È IL TEMPO DELLE MELE

Apple Harvest Girls, 1927

Abito al terzo piano. Dei condomini che stanno sopra di me ho vaghe informazioni, per esempio so chi sono, ho con loro uno scambio ma non sono in grado di ubicarli in facciata o sulle scale.
A parte, per motivi evidenti, la persona che è sopra di me, al piano quarto, che per me è la più importante del palazzo insieme al mio vicino di pianerottolo.
A un qualche piano superiore vivono anche due giovani maestrine, che incontro ogni tanto.
Ogni volta che parlo con loro mi viene da pensare all’errore, ancora più grande di quanto non sembri già a prima vista, che commette lo Stato nel pagare così male i suoi insegnanti.
Io ho avuto una maestra delle elementari derazzante: laureata in lettere classiche, stava lì dove io l’ho incontrata per pura passione.
Sottolineo che ho fatto solo scuole pubbliche, di quartiere, senza alcuna scelta, possibile o voluta.
Nel succo: è andata come è andata.

Ed è andata bene.

Ho imparato a leggere e a scrivere a scuola, nessuno mi aveva iniziata.
Ho fatto quello che facevano le mie compagne di classe, solo che a me veniva diversamente.
Io ho imparato a leggere e a scrivere a scuola e a scuola, appena mi mettevo seduta, leggevo e scrivevo. Mi sembrava normale, pure se, a guardarmi intorno, non lo era.
C’era gente che si metteva seduta e lì stava.
(E questa cosa si è ripetuta in tutte le scuole che ho fatto).
Io notavo che la mia maestra aveva su di me uno sguardo un po’ più attento, nel senso che mi seguiva passo passo, mi proponeva, per esempio, letture che non proponeva coralmente, mi teneva d’occhio.
In una parola: mi coltivava.
Avrei capito dopo anni che la mia maestra era stata uno dei personaggi chiave della mia esistenza, che se non avessi avuto lei, la mia vita, tutta, avrebbe preso un altro corso.
Questo tanto per dire che cosa penso delle scuole elementari.
Quando uno dice scuola primaria, dice che quella scuola lì non solo viene prima delle altre cronologicamente, dice pure che viene prima in una graduatoria di tipo molto ampio.
Se hai fatto male le elementari, ti porti dietro un sacco di guai, che partono dall’ortografia e prendono poi il volo verso territori che qui nemmeno sono capace di elencare.
Ogni volta che parlo con le giovani maestrine, da sole o insieme, dico loro che dovrebbero essere più aperte.
Meridionali entrambe, nate in paese, e sto dicendo di loro delle cose belle, tornano a casa quando si devono tagliare i capelli.
Ho chiesto perché, Roma non è che non abbia il parrucchiere.
Loro dicono che a Roma un taglio di capelli costa troppo.
Ho detto ragioniamoci, quanto ti dura.
Quattro mesi.
(Il mio taglio dura molto meno, ma questo è un altro discorso).
Ho detto quanto ti costa.
Trentacinque euro.
Trentacinque euro diviso quattro fa otto euro e settantacinque al mese.
Come ogni donna sa, poi paghi molto altro, lo shampoo, la crema, la messa in piega, lascio perdere quello che faccio io, che comprende tutta una gamma di trattamenti che in quel momento, nel giardino intercondominiale dove stavamo parlando, non aveva senso esporre.
Però, se tu vai dal parrucchiere solo per tagliarti i capelli e poi fai tutto a casa, non puoi fare questo discorso.
E allora, a Parigi, dove un taglio da John Nollet costa euro settecento?

John

E questo chi è.
Quello del caschetto di Amélie.
Comunque, uno carinissimo.
Perché, lì sta il nodo tuo.
Che non sai quanto è costoso un taglio di capelli che è davvero tale.
Anche se il tipo sostiene che un suo taglio dura tanto e che ha clienti che prendono appuntamento due volte l’anno.
(Io prendo appuntamento dal mio parrucchiere due volte al mese, ma non è di questo che stiamo parlando).
Il nodo delle giovani maestrine è l’aperitivo a dieci euro, del quale sono adepte, che è il metro di valutazione del costo di tutta l’esistenza.
E questo è uno dei motivi per cui lo Stato dovrebbe pagare di più i suoi insegnanti: per aprire le loro teste.
Anche se non è mai solo questione di denaro, perché ho incontrato in vita mia gente abbiente con una visione delle cose limitatissima e gente a modo suo povera in possesso, invece, di cultura, sensibilità, stile ed eleganza.
Resta che se avessi un figlio, faticherei a mandarlo a scuola dalle mie condomine.
Poi mi verrebbe su col mito dell’aperitivo.
A questo punto e sommando tutto, meglio quello del taglio di capelli.

Già non capivo che dicono i critici d’arte. Già non capivo che dicono i critici del vino.
Già non capivo che dicono gli psicoanalisti.
Adesso mi sono resa conto che non capisco che dicono quelli dell’assicurazione della macchina.
Parlano tutti una lingua parallela, per me impenetrabile, oscura, con concetti espressi attraverso giri di parole di cui mi sfugge il senso.
Questa storia della macchina, poi.
A fine luglio mi trovo a piazza Mazzini, alle undici del mattino e a venti all’ora, un ostacolo davanti, nello specifico uno con queste macchinette da città che ha fatto una marcia indietro rapida e improvvisa, secondo me perché aveva visto un parcheggio.
Sterzo, e che dovevo fare.
In quel momento una macchina mi supera e ci siamo toccati. Io, un graffio, l’altro, qualcosa di simile.
A dirla tutta, io manco mi ero accorta del contatto.
Dico che secondo me stiamo al 50% di responsabilità, dico chieda per favore al suo carrozziere e mi faccia sapere, riporto la macchina in garage e lì la lascio, praticamente per tutto il mese di agosto.
Avevo cose più importanti di cui occuparmi.
Apriti cielo.
Parte la denuncia all’assicurazione e, adesso viene il bello, parte insieme una ridda di mail, raccomandate, richieste di testimoni e targhe, tutto scritto in una lingua che devo tradurre in italiano corrente perché come lo scrivono loro, mica lo capisco.
Mi tocca pure portare la macchina, che riesumo, dal perito, perdo un pomeriggio e, soprattutto, devo andare all’EUR, che è un posto dove cerco di non andare mai perché mi sta antipatico, con quella sua arietta di falsa campagna con le strade larghe e gli alberelli.
Mi va tutto di traverso.
È pieno di zanzare (la campagna) e aspetto quaranta minuti per la strada.
Segnalo che non sono abituata a fare su e giù sul marciapiede, quello mi dice che è per la pandemia, gli chiedo se prima uno gli portava la macchina su in ufficio perché le facessero la perizia, lui mi risponde in effetti.
Il giorno dopo mi telefona pure per scusarsi, dice che mi ha visto contrariata, ma non ha detto contrariata perché per lui era una parola troppo astrusa, però quello intendeva.
Dico che era pieno di zanzare.
Dice che mi ha valutato il danno.
Gli chiedo perché nella vita fa il perito e non il carrozziere, questi ultimi guadagnano benissimo.
Mi risponde di nuovo in effetti.
Per farla breve. Mi sono arrivate due comunicazioni dell’assicurazione nelle quali non capivo che cosa volevano dirmi.
Ma come scrivete.

La licenza elementare, vi devono togliere.
E dovete ritornare a fare prima le aste, poi le cornicette.
Poi a scrivere i pensierini.
E la maestra vi deve mettere in testa il cappelletto con le orecchie da somaro se il senso della vostra frasetta non è limpido.
Soggetto, predicato verbale, complemento.
Siete disperanti.
Chissà dove siete andati a scuola (vedi sopra).

Grazia e gentilezza infinite del mio macellaio al mercato che, dopo avermi tagliato a pezzi piccoletti il pollo ruspante, proprio come gli avevo chiesto per via della mia nuova pentola in ghisa, rossa e di dimensioni non da caserma, mi chiede se può farmi omaggio di un rametto di rosmarino.
Certo che sì (anche se ne ho un vaso sontuoso, appena preso a Trionfale, sul davanzale della cucina).
Però, mi fa lui, devo pensare che sia una rosa, perché è un fiore, che avrebbe voluto offrirmi.
Io mi domando di continuo perché gli uomini, quelli incapaci di qualunque tipo di espressione galante, oltre che di molto altro, non vadano al mercato con le orecchie bene aperte a imparare da un macellaio come si sta al mondo.

Dopo anni di indifferente disprezzo, mi sono ricreduta e sono diventata una grande sostenitrice di Orietta Berti.

Lauro, Orietta, Federico

Lei sì, che è una donna in gamba.
Aiutata da un fisico ingrato, poco o niente cambiato nel corso degli anni, dimostra alle donne che la loro versione non può essere abissalmente  diversa quando hanno cinquant’anni da quando ne avevano venti.
Ci sono donne che diventano irriconoscibili, ma state un po’ attente, guardate lei, che è sempre la stessa.
Non solo.
Lei è stata capace di mettere in relazione due filibustieri, che a incontrarli di notte per le scale a me farebbero prendere una paura verde, pure male assortiti fra loro per aspetto fisico, altezza, venustà, stile nell’abbigliamento.
Manco i tatuaggi, si incrociavano.
Lei ha fatto quello che dovrebbero fare tutte le donne, creare un flusso caldo di trasmissione di affetti, l’ha fatto in disinvoltura e in canto, perfettamente intonata, dando senso pure a un testo demente, che trovo comunque bellissimo, finalmente aria fresca dalle nostre parti.
Lei è il polo magnetico verso il quale si volge l’ago della bussola, lei è il punto di forza effortless, lei è il sole al centro di un sistema che le ruota intorno.
Applausi.
Guardiamola: lei ha risolto la comunicazione fra universi incomunicabili.
Insomma, ha risolto un bel problema.
(Pure se a noi donne poi ce ne restano mille).

Una volta, dopo una trattativa estenuante, mi sono ritrovata in vacanza in una valle cosiddetta «selvaggia e intatta».
Leggi infrequentabile, impossibile, col tempo brutto fisso, il freddo, la sera solo le luci del cimitero, l’albergo miserabile, il negozio più vicino, una farmacia, a trentadue chilometri di distanza, il ristorante dove non ti cambiavano il tovagliolo, con una kellerina, una sola e sempre quella, che era una specie di virago, capace solo, la sera alle diciotto e trenta, di metterti sotto il naso l’unico piatto disponibile annunciando con un fortissimo accento locale: «Minestrone».
Che, comunque, non era male, lo ammetto.
Già dalla prima sera arrivò pure il momento annunciato come «Dessert».
Nel mio piattino, una cosa incredibile, che non avevo mai visto in vita mia e di cui mai avrei sospettato l’esistenza: una mela.
Ma una mela, vi dico, appena raccolta, nemmeno messa a riposare prima della confezione, una mela di agosto, profumatissima e con una buccia che si toglieva semplicemente sfilandola, tenera che sembrava un pulcinetto appena uscito dall’uovo, mi sembrò pure che tremasse un po’, come una creatura appena venuta al mondo.
E questo era.
Il dessert non bastò a risollevare le sorti della mia vacanza, avevo solo voglia di piangere, il posto mi faceva orrore, l’unico diversivo fu una sera un concertino di un quartetto d’archi che si esibirono nello spiazzo davanti al cimitero.
La cosa buffa, a tal proposito, fu che anni dopo avrei incontrato in treno il violoncellista, che aveva una faccia dai lineamenti molto forti.
Gli puntai un dito sul petto, gli dissi «Tu sei un musicista» e gli raccontai che solo la loro esibizione, che ricordavo con piacere, aveva sollevato un po’ il mio umore.
Lui si divertì parecchio alla mia narrazione, io misi una pietra sopra quella valle, però tutti gli anni, quando mangio la prima mela, mi ritorna tutto in mente.
Certo, non è più accaduto niente di simile, con il selvaggio e l’intatto, ho chiuso.
Ed è per sempre.
Ma pure il primo sacchetto di mele preso al supermercato ha in sé qualcosa di tenero.
Sarà il profumo, sarà la polpa, morbida, sarà che potrei vivere di mele (oltre che di petto di pollo), per la semplicità del frutto, il rigore, il senso che si porta dietro.
Però, perché sono state dipinte tante mele nell’epoca moderna?
Un grandissimo studioso, Lionello Venturi, ha scritto che «il motivo semplificato dava al pittore l’occasione di concentrarsi su dei problemi di forma».

Paul

Si oppongono a questa teoria un artista, Giacometti, che sostiene che la scelta di un soggetto nella natura morta è un «valore essenziale»; e un altro studioso, Schapiro, che ha commentato che «si concepisce male Cézanne che dipinge il salmone, le ostriche o gli asparagi di Manet le jouisseur».
In effetti secondo me hanno ragione i secondi, uno pensa Cézanne e pensa al rude provenzale nato e tornato sotto una montagna pelata dal vento.
E pensa Manet e pensa alla seduzione dell’uomo e alla sua eleganza, per non parlare della seduzione e dell’eleganza della Ville Lumière, l’unico posto al mondo dove uno come Manet avrebbe potuto vedere la luce.

Edouard

Le mele mi interessano e voglio dedicare loro uno dei miei Sorbetti.
Titolo: Chi Sorbetti mangia le mele.
Rifaccio il verso, dunque, cito Gilberto Filippetti e la sua invenzione pubblicitaria del 1972.
Quando.
È quello che vorrei sapere anch’io.

Darò notizie.

2 Comments

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  1. Perfetta come sempre audace e spiritosa …semplicemente Rosella

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