CORONA BLUES, 8: L’AMORE FRA LE ROVINE

Lee Miller, Among the Ruins of the Blitz, London, 1941

La mamma ha (quasi) sempre ragione. Mi esasperavano, le litanie di mia madre.
Mi esasperavano e le trovavo fuori luogo.
Nel senso che quello che lei diceva non mi riguardava, avrei gradito un’educazione più personalizzata e non quelle sue cantilene generiche.
Fra tutto quel borbottio continuo, quel rosario sgranato, trovavo particolarmente irritante il suo «da’ tempo al tempo».
Io, il tempo, lo volevo tutto dalla mia parte.
E poi quel suo ritornello «tu non sei mai contenta perché non ti accontenti mai». Da sempre mi sfugge perché ci si debba accontentare.
E quell’altro, «guarda chi sta peggio di te» che, però, mi torna continuamente in mente in questi giorni, un po’ sospesi, con un ritmo tutto loro che sto cercando, non mi sembra, infatti, che stiamo così male.

Anzi, so che c’è chi è stato peggio.
Per esempio in questi giorni mi tornano continuamente in mente alcuni fatti di cui ho letto, successi nella Seconda Guerra mondiale.

Le molte vite di Lee. Già l’idea di una doppia vita mi affascina.
Ma una doppia vita non basta.
Quando Lee Miller, americana, sposa un egiziano di un’importante famiglia, comincia subito ad annoiarsi.
Il marito le mette a disposizione quindici servitori, fra cui una cameriera personale e un cuoco di educazione italiana.
Non vi sto a dire con quale animo rileggo questi appunti, con la mia domestica che sta chiusa dentro casa, casa sua, e non esce perché teme l’arresto sul pianerottolo. E piange perché dentro casa, casa sua, non ci vuole stare.
Ma torniamo a Lee Miller, che è stata modella, musa, fotografa, di moda e di guerra, che ha avuto, lei sì, molte vite, lei, «uno spirito libero americano avvolto in un corpo di dea greca».
Lei che, come disse il suo secondo marito, del quale vado fra poco a parlarvi, «in tutti i suoi differenti mondi si mosse con libertà. In tutti i suoi ruoli fu la costruttrice di sé».
Un altro uomo che le era andato parecchio vicino, il fotografo David Sherman, disse di lei che era «la cosa più simile che avessi conosciuto a una donna di un rinascimento della metà del secolo».
In Egitto, alle prese con il deserto, lei guarda i monasteri con l’occhio educato alle forme moderne di Le Corbusier.

Lee Miller, Portrait of Space, 1937

Questa sua foto ha il fascino di un dipinto di Magritte.
In lei tutto è elusivo, surreale.
Tutto in lei è talento, humour, bellezza, coraggio.
«Wit, high art, modernist edge».

Ma stavamo dicendo, la noia dell’Egitto.

Lei strappa al marito il consenso per lasciarla partire per una vacanza in Europa, portandosi dietro solo la cameriera Elda.
Non perde nemmeno un minuto.
Scende al Prince de Galles, avenue George V e va a cercarsi un abito da ballo per la medesima sera.
Lei sarà l’unica che non indossa un costume, il suo vestito lungo è blu scuro e sta molto bene con i suoi capelli e con i suoi occhi.
Quella sera stessa, guarda tu, conosce quello che sarebbe diventato il suo secondo marito, Roland Penrose.

Coup de foudre. La sera dopo lui la invita a un dinner party nello studio di Max Ernst. Lei ha tanti racconti da fare, è l’anima della serata, parla dell’Egitto e della Parigi degli anni ’20.
All’alba lei e Roland vanno verso la stanza di lui, all’Hôtel de la Paix e diventano amanti.
Non si lasceranno per il resto dell’estate.
Lei torna in Egitto dal marito.
Lee e Roland intratterranno un’appassionata corrispondenza per due anni e si incontreranno tutte le volte che sarà possibile. Nella primavera del 1939 lui arriva in Egitto e si presenta a lei con un paio di manette d’oro di Cartier.
Nel mese di giugno del medesimo anno Lee salpa a bordo di una nave da Porto Said e raggiunge l’Inghilterra.
Scrive a Roland che non rientrerà mai più in Egitto e che è felice di tornare da lui.

Hitler invade la Polonia il 1° settembre del 1939.

Loro sono in vacanza nel sud della Francia, partono precipitosamente a bordo della Ford V8 di lui, che vi mostro perché mi sembra avventurosa tanto quanto la vita di lei.

Lasciano la macchina a Saint-Malo e si imbarcano su un traghetto che li porta a Southampton.
Il 3 settembre sono a Londra, Hampstead, in tempo per sentire le prime sirene di guerra che lacerano l’aria.

Lei va da Fortnum & Mason, che sta lì dal 1707 e chiede di acquistare il grande cesto che vede con erbe esotiche e spezie.
Arriva il manager a dare una mano allo staff, disorientato e le dice che il cesto non è in vendita, è solo in esposizione.
Lei ribatte che in ogni grande assedio gli assediati mangiano topi e che, se lei deve mangiare topi, li vuole belli speziati.

Inutile dire che esce da Fortnum & Mason con il cesto.
In Egitto, forse per la noia, ha imparato a cucinare, soprattutto con le spezie e trasferisce questo suo sapere alla governante.

L’Europa non è un posto sicuro, ma Lee scrive al padre, in America, che resta con Roland.

The Blitz. Le bombe cominciano a cadere su Londra il 7 settembre 1940. Quel giorno 348 bombardieri tedeschi, scortati da 617 jet da combattimento riempiono il cielo della città coprendo un’area di 800 miglia quadrate.
E in quel medesimo giorno muoiono 448 persone.
Londra viene bombardata di continuo  fino al 2 novembre.
La metropolitana dà asilo a 177.000 persone.

Henry Moore, Tube Shelter Perspective, 1941

Vi mostro questo disegno, rialzato da cera e acquerello, di Henry Moore.
Fa parte di una serie che documenta questo rifugio realizzata dall’artista inglese: corpi, organizzati dalla paura, pallidi per il terrore, come è pallida qualunque forma di vita che sta sotto terra.
La prima volta  che l’ho visto ci sono stata male una settimana.
Ero abituata a pensare The Tube in un altro modo, diciamo più leggero.

Vi mostro anche la foto di Lee Miller che ritrae Henry Moore nella metropolitana.

Lee Miller, Henry Moore Making Sketches, Holborn Underground Station, London, 1940

In tutto il Blitz perirono più di 20.000 persone.
1.400.000 abitanti di Londra rimasero senza casa.

Lei è alta m 1,72 e pesa kg 57, ho fatto la conversione.
Torna al lavoro che l’aveva sostentata prima della guerra.
Si ripresenta, dunque, da Vogue e per Vogue lavora, giorno dopo giorno, senza retribuzione, rendendosi utile in tutti i modi possibili.
La rivista è qualcosa di diverso da ciò che è diventata oggi.

Here is Vogue in Spite of All, British Vogue, foto Lee Miller, London, November 1940

Fuori. C’è la strada sotto la finestra della redazione, crateri, rovine.
Dentro. Gli uffici hanno avuto i vetri rotti e per cinque piani i pavimenti si sono riempiti di detriti che cadevano dal tetto.
Sotto. Lavorano. Lo studio fotografico è in cantina. Il loro fashion staff continua a frequentare i negozi, senza cerimonie ma, per quanto possibile, allegramente.
Tutte le foto sono di Lee Miller.

Lei scrive al fratello che mai avrebbe dimenticato la nota inviata alla redazione di Vogue da Edna Chase, direttore dell’edizione americana, papessa del buon gusto e dell’eleganza.
Aveva notato che le donne non indossavano il cappello e che si tingevano le gambe per simulare la riga delle calze e le rimproverava, tutte.
Lee prende l’iniziativa, invia un cablo e spiega che non avevano «ration coupons», che erano dei, chiamiamoli, francobolli che servivano per avere dei beni razionati.
Inoltre non avevano calze di nylon. L’Inghilterra non avrebbe avuto calze fino a che esse, come ricco regalo, non furono portate dall’ US Air Force, ovvero dall’Aeronautica militare.
La settimana successiva da Vogue USA vennero inviate tre paia di calze a testa.
(E prima o poi dovremo tornare a parlare della relazione che hanno le donne con le calze).

Donne donne eterni dei. Nell’esercito inglese ci sono 65.000 donne, hanno fra i 17 e i 43 anni, cucinano, fanno le impiegate, le telefoniste, guidano, lavorano alla posta. Prima sono volontarie. Quando nel 1941 comincia la guerra con il Giappone, il Parlamento approva il National Service Act che recluta tutte le donne non sposate. Poi sarà la volta delle maritate.

Lee Miller, ATS officers getting changed in Camberley, Surrey, 1944

Le uniche a essere esentate sono quelle con bambini piccoli.
Lee Miller le fotografa e le sue foto sono bellissime.

Lee Miller, American Dress, British Vogue, London, 1942

Vogue insegna a queste donne come essere «pretty and feminine» in uniforme, c’è un numero dedicato alle acconciature.
Nel 1941, con il razionamento delle stoffe, vengono date ai sarti direttive precise, niente decorazioni né ricami, i vestiti dovevano avere al massimo due tasche e cinque bottoni, il numero di pieghe di una gonna è regolamentato.
Bisogna continuare a comprare per sostenere l’economia nazionale.
Non mancano i consigli per il trucco, come per esempio quello di impiegare per le ciglia la cera per i baffi in mancanza di mascara e di picchiettare accuratamente il fondotinta, il rossetto e la cipria per non dover eliminare l’eccesso.
(Me lo ricordo tutte le volte che mi metto la cipria, e dire che abbondo è dir poco. Tanto poi la sistemo con il pennello).

Bisogna aver coraggio. Mentre Roland Penrose, obiettore di coscienza, si occupa di altro, Lee Miller si fa insegnare i trucchi del fotogiornalismo dal giovane David Scherman.

David Scherman, Lee Miller in Camouflage, London, 1942

Qui lui ha ventisei anni e la ritrae in camouflage. Le foto sono un magnifico esempio di come questa tecnica di mimetismo abbia tanto in comune con il Surrealismo, visto che come il Surrealismo simula, dissimula, decompone la realtà, si occupa di metamorfosi.
Lei qui è truccata con i prodotti di Elizabeth Arden.
Inutile sottolineare la portata erotica di queste immagini.

Lui fotografa lei anche nella vasca da bagno dell’appartamento di Hitler a Monaco di Baviera.

Da poco il Führer è morto suicida.

David Sherman, Lee Miller nella vasca da bagno di Hitler, 1945

La foto è famosa, la stanza non appare lussuosa ma semplicemente corretta, c’è anche il ritratto del proprietario dell’appartamento, lei, con gli anfibi sul tappetino di spugna, sembra una dea che ha finalmente trovato un momento per fare toletta.

Lei non si risparmia niente, è diventata corrispondente dell’esercito americano e documenta l’offensiva dei suoi connazionali per liberare l’Europa nord-occidentale dall’occupazione nazista.
Lei è a Saint-Malo, con solo i vestiti che aveva addosso, due dozzine di rullini e un piumino come coperta.
Fa esperienze terribili, il suo tallone incontra una mano staccata, lei l’afferra e la lancia attraverso la strada, lei è capace di distacco professionale e insieme di partecipazione emotiva.
Lo strazio di vedere la Francia devastata in lei è è tangibile.

Lei è presente alla liberazione dei campi di concentramento e documenta quello che ha davanti agli occhi, parlare di orrori significa non aver trovato altre parole per dirli.

L’Amore e le Rovine. Sto dicendo che c’è chi è stato peggio di come stiamo noi oggi.

Edward Burne-Jones, Love among the Ruins, 1870

Sto dicendo che in passato più di una volta è stato trovato l’amore in mezzo alle rovine, come sa bene il preraffaellita Burne-Jones, che prende in prestito il titolo di una poesia di Robert Browning e che raffigura una coppia di amanti abbracciati in un paesaggio architettonico tardo-romantico, con la colonna spezzata e il cespuglio pieno di spine di rose selvatiche. E la donna è probabilmente Maria Zambaco, modella e amante dell’artista, che tenta il suicidio quando lui la lascia.
(Ah, l’amore, l’amore, come si fa senza l’amore).
Sto dicendo che oggi sono uscita per farmi un giro e nel giardino sotto casa mia c’erano due ragazzetti del Bangladesh che abitano in uno scantinato con la famiglia e che tutti e due avevano una mascherina portata come una barba finta, sotto al mento e che, quando mi hanno vista, si sono messi a sorridermi e a chiedermi come stavo.
Sto dicendo che nel frattempo è passato per la strada un ragazzo un po’ più vecchio di loro, che portava la mascherina attaccata al braccio come fanno le donne con certe borsette e allora io ho detto «Tutti bravi, eh, con le mascherine» e i ragazzetti del Bangladesh non hanno capito, ma l’altro ha capito benissimo, e mi ha detto, gentilissimo, che lui stava fumando, e mi ha fatto vedere la sigaretta, giusto, come fai a fumare con la bocca coperta. Allora io mi sono messa a ridere, ma a ridere proprio di gusto e allora abbiamo riso tutti e quattro insieme.
Sto dicendo che ridere con delle persone che non conosci è un segno di amicizia e che oggi mi è successo.
Sto dicendo che al supermercato oggi c’era il Direttore che regolamentava l’ingresso dei clienti, alle tre del pomeriggio la fila era pazzesca, tutta sgranata, con tutti che si guardavano male uno con l’altro e lo spiritoso che si faceva fotografare dall’amico in mezzo all’Appia, quella Nuova, deserta, con le braccia aperte e tutto contento per la novità dello scatto.

Sto dicendo che quando mi sono avvicinata all’ingresso il Direttore è venuto a salutarmi e che abbiamo parlato almeno dieci minuti, come facciamo sempre e che lui per parlarmi si è abbassato la mascherina e io ho pensato che mai in vita mia ero stata oggetto di un gesto così intimo da parte di un uomo.

Sto dicendo che mia madre mi esasperava con le sue tiritere. Lei, come si dice, è venuta a mancare quando io stavo a tre quarti di università e forse dovrei decidermi a perdonare una volta per tutte quel suo non avere capito che io avevo un’idea diversa di quello che volevo fare nella vita rispetto all’idea che aveva lei, eppure era così evidente, non è che ci volesse molto a capire.
Sto dicendo che mia madre, lo pensavo allora e lo penso ancora adesso, sciorinava una serie di luoghi comuni non praticabili.
Quasi sempre.
Quasi nel senso che, a ben guardare e riflettere, aveva ragione a proposito della bontà dell’atto del guardare chi sta peggio di noi.

E poi, come dimenticarlo, il nome del mio blog lo devo a lei, che ripeteva incessantemente che le cose andavano fatte «con tutti i sentimenti».
Poi, che lei si riferisse ai lavori domestici e che io abbia invece preso alla lettera le sue disposizioni calandomi dentro i sentimenti, uno per uno,  come uno speleologo si cala nella grotta, ecco, questo però è un altro discorso.

2 Comments

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  1. Maddalena marciano

    15 marzo 2020 — 21:27

    INTERESSANTE, MERAVIGLIOSO E COMMOVENTE,
    ROSELLA SEI BRAVISSIMA!

    CON TUTTI I SENTIMENTI

    • Rosella Gallo

      15 marzo 2020 — 21:33

      Maddalena, carissima e mia, su dai. Comunque, grazie, con tanti, tanti pensieri di vicinanza e di affetto

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