CORONA BLUES, 10: DELL’ARTE DELLA GIOIA

La Hakusan Maru

Le bonheur se cultive

(La felicità si coltiva)

Charlotte Perriand, Une vie de création

Ingoiare il rospo.
È difficile. Lo fa Don Fabrizio, «la testa e gli intestini maciullati scendevano giù per la sua gola: restavano ancora da masticare le zampe ma era roba di poco conto in confronto del resto; il più era fatto».
Il Gattopardo deve semplicemente accettare il pensiero «di un matrimonio meditato fra un Principe di Falconieri e una nipote di Peppe ‘Mmerda».
Quel matrimonio, quello fra Tancredi e Angelica, che salverà tutto.
A noi ci tocca accettare il pensiero che gli ottimisti si sono sbagliati, che avevano ragione i paranoici, gli ipocondriaci, quelli che vedevano nero.
Quelli che sostenevano che due mesi di isolamento sarebbero bastati, allora.
Adesso è tardi e chissà quali saranno i nostri tempi.
Ieri, munita di auto e di autocertificazione, sono andata a comprarmi le riviste estere all’edicola di via Veneto.
I grandi alberghi hanno chiuso tutti e ho scambiato due chiacchiere con un valletto in redingote e cappello a cilindro che passava l’aspirapolvere nell’atrio, dietro una saracinesca.
Una visione stranissima.
Come è strana la città divenuta spettrale e fantasma.
Accanto alla Caritas, un’altra scena inusuale: alcuni senza fissa dimora che facevano un picnic sull’erba rinsecchita vicino all’Arco di Sisto V.
Al semaforo di Santa Croce in Gerusalemme mi ha attraversato davanti un uomo vestito di stracci, coi piedi nudi, capelli e barba che erano tutto un groviglio, ho pensato un attimo ma che gli fa il virus, a uno come questo.
Poi mi sono mortificata per quel pensiero più miserabile del miserabile stesso.

Comunque, ingoiare il rospo è proprio difficile.


Ho fatto il conto: il viaggio per il Giappone è durato due mesi e sei giorni.
Quel tempo è stato in gran parte trascorso su una nave.

Charlotte, 1

La nave è la Hakusan Maru, che vi ho messo in apertura. Un mese e mezzo lì sopra, senza sapere niente.
(Nave come zattera. Come appartamento. Come letto.
Nave come isolamento.
Almeno noi abbiamo continuamente notizie).
È il 1940 e Charlotte Perriand ha ricevuto un invito per recarsi in Giappone, che pure oggi è in capo al mondo, figuriamoci allora.
L’invito arriva da Sakakura, un collega che lei ha conosciuto sul campo, a Parigi.
Il Giappone, dopo un arrocco secolare, si era aperto all’Occidente solo nel 1853, su pressione del Commodoro americano Matthew Perry.
Praticamente, ieri l’altro.
Charlotte sarà «Consigliere dell’arte industriale dell’ufficio del Commercio, presso il ministero imperiale del Commercio e dell’Industria».
In altre parole, «ambasciatrice della cultura francese».
Questo ruolo Charlotte se lo merita appieno.
Savoiarda di nascita, la incontriamo sulla nave quando ha trentasette anni.
Lei è una leggenda.
Lei è associato di Le Corbusier nella progettazione di alcune sedute-icona del XX secolo, la LC2 Grand Confort e la chaise longue B306.

Si sono conosciuti quando lei è andata da lui all’atelier di rue de Sèvres portando alcuni disegni e lui l’ha messa alla porta con una frase diventata storica: «Ici, on ne brode pas de coussins».
Ah, ecco, lì, loro non ricamano cuscini.
Lei gli dà il suo indirizzo e lo informa della sua esposizione al Salon d’automne.
Non nutre alcuna speranza.
Quando il giorno dopo Charlotte va al Salon, le dicono che la mattina Le Corbusier e il cugino Pierre Jeanneret sono stati lì, hanno visto il suo stand e che lei lavorerà con loro.
La vita di lei si intreccia con quella di uno dei massimi architetti del secolo scorso, una personalità accentatrice, un esploratore solitario, un pioniere, un martire, un monaco.
Un Uomo di Lettere, come c’è scritto sul suo passaporto.
Un uomo moderno.

Lei si era già sposata una volta, «per sfida, può essere». Aveva ventitré anni e alla cerimonia indossava un manteau di velluto rosso e aveva una rosa sul corpetto.
Va ad abitare a place Saint-Sulpice, luogo che per me si carica di suggestioni, lei, la chiesa con i dipinti di Delacroix, tutta la rive gauche.
Lei si pettina à la garçonne e si fa confezionare un collier di «vulgaires boules de cuivre chromé».

Le collier de Charlotte

Vi mostro la collana di metallo di Charlotte, tutto un programma.
Questo è il suo autoritratto, è un simbolo, una provocazione, lei è figlia del suo tempo meccanico e vuole che si sappia.

Lei espone e diventa nota nel giro di un giorno.
Il suo Bar sous le toit, il Bar sotto al tetto, le mette i giornalisti alle calcagna, lei è giovane, bella, piena di talento.

Charlotte Perriand, Le Bar sous le toit, 1927

È confusa, non sa che fare, vuole addirittura iscriversi a una scuola di agricoltura.
Ed è a questo punto della sua vita che viene messa sulla strada di Le Corbusier da due libri che le dà un amico.

Divorzia. A suo dire, il matrimonio a quell’epoca le era servito perché la crisalide si trasformasse in farfalla.
«Et un papillon, ça vole».
Certo, che la farfalla vola.
Lascia place Saint-Sulpice e va a Montparnasse. Si porta dietro «due piatti, due forchette, due casseruole, una per lavare l’altra, una scopa».
È libera. «La vita era bella e la respiravo a pieni polmoni».

Anche Charlotte ha un forte senso del corpo: si arrampica in montagna, scia, nuota, in casa ha organizzato una piccola palestra.
Ci sono delle foto, alcune delle quali rare, segrete, che la mostrano nuda, con un telo per asciugarsi uscendo dal mare, i seni piccoli e ben disegnati, l’acqua che le cola dai peli delle ascelle, i capelli bagnati.
Quella diffusa ce la fa vedere di spalle, con indosso i pantaloni e la sua collana.

Charlotte, 3

È una foto bellissima, un concentrato di aria di montagna fresca e rinvigorente, una sferzata di energia.
Lei è una meraviglia, lei mangia, beve, lei mi ha iniziata al Sancerre e ogni bottiglia di questo vino è stappata in suo onore; lei dorme in tenda; va a ballare; fa il bagno a mezzanotte in un Adriatico fosforescente; parla spesso di felicità; di quando prende il sole nuda; dell’odore del timo e del rosmarino; delle capre con le zampe larghe per le mammelle pesanti che le danno voglia di essere un capretto per succhiarle.
Lei ha una scrittura bellissima e racconta una vita leggendaria in un’autobiografia che per me è diventata una lettura continua, un fertilizzante dell’anima.
Lei crea incessantemente: abitazioni, mobili, prefabbricati, luoghi dove la sua gioia di vivere è tangibile e ci offre un contagio, quello sì, auspicabile.

Charlotte ha una relazione d’amore con Pierre Jeanneret.
Eppure lo lascia per partire per il Giappone.
L’opportunità è straordinaria e non si ripresenterà, inoltre c’è la guerra e tutto sta diventando difficile, anche la partenza è ardua, lei passa l’ultima notte con lui allungati, la mano nella mano, ascoltando gli strani rumori della città.
Che ne sarà di Parigi? Sarà dichiarata città aperta? Si difenderà?
Marsiglia.
Lei arriva alla nave mentre stanno sollevando la passerella, lei fa grandi segni, la passerella si riabbassa.
Imbarca con tutti i suoi bagagli.
Si precipita nella sua cabina.
Lei piange.
La mattina della partenza sta appoggiata al parapetto. Due grandi lacrime colano pure sulla faccia da Boudda di un giapponese solitario e dignitoso che sta vicino a lei.

Suez è chiuso, devono passare per Gibilterra, risalire fino a Lisbona; Città del Capo; Durban.
L’Equatore e la sua linea, salutata, come da tradizione, con una cena.
Amicizie di bordo.
L’etnologo Narimitsu Matsudaïra, detto Matsa, che viaggia con un magnifico gallo, très gaulois, così francese, al quale è affezionato. Gli ha preso pure due gentili gallinelle per fargli compagnia.

«Tutti i giorni uguali: igiene del corpo e dello spirito. Sveglia alle 7:30, colazione, bagno, ginnastica, camminata sul ponte, riposo, rêverie, presto scaccio i sogni, prendo un libro per lo spirito».
La nave diventa il loro nuovo mondo, una fragile conchiglia sul mare.
Che si mangia, che diventano ai tropici il pesce e la carne.
«Riso, riso, e ancora riso».
«Si dorme. Dormire e dimenticare».
Sud-Ovest asiatico, scali a Bombay, Ceylon, Singapore, il mondo di Kipling e di Conrad.
Cina, Giappone. Hong Kong, Shanghai, Kobe.
Gli occhi delle persone del luogo sono diventati «due fessure attente, con lo sguardo che filtra sotto una palpebra tracciata con una sola curva purista».

Lei arriva a Kobe il 21 agosto del 1940.
Lei è una cartesiana. Il suo ospite, subito ritrovato, la mette in guardia: «Tu sei qui in un paese dal carattere femminile, intuitivo, infatti, isterico».
Ha portato con sé il suo equipaggiamento da neve, un guardaroba per il caldo e uno per il freddo.

Se volete conoscere il Giappone di Charlotte Perriand da dove siete voi, siamo noi ora, leggete Il libro del tè  di Okakura Kakuzo, che ci insegna il teismo: igienico, ci obbliga alla pulizia; economico, ci dimostra che il benessere risiede nella semplicità; democratico, trasforma tutti in aristocratici del gusto.
Il libro parla di vita interiore.
E tutto ci parla anche di quello che stiamo vivendo noi in questi giorni, isolati come sulla Hakusan Maru, con intorno scenari che hanno qualcosa in comune con il mondo di allora: «tutto crolla, tradizione, famiglia, sentimenti».
Pure oggi il mondo intero è coinvolto in una guerra e il numero dei contagiati e dei morti la dice lunga su quanto essa sia seria.

Poi però c’è la vita di Charlotte Perriand, una vita lunga, durata novantasei anni, che ci parla di non conformismo, di forza, bellezza, generosità, pionierismo.

Charlotte, 4

Di cibo, di vino, di amicizia, di creatività e di arte, di viaggi, di scoperte, di innamoramenti, di idee, di libertà, di un corpo che lei utilizza, intrattiene e racconta.
La sua vita ci dice che c’è pure per noi la possibilità di fare esperienze molteplici, di andare incontro all’imprevisto sapendo aprirgli le braccia e accogliendolo.

Lei ci dice che «quello che sapevo e che so, è che, vivere, è “andare avanti”».
E poi ci dice pure: «‘J’ai toujours cultivé le bonheur, c’est comme ça que je m’en suis sortie’.
«Ho sempre coltivato la felicità, è così che me la sono cavata».

Coltivare la felicità, che bel progetto.
Soprattutto oggi, che di progetti abbiamo tanto bisogno.
Per non parlare di quanto abbiamo bisogno di felicità.

4 Comments

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  1. Magnifico leggerti

  2. Sono le 5 e i niziarela giornata con il tuo racconto è di buon auspicio grazie

    • Rosella Gallo

      20 marzo 2020 — 7:28

      Lucia, grazie a te, immagino tutti i pensieri che ti passano per la testa, mi fa piacere questo nostro filo che non si è interrotto. Buona giornata, fa’ cose belle

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