NEWSLETTER #51. A PIENE MANI

Le Corbusier, Monumento alla mano, Chandighar

Una volta un mio amico si ruppe entrambi i mignoli.
Uno, lo capisco.
Ma due.
Come avesse fatto, non me lo ricordo, oppure non l’ho mai saputo, pensai però che quella forma di perseveranza era diabolica.
Mi disse che si era accorto che i mignoli servivano ad allacciarsi le scarpe. Lo aveva capito perché non ci riusciva più.
Io amo molto le scarpe con i lacci, dunque feci subito la prova e vidi che c’è un passaggio in cui, per completare un’operazione quasi semplice (quasi perché un bambino impiega parecchio a impararla), c’è in effetti un momento in cui le dita ti servono tutte.
(Penso ai mignoli tutte le volte che mi allaccio le scarpe, praticamente tutti i giorni).
Stiamo parlando dell’uso delle mani, nel nostro corpo, una delle parti più specializzate. Voi, senza mettervi le mani nei capelli, ovvero, senza disperarvi, provate a riflettere su quanto complessa, simbolica e articolata sia la presenza della mani nella nostra vita.
Ci aiuta il filosofo Marie Robert, che già vi ho presentato e che di recente ha dedicato all’argomento uno dei suoi post, che sono il modo con cui io inizio invariabilmente ogni mia giornata.
Lei scrive all’alba e scrive tutti i giorni, compresi il sabato e la domenica e ha scritto pure a Ferragosto.
Se vi serve un esempio di attaccamento a qualcosa, ve l’ho offerto.
La mia mano prediletta è quella di Le Corbusier, pensata per Chandigarh, la città da lui progettata in India.
Ma la mano per il grandissimo intellettuale («Uomo di Lettere», si definì sul passaporto) è una presenza continua.
«A piene mani ho ricevuto, a piene mani ho dato», aveva scritto.
Alla sua morte, avvenuta il 27 agosto del 1965 mentre nuotava nel suo mare a Cap-Martin, quando il corpo fu trasportato all’obitorio di Roquebrune, Lúcio Costa, amico e architetto anch’egli, venuto dal Brasile per l’ultimo saluto, vedendo che solo il volto emergeva dai drappi bianchi, rettificò il lenzuolo perché si vedessero le sue mani, che erano molto belle.

Dunque, le mani. Anche con l’insospettata importanza dei mignoli, laddove siamo abituati a pensare che è il pollice opponibile a fare la nostra grandezza umana.
E infatti nel film Il paziente inglese, di cui non sono mai riuscita a spiegarmi il successo (l’amante indiano sembra Sandokan. E non gli sto facendo un complimento. Gli affreschi di Piero della Francesca sono rifatti in modo talmente offensivo che solo uno che non ha mai visto un affresco in vita sua li potrebbe apprezzare), nel film, dicevo, uno dei protagonisti, David Caravaggio, ladro canadese al servizio dell’intelligence britannica, è noto per le mani bendate, avendo lui subito l’amputazione dei pollici durante un interrogatorio da parte dei tedeschi.
Con le mani riesce ormai a fare poco o niente, tutto dalle mani gli cade, maledettamente.

Eppure, anche se sembra che nel corpo abbiamo parti di maggiore importanza, tutto serve a renderci completi.

Ho rivisto Figli di un Dio minore.

Figli di un Dio minore, 1986

Non potevo perdermi l’occasione di guardare chi sta peggio di me, un po’ come quando sento Traviata o Bohème se ho l’influenza: la tisi di Violetta e di Mimì diciamo che allevia il malessere.
Il film, come è noto, racconta la vicenda di un professore anticonvenzionale che va a insegnare in una scuola per sordi e ha una relazione con una delle ragazze tirate su dall’istituto, che usa solo la lingua dei segni e si rifiuta di utilizzare la voce perché per lei, che comunque non può udirla, essa è quella di un freak.
Temevo peggio.
Il film me lo ricordavo bello, ma erano passati anni e poi lo avevo visto doppiato, che per un lavoro dedicato nella sostanza alle parole è un po’ un paradosso.
Comunque: sentimentale, sì, ma sopportabile; lui, molto gigione, è uno dei suoi talenti; lei, sordomuta anche nella vita, graziosissima. Però la cosa notevole è che mi è venuto in mente che l’udito abbia un’importanza superiore alla voce.
Nella sostanza: i ragazzi non parlano perché sono sordi.
Però uno che non parla, sente.
Ho passato in rassegna i cinque sensi: vista, tatto, gusto, udito e odorato.
Ho contato e ricontato: la voce non c’è. Pure se era una mia idea che avesse la medesima importanza di tutto il resto e che servisse anch’essa a costruire una relazione col mondo. Insomma, la percezione viaggia su una binario diverso dall’espressione. Inoltre, vista, gusto, udito e odorato stanno tutti nella testa.
Anche il tatto, che c’entra, però è diffuso in tutto il corpo.
E nella testa, anche se sistemata un pochino in basso, ci sta pure la voce.
(Come si sarà capito, vorrei fare qualcosa per darle il ruolo che merita).

Ma l’udito, senso importantissimo, è capace anche di andare oltre.
Evelyn Glennie, scozzese, fra i massimi percussionisti attualmente in carriera, è diventata sorda da ragazzina.

Evelyn

Non solo parla normalmente, ma suona pure e vince premi di continuo.
Sente diversamente e lo spiega lei stessa: le vibrazioni le attraversano il corpo e la sua autobiografia si intitola, giustamente, Good Vibrations.
Dunque, un’altra situazione rispetto a Beethoven, che più volte pensa al suicidio nel periodo della sua «maturità virile», attorno al 1800, quando ha trent’anni, che coincide con le prime avvisaglie della sua menomazione.

Ma «pur nello squallore sempre più tetro della vita, nella solitudine inesorabile cui la crescente sordità lo condannava» (Mila), il musicista grandissimo compone le opere altissime che sappiamo, anche acquisendo una popolarità immensa, perché non dobbiamo dimenticare che il maestro seppe mutare la condizione sociale della sua professione, rifiutando ogni dipendenza da una casa gentilizia e fondando «quell’appassionata comunione fra la musica e masse relativamente grandi di pubblico» che durò per tutta l’epoca romantica.
Il tutto, da sordo.
Meraviglie dell’essere umano. O, se volete, dell’arte.

A proposito di arte, fra me e me, visto che non ho ancora pubblicato niente sul sito, ho deciso i titoli del corso 2021-2022 del lunedì.
Ci saranno tre Stagioni anche quest’anno, ma in ciascuna lascerò uno spazio libero per quelle che si chiamano, in via provvisoria, schede tematiche, ovvero per raccogliere artisti e movimenti che non sono riconducibili ai denominatori comuni di cui ci occuperemo nei vari Episodi.
Perché l’arte del XX secolo scappa da tutte le parti e questo è anche il suo fascino.
Quanto ai Sorbetti, ho aggiunto una noticina che dice che i gusti potrebbero subire variazioni radicali, perché vorrei mantenere nei loro confronti una libertà assoluta di progettazione e seguire un po’ i loro umori, che scappano anch’essi da tutte le parti.
E questo è anche il loro fascino.
State bene e fate le cose gloriose della fine del mese di agosto, quando c’è un ritorno alla normalità in vista ma non si sa ancora quale saranno le cose normali.
E ci illumina, anche in questo, la nostra Marie Robert, con un post di lunedì scorso a risposta multipla, come sempre appassionato, dinamico, puntuale, ricevuto, e dato, a piene mani.

* L’illustrazione di apertura è di Lorenzo Rocco


** L’assistenza tecnica è di Virgilio Piccardi
*** Sul mio blog, la serie Replica, quest’anno, per forza di cose, contenuta, arriva alla sua ultima settimana. Poi, si vedrà che cosa uscirà fuori nell’incombente mese di settembre

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