Foto del mio viaggio di studio a Parigi, agosto 2019

Eros. Hic manebimus optime. Mi sistemo adeguatamente nella mia mini suite. In essa, un architetto che sa il fatto suo ha spremuto tutte le possibilità dei 16 metri quadri e ha separato gli ambienti.
C’è perfino un’anticamera con le sue due porte, che ti mette al riparo dal rumore e dalle invasioni di campo.
Letto magnifico, alto, con una valanga di cuscini, quando entri, immacolato; zona toilette; cuvette separata e chiusa da due ante, con mensola, tutta l’attrezzatura e bella illuminazione; magnifica doccia, grande, con mattonelline di 5 centimetri per lato; asciugamani bianchi di spugna pesante, presentati uno sopra l’altro su uno sgabello, praticamente una montagna.

Ci vuole così poco a fornire una dotazione adeguata di teli e salviette a una donna lontana dalle comodità della sua stanza da bagno.

Ma il momento più alto è il bar, più di un mobile come, nella migliore delle ipotesi, ti trovi in albergo. Esso è proprio uno spazio pensato a parte, rifulgente di specchi e luci, vetri, cassetti frigorifero con dentro meraviglie.
Apro gli sportelli e guardo.

Nel paese dove l’astemio è un reietto e il vino una religione, trionfano le bottiglie.

L’idea è che ti puoi servire liberamente di tutto, anche dei libri che una mano intelligente ha scelto e messo accanto ai cocktail.
Scendo dal taxi, entro e mi dico oddio che ho fatto.
L’impatto è esplosivo e violento, capisco l’americana prude, aneddoto che mi raccontano subito, che ha dichiarato che, se avesse potuto, avrebbe più volentieri dormito in macchina.
Ma il posto è quello che ci vuole per s’encanailler, mi abituo immediatamente, appena vedo le due confezioni con la capote che trovo nell’ingresso della mia stanza.

Une capote + une capote

Quartiere notturno, di locali a luci rosse e di prostituzione, Pigalle, a un certo punto della sua storia, è diventato il luogo degli artisti.
Prima i romantici, Delacroix, Georges Sand, Dumas, Chopin, Hugo, celebrati nel Musée de la Vie Romantique qui vicino. Poi i moderni: a venti passi da dove sono io il caffè della Nouvelle Athènes accoglieva Manet, Monet, Renoir, Degas, Nadar e gli altri.
Non sto dicendo che il luogo è rimasto intoccato, sto dicendo che, davanti a città stravolte e sfigurate, qui, l’aria del tempo, la senti tutta.
Prendiamo i colori: il bianco, che cita le antiche cave di gesso frequenti nella zona; i bordeaux, i bruni, che sono i toni scuri dei dintorni; il sangue di bue delle case chiuse, che è presente per tocchi, in ascensore e nelle toilette del sottosuolo.

Il neon

Una moquette léopard è limitata alla hall, e mi sta benissimo.
I materiali: appunto, gesso; marmo; legno; velluto; cuoio, terrazzo, che da noi si chiama veneziana e che è un pavimento popolare e economico.

E poi il neon, che di notte trasforma l’edificio in una favola.

Lo specchio al neon nella hall

Ma l’idea più bella, quella che comincia a entrarti dentro e che ti invade l’anima, è che in ogni donna sonnecchi une midinette; meglio, une grisette; e, a scendere o a salire, fate voi, une fille des rues; o, diciamola tutta, une salope.

La camera numero 24

Qualche problema?
Tutto lo suggerisce: manifesti di film, vecchie fotografie, libri, musica della playlist.
Fra le collaborazioni di quartiere, il fornaio, il libraio, il DJ, gli artisti, c’è pure quella con una marca di lingerie, che è tutto un programma.
Specializzata nella culotte, che, diciamocelo, è il capo di abbigliamento che rivela maggiormente il carattere di una donna, dichiara che fra i modelli più venduti ci sono: La Dancing Queen; La Blondie; La Wonder; L’Adorée.
Ve lo dico da un punto di vista femminile: l’esordio è stato «non mi metterei mai una cosa del genere» e, dopo cinque minuti, «divertente; chissà come mi sta; dove si compra».

La chiave

Potere del contagio o, se preferite, del buon esempio, pure di quello del portachiavi, con appese una piastrina con la scarpa con il tacco alto e il lampione e un’altra con la bocca voluttuosa, logo dell’albergo.
Siccome la chiave è un token che ti porti dietro e che usi continuamente e dappertutto, la camera, l’ascensore, la porta di ingresso se rientri tardi, finisce che te la metti in borsa e che diventa tua.
E che a un certo punto cominci a pensare che se esci morigerato tanto quanto sei entrato, allora hai fatto un viaggio inutile e non hai capito niente.
Non solo del viaggio.

Thanatos. È il camposanto più brutto che abbia visto a Parigi. Le tombe sono come sovrapposte una all’altra, sembrano denti accavallati.
Superato da una strada a scorrimento veloce e circondato da palazzi, il Cimitero di Montmartre ti fa pensare all’editto di Saint Cloud, quello che abbiamo studiato a scuola con Dei Sepolcri di Foscolo: ma non erano stati i francesi a stabilire che le sepolture andassero allontanate dalla città?
Qui è normale affacciarsi dalla finestra del salon e, come io vedo il maestoso cedro del Libano che sta nel giardino sotto casa mia, loro vedono le tombe.
Ho anche sbagliato strada perché ero dall’altro lato del boulevard e non ho visto il cartello, quindi ho lisciato l’ingresso e ho camminato per più di trenta minuti sotto un sole cocente.
Oggi fa veramente caldo.
Passo parigino.
Qui se non cammini, sei fatto.
Mi salva il titolare di un bistrot, che mi consola pure, certo che non avete visto l’entrée, stava dalla parte opposta, adesso, avanti, cioè, indietro, oltre il ponte, si scende a sinistra.
Discussione immediata con il custode, l’uomo ha tutti i denti neri e mi dice che lui non sa niente dei defunti, lui si deve occupare dei vivi.
E si rimette a parlare con un signore vecchio vecchio, ma talmente vecchio che mi chiedo come deve essere arrivare a quell’età e stare a fare due chiacchiere con il guardiano del cimitero.
Avevo semplicemente chiesto dov’era la tomba di Stendhal.
E quello mi aveva risposto in quel modo.
Gli ho puntato l’indice sul petto, ma come fa a non conoscere uno dei vostri letterati più insigni, perché durante i tempi morti non si legge uno dei suoi romanzi?
Ho con me le Guide Bleu di Hachette. Per capirci, la guida di Parigi consta di 973 pagine e quella di New York ne conta 156.

Quando si dice, avere le idee chiare su qual è il centro del mondo.

Bon, me la caverò con la mia pianta.
Non ci sono indicazioni, le divisioni sono tutto ciò che c’è a disposizione.
Ho il mio piccolo elenco di visite che voglio fare.
Sono una gotica e romantica, quindi, vado sempre per cimiteri.

Tomba di Alphonsine du Plessis, la Signora delle Camelie, detta anche Traviata

E so sempre dove sono sepolti i miei morti.
Trovo la prima tomba quasi per caso, l’avevo vista in foto e ne ho riconosciuto il profilo.
Alphonsine du Plessis, giovanissima mondana morta di tisi a ventitré anni, è stata raccontata prima dall’amante, Alexander Dumas figlio, poi da Giuseppe Verdi, che le dà la potenza di un’eroina tragica nella Traviata.

Lei era La Dame aux camelias perché portava sempre appuntata sul petto una camelia: o bianca, o rossa, quest’ultima nei giorni delle mestruazioni.
Così conoscevano tutti il suo calendario intimo e gli uomini non le ronzavano attorno.
Non mi commuovo solo perché sono sempre commossa di mio, c’è anche un mazzo di fiori con un biglietto in memoria di una Marguerite, anche lei, immagino, mancata troppo presto e dolorosamente.

Preparo accuratamente tutti i miei viaggi, però mi lascio sempre uno spazio per l’avventura e l’imprevisto e sempre, dico sempre, accade che qualcosa o qualcuno esce fuori, con prepotenza.
Stavolta è stato il caso di Madame Récamier. Nel senso che già avevo deciso di andarla a omaggiare e che, poi, me la sono ritrovata in una mostra, piccola e deliziosa, al Musée de la Vie Romantique, dedicata a Les salons littéraires.

François-Louis Dejuinne, Juliette Récamier, 1826

Nata Juliette, sposata con un uomo di trent’anni più vecchio di lei, che si sospetta fosse il padre naturale e che avesse deciso, con il matrimonio, di trasmetterle un’eredità sulla quale nessuno avrebbe potuto avere niente da ridire, è stata l’affascinante animatrice di un salotto letterario frequentato da intellettuali a lei molto vicini, primo fra tutti  Chateaubriand.
Qui lei ha già concluso la fase splendida della sua vita, è rientrata a Parigi e ha preso in affitto da un’amica un appartamento all’Abbaye-aux-Bois, un vecchio convento a rue de Sèvres.
La vediamo sul famoso lit de repos, proprio come nel dipinto iconico di David. L’opera è piccola e intima, lo scialle è appoggiato sullo sgabello del pianoforte, c’è anche la sua arpa e il paesaggio che vediamo dalla finestra ha una charmante échappée, che poi sarebbe una fuga piena di suggestione.

Tomba di Madame Récamier

Un’immagine di lei fresca e viva, che non contrasta con la bella tomba, sulla quale mi raccolgo per un lungo momento.

Epitaffio sulla tomba di Stendhal

E poco distante da lei c’è, finalmente, Stendhal, che, scopro, è morto il medesimo giorno in cui io sono nata e che ha dettato come epitaffio, lo sottolineo, in italiano, a prova del suo amore per il Bel Paese, la frase che ciascuno vorrebbe riservare a se stesso.
Guardate la bellezza di questa sintesi: scrisse, amò, visse.
Ditemi voi se c’è un progetto esistenziale più desiderabile.

Due ragazzi appassionati di cinema (stanno nella distribuzione, chiariscono, non sul set) mi danno la pianta grande del cimitero, quella che avrebbe dovuto fornirmi il custode.
Mi raccontano che sono andati da Truffaut.

Tomba François Truffaut

Mi chiedo quanti dei miei studenti, l’età è quella, potrebbero stare al loro posto.
Forse nessuno.
Vado anch’io. La liscissima lastra di marmo nero ha sopra degli oggetti, sassi, biglietti del métro, l’impressione è quella di chi è venuto a mani vuote, si è trovato lì per caso e avrebbe voluto averle piene.

Henri-Pierre Roché, Jules et Jim, 1953

Fra l’altro, dovendo scegliere una lettura per il mio viaggio, mi sono portata Jules et Jim, anticipando l’atmosfera allegra e canaglia dell’albergo e la leggerezza del grandissimo regista, che ha reso celebre il romanzo con il suo film.
Tutto, come sempre, si tiene.

Vado a trovare il mio amato Zola, le cui spoglie mortali, però, sono state trasferite al Panthéon. Vado da Berlioz, trovo per caso Fragonard, finisco con Dalida, alla quale hanno innalzato un mausoleo di gusto discutibile, che però si sente fremere di partecipazione per il tragico destino della cantante.
Fiori, biglietti, una specie di pellegrinaggio di gente anche molto anziana, che si arrampica per la scale ripide, che gira a vuoto perché la pianta è laconica, che torna sui suoi passi, che domanda, fa amicizia.

Il sole picchia un po’ meno.

Moulin Rouge

Trovare la strada in uscita è facilissimo, grazie tante, vedi che significa l’esperienza, passo di nuovo davanti al Moulin Rouge, che all’andata mi ha fatto imbrogliare perché volevo vederlo da un po’ distante. Nonostante sia assalito dai turisti, non riesco a staccarlo dalle immagini di Toulouse-Lautrec e di tutti i suoi, La Goulue, Jane Avril, Aristide Bruant, al Grand Palais stanno preparando la grande mostra che inaugura il 9 ottobre, devo, assolutamente devo cercare di tornare.

Sono a un passo, ma prendo la metropolitana, Blanche-Pigalle, perché sono stanca, sto in giro da stamattina con un programma fittissimo, le dimensioni della città, tutte le cose che volevo vedere, gli spunti, gli stimoli, le idee e poi le emozioni, ecco, a proposito: che si mangia e, soprattutto, che si beve stasera?