Arnold Böcklin, L’Isola dei morti, 1880

Cominciamo dal nome, che è spettacolare, quindi ben trovato, dunque, che funziona a meraviglia.
Poi diciamo subito che le versioni del dipinto L’Isola dei morti di Arnold Böcklin, il più grande artista dei paesi di lingua tedesca dell’Ottocento, sono cinque. La terza è appartenuta a Hitler. La quarta è andata distrutta durante l’ultima guerra.
Si tratta di varianti, dunque di opere che presentano delle differenze, anche di formato e di tecnica.
E fin qui ci siamo.
E passerei ora all’isola, che è già come concetto un luogo esclusivo, appunto, isolato.
C’è una tradizione secondo la quale i morti riposano in luoghi differenti: la massa, nel regno sotterraneo di Ade.
Gli eletti, quelli che gli dei prediligono, dormono invece il loro sonno su un’isola.
Vi presento subito il primo caso esemplare: la tomba di Jean-Jacques Rousseau, a Ermenonville, piccolo comune di nemmeno 1.000 abitanti, non lontano da Parigi.
Il filosofo, e enciclopedista, che si è ritirato dalla vita sociale e conduce un’esistenza di solitudine che gli fa scoprire un’immersione totale nella natura, muore all’età di 66 anni e viene sepolto sull’Isle des Peupliers, ovvero sull’Isola dei Pioppi, detta l’Elisée. E pure qui c’è il suono di qualcosa di trascendente.

Jean-Michel Moreau le Jeune, Tombeau di Jean-Jacques Rousseau, 1778

A noi poco interessa che le spoglie di Rousseau fossero poi trasferite sei anni dopo al Panthéon e che la sua sepoltura sia stata trasformata in cenotafio, l’isola rimane e fu da subito meta di pellegrinaggi letterari.

In tempi più recenti, anche Lady Diana Spencer riposa, dopo la drammatica morte, su un’isola, stavolta compresa nella tenuta di famiglia dove lei crebbe e le trentasei querce che furono piantate qui in quella circostanza alludono al numero di anni della sua breve vita.

L’isola con la tomba di Lady D, Althorp Park, GB

Un luogo non aperto al pubblico, dove rimane il paradosso di una creatura sempre esposta alla curiosità del  mondo che finalmente può dormire indisturbata il suo lungo sonno.

François Josef Sandmann, Napoleone a S. Elena, 1820

Ma la vera isola-tomba, quella che fu tale anche prima di diventarlo, è la Sant’Elena di Napoleone.
Non so se siate mai andati a cercarla su un atlante.
Con 16 km di lunghezza e 12 km di larghezza massima, si potrebbe percorrere facilmente in bicicletta in un solo giorno. Inoltre la sua distanza da tutto è tale, circa 2.000 km, da poterla considerare la fine del mondo.
Quando voglio intristirmi, penso all’Imperatore relegato in quel fazzoletto di terra, morto già prima di morire, uno come lui, ambizioso, grande generale, sempre in movimento, la sua condanna all’esilio e alla lontananza mi sembra la più terribile delle punizioni. Deceduto, come sappiamo, il 5 maggio del 1821, riposò sull’isola fino al 1840, quando le sue ceneri furono traslate a Parigi al dôme des Invalides, dove tre anni dopo fu eretta la tomba in porfido che le ospita, imponente e degna della sua leggenda.

Ma torniamo alla nostra isola. Un dipinto «per sognare» fu commissionato da una giovane vedova a Böcklin al momento della seconda versione.
E mai definizione fu più precisa.
L’opera, in tutte le sue incarnazioni, esercita su di noi una fascinazione di cui fatichiamo a capire i motivi.
Proviamoci.
Siamo trascinati in un mondo misterioso, che ci attrae ma che non ci accoglie.
Partiamo dalla constatazione che l’isola è un paesaggio. Ci sono delle scogliere aperte a emiciclo che si innalzano sul mare, illuminate da una luce magica che nasce nel cielo notturno. Al centro dell’isola ci sono dei cipressi. Lateralmente vediamo delle sepolture scavate nella roccia.
Sulla destra c’è un muro più chiaro.
Tutt’intorno, il mare, con un orizzonte basso, che si stende ai lati dell’isola. Tutto è solitudine, tutto è tempo sospeso.
Ci sono delle presenze umane, almeno una, quella del traghettatore, i cui remi affondano nell’acqua quasi immobile.
Sulla piccola barca è messa di traverso una bara.
C’è poi l’inquietante presenza di una figura eretta, avvolta in un sudario bianco come una mummia. Da sempre penso che quello sia il morto, che guarda il proprio, solitario funerale e lo accompagna.
Come con ogni altra opera d’arte, anche il dipinto di Böcklin va visto di persona e dal vivo. Lì si coglie la preziosità della sua pittura, si vedono i riflessi, le forme acquisiscono un senso completo.
Per vedere tutte le quattro le versioni, dobbiamo andare a Basilea, Berlino, Lipsia e New York.
Oppure vederle in mostra come ho fatto io.
Ne mancava una, quella americana, ma l’effetto era assicurato e il confronto ben più acuto di quello che può uscir fuori dalle foto del catalogo.
Arnold Böcklin legge se stesso in termini eroici, anzi, di eroica solitudine.

Arnold Böcklin, Autoritratto, 1873

Era di quelli innamorati dell’Italia, in particolare di Roma,  aveva sposato un’italiana, quando stava altrove era preda di una struggente nostalgia. Nell’Autoritratto che vi propongo ci sono il marmo e l’alloro, simboli di immortalità.
E per uno strano gioco del Destino, Böcklin fra gli allori è sepolto. Muore a Firenze  e possiamo andarlo a trovare nel Camposanto degli Allori, poco fuori la città, sulla strada per la Certosa del Galluzzo.
Sulla sua tomba la citazione di Orazio «NON OMNIS MORIAR», «Tutto di me non morrà».
Tutto in lui è coerente, dal culto di sé alla sua isola.

La tomba di Arnold Böcklin agli Allori

Non è un artista moderno, o meglio è un artista moderno nella sua fuga verso un suo universo immaginario popolato da centauri, sirene, ninfe inseguite da divinità caprine, miti. Ci riconosciamo nel suo organizzare una resistenza di poesia e di bellezza e un rifugio da un mondo, il suo ma anche il nostro, che si fa sempre più mercantile e sfigurato.
L’Isola dei morti, in tutte le sue versioni, è un dipinto solenne, eroico, marginale, è quello che si chiama un enclos sacré, un recinto sacro, un hortus conclusus, siamo in una situazione successiva al Romanticismo ma romanticissima, al punto da poter tornare a parlare del Sublime, come se fosse uno stato d’animo ricorrente.
Del resto come potrebbe esaurirsi il tema dell’isolamento dell’uomo e quello della solitudine dell’artista, condannato a creare in uno stato che non contempla la possibilità di altre presenze.
Ma forse la creazione non è mai una condanna.

Arnold Böcklin, L’Isola dei morti, 1883

Le versioni successive del nostro dipinto sono più chiare. Vi mostro quella di Berlino così potete farvi un’idea.

Böcklin è un artista musicale. E ciò per motivi diversi. Comunque l’opera sulla quale ci siamo soffermati oggi ha avuto un’interpretazione degna della sua fama.
Nel 1908 Sergej Rachmaninov compose un poema sinfonico che ha il medesimo titolo del quadro. Che pure non aveva mai visto di persona, ma solo in una riproduzione in bianco e nero. Ma sappiamo quanto l’arte possa essere potente anche se solo intravista.
Se volete saperne di più, potete leggere qui .

L’altra possibilità è che usiate il video che trovate in conclusione di questo articolo come colonna sonora per la vostra lettura.
Sentirete lo sciabordio dell’acqua mossa dai remi, sarete trasportati magicamente in quel viaggio estremo e misterioso senza nemmeno troppi rischi.

Isola di S. Michele, Venezia

Un’ultima cosa.
Da più parti si suggerisce che il paesaggio de L’Isola dei morti sia meridionale. Abbiamo a che fare con uno svizzero di Basilea. Dunque, anche se per me sta a nord, mi sento di poter dire che quest’isola qui è l’interpretazione in sogno dell’Isola di S. Michele, il cimitero di Venezia.
Una volta ci passai un’intera giornata.
Ero andata a vedere la chiesa del Codussi e a salutare alcuni degli artisti che lì sono sepolti.
Passai il mio tempo con loro: Igor Stravinsky, Sergeij Diaghilev, Emilio Vedova, Luigi Nono.
Nei miei occhi, la linea della città che, vista da lontano, era di una bellezza incomparabile.
Ma nei miei occhi anche Arnold Böcklin, la cui opera tutta, in quel silenzio, in quell’isolamento aristocratico, in quell’omaggio estremo che il mondo dei vivi rendeva a quello dei morti, acquistava uno splendore ancora più intenso, lo capivo meglio, oppure, visto che l’arte non è sicuro che si possa capire, lo sentivo più vicino al mio cuore e a tutti i miei sentimenti.