La mia storia con le mie saponette cominciò molto tempo fa.
Me ne tirò fuori una da sotto il bancone Lola, che faceva la vendeuse in una profumeria storica a via de’ Condotti.
Con Lola attraversai tutta la fase dell’alta bigiotteria.
Prendevo orecchini e spille da lei, in America in un certo negozio newyorkese e da un’hostess, simpatica e un po’ svampita, che ne faceva commercio, vantando una qualche superiorità morale rispetto ai colleghi, che invece commerciavano in occhiali da sole.
In effetti.
Lei portava in Italia pezzi vintage, che cercava nei mercatini assecondando il gusto delle sue clienti.
Fra di esse, io primeggiavo. Amo da sempre gli orecchini ed ero nella fase tailleur, per cui ogni spilla era una nuova avventura.
Poi mi scoppiò un’allergia.
Gli orecchini divennero importabili, mi provocavano escoriazioni ai lobi delle orecchie.
Quasi in contemporanea mi scocciai del tailleur, che non mi rappresentava per niente, e tornai a vestirmi come mi vestivo da ragazza, chissà che mi era venuto in mente di abbandonare quella vecchia immagine di me stessa.
Feci un passaggio non del tutto indolore agli orecchini di antiquariato in materiale nobile e chiusi con le spille.
Ne indosso ancora una su un giubbino jeans perché mi piace il contrasto.
Tutto il resto sta in una grossa scatola in uno sportello del mobile della mia camera da letto.
Ogni tanto apro il mio scrigno e penso guarda tu, come sono stata sbrilluccicosa e demente.

La mia saponetta, però, no, non l’ho mai abbandonata.
E ora che sono costretta a farlo, sono in uno stato d’animo compassionevole.

La fabbrica genovese che produceva saponi finissimi sul suo sito si presentava, anzi, ancora si presenta, così:
«Il ventesimo secolo aveva solo tre anni quando Virgilio Valobra fondò la sua fabbrica a Genova. Desiderava preservare il patrimonio tecnico dei maestri saponieri che si era sviluppato lungo la costa che va da Portofino a Marsiglia, seguitando la loro tradizione di fini saponi da toeletta prodotti con maestria artigianale e ingredienti purissimi. L’antico metodo di cottura in caldaia a “cielo aperto” è sempre stato usato da Valobra e nel corso dei decenni il tesoro delle preziose formule si è continuamente arricchito».
Si capisce che uno si lavava le mani non solo con un ottimo prodotto, ma anche con un pezzo di storia.
Credo che una donna debba avere le sue saponette.
Credo che non debba dividerle con nessuno.
Non ci sono mariti, amanti, sorelle, amiche in visita che tengano: loro possono lavarsi diversamente.
Credo che una donna si debba portare le sue saponette in vacanza e in viaggio, gli alberghi possono proporre quello che vogliono, anche delle novità interessanti, ma non credo che il proprio sapone debba sottostare a capricci dello stile e del tempo.

Ho comprato le mie saponette dappertutto, a Roma in quelle quattro profumerie che le avevano, in internet, in farmacie che stavano dall’altra parte dell’Italia.
Una volta feci un ordine da un rappresentante che stava in Toscana, che mi inviò un pacchetto magnifico accompagnato da una lettera.
La lettera era stata battuta a macchina. Sto parlando di ieri l’altro, non del secolo scorso.
Sulla lettera c’era scritto è estate, fa caldo, una signora come lei non deve uscire con queste temperature, mi pregio di inviarle a domicilio le sue saponette e aggiungo anche un piccolo omaggio della ditta.
(L’omaggio della ditta era una scatolina con dentro tutte le miniature di tutte le saponette da essa prodotte).
Sperando di averle fatto cosa gradita eccetera eccetera.

Quando si dice, saper leggere nel cuore di una donna.

A New York, in uno di quei loro grandi magazzini inaccostabili, trovai la scatola di latta, che mi comprai perché mi sembrò bellissima e che da noi nessuno vendeva.

Sta da sempre nel mio guardaroba e dentro ci ho sempre messo le sue quattro saponette.

 

Al momento la scatola di latta ne contiene solo tre.
Le ultime.
Sì, perché la fabbrica ha chiuso e le saponette, mano a mano, sono andate esaurendosi.
Quelle conclusive le ho comprate in un’altra profumeria storica romana di cui ero cliente; quando il titolare mi ha detto il prezzo, gli ho chiesto se era scoppiata la guerra senza che nessuno mi avvertisse e se lui era attivo sul mercato nero.
Capisco il commercio, però, il doppio del costo.

Ho fatto una serie di telefonate a farmacie diversamente posizionate, l’ultima, stamattina.
Ho raccolto un sacco di storie.
Per esempio, il farmacista di Barengo, provincia di Novara, oggi mi diceva che lui aveva avuto tre scaffali pieni della mia saponetta fino a qualche mese fa. Quando si è sparsa la voce della chiusura della fabbrica, ha venduto cinquantotto pezzi in due giorni.
Davanti ai miei occhi si è formata l’immagine di un piccolo drappello di persone, donne, immagino, in uno stato di dipendenza, con crisi di astinenza, pelle che si rovina a vista d’occhio, ricerca disperata di un’alternativa all’altezza.
Il farmacista di Barengo mi ha anche detto che lui per anni aveva voluto fare i pacchetti della vendita in internet personalmente, gli piaceva il profumo che emanava dalle scatole, adesso quel profumo gli manca tantissimo.
L’ho ringraziato per avermi confidato quel suo stato d’animo, gli ho detto, Dottore, è un po’ come se io stessi piangendo sulla sua spalla.
E lei sulla mia.
Le sono riconoscente per la bellezza di questo nostro scambio, anche se è pieno di malinconia.

Sono una persona dinamica, che si placa solo nell’azione.
Inoltre, devo lavarmi le mani.
Dunque, da un po’ mi sono messa in cerca.
E ho pensato di tentare dalle mie ragazze parigine dalle quali compro i cosmetici in internet e che vado a trovare al negozio quando sono dalle loro parti.
Hanno tutta una linea per l’infanzia che, mi è venuto in mente, poteva fare al caso mio. Non credo che un pupetto da zero a tre anni abbia la pelle meno delicata di quella che ho io.
Quindi, ho acquistato una bellissima saponetta. Confezionata come il più prezioso degli oggetti, biologica, piena di oli e di burro, insomma, un «savon surgras», che pensavo potesse piacermi.
Mi sono ben guardata dall’aprirla in albergo, me la sono portata a Roma e me la sono guardata per una settimana.

Poi ho preso il coraggio a due mani e, in un giorno luminoso di sole, l’ho aperta.
Ve la presento.
Lo sapevo, che aveva un nastro in cotone, ma non riuscivo a immaginarlo.
Il nastro serve a distinguere le diverse linee, che arrivano fino ai dodici anni di età.
Mi immagino un adolescente di quelli con le tempie rasate e il ciuffo con il gel, che non vede l’ora di andare in discoteca a imbottirsi di sostanze alcoliche e illecite, che prende un bagno profumato rigirandosi la saponetta tonificante fra le mani, annusando il suo «parfum vivifiant de menthe poivrée et de citron», ovvero il suo profumo vivificante di menta piperita e di limone.
Tenendola per il nastro.
Sì, perché, il nastro serve a maneggiare il sapone, che ha un buco al centro e che si può appendere.
Ma appendere, dove?
Ho passato in rassegna tutta la mia stanza da bagno.
Il sapone ha un suo supporto e qui potremmo aprire un tavolo, perché esso, il supporto, deve essere uno di quei dispositivi in metallo intorno ai quali passa l’aria, non un piattino o una ciotola, che, per quanto suggestivi (ce ne sono di bellissimi), poi si trasformano in un contenitore in cui il sapone sta a mollo.
Disfacendosi.
Io in bagno ho due lavandini con due portasapone inglesi storici e solidi, che, mi ricordo, cercai a lungo e che stanno ancora svolgendo più che adeguatamente il loro servizio.
Ma il nastro non lo contemplano.
Quindi, pensa e ripensa, a parte la decisione tristanzuola di tagliarlo, che non vorrei prendere, ho deciso di tenere la saponetta così e di appenderla ogni tanto alla staffa di supporto della doccia, soprattutto quando viene la domestica, alla quale devo ricordarmi di raccontare tutta la vicenda.
Se non lo faccio, finisce che non afferra il motivo per cui il portasapone è vuoto e la saponetta pende, squisitamente, sulla vasca da bagno.

Stamattina ho fatto un ordine di ben cinque saponette.
Cinque nuove più tre superstiti fanno otto.
Sto a posto per un po’ di tempo.
Mica troppo, il sapone è destinato a consumarsi.

Inoltre, potrebbe presentarsi un problema.
La storica fabbrica genovese è stata acquistata da un’azienda toscana. Ho cercato accuratamente in internet e, alla fine, la rete ha sputato l’osso, ovvero la notizia.
Che cosa hanno intenzione di fare?
Ho telefonato anche a loro e ho riferito che c’è tutto un pezzo di Italia che non sa più come lavarsi le mani e che loro non possono cancellare  una missione insigne.
Mi ha detto una gentile signorina che stanno rinnovando i macchinari e che dovrebbero riprendere la produzione. Ma non si sa quando.
E, come niente, questi cambiano anche il packaging, che è deliziosamente desueto e al quale siamo tutti, si intuisce, affezionati.
Mala tempora currunt  e la gente del marketing incalza.
Insomma, un’altra stagione dopo quella dell’alta bigiotteria potrebbe essersi chiusa per sempre.
Ma tutti mi siete testimoni che io ho resistito fino all’ultimo, abitudinaria come sono, mi sarei portata la mia saponetta nella tomba.
Ora è in corso un vero e proprio tradimento.
Sapete che cosa penso a questo proposito?
Che la colpa del tradimento sia sempre del tradito.
E che, in amore, questo lo sostiene Kathe in Jules et Jim, almeno uno dei due debba essere fedele: possibilmente, l’altro.

Ora, non so chi fra me e la mia Primula sia l’altro, la nostra relazione è stata lunga, paritaria, profumata e molto intima.
E se ci penso, ho fatto tutto quello che era in mio potere per salvarla.

E se poi è arrivato quel nastro a sedurmi e io mi sono fatta tentare e ho ceduto alle sue lusinghe, vuol dire che esso era davvero irresistibile e che il suo fascino era micidiale.

(E, a proposito di fascino, sentite dove arriva la genialità di Paolo Conte con la sua Signorina Saponetta)