SENTI L’ESTATE CHE TORNA

Mino Delle Site, Estate in Italia, 1952

Solstizio d’estate 2020: 20 giugno ore 23:43

ore 15:25. Mi sono comprata dei dentifrici fantastici. È una confezione da tre, sono piccoli, 25 ml, ho provato anche la confezione grande ma non mi piace il tappo.
Per me il tappo del dentifricio deve essere a vite, altrimenti come te lo perdi.
Le confezioni piccole hanno il tappo a vite. Quelle grandi, no.
I dentifrici si chiamano: Villa Noacarlina, menta & cannella; Back to Pampelonne, mango & menta; Tropical Crush, menta, ananas & rooibos, quest’ultimo è un tè rosso africano.
Siccome questa marca mi sembrava troppo estetizzante, ho chiesto al mio odontoiatra.
Caschi bene.
Lui i dentifrici li colleziona, quello che gli avevo portato perché leggesse gli ingredienti era alla liquirizia, quando l’ha visto ha fatto un salto, non lo conosceva e la liquirizia gli piace tantissimo.
Risultato: mi ha detto che potevo lavarmi i denti con quello che mi pareva e, appena ho potuto, gli ho regalato una confezione di Une piscine à Antibes.
Chi ha detto che a fare toletta non si deve estetizzare.

Ore 15:34. Ho portato a lavare la macchina. Finalmente. Il mio autolavaggio ha chiuso, nel senso che non ha riaperto, c’era l’algerino che mi faceva un sacco di favori, gli portavo la macchina quando potevo e gli dicevo vengo a riprendermela prima che chiudi.
La trovavo parcheggiata, pulita, scintillante.
Nel frattempo mi ero fatta gli affari miei.
Farmi gli affari miei per me è indispensabile. La locuzione significa più o meno che mi faccio io gli orari, che prendo io tutte le decisioni che devo prendere, che lavoro quando mi pare, che dormo secondo i miei orari, che vedo solo le persone che ho voglia di vedere.
Stavolta ho fatto lavare la macchina al lavaggio di un distributore sull’Appia, dove mi ero fermata per fare benzina.
Mentre la vedevo poco alla volta riprendere il suo bellissimo blu (in vita mia ho avuto solo macchine blu, questo blu di adesso è il più bello di tutti), mentre guardavo il ragazzo del Bangladesh che, con gli stivali di gomma e coperto di sudore, si era infilato dentro per pulire con l’aspirapolvere tutti gli angoli, mentre l’ho vista schiumare fra stracci e detersivo e lustrare da spazzole gigantesche, è venuto a fare due chiacchiere con me il gestore: ventotto anni, calabrese, già due figli, molto sorridente.
Gli ho chiesto se gli italiani lavoravano da lui.
Certo che no.
Da lui lavora il ragazzo del Bangladesh e un americano più anziano.
Gli italiani non vogliono alzarsi presto la mattina e non vogliono lavorare il sabato, non è nemmeno che il lavoro sia faticoso o mal retribuito.
(Poi vi dico quanto è mal retribuito il lavoro del professore).
Non c’è più un italiano che lavori in un distributore.
Non c’è più un italiano che voglia fare il fornaio.
Pure a fare il fornaio ci si deve svegliare presto.
Il fatto di confezionare il pane per la gente, ovvero di fornire al mondo il suo principale alimento, denso di simboli e di storia, diventa un dettaglio insignificante.

Ore 15:57. Ho fatto per qualche mese il giochetto se fossi un cibo sarei.
Qui trovate le prime reazioni.
Poi è sopravvenuto il confinamento.
Alcune risposte mi erano sembrate molto interessanti, dal frate che sarebbe un pane per via della grande ricchezza delle forme e dell’esempio di Cristo; alla malata terminale che sarebbe (sarebbe stata, perché è morta, anche presto) una verdura ripassata in padella con aglio e peperoncino, che si dichiarava bruttina a vedersi, ma di sapore ottimo.
C’era la bistecca saignant, il cioccolato fondente, il melograno, la melanzana alla parmigiana, lo yogurt zero grassi e acido, il limone.
C’era il cornicione della pizza, il riso, il piatto di pasta.
Eccetera.
Io sarei un oeuf mollet.
Fra me e l’uovo, è una storia lunga e quello mollet ha la cottura perfetta.
Durante e dopo il confinamento è cambiato il mondo e mi è venuto spontaneo definire io le persone attraverso gli alimenti.
Dunque, mi sono accorta che conosco tanta persone che assomigliano al mio carrello della frutta, soprattutto quando è pieno, così c’è più assortimento.
Uno dice che bel paragone, colori & vitamine.
Manco per niente.
La frutta che sta nel mio carrello, come più o meno tutta la frutta che trovo da tutte le parti, ha delle caratteristiche precise e costanti: è acerba, tosta, immangiabile quando uno la compra.
Bisogna fare tutta una scaletta di consumo, per cui se vuoi mangiare le pesche il giovedì della prossima settimana, le devi comprare, dure come sassi, il martedì di questa.
Poi, però, appena ti giri e ti distrai, la frutta marcisce.
Credo che sia dovuto alla conservazione in frigoriferi con temperatura troppo bassa. Appena è riportata a temperatura ambiente, essa salta lo stadio maturazione, mi veniva da dire frutta adulta, e diventa marcia, putrefatta, fradicia, guasta.
Tale e quale alle persone. Infantili, irresponsabili, acerbe anche quando hanno raggiunto da un pezzo l’età della ragione, ti giri e ti distrai e sono andate a male.
Conosco bistecche troppo cotte, maionesi impazzite, polpette insipide, cotolette tigliose, spaghetti scotti.
Sogno un mondo al sangue, al dente, piccante, che quando lo scodelli nel piatto ci balla dentro, attivo, dinamico, giusto di sale, che ti punge: prima gli occhi, poi la lingua.

Ore 16:22. Il gusto di pettinare con la spazzola di saggina le frange del tappeto della cucina quando lo metto a terra.
Mi ha insegnato il trucco una delle stiratrici del signor Michele.
Parimenti, pettino con la spazzola di saggina le frange degli asciugamani di lino e, quando ci sono, quelle delle tovagliette all’americana.
Asciugamani e tovagliette, quando li stiro.

Ore 16:26. C’è qualcosa di nuovo oggi nell’aria.
Questa cosa si chiama Girl Power.
O come altro vi pare, il concetto è chiaro. Ci sono delle giovani donne che stanno facendo cose interessanti.
Per esempio, le ragazze di Berlino che finora avevano prodotto deodoranti: «un design girly et des parfums gourmands ou fruités», che tradotto significa fantastici flaconi con la biglia da mettere sulla mensola del bagno.
Quello mio di riferimento è al pompelmo.
Quando il flacone è finito, puoi usare la ricarica: lavi la biglia con il sapone, la fai asciugare bene, versi la metà del liquido della bottiglietta, la richiudi con il suo tappo e la conservi in frigo.
(Si cominciano a capire i motivi per cui il mio frigorifero è pieno solo a metà di alimenti. L’altra metà, sono cosmetici).
Inutile dire che questa ragazze hanno un account Instagram curatissimo, autentico, partecipato, si capisce lontano un miglio che se lo fanno da sole e che dietro non c’è un pubblicitario di mestiere.
Oggi lanciano sei prodotti con oli essenziali: rosa di Damasco, Neroli, gelsomino, vaniglia.
Da quello che ho capito, fanno le misteriose da una settimana, sono oli speciali, ce n’è uno per i seni e uno intimo.
Ho deciso che me li compro tutti.
«Ma se stai senza soldi».
«I soldi si fanno. I soldi vanno e vengono».
«Sì, però poi non venirti a lamentare che non riesci a pagare il condominio».
Se uno non può lamentarsi nemmeno con se stesso, allora sta messo proprio maluccio.

Poi c’è la ragazza che nasce come musicista e che poi ha cominciato a produrre zines, che sono magazines, cioè riviste, t-shirt, culotte, preservativi e altro ancora.

La Chatte de Françoise

Questa è la mia ultima scoperta.
L’altro giorno, navigando il sito, ho visto la fotografia che vi mostro.
L’ho trovata bellissima.
Ho provato a salvarla, era un file webp, stavo lavorando, ho detto la salvo dopo.
L’ho persa.
L’ho persa nel senso che non l’ho più trovata, è un sito complesso, pieno di anfratti, suggestioni, retropensieri, assomiglia tantissimo all’anima (e al corpo) di una donna.
In esso, dichiarazioni d’intenti.
Come quello di produrre uno stile che combini lo chic parigino con gli anni ’70 USA.
O di fare un figlio dell’amore fra Andy Warhol e Simone de Beauvoir, che non mi sembra si siano mai incontrati, un figlio tutto 21° secolo.
Una moda slow, fatta di progetti cerebrali e conversazioni ispiranti.
«A celebration of the modern woman».
Vi pare poco?
Allora non trovavo più la foto, allora ho scritto ai contatti, allora l’ho descritta, allora è cominciato tutto uno scambio, con loro che mi hanno mostrato un paio di immagini che non erano quella e io che avevo ben chiara la mia.
Per farla breve, che ho fatto.
Ho ripercorso tutta la mia cronologia, praticamente alla ricerca dell’ago nel pagliaio, non so se ci abbiate mai provato, in una giornata di lavoro (e di altro) si mettono insieme centinaia di indirizzi.
Quanto ho impiegato. Un paio d’ore.
E ricordavo pure più o meno in che orario mi ero presa una pausa-culotte.
E l’ho trovata.
Stava all’interno di un biglietto di auguri.
Pagina Shop All.
Trionfante, l’ho scritto alle ragazze.
Mi hanno risposto che cambiano spesso le foto e che ogni tanto si confondono.
Oggi ho visto che l’hanno messa in evidenza.
L’argomento è delicato e bisogna saperlo affrontare in leggerezza.
Loro ci riescono benissimo.
Loro non stanno mai da noi.
Mi chiedo perché.
Provo sempre a parlare con le donne, le mie studentesse sono quelle più giovani che frequento, dovrebbero essere piene di energia e di idee.
Non sono così.
Evito di andare avanti con il paragone con il cibo perché mi vengono in mente solo cose scortesi.
Teste quasi sempre come cocuzze e appeal dell’insalata di pollo, appena tirata fuori dal frigorifero e condita a vanvera.
Non so che cosa sia successo, fino a qualche anno fa non erano così, erano giovani donne con argomenti.
Com’ero io all’età loro?
Appunto: una giovane donna con degli argomenti.
Credo che sia perché non leggono. Non leggono nemmeno quando si danno arie da intellettuale e dichiarano di non vivere senza libri.
Anzi, soprattutto quando dicono di leggere, mi accorgo che non leggono.
Credo che sia perché non vedono film.
Il cinema non rientra nei loro piani.
E come fai a vivere senza cinema.
Credo che sia perché fra loro parlano solo di stupidaggini. Me ne accorgo dalla fatica che fanno a organizzare un discorso, le più oneste riconoscono che si esprimono male.
Una l’altro giorno ha dichiarato che pensa talmente velocemente, ecco un’intellettuale, che poi le parole non riescono a stare dietro ai pensieri.
Mi chiedo ogni tanto che cosa avrei fatto io da ragazza se avessi conosciuto all’università una come me.
Non credo che gliel’avrei fatta passare liscia, credo che avrei fatto domande, chiesto indicazioni su quello che potevo leggere, avrei approfittato della situazione e cercato di spremere da me stessa tutto quello che potevo spremere.
Poi, però.
Poi, però si sono fatte le cinque, devo preparare una lezione e prepararmi per il solstizio d’estate.

Non vi ho ancora detto che chatte  è il sesso femminile; che non so chi sia questa Françoise anche se è un nome al quale sono legata perché Françoise è stata la mia prima insegnante di francese, era bravissima, le guardavo i bambini, mi invitava spesso a cena e mi ha insegnato a fare la cediglia, che prima mi faceva tanta fatica; non vi ho detto che ho fatto acquisti.

«Ma se stai senza soldi».
«Guarda che se non la smetti, il condominio te lo paghi da sola. Io mica posso lavorare solo per pagare la casa, con tutte le spese che ci stanno dentro».

Con tutti gli oli, con tutte le culotte, con tutte la calzine con sopra scritto Wet Girls Club Socks che ci stanno al mondo.

2 Comments

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  1. Pier Luigi Berto

    21 giugno 2020 — 20:02

    Troppo divertente, sei veramente brava. Dovresti scrivere su Repubblica o il Corriere

    • Rosella Gallo

      21 giugno 2020 — 20:31

      Ti ringrazio ma preferisco scrivere qui :-). Poi, casomai, se mi inviti a farlo, scriverei e scriverò per te con infinito piacere

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