ai suoi straordinari bicchieri, tutti somiglianti alla flute che gli abbiamo intitolato.
Insomma, non si poteva non avergliela prestata come modello per il suo banchetto, che la fa passare alla storia, e non solo a quella mia personale.

La flute di William Morris

William Morris

William Morris, Stoffa Brer Rabbit, 1882

Jane Burden Morris

Per prima cosa vi dico che la sedia del mio studio, quella su cui lavoro, è tappezzata con una stoffa di William Morris che si chiama, da un libro di favole dell’epoca, Brer Rabbit e che fu da lui registrata nel 1882.
Color indigo.
Ve la faccio vedere perché ci tengo moltissimo e l’ho cercata con ogni cura, visto che doveva ispirarmi.
Fu un incontro senza scampo, l’avevo trovata e riconosciuta al volo.
Dunque, fra me e questo artista la storia è lunga.
Lunga e disseminata di tappe diverse, incontri, approfondimenti, lezioni, conferenze. E sempre una caldissima e aperta simpatia.
Scrittore, pittore mediocre, designer grandissimo, riformatore sociale, William Morris, marito di una donna dalla bellezza fatale, che forse, anzi, sicuramente, era innamorata di un altro, fondò una prima società, la Morris, Marshall, Faulkner & Co, nel 1861, mettendo in produzione mobili, arazzi, vetri piombati, tessuti per arredamento, tappeti, magnifiche carte da parati. Figuriamoci se non gli piacevano anche i bicchieri, immerso com’era in un mondo che sembrava organizzato come una corporazione medioevale, nel quale l’artigiano era anche l’artista e l’arte era ‘l’espressione dell’uomo della sua gioia nel lavoro’.
Bello, no? Dovremmo pensarla tutti nel medesimo modo, considerando l’arte come elemento fondamentale dello stare bene al mondo.
Io sono completamente d’accordo.
Ricco, socialista utopista, editore, Morris usò il suo patrimonio privato per realizzare oggetti che, nella teoria della sua ambizione, erano destinati alle masse. Poco male se sbagliò i conti, prodotti in quel modo, artigianalmente, essi erano costosissimi, però furono gettate le fondamenta di tante altre esperienze successive, quelle di cui anche noi oggi vediamo e godiamo i frutti.
Morris si fece costruire dall’architetto Philip Webb una casa nel Kent, chiamata Red House, completata nel 1860 e abitata dalla famiglia.

Philip Webb, Red House, 1860

Tutto, ma proprio tutto, nella Red House era stato progettato e disegnato con un unico criterio, era, quella, la casa ideale, in cui anche Jane Morris avrebbe indossato abiti neo-medievali intonati all’ambiente, lei, il più bello fra tutti quegli oggetti (e tu vatti a sposare un artista, questo succede facile facile).
E Philip Webb aveva pensato anche ai bicchieri. Sopravvissuti a ogni incidente, proprietà della figlia di Morris, May, che ha abitato la casa fino alla fine dei suoi giorni, sono entrati a far parte delle collezioni del Victoria & Albert Museum di Londra e possiamo, almeno, vederli.
Eccoli.

Bicchieri da vino, 1862, designer Philip Webb; maker James Powell & Sons

Soffiati a bocca, di un’elegante semplicità che non piacque subito all’opulenta società vittoriana, i bicchieri usati da William Morris a tavola furono anche messi in produzione commerciale. Sono pensati per il vino bianco.
Facile pensare, e molto piacevole farlo, che quando c’era champagne in vista, la flute arrivata a me e intitolata a Morris potesse fare la sua figura in quel paesaggio domestico di meraviglie.

La flute di Aubrey Beardsley

Aubrey Beardsley

Il  prodigioso disegnatore affamato di cultura, rimasto giovane nel nostro immaginario come tutti coloro che, si dice, prediletti dagli dei, ci lasciano troppo presto, Aubrey Beardsley (1872-1898), in quel suo poco spazio di tempo, è diventato una delle figure dominanti dell’Estetismo e dell’Art Nouveau. Vicino nello stile a Edward Burne-Jones, amico inseparabile di Morris fin dai tempi della Oxford University, e sensibile all’influsso delle stampe giapponesi, Beardsley diventa famoso come illustratore e mantiene anche oggi una fama in odore di pop grazie alle sue tavole per la versione inglese della Salome di Oscar Wilde.
Erotico, anche apertamente pornografico ma mai disturbante, in inglese ‘morbid’, ma non vogliamo tradurre con ‘morboso’, prendendoci la libertà di tentare un ‘insinuante’, Beardsley vanta una produzione prodigiosa, come se avesse passato i suoi pochissimi anni di vita a disegnare.
E forse questo ha fatto.
Approfittiamo della sua decadenza per allontanarci un po’ dallo stile dei nostri bicchieri, proponendo qui la sua versione della storia di Tristano e Isotta, entrambi vittime (carnefici?) di un filtro magico, che entrambi li innamora.

Aubrey Beardsley, How Sir Tristram Drank of the Love Drink, 1893-1894

Realizzata per Le Mort d’Arthur di Thomas Malory, l’illustrazione mette in scena, divisi da un pilastro decorativo, i due amanti. Androgini, simili uno all’altro come solo i malati d’amore sanno essere, rigorosi nella loro bidimensionalità eppure portatori di più di un motivo ornamentale, i due contengono tutto un repertorio di elementi ciascuno dei quali sarebbe sufficiente a sviluppare uno stile: i fiori sembrano meduse, un volo di uccelli neri si innalza sul pilastrino, i capelli serpentinati di lei richiamano alla nostra memoria la seduzione di Medusa, capace di pietrificare, abiti elegantissimi, le calzature di lui e poi la coppa che lui tiene in mano, nera a decori bianchi, una coppa che potrebbe contenere solo un filtro magico, magico come è l’innamoramento, con o senza bevanda di contorno.

Aubrey Beardsley, Isolde, 1899

E beve anche Isolde, da sola, come se quella coppa, diventata tutta bianca, fosse il fil rouge di tutta la loro storia e Beardsley torna di continuo sui medesimi soggetti, la leggenda dei cavalieri della Tavola Rotonda lo affascina, autentico uomo del suo tempo che guarda indietro per vedere se per caso nel Medioevo non ci fosse qualcosa di più interessante, anima in fuga, che non riesce a chiudere i conti con il passato.
Mi viene da pensare a come sarebbe andata la storia fra i due se i due avessero bevuto dalla flute del loro autore, meno tragica la loro vicenda, meno notturno, meno straziato, meno intricato il loro innamoramento.
Forse.

In questo farsi del destino di ciascuno di noi, possono qualcosa i bicchieri da cui beviamo?
Io credo di sì, casomai, nell’ipotesi più minimale, rendono più suggestivo il rito del vino, oppure, se questi bicchieri sono appartenuti ad artisti, allora possiamo anche sperare che qualcosa del loro talento e della loro grandezza giunga fino a noi e riempia la nostra vita di esperienze luminose e grandi, ciò che tutti vogliamo, ciò che tutti andiamo inseguendo.

Grazie a Julie di Albion House Antiques  http://www.sellingantiques.co.uk/albion/?offsett=0&n=bl per aver trasformato con le sue mail un acquisto in internet in un’esperienza e dei bicchieri, già belli per loro conto, in talismani che sanno come si trasfigura una tavola in uno scenario magico

 

4 Comments

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  1. Le cuffie di Salvatore

    22 febbraio 2018 — 19:52

    Bellissimo viaggio intrapreso tra queste righe, una lezione su quanto si possa nascondere dietro qualsiasi cosa; e poi il ciclo arturiano è un amore che abbiamo in comune io e Beardsley.
    Questo blog rimane sempre un piacere leggerlo.

    • Salvatore, che bello sapere che andiamo avanti nel nostro percorso d’arte, ti ringrazio molto e di tutto, sono proprio contenta della tua relazione con Beardsley, non abbiamo neanche avuto il tempo per citarlo, rimediamo così e questa possibilità già mi sembra un’opportunità straordinaria

  2. Lezioni di Arte piacevolissime.

    • Questa cosa mi sembra molto importante, si possono fare lezioni in tanti modi diversi, sono felice del tuo apprezzamento e di esso ti ringrazio

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