IMPRESSIONI DI SETTEMBRE

Francisco de Zurbarán, La Vergine Bambina, 1633

Mi va l’occhio sul calendario.
8 settembre: Natività della Beata Vergine Maria.
Dunque, Maria Vergine nasce sotto il segno della Vergine.
Finalmente qualcosa di logico, geometrico, attendibile.
Con questo criterio, Marte nascerebbe in marzo, che è poi il suo mese di elezione, però nella terza decade, quando ormai è entrato l’Ariete, il più guerrafondaio dello zodiaco.
E Venere in marzo pure lei, ma prima, sotto il segno dei Pesci, che secondo me è il segno più femminile dell’oroscopo.
Un po’ capriccioso, ma che pretendi.
Inoltre Venere ha a che fare con i Pesci per via di una sua trasformazione, insieme a Cupido, per sfuggire a Tifone, un terribile mostro.

Baldassarre Peruzzi, Oroscopo di Agostino Chigi, Villa Farnesina, Roma, 1511

Lo racconta a Roma anche l’affresco attribuito a Baldassarre Peruzzi collocato nel decimo esagono della Sala di Galatea nella Villa Farnesina, fatta costruire dal banchiere senese Agostino Chigi.
Luogo di «equilibrio, armonia e proporzione propri del classicismo romano del primo ‘500», è quello cui io penso sempre quando vedo le seconde case di coloro che, tale e quale al banchiere, vogliono riposarsi dopo le fatiche del lavoro.
Se avessero saputo come e dove farlo, casomai guardando come e dove si riposava lui, l’Italia sarebbe oggi meno scempiata da architetture discutibili.

E, a proposito di discussioni, stavolta di argomenti, seguitemi.

Che cosa hanno in comune la pubblicità della Vespa e quella delle motociclette Suzuki?

Gilberto Filippetti, «Chi Vespa mangia le mele», 1969

Per prima cosa il periodo: 1969-1973, grandi rivolgimento sociali.
Poi il tono surreale, straniato, con uno slogan di cui non si capisce del tutto il senso.
Ma la pubblicità è come la vita: se funziona, funziona.
Non è che devi starci troppo a riflettere su.
«Non bisogna mettersi a pensare in questo modo, c’è da impazzire», William Shakespeare, Macbeth, atto II, epigrafe in Françoise Sagan, Tra un mese, tra un anno.
Che cosa significhi la faccenda delle mele, si intuisce solo. C’è sotto l’allusione al frutto proibito e al fatto di poter utilizzare il sellino dello scooter per fare quello che probabilmente facevano Adamo e Eva nel paradiso terrestre per passare il tempo.
Non ho esperienza, ma a occhio e croce, mi sembra un luogo scomodissimo (sto parlando del sellino, non del paradiso terrestre).
Comunque, l’invenzione di Gilberto Filippetti, copywriter di Jesi, è sempre citata come esempio di claim oggi irraggiungibile.
Perché il mondo è diventato asfittico e non sa più che dire.

Wilma Cino, Agenzia OFF per Suzuki, foto di Franco Turcati

Meno esemplare, anche se non priva di vivacità, è la campagna Suzuki dall’agenzia OFF di Torino, con le foto di Franco Turcati.
In essa Zelda, Cristina e Milena vengono messe a paragone di tre motociclette GT, 550, 750 e 380.
Sono pubblicità molto narrate, in cui c’è qualcosa da leggere. Per esempio, che la strumentazione è pensata per vedere e per farsi vedere. E che provare il brivido di una Suzuki GT 380 «non significa vivere pericolosamente».
(E allora che brivido è. E che motocicletta).
Ma passiamo a Milena: «Riposo del guerriero. Ritorno dalla caccia. Corpo che si offre nel gioco dell’abbandono. Invito a dimenticare. E certezza che lei è lì. Sempre. Il perdono dopo l’avventura. Unica arma: un sorriso».
Ce n’è abbastanza per pensare che ci sia stato un piccolo drappello di donne che non erano d’accordo che, nottetempo, abbia commentato i manifesti tirandoci contro pomodori fradici e uova fatte marcire all’uopo.
Ma la cronaca non annota questi episodi, quindi le donne o non hanno visto, o non hanno capito il messaggio.
Qui, però, devo aggiungere due dettagli. Chiunque abbia frequentato qualche motociclista (io l’ho fatto, fino a che non mi è venuto il sale in zucca) sa in quale universo mentale vivano immersi: nuda la motocicletta, che si cavalca con tutto il corpo, che è la compagna fedele, l’unica che puoi domare, che ti ruggisce fra le gambe.
Eccetera.
Insomma, Milena non è che sia trattata peggio del veicolo in oggetto.
E poi, autore dello slogan è una donna, Wilma Cino, di professione copywriter.
Che, evidentemente, conosceva i suoi polli.
Che cosa voglio sostenere. Praticamente, niente.
Forse che trovo piuttosto ben fatta questa campagna, con Milena che tira su la maglia per far vedere che cosa c’è sotto (uno spettacolo di tutto rispetto), Cristina in versione figlia dei fiori e Zelda, in pelliccetta bianca, cui spetta il peso letterario più grosso, quello di portare il nome di quella matta della moglie di Francis Scott Fitzgerald.

«Don’t worry darling», Schlitz Beer, ’50s

E poi, personalmente, trovo più offensiva la pubblicità della birra più bevuta negli USA nella prima metà del secolo scorso, con lei che ha bruciato la cena e lui che la consola.
Spiritosamente.
La birra non è riuscita a bruciarla.
Offensiva, poi.
A giorni alterni (tutti i giorni proprio non ce la faccio), trovo adorabili queste signorinette dell’epoca, con la vita tre volte più sottile della mia (lo so perché l’ho misurata dopo aver letto quanto misurava quella loro. E guardate che ho un giro vita ben segnato e in ottima forma), sempre acchittate pure col grembiule, fragili, tenere, che sorridono imperturbabili mentre cucinano, servono la colazione a letto al maritino, fanno il bucato.
E che piangono solo quando bruciano la pentola.
Comunque e chiudendo, per quanto momentaneamente, l’argomento.
Ne hanno fatta di strada, le donne.
Da casalinghe felici a creature da sellino o da samurai su due ruote, il progresso è innegabile.

Con buona pace di quelle che si ostinano a non cucinare.
O a trovare scomode e pericolose le motociclette.

Nel mese di agosto, vista la mia situazione contingente, non mi sono sentita di andarmene in giro per il mondo e sono rimasta a casa mia.
E della mia casa mi sono occupata.
Lo faccio sempre, ma stavolta ci ho messo più metodo. Dunque, ho fatto il punto della mia dotazione strumentale.
E ho deciso di comprarmi una nuova padella.
Piccoletta, ha il diametro di un palmo, tedesca, di prezzo quattro volte e mezzo superiore rispetto a quella anche più grande, non scadente e italiana che mi ero comprata nemmeno da troppo tempo, è arrivata confezionata che sembrava un bouquet da sposa: scatola rigida, carta velina, cartolina augurale, istruzioni per l’uso (che non ci sono nel bouquet e che invece servirebbero per la gestione del matrimonio).
Pesantissima.
La sto usando da circa dieci giorni, praticamente non sto usando altro perché, se voglio ammortizzare il costo, mi devo applicare.
I miei risultati culinari sono migliorati?
Manco per niente. Anzi.
Praticamente, da dieci giorni a questa parte mi riesce bene solo il fritto.
I pomodori in padella, dei casalino, si sono liquefatti tutte e due le volte che li ho fatti, eppure la ricetta era semplicissima: prendi i pomodori, li tagli a metà e li metti con la parte tagliata verso l’alto. Sopra ci metti aglio, basilico, sale, pepe e olio e li lasci andare fino a che non hanno fatto la crosticina.
I miei, la crosticina non l’hanno fatta, lo stato liquido ha prevalso.
Ho disseccato il filetto di salmone, per il quale avevo anche preparato una salsa con lo yogurt greco e il limone.
Ho inaridito il petto di pollo, che è di solito uno dei miei cavalli di battaglia.
Ho fatto una frittata di pasta, decente ma troppo bassa, avrei dovuto mettere almeno cinque uova per il diametro della padella, ma a quel punto i maccheroni sarebbero stati scarsi.
Insomma, c’è qualcosa che mortifica le mie qualità di cuoca e a questo punto sospetto che questo qualcosa sia la padella.
Che ha l’anima in rame, che secondo loro permette una cottura «estremamente precisa». Secondo loro.
Secondo me, data la conduzione di calore diversa dal solito, cuoce troppo violentemente, da cui il successo del fritto, anche sul fuoco più piccolo e messo al minimo della mia cucina.
Tutto il resto si asciuga troppo.
Devo fare esercizio e, nella peggiore delle ipotesi, dato l’aspetto fisico di tutto rispetto, tengo la padella bene in vista.
O la uso diversamente.

Ma non demordo.
Infatti, domani mi arriva la nuova cocotte.
E che ci faccio.
Come, che ci faccio: ci cucino.
Essendo la cocotte un recipiente da cottura in ghisa (pesante, quindi me la faccio consegnare a casa e non al garage, così non devo portarla per cento metri), anch’esso con tutta una serie di regole, meccanismi, procedure, rituali che devo studiarmi.
E sperimentare.

Cocotte

Però cocotte, oltre a essere una chioccia e una pentola, se è minute, a pressione, è anche una cortigiana, una demi-mondaine, come si dice in famiglia, una poule , che tradurrei con gallinella.

Dato il mio cognome, inutile dire che trovo deliziose tutte queste definizioni che mettono le donne, e le pentole, nel pollaio.

Più o meno come la pubblicità delle motociclette.

Ma, insomma, che ho intenzione di fare della mia esistenza a partire dal mese di settembre. Mettermi a cucinare e fare la casalinga.
Non ci penso per niente.
Conto, piuttosto, di riprendere la professione a fine mese, sempre se ne sarò in grado.
Ma ci spero, la mia voce sta tornando. Prima si è affacciata, in un soffio.
Poi ha sofferto di tutto ciò di cui poteva soffrire, polvere, umido, caldo.
Ora sta messa come l’aquilone di Pascoli, ondeggia, pencola, urta, sbalza,
risale, prende il vento.
Mi preoccupo.
No.
Non mi sono preoccupata nelle due settimane in cui provavo a parlare e non usciva niente, figuriamoci se mi preoccupo adesso, che parlo, faccio una telefonata, vado al mercato e chiedo se hanno i casalino.
Sempre con cautela, sempre con parsimonia, di fiato e di parole.
Una lezione esistenziale di cui torneremo a parlare.
Nel frattempo, cucino.
E vedo film e leggo romanzi, l’essenza dell’esistenza, la sua unica e autentica scuola.

Ma ho deciso pure di andarmene in vacanza, ora che posso comunicare un po’ più che a gesti.

Fra qualche giorno, comunque.
Poi vi racconto.

Il titolo di questo post: è una canzone di Mogol. 

Di cui vi avevo già parlato, definendolo il funambolo delle parole.
L’hanno cantata in tanti. Secondo me, la versione più bella: quella di Angela Baraldi in Quo vadis, Baby? (non ho trovato nessun video decente. Se non l’avete visto, guardatevi il film, è bello. Ve lo dico io, che trovo il cinema italiano dei nostri tempi inguardabile).

Angela

E lei, lei com’è. La domanda che tutte le donne si fanno, ossessivamente.
Le donne sono proprio disperanti. Se non sono in gara con le motociclette, si mettono in gara da sole con le altre donne.
Comunque. Lei è molto fascinosa, occhiaie, sigaretta, alcol, boxe, un sacco di nodi insoluti.

Però, cucina.
E la sua vicenda cinematografica si chiude proprio sull’immagine di una padella, nella quale lei sta preparando il sugo per la pasta.
Però, mentre va la cassetta che sarà la soluzione di tutta la sua vicenda, di cui lei, contrariamente a noi, mai sarà al corrente, lei il fuoco sotto la padella lo spegne.

C’è stata una telefonata e lei ha accettato un invito.
Nonostante il sugo intrapreso, la vita dolorosa e maledetta, il gatto con cui divide la cena da quindici anni (un gatto bianco molto bello. Quindici anni: il tempo fisiologico per la liquidazione di un amore), il cinema italiano che non mi piace per niente.

A parte le impressioni di settembre.
Citate, vibratili, stracolme di atmosfera.
Come si dice: impressioni stagionali, sì, ma d’autore.

2 Comments

Aggiungi il tuo →

  1. La descrizione della tua voce come l’aquilone di Pascoli è meravigliosa. Complimenti!

    • Ti ringrazio e giro i complimenti a Pascoli, che, come tutti i poeti, raggiunge l’universale parlando del particolare. Nel senso che la poesia è veramente una fonte inesauribile e solo adesso, a distanza di un sacco di anni da quando a scuola ci facevano imparare a memoria L’aquilone (santa pratica, ancora ce lo ricordiamo), mi è venuto in mente che quel suo innalzarsi nonostante (il vento e il resto) corrispondeva a molto altro, in questo periodo alla condizione della mia voce.
      Grazie di esserci, grazie sempre

Lascia un commento

4 × uno =