Per prima cosa, le spunte.
Così ce le togliamo di mezzo.
Ho chiesto ai miei due contatti, che poi solo contatti non sono, perché sono entrambi miei studenti, quindi sono qualcosa di più di uno sfioramento, che hanno  disattivato le spunte, perché lo avevano fatto.
Ora, secondo me, WhatsApp senza le spunte è come la carbonara senza il guanciale e senza l’uovo; come il Natale senza regali; come la cena senza vino; come la mostra multimediale senza opere vere.
Una cosa in bilico fra l’assurdo e la perversione.
No, dico, se tu usi WhatsApp, ti prendi pure le spunte.
E se non sopporti il confronto con le spunte (e ti capisco), allora trova un altro dispositivo veloce di messaggistica. Questo qui è istantaneo per nascita e vocazione.
Quindi, se fai vedere che hai ricevuto (spunte blu) dopo due ore e mezzo o se non fai vedere niente (spunta grigie)  costantemente, facciamo che comunichiamo in altro modo.
Oppure, che non comunichiamo per niente.
La vita è stramba, illogica, priva di senso, non vedo perché aggravarne la percezione via WhatsApp.
Lo so, che non ci capiamo.
Peggio sarebbe se non avessimo niente da dirci.
Comunque, ho chiesto ai miei studenti il motivo della disattivazione delle spunte.
Un professore può chiedere tutto. Lo studente dovrebbe rispondere. Poi, se vuole, mente. Io mica vado alla ricerca della Verità, quella la cercano i giudici, i filosofi, gli artisti.
Comunque, i motivi delle spunte disattivate mi sono sembrati tutti legati al tema dell’ansia di non avere risposta, tema parecchio moderno. Resta il fatto che se esso si allarga a più di un paio di persone, allora non ci siamo, allora siamo precipitati in un campo diverso, del quale non è il caso di parlare.
Inoltre è lampante che mandare un messaggio WhatsApp senza ricevere in cambio le spunte ti fa sentire come se parlassi con il muro.
Brutta sensazione, qui, inoltre, resa pure visibile.
Se, mettiamo, quello non ti risponde ma tu vedi le spunte, il sentimento è diverso, diciamo che è più aperto.
Diciamo che c’è una possibilità simile a quella che viene suggerita da un fumetto o da una novella quando uno vede la scritta: CONTINUA.

Ma adesso basta con le spunte. Parliamo di altro.

Per sua stessa natura, WhatsApp mi sembra attenere alla poesia.
Io con la poesia ho relazioni intense, ma non ho mai scritto una poesia in vita mia.
La poesia è un dono e io, questo dono, non ce l’ho.
(Ne ho altri, se proprio voglio consolarmi).
Non solo non ho mai scritto in vita mia una poesia ma, mentre potrei, più o meno agevolmente, scrivere una recensione di un romanzo o di un saggio, davanti alla poesia mi arresto: universo chiuso e spesso indecifrabile, di cui invidio tutti gli umori, anche se so che la poesia la leggono in pochi, quindi che chiunque si occupa di poesia è destinato a uno spazio limitato.
Ma proprio qui sta il fascino e la malìa.
Ho adottato abbastanza (abbastanza) rapidamente la prassi dell’invio rapido, per cui una comunicazione è frammentata e ti arriva goccia a goccia (alla faccia della pazienza, che in me difetta).
Piccole frasi.
Due, tre parole.
In una parola, versi.
Anche quando la comunicazione è articolata e starebbe bene in una lettera scritta anche a mano, con la data, la firma e il resto.
Ma tant’è.
L’haiku giapponese, che esprime, di solito, il sentimento della natura, ha regole ben precise: tre righe, diciassette sillabe, o qualcosa di simile; senso della bellezza.
Per esempio:
Rose appassite
Arrossiscono di nuovo
Solo al tramonto

Mi pare che ci siamo.
C’è poi il tanka, appresso al quale mi sono persa tempo fa, che è una forma di poesia costituita da trentuno sillabe, divise in una sequenza 5-7-5-7-7.
Inutile dire, a questo punto, che qualunque traduzione manda tutto gambe all’aria. E ben venga.
Dunque, tutto va reinventato.

Poesia dadaista

Non ho mai scritto una poesia, ma sono capace di poesia.
Quindi in WhatsApp tutto noto e prendo.
Ci sono anche le poesie dadaiste, composte, come ricordiamo tutti, prendendo un giornale, ritagliando in esso le singole parole, mettendole tutte in un sacchetto, agitandole, tirandole fuori a caso e poi disponendole, una accanto all’altra, su un foglio.  Infatti ditemi voi se certi messaggi, praticamente inviati di testa sua dal correttore, hanno senso.
Con tutta la buona volontà, non capisco.
Mi metto anche lì e cerco di trovare la parola, soprattutto il verbo, che, come sappiamo tutti, è quello che regge il concetto, che sono stati sostituiti in automatico, ma non so se li trovo.
Alla fine mi rassegno e mi abbandono al suono, come si fa con una lingua che non si conosce.
Poi, se gli equivoci e i malintesi sono grossi, vuol dire che la prossima volta stiamo più attenti.
C’è anche la poesia ermetica, di cui sono interpreti e poeti quelli che parlano a monosillabi: «ok»; «infatti»; «sì».
Quasi come «M’illumino / d’immenso».
Insomma, più o meno.
Ci sono inoltre i surrealisti, quelli che compongono testi in libera uscita e di solito privi di senso, nei quali, volendo, uno si mette a cogliere la bellezza dell’associazione delle immagini.

Messaggi vocali come stand up: piccola esibizione davanti a una platea, per l’occasione, parecchio ridotta: un solo spettatore, nel mio caso, io.

Poi ci sono questi francesi, sempre all’avanguardia, che di un account Instagram, ricordiamocelo, votato all’immagine, hanno fatto l’invaso delle parole.
Dunque, da qualche tempo Amours solitaires pubblica lo scambio di messaggi che intercorre ai nostri tempi.
C’è di tutto e quasi tutto è poesia.
«Ho voglia di cadere in te e che tu non mi afferri»
«Come si sopravvive dopo di te?»
«Sai, perfino un amore di una sola sera può rivelarsi lungo da dimenticare»
(Questo è piaciuto a 24.583 persone, tutte dotate della memoria dei sentimenti)

E questi ve li ho tradotti.
Poi.
«J’ai envie que notres langues dansent un slow»
«After sans toi c’est comme before»
E qui la traduzione ve la fate da soli.

Dall’account è stato appena pubblicato un libro, che sta avendo molto successo ma che mi sono ben guardata dall’acquistare.
Ci ho pensato circa tre minuti, poi ho detto proprio non se ne parla.
La bellezza di questi scambi sta proprio nel mezzo, nel frammento, nel verso che ti arriva via WhatsApp, accompagnato dal suono, che sul mio telefono è scampanellante, prepotente e perentorio: «Leggimi leggimi».
E che è quindi legato all’istante, alla situazione e al momento.

Il libro è altro. È la raccolta, la prova, la testimonianza che nega l’effimero, puoi perfino, pensa tu, sottolinearlo e scrivere in margine una data o una nota.
Con WhatsApp, no. Fa tutto lui, classifica, memorizza, spunta.

Tu, volendo, puoi bloccare o buttare al secchio la chat, se proprio non ti interessa o se non ne puoi più di questo sottile e prolungato struggimento.

Poi, però, non sai che ti perdi.
E forse qualcosa ti perdi sul serio.