Bernardo Bellotto, Autoritratto in costume di nobile veneziano, 1765

Per molto tempo, mi sono svegliata presto la mattina. Contenta.
Non di essere al mondo, ma di andare a fare una cosa che mi piaceva.
Non mi pesavano i treni, il freddo, il caldo, la pioggia, certe volte pure la neve.
Appena le cose sono cominciate a non andare più come prima, svegliarmi la mattina presto era diventata una corvée insostenibile.
Ma non dico niente di nuovo.
La settimana scorsa, tutti i giorni, mi sono svegliata presto la mattina.
Non così presto come quando avevo un treno da prendere, ma ugualmente contenta.
Volevo sentire la rassegna stampa alla radio curata da, si dice così, una delle firme più prestigiose di uno dei nostri quotidiani storici.

Il giornalista è un ossimoro vivente: antipatico, secco, tagliente, sapete quando si dice tranchant; eppure straordinariamente comunicativo.
Strano, perché se uno è antipatico, come fa a essere empatico.


Leggere e commentare i giornali in quarantacinque minuti è una cosa difficilissima, ma lui ci riusciva perfettamente, aggiungendo anche piccole note di curiosità, costume, sentimenti.
Alle otto arrivava il momento degli ascoltatori, che spesso mi risparmierei volentieri, per come gli ascoltatori sono prevedibili, noiosi, ripetitivi.
Uno venerdì scorso esordisce facendo i complimenti al giornalista.
È probabile che io abbia alzato gli occhi al cielo.
No, perché non gli faceva i complimenti per la trasmissione, ma perché «spiegava bene», ha detto proprio così, mica come i suoi colleghi che non si capisce quasi mai che cosa vogliono dire e che non fanno intendere a noi, «comuni mortali», di che cosa stanno parlando.
I comuni mortali mi hanno irritata, però c’era sopra un bel velo di ironia.
Ed era vero che il giornalista spiegava bene. E spiegava bene, mi sono resa conto, proprio perché era secco, antipatico, tranchant e non faceva finta di essere altro.
Un giornalista deve farsi capire, non è un poeta, che può scrivere quello che gli pare e come gli pare.
Lo ricorda pure Bernardo Bellotto, nipote di Canaletto, spesso con lui confuso pure per colpa loro, visto che lo facevano apposta a imbrogliare le piste, quando si fa l’autoritratto in costume di nobile veneziano e attacca alla colonna a destra un cartiglio che reca le parole di Orazio: «Ai pittori e ai poeti sempre fu riconosciuto il potere di osare qualunque cosa».

Ai pittori e ai poeti. Mica ai giornalisti.
E nemmeno agli economisti, ai politici, ai filosofi, ai sommelier, ai marketer.
E agli storici dell’arte.
Tutte queste categorie dovrebbero saper spiegare, proprio come fa il medico che traduce per il paziente quello che ha capito della sua patologia.
Pure se è difficile, pure se saper spiegare è un dono naturale, visto che non esiste un metodo e che, evidentemente, da nessuna parte impari a farlo.
Ne abbiamo già parlato, ma non se ne parla mai abbastanza.
Se prendete in considerazione coloro che nella vita vi hanno spiegato bene le cose, soprattutto a scuola, è probabile che la pensiate come me, ovvero che pensiate che ognuno di quelli che vi spiegava bene lo faceva a modo suo, diciamo d’istinto, partendo comunque da due elementi chiave: sapeva di che cosa stava parlando; ve ne parlava con piacere.
È anche la storia delle rosette del supermercato che sta nella mia via, dove al banco del pane il ragazzo, quando gli ho detto di darmele belle, ha vuotato nella cesta quelle che aveva già messo nella busta e le ha sostituite con altre, chiosando: «Se tu non me lo dici, che le vuoi belle, io ti do le prime che mi capitano sotto mano», proprio così, dandomi del tu e senza accorgersi della bestialità della sua affermazione.
Al polo opposto, al mercato a vendita diretta che sta nel deposito ATAC degli anni ’20, ora dismesso, sulla Tuscolana, e questa sua collocazione è il suo più grande fascino, la ragazza del banco della verdura, alla richiesta di darmi un po’ di odori, si è messa a scegliere le coste di sedano e il mazzetto di prezzemolo e non era mai contenta e poi mi ha mostrato quel bouquet che aveva messo insieme con un po’ di apprensione.
Indovinate chi è che saprebbe spiegare meglio il suo lavoro.

Io cerco di essere quanto più possibile chiara, cerco di costruire lezioni interessanti, che farebbe piacere anche a me seguire.
Perché l’altro elemento chiave è mettersi al posto dell’altro, uno perché dovrebbe sentire una cosa di storia dell’arte, come si fa a far capire che l’arte nella vita è indispensabile, certe opere parlano da sole, ma tante altre bisogna sezionarle, spalancarle, offrire le chiavi per entrarne in possesso.
Mi piace molto l’idea di possedere un sacco di arte, io sono sicura che per ogni situazione della vita ci sia l’opera giusta, so per certo che ciascuno di noi ha il suo artista d’elezione, quello che uno lo incontra e pensa ecco, era da un pezzo che ti andavo cercando.

Lunedì 24 maggio ho portato in porto la barchetta del primo corso organico di storia dell’arte in forma digitale della mia vita. Organico nel senso che l’ho pensato come un organismo vivo, che l’ho guardato crescere aggiustandolo di continuo, che l’ho organizzato in Stagioni ed Episodi come una serie televisiva perché di una serie televisiva avesse il ritmo e il richiamo.
Ma non finisce qui, perché a giugno ci sarà una Miniserie, ancora di lunedì, ancora alle 18:00, stavolta dedicata a quello che è successo in USA proprio mentre in Europa succedeva altro.
Il titolo: American Beauty.
L’Episodio pilota, che non può mancare: Alla scoperta dell’America, in programma lunedì 31 maggio 2021 ore 18:00. Se volete partecipare, siete tutti miei ospiti, dovete solo mandarmi la vostra adesione a info@ilsolealguinzaglio.it.

Alfred Stieglitz, Old and New New York, 1910

Intanto vi propongo una delle foto più suggestive di Alfred Stieglitz, uno che considerava l’arte «the very breath of life», il respiro autentico della vita.
La foto si intitola Old e New New York ed è del 1910.

E, se volete degustare il MaxiSorbetto estivo, in programma per giugno, con quattro porzioni al gusto di Donatello  (1386-1466), uno degli inventori del nostro Rinascimento, ricordate che il giorno dei Sorbetti è il giovedì e che con quello straordinario scultore sarete in presa diretta con il lato dionisiaco del nostro Quattrocento, come ci dimostra questo suo Attis-Amore, che del classico sembra aver preso une frenesia della quale non sempre teniamo conto.

Donatello, Attis-Amore, 1444

Spero di incontrarvi dalle mie parti, nel senso che ci conto e che vi aspetto.
State bene e respirate la vita pienamente e molto (very significa questo e anche altro).

* Le immagini in bianco e nero di questa Newsletter sono un omaggio a Marie Robert, filosofo, di cui vi ho parlato nella Newsletter precedente. Il suo account Instagram è scandito da fotografie che non hanno bisogno del colore e il risultato è un mosaico di volti, alcuni dei quali molto noti, che concorrono a spiegare ogni post ancora prima che cominci la scrittura
** Se volete fare con Marie Robert l’esperienza del podcast, trovate qui un’ampia scelta di argomenti, che vanno dalla Rottura al Corpo, passando per il Viaggio, a dimostrazione di come con due note di musica iniziali e la sola voce si possa, a parole, spiegare il mondo. Se pure non parlate francese correntemente, e casomai però lo avete studiato a scuola, fate un tentativo, non fosse che per ascoltare il modo emozionato che ha questa studiosa di porgere quelle che lei chiama parentesi intime, desacralizzando la filosofia e mettendola al centro della nostra vita
*** L’illustrazione di apertura è di Lorenzo Rocco, che ama spiegare come è arrivato all’immagine, mettendomi al corrente del processo che ha seguito, cosa che lo rende ancora più vicino al mio cuore
**** L’assistenza tecnica è di Virgilio Piccardi, che mi racconta spesso di come sia importante costruire un approccio digitale su misura per la persona, perché ognuno ha le sue esigenze e il suo lavoro consiste anche nel mettersi al posto dell’altro
***** Sul mio blog trovate spesso cose nuove. Ho inoltre deciso di pubblicare con una settimana di décalage, ovvero la settimana successiva all’invio a voi riservato, queste Newsletter. La sezione nella quale sono pubblicate si chiama Ispirazione. Sperando che in esse ce ne sia tanta e che sia buona